
Esistono molti motori di ricerca dedicati al lavoro: quali sono gli elementi differenzianti di jooble?
Jooble è uno dei più grandi aggregatori di offerte di lavoro nel mondo. Ogni giorno sul nostro sito compaiono 700 mila offerte, che raccogliamo da 250 mila fonti da tutto il mondo: siti aziendali, bacheche e social network. In totale, oggi la nostra risorsa contiene circa 20 milioni di offerte da 71 paesi del mondo. Jooble si impegna a fornire ai candidati la più ampia scelta delle offerte, e ai nostri clienti job board – il traffico rilevante di alta qualità.
La nostra missione – è aiutare alla gente a trovare il lavoro. Affinché le persone possano trovare il lavoro che gli piacerebbe, ci sforziamo di fornire a loro la scelta più ampia delle offerte di lavoro sul mercato.
Come funziona concretamente il servizio?
Utilizziamo la tecnologia di scansione che ci aiuta a trovare e raccogliere i contenuti con le offerte, rimuovendo gli annunci duplicati. Per questo la stessa offerta pubblicata su diversi siti di occupazione apparirà su Jooble come un unico annuncio. Pertanto, collaboriamo anche con LinkedIn. Questa collaborazione porta un valore aggiuntivo ai nostri clienti, perché ricevono il traffico non solo attraverso il nostro sito, ma anche attraverso questo social network.
Siamo un motore di ricerca di lavoro, quindi la nostra comunicazione con l’utente termina nel momento in cui fa il clic sulla posizione che gli piace e passa su un’altra risorsa. Perciò il nostro consiglio principale è di non smettere di cercare il lavoro desiderato. Dopo tutto, una persona al giorno d’oggi trascorre un quarto della sua vita cosciente al lavoro, quindi è meglio lavorare solo dove si sente a suo agio.
Nelle sorgenti di traffico “shareware”, ci stiamo muovendo verso l’accumulo di massa di link utili e di alta qualità, nonché l’ottimizzazione interna (ad esempio collegamento, ottimizzazione della pagina) ed esterna (ad esempio snippet CTR) delle nostre risorse. Se parliamo di sorgenti di traffico “a pagamento”, perseguiamo molti obiettivi a seconda del paese e delle nostre strategie in essi – dall’acquisizione di quote di mercato all’accumulo di ritorno sull’investimento.
Ho una fissazione per l’ottimizzazione SEO di CV e profilo LinkedIn. Ve ne occupate anche voi?
La SEO è una parte importante di lavoro del nostro team. La maggior parte delle persone del mondo cerca il lavoro su Internet. Per questo, per seguire la nostra missione e aiutare alla gente a trovare il lavoro, dobbiamo lavorare costantemente sull’ottimizzazione. Abbiamo un team molto forte, lavoriamo in 25 lingue e cerchiamo di garantire la visibilità della nostra risorsa in ciascuno dei 71 paesi della nostra presenza. La SEO è una delle tre principali fonti di traffico insieme alla newsletter e al PPC.
Il 27 settembre 2020 il portale Businessweekly ha pubblicato questa recensione di Stop the scroll.

Stop the scroll – Come scrivere contenuti efficaci grazie al neuromarketing
Scrivere contenuti capaci di attirare l’attenzione e provocare l’azione desiderata è la chiave per strategie social efficaci.
Gianluigi Bonanomi, giornalista ed esperto di comunicazione, ha ideato un metodo che sfrutta le più recenti conoscenze di neuromarketing e le mette al servizio dei content editor.
Stop the scroll descrive il metodo O.P.E.R.A.: Obiettivi, Perché, Emozione, Ragione, Azione.
Un contenuto deve essere scritto partendo da un obiettivo ben definito, con un perché dei lettori da soddisfare, componenti emozionali e razionali (questi più importanti di quelli emozionali) e una call to action chiara.
Le conoscenze di neuromarketing espresse nel manuale permettono di migliorare rapidamente la qualità dei propri contenuti, e di verificarne subito la miglior resa.
Il linguaggio è fluido e scorrevole – come ci si aspetta da un manuale di comunicazione – e rende Stop the scroll una piacevole lettura per qualsiasi addetto al content aziendale.
Stop the scroll
Editore: Ledizioni
Uscita: 2020
Autori: Gianluigi Bonanomi
Acquista su Amazon

Che cos’è il viaggio dell’eroe?
Il viaggio dell’eroe è anche detto schema Campbell-Vogler. Chi sono questi due? Joseph Campbell è un antropologo e storico delle religioni ma, soprattutto, è l’autore di un testo fondamentale: “L’eroe dai mille volti”. Il testo è il risultato di anni di ricerche, e rappresenta l’analisi di moltissimi miti di tutto il mondo e di diverse epoche.
La tesi è affascinante: tutti quei miti hanno strutture narrative di base comuni, una serie di eventi che permettono di raccontare la maturazione dell’eroe con riti di passaggio (ne conta ben 17!), un percorso iniziatico che prende il nome di “monomito” e si basa su archetipi strutturali inconsci.
Christopher Vogler non è uno studioso delle religioni come Campbell, bensì uno sceneggiatore che si è formato nel mondo Disney. Vogler ha strutturato il suo viaggio dell’eroe partendo dal lavoro di Campbell e dagli archetipi:
Lo schema del viaggio dell’eroe
Il viaggio dell’eroe prevede 12 tappe:
- Mondo ordinario
- Richiamo all’avventura
- Rifiuto del richiamo
- Incontro con il mentore
- Varco della prima soglia
- Prove, nemici, alleati
- Avvicinamento alla caverna più profonda
- Prova centrale
- Ricompensa
- Via del ritorno
- Resurrezione
- Ritorno con l’elisir

Shakespeare come viaggio dell’eroe
Jan Novak mostra come l’Amleto di Shakespeare possa essere analizzato scomponendo la storia nelle fasi del viaggio dell’eroe.
- Mondo ordinario: Amleto è un triste principe danese che vive nel ricordo di un glorioso padre.
- Richiamo all’avventura: appare il fantasma del padre di Amleto che gli racconta del complotto ordito da suo fratello per ucciderlo. Deve vendicarlo.
- Rifiuto del richiamo: Amleto non è convinto di quanto espresso dal fantasma, temporeggia e cercare le prove del complotto.
- Incontro con il mentore (qualcuno o qualcosa che gli fa cambiare atteggiamento): Amleto sfrutta l’occasione di una rappresentazione teatrale per mettere in scena l’omicidio di suo padre. Osservando la reazione turbata dello zio si rende conto che il fantasma era nel giusto.
- Varco della prima soglia: Amleto decide di uccidere suo zio e, a causa di uno scambio di persona, uccide Polonio. Amleto viene spedito in Gran Bretagna.
- Prove, nemici, alleati: Rosencrantz e Guildenstern, l’armata di Fortebraccio, Laerte, Orazio, ecc.
- Prova centrale: la sfida a duello con Laerte.
- Avvicinamento alla caverna più profonda (seconda soglia): Durante il viaggio Amleto incontra l’armata di Fortebraccio in procinto di attaccare la Polonia
- Ricompensa: il confronto con Orazio.
- Via del ritorno: Amleto riflette sul suo rapporto con Laerte e, tornato a palazzo, cerca di riconciliarsi con lui.
- Resurrezione o prova definitiva: La regina e Laerte muoiono, spingendo Amleto contro il re, che muore trafitto dalla spada del principe.
- Ritorno con l’elisir: Amleto muore ma designa Fortebraccio come erede.
L’esempio di Budweiser
Un ottimo esempio di applicazione dello schema del “viaggio dell’eroe” si ha nel celebre spot di BudWeiser che narra la storia di Mr Busch: “Born The Hard Way”. La storia è quella di Adolphus Busch, emigrante tedesco che arrivò negli Stati Uniti a fine Ottocento e, insieme al socio Ebert Anheuser, creò la Anheuser-Busch (che produce la birra Budweiser).
Semplificando abbiamo, in 90 secondi, 10 fasi.
- Il mondo ordinario: Mr Busch vive in Germania e non ha un penny in tasca.

- La chiamata all’azione, varco della soglia: Mr Busch emigra.

- La prova centrale: il viaggio difficile verso l’America.

- Rifiuto del richiamo: il dubbio di aver sbagliato scelta.

- La seconda prova, i nemici: problemi di integrazione, insulti.

- Gli alleati: gli altri immigrati.

- La seconda prova: le condizioni di lavoro impossibili.

- La rinascita: il progetto della birra.

- La vittoria, la ricompensa: nasce l’attività imprenditoriale con (anche) il suo nome.

- La morale.

Interessante la disamina che fa Paolo Iabichino di questo spot: “I creativi al lavoro su questo spot hanno voluto sottolineare il significante del true con cui la birra americana ha sempre firmato le sue comunicazioni. Quel ‘vero’ che ai tempi del tormentone demenziale non necessitava di grandi spiegazioni, ma che oggi diventa più che mai urgente riempire di contenuto. Solo così una birra può dare qualcosa in più al suo dire, partecipando alla discussione politica e polarizzando le opinioni. E lo ha fatto al punto che, dopo qualche minuto dalla messa in onda dello spot, il sito Breitbart – vicino alla nuova amministrazione americana – e quello dell’ultradestra Freedomdaily lanciavano l’hashtag #boycottbudweiser, con cui i sostenitori di Trump replicavano alla pubblicità della birra.
Difficile pensare che quei sessanta secondi siano stati confezionati in fretta e furia per rispondere alle politiche anti-immigrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, eletto tre mesi prima del Superbowl. Ma mi piace pensare che quella creatività sia passata attraverso le maglie del ‘so what?’ per cercare di giustificare la promessa di una marca che si voleva rendere più contemporanea e rilevante per i nuovi consumatori, attraverso le dinamiche del do ut des. Del dare e non solo del dire.”
Il corso sullo storytelling d’impresa
Ormai tutto è smart, non solo il telefono e il lavoro, persino la casa! Smart Home: si usa questa espressione quando parliamo con gli amici, la sentiamo spesso citare mentre guardiamo un film o durante uno spot pubblicitario. Ma cos’è precisamente una Smart Home? Ho voluto raccontare, in questo pezzo, di che cosa si tratta ma soprattutto elencare alcuni accessori per una casa intelligente.
Definizione di Casa Intelligente
La Smart Home è una casa fornita di apparecchiature domotiche, che permettono a chi vi abita di gestire e controllare da remoto i dispositivi elettronici della casa, migliorandone il comfort, la sicurezza e i consumi.
Cosa significa tutto ciò? Semplicemente che dotare la tua casa di strumenti Smart, renderà la tua vita molto più facile e ti aiuterà a risparmiare tempo e denaro!
Cosa ti serve per trasformare la tua casa in una Smart Home
Per rendere la tua casa intelligente hai bisogno soltanto di uno smartphone (o un tablet) e degli accessori giusti. Chi non ha mai sognato di vivere in una casa, che permettesse di svolgere molte delle attività quotidiane dal proprio cellulare? Acquistando i giusti accessori per una casa intelligente, potrai smettere di dedicare energie ad attività noiose, trovando finalmente il tempo per dedicarti ai tuoi hobby ed alle tue passioni. Inoltre la tua casa sarà monitorata e sicura, grazie agli innovativi sensori e sistemi d’allarme.
Scopriamo insieme alcuni degli accessori Smart più utili per la tua casa.
- Prese Smart Plug: controlla l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento dei tuoi dispositivi elettronici, evitando il sovraccarico elettrico.
- Illuminazione intelligente: controlla e regola la luminosità e il colore delle luci in tutta la casa. Puoi anche gestire con facilità l’intensità delle luci.
- Riscaldamento intelligente: gestisci la temperatura di ogni stanza in base alle tue esigenze (inclusi sensori di temperatura per avere sempre a disposizione la temperatura ideale)
- Sistemi di allarme e telecamere di sorveglianza: installa sensori di movimento intorno alla casa, sensori su porte e finestre, allarmi e telecamere di sorveglianza che registrano 24 ore su 24, proteggendo così la tua abitazione.
- Sensori di movimento: installa sensori di gas, sensori di fumo e sensori di allagamento per prevenire danni alla tua abitazione e agli elettrodomestici.
- Purificatori d’aria: purifica l’aria negli ambienti della casa, eliminando sostanze inquinanti, polvere e particelle allergeniche
La casa intelligente a portata di mano (e di voce)
Circondarti di accessori smart migliorerà la tua vita in maniera esponenziale. Potrai gestire tutto ciò che ti circonda dal tuo smartphone, con un clic o direttamente con la tua voce. Molti degli accessori intelligenti sono infatti collegati all’assistente vocale di Google, permettendoti di monitorare ogni dispositivo tramite il suono della tua voce. Da oggi tutto quello che ti sembrava irreale diventa realtà. Visita il sito www.batna24.com per rendere intelligente la tua casa intelligente.
[Questa intervista è stata pubblicata su StartUp News]
Advergame, cosa sono? Intervista a Marco Mignano di Gladio Games
Gli advergame sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento
Gladio Games si occupa di advergame: di che cosa si tratta?
Negli ultimi anni il settore dei videogiochi è esploso. Il fatturato dell’industria dei videogiochi supera quello del cinema sommato a quello della musica. Questo è possibile grazie alla diffusione degli smartphone, che insieme alle console ci danno la possibilità di accedere a un bacino di utenza che raccoglie svariati miliardi di utenti.Quello che molte aziende stanno iniziando a capire è che il mondo dei videogiochi, oltre a essere dedicato all’intrattenimento, può servire per pubblicizzare la propria realtà e i propri prodotti in maniera ultra innovativa e non invasiva. Noi facciamo proprio questo, realizziamo prodotti videoludici che permettono alle aziende di pubblicizzare se stesse e i propri prodotti. Come? Andando oltre la gamification! Utilizziamo le vere meccaniche che sono alla base dei videogiochi per pubblicizzare le realtà in maniera innovativa. Per esempio possiamo premiare gli utenti con ricompense reali e virtuali per aver raggiunto un certo livello, oppure ricompenseremo l’utente con monete virtuali per leggere messaggi informativi legati all’azienda, così da generare un engagement pazzesco tra i giocatori e l’azienda dietro l’advergame. La caratteristica dei nostri prodotti è che sono app standalone che si possono scaricare in autonomia dagli store e non Web app. In questo modo possiamo sprigionare appieno la potenza dei device e creare dei prodotti unici e fatti su misura in base alle esigenze del cliente.

Marco Mignano, founder di Gladio Games.
Qual è il modello di business?
Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis. Quello che chiediamo è che l’azienda investa del budget per pubblicizzare l’advergame, mentre noi monetizziamo inserendo la pubblicità non invasiva all’interno dell’advergame stesso. Praticamente chiediamo all’azienda di investire soldi per pubblicizzare se stessa. Questo ci permette di creare dei prodotti di una qualità superiore alla media, anche perché se così non fosse, noi non riusciremo a monetizzare il prodotto.
Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis
Puoi raccontarci qualche caso di successo?
Il nostro ultimo advergame Missione Pianeta è stato sviluppato per Legambiente, con l’obiettivo di pubblicizzare la loro campagna “Tartalove”. L’app ha realizzato migliaia di download nei primi giorni, siamo ad oltre 200 recensioni a 5 stelle solo su Android e su iOS sotto la categoria “famiglia” siamo entrati ufficialmente tra le top 50 app sullo store. Ma oltre i prodotti di Gladio Games, sono molte le aziende che hanno deciso di investire in questi prodotti: per esempio aziende come Nike, Kinder o Renault hanno deciso di realizzare i propri advergame.
Che differenza c’è tra game e gamification, lato business?
La gamification sono una serie di strategie/tecniche, per la maggior parte prese in prestito dal mondo dei videogiochi che servono a rendere migliore o alzare l’engagement di un prodotto o servizio. La gamification si può utilizzare praticamente ovunque, dai processi di apprendimento, alla realizzazione di app per aumentare l’engagement e la retention. Gli advergame, invece sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento.Inoltre gli advergame sono particolarmente efficaci quando si vuole parlare alle generazione Z, la quale è è molto difficile da raggiungere attraverso gli strumenti classici.
Il vostro lavoro è articolato, e tocca anche comunicazione digitale, advertising, social responsability, brand awareness: come stanno insieme tutte queste cose?
È proprio questa la nostra peculiarità: fare stare insieme tutti questi pezzi. Il percorso formativo che abbiamo dovuto affrontare per arrivare dove siamo non è stato un percorso semplice. Il collante di tutto è la passione. Io e il mio socio, prima ancora di fondare Gladio Games, abbiamo realizzato il nostro primo videogioco nel 2014 mentre frequentavamo il corso di laurea in informatica. Lo scoglio più grande che abbiamo dovuto affrontare è quello di riuscire a creare videogiochi di successo con una qualità sopra la media, e unire questo prodotto con il mondo del marketing aziendale.Tutto questo non è facile perché viviamo in un mondo in continua evoluzione, evolvono le tecniche e la tecnologia per sviluppare videogiochi così come i social ed il marketing. Il nostro lavoro è rimanere sempre sul pezzo e sfornare un prodotto di successo dietro l’altro.
Vuoi dare un suggerimento ad altri startupper come te?
L’unica cosa che mi sento di poter dire è quella di seguire le proprie passioni, se l’idea è quella di aprire un’azienda per il solo ritorno economico, e per il “successo” allora non si andrà lontani. Io non cambierei per niente al mondo quello che faccio, lavorare 10 ore al giorno non mi pesa, ma solo e soltanto perché amo quello che faccio e la passione è il mio driver principale.

Mentre approfondivo gli studi sulla comunicazione digitale, spaziando dal copywriting alla comunicazione pubblicitaria, scoprii un modello molto interessante. Ancora fermo alle 4 o 5 P di Kotler, mi imbattei nel modello A.I.D.A. di St. Elmo Lewis. Il nome del modello, Aida, non c’entra nulla né con Giuseppe Verdi né con Rino Gaetano!
È un acronimo che sta per:
- ATTENZIONE
- INTERESSE
- DESIDERIO
- AZIONE
A che cosa serve questo modello? Ne analizzo un punto alla volta.
Attenzione (Attention o Awareness): una pubblicità deve catturare l’attenzione del consumatore. Ogni giorno una persona è mediamente esposta a un numero di annunci che varia da qualche decina a qualche migliaio. Solo una piccola parte di questi arriva a destinazione, motivo per cui il messaggio deve essere eccezionale.
Interesse (Interest): una pubblicità deve accendere l’interesse del consumatore. Dopo aver catturato l’attenzione, occorre riuscire a farsi leggere davvero. Si dice, in particolare, che il messaggio deve catturare l’attenzione selettiva.
Desiderio (Desire): una pubblicità deve innescare il processo di creazione del desiderio da parte del consumatore. Quando il consumatore si identifica nella situazione pubblicitaria proposta, si verifica una sorta di proiezione del suo io, della sua personalità, nel messaggio stesso.
Azione (Action): una pubblicità deve condurre all’azione, che si concretizza nell’acquisto del servizio o del prodotto.
Cominciai a ragionare su come usare il modello A.I.D.A. nella costruzione della comunicazione digitale e, in particolare, per la comunicazione sui social media, adattandolo così:
ATTENZIONE: generare attenzione con un’immagine di impatto, che spingesse l’utente a fermare lo scroll.
INTERESSE: Porre una domanda o citare una questione di vero interesse per il lettore. Bando alla comunicazione autoreferenziale. Occorreva puntare su quel che un lettore ha come argomento preferito: se stesso. Iniziai quindi a ragionare su bisogni e problemi.
DESIDERIO: Intesi questa fase come l’indicazione di un beneficio per chi legge. Avrei quindi risposto al classico “What’s in it for me” (abbreviato WIIFM)? Alessandra Farabegoli ha sistematizzato la possibile risposta a questa domanda con un serie di benefici per chi legge un contenuto online:
- Mi fai ridere
- Mi commuovi
- Mi fai sentire una persona migliore
- Mi fai sognare di evadere dal quotidiano
- Mi dai la scusa per perdonare un mio difetto / vizio / debolezza
- Mi fai guadagnare / risparmiare (ma davvero)
- Mi fai giocare / misurare / competere con gli altri
- Mi spieghi come risolvere un problema pratico (ma deve essere il mio e devo sentirne forte la pressione)
- Mi insegni qualcosa di non scontato e mi fai fare bella figura con altri
- Mi fai risparmiare tempo offrendomi trucchi/metodi/soluzioni
- Mi fai scoprire qualcosa di nuovo, mi fai venire nuove idee (di stile, cucina, viaggi, design)
- Mi fai sentire “parte di” qualcosa (una comunità, una causa)
Ecco tre esempi di come questo viene declinato sui social.
RIDERE. Ceres fa real time marketing (commenta il fatto del momento) con vena ironica:

GIOCO. Qui Deliveroo chiede di giocare con la scelta della pizza:

PARTE DI. Ford chiede di inviare le foto della propria vettura allo scopo di rinsaldare il senso di appartenenza e fedeltà al brand:

AZIONE: Intesi una call to action finale, la richiesta di fare qualcosa, sempre declinato all’imperativo. Per esempio compra, scopri, iscriviti, contattami e così via.

Ricapitolando: dopo aver catturato l’attenzione e l’interesse del lettore, sia visivamente sia parlando di un suo problema, avrei generato il desiderio di compiere un’azione promettendo un beneficio.

In tal senso, questo post pubblicitario di Hootsuite poteva essere sezionato così:
Attenzione: l’immagine della ragazza che usa un PC.
Interesse: risparmiare tempo.
Desiderio: il beneficio di poter gestire tutti i canali da un’unica piattaforma.
Azione: Iscriversi al servizio / aggregarsi a una comunità di utenti.
Esiste una variante del modello AIDA, AIDCA: quella “C” in più sta per “convincimento”, ovvero per l’uso di testimonial, statistiche, demo o garanzie al fine di convincere il cliente prima dell’azione finale.
Un’evoluzione del modello AIDA, se vogliamo ancora più completo e adatto ai nostri mercati, è quello proposto da Christian Betancur[10]: si tratta dell’impronunciabile “BAIFDASV”.

Questo modello parte dall’individuazione di un Bisogno (B), successivamente mette le fasi di Attenzione (A) e Interesse (I) per poi focalizzarsi sull’obiettivo di conquistare la Fiducia (F) del consumatore, così da arrivare a far nascere il Desiderio (D) del prodotto/servizio che sfocerà infine nell’Acquisto (A). Contrariamente al metodo A.I.D.A., però, Betancur non si ferma qui e analizza la fase post-vendita: per questo inserisce anche la componente Soddisfazione (S) del cliente e la Valutazione (V) del prodotto/servizio per giungere alla fidelizzazione. Alla fine, l’obiettivo non è vendere una volta sola.
Il libro “Stop the scroll”
Quello che hai appena letto è un piccolo assaggio del libro “Stop the scroll” che illustra il mio metodo O.P.E.R.A.

Sul numero 07 del 2020 del magazine Smart News di Intellimech ho scritto questo articolo su LinkedIn:
Qui trovi la trascrizione del pezzo:
5 domande sbagliate su LinkedIn (con le risposte giuste)
Dopo anni di corsi sull’uso strategico di LinkedIn in centinaia di aziende di ogni tipo, ho raccolto cinque domande sbagliate alle quali devo cercare, ogni volta, di dare una risposta sensata. Eccole.
- LinkedIn serve solo per i dirigenti?
Sebbene un tempo questo social network fosse frequentato prevalentemente da manager e colletti bianchi, negli ultimi anni le cose sono cambiate. Lo dimostrano i numeri: dei quasi 14 milioni di italiani iscritti, 250.000 sono operai, 88.000 infermieri e 68.000 magazzinieri, tra gli altri. Sono ormai abbondantemente rappresentate tutte le professioni. Quelle che sono più cresciute negli ultimi 15 anni: commerciale; assistente amministrativo; consulente; responsabile di progetto; supervisore; CEO; tecnico; responsabile vendite; ingegnere programmatore; ingegnere.
- Come faccio a vendere su LinkedIn?
Sui social non si vende, secondo me. A meno che si consideri vendita “Facebook marketplace” (non scherziamo). I social – LinkedIn in primis – servono per creare connessioni, relazioni. Servono per generare opportunità, preparando il terreno. In pratica, servono per fare il cosiddetto “social selling” (che non è il social commerce).
- LinkedIn serve solo per fare networking?
Eh, no. Per me il networking è un’altra cosa: incontrarsi faccia a faccia, davanti a un caffè, e ascoltare, discutere, proporre e così via. LinkedIn, da questo punto di vista, può essere un ottimo acceleratore.
Quando seguo i manager per potenziare il loro personal branding e il loro networking, suggerisco di trovare tanti contatti in target su LinkedIn, ma poi di incontrarne uno o due alla settimana. Di persona.
- I contenuti su LinkedIn non li legge nessuno, perché scriverli?
Un tempo LinkedIn veniva usato solo come social network, per collegarsi a colleghi e clienti, al limite per mandare e ricevere messaggi. Ora sempre più persone lo usano anche come social media (dovrei scrivere social medium), per pubblicare e leggere contenuti interessanti. La pubblicazione di contenuti è un’ottima tattica per attuare il cosiddetto “content marketing” e generare relazioni e opportunità.
- Dove lo trovo il tempo di gestire il profilo LinkedIn?
Molte persone pensano non solo che usare LinkedIn sia tempo perso, ma che il tempo necessario sia davvero tanto: ore e ore alla settimana. Ovviamente questo dipende dal tipo di ruolo (un sales manager dovrebbe passare molte ore su LinkedIn) ma in linea di massima per ottenere risultati significativi, a detta di LinkedIn, bastano solo nove minuti al giorno. Ripeto: nove! Per fare cosa? Gestire la rete di contatti (gli inviti in entrata e in uscita), i messaggi, pubblicare e interagire con contenuti altrui. Chi non ha nove minuti per gestire la propria comunicazione digitale?
Ho rivolto alcune domande a Fiorenzo Pilla, mio ex coautore di “Prontuario per genitori di nativi digitali ” e “Manuale per difendersi dalla post-verità“, e da poco nelle librerie con un altro testo dal titolo intrigante: Webvolution.
Fiorenzo, Che cosa si intende per Webvolution?
È la sintesi dei due profondi mutamenti che la rivoluzione digitale ha generato nella società contemporanea: un rivoluzione e un’evoluzione. La rivoluzione ha riguardato i concetti stessi di azione e relazione e questo appare evidente se li paragoniamo al modo in cui erano intesi nell’era pre-Internet.
Oggi la nostra vita quotidiana comprende, in moltissimi suoi aspetti, una connessione all’universo digitale e questa continua commissione e interazione ci permette di produrre costantemente nuove opportunità e scorgere nuovi orizzonti; sotto questo punto di vista possiamo dire di esserci evoluti sia come individui che come società nel suo complesso.
Rushkoff diceva: in futuro programmi o sarai programmato. Esagerava?
Quando Rushkoff ha proposto questa lettura dell’attività di programmazione, portava avanti una visione che, allora, non era ancora definita e diffusa. Oggi, dopo un decennio, possiamo dire che anche qui, come in tante altre occasioni, Rushkoff ha mostrato lungimiranza. L’insegnamento e l’apprendimento di linguaggi e tecniche di programmazione come attività formativa finalizzata all’applicazione, anche in altri campi, delle logiche acquisite, è diffusa e comune, con risultati che in molti riconoscono come effettivi. Detto questo, il richiamo di Rushkoff può essere, a mio parere, letto anche nell’accezione “è necessario comprendere quali siano i meccanismi nascosti e condizionanti che ci mettono alla prova nella nostra vita digitale” e questo mi trova di certo d’accordo, ne è dimostrazione il fatto che Webvolution nasca proprio con lo scopo di far luce e diffondere la conoscenza su molti di questi aspetti per fungere da strumento utile ad accrescere la propria “consapevolezza digitale”.
Due chiacchiere sul dark Web
Nel testo parli anche di dark Web: spesso non è solo uno spauracchio? Quante persone riescono effettivamente a raggiungere meandri del Web pieni di droga e kalashnikov?
Davvero poche, direi! Scherzi a parte, spesso i mezzi di informazione, anche i più blasonati, presentato il Dark Web come un luogo oscuro e denso di pericoli, a volte persino confondendolo con il Deep Web, che è cosa diversa.
In realtà il Dark Web è un luogo virtuale che può essere considerato, sotto molti aspetti, un contesto utile e denso di risorse, alcune delle quali davvero preziose oltre che assolutamente legali e “innocue”.
L’idea che si possa accedere al Dark Web e, tramite una semplice ricerca, procurarsi droga o killer prezzolati è molto lontana dalla realtà. Anzi, quand’anche lo si esplorasse con finalità palesemente illegali, non sarebbe affatto semplice riuscire a ottenere ciò che si desidera.
Senza contare che numerose attività illegali possono essere portate avanti attraverso il Web in chiaro a cui, quotidianamente, tutti noi accediamo.
Insomma: il digitale è il problema, la soluzione o solo uno strumento e spesso mancano le basi per usarlo bene?
Il digitale, nella sua accezione più ampia, offre una gamma vastissima di opportunità e, al contempo, può generare danni incredibili. Ma la sua natura è neutra. Come giustamente dici, si tratta di uno strumento che può prestarsi ad azioni positive e vantaggiose o a pericolose distorsioni; tutto sta nell’attenzione, nella conoscenza e nelle intenzioni di chi lo usa.
Ecco perché comprendere quali siano le possibili conseguenze delle nostre azioni digitali diviene fondamentale, esattamente come accade nel mondo fisico. Un utilizzo degli strumenti digitali sano e privo, quanto più possibile, di rischi passa necessariamente dalla conoscenza di questo universo e dei suoi meccanismi. Solo in questo modo potremo diventare utenti consapevoli e, per molti versi, liberi.


