“L’AI licenzia tutti.” Sarà vero? Ho controllato i dati (e la realtà è più complicata)
Un titolo come quello di TGcom24 fa venire i brividi: “Intelligenza artificiale: già quasi mezzo milione di licenziati, un lavoratore su 4 a rischio sostituzione”. L’ho letto, come probabilmente l’hai letto tu. Mi puzzava e sono andato a controllare le fonti. Quello che ho trovato è una storia più sfumata, più onesta e, in alcuni punti, decisamente diversa da quello che i titoli vogliono farci credere.
Spoiler: l’AI sta davvero cambiando il lavoro. Ma “cambiare” non è uguale a “distruggere”. E questa differenza (piccola in apparenza, enorme nella sostanza) è quella che i media italiani continuano sistematicamente a trascurare.
Il dato dell’ILO: vero, ma amputato
Il numero-chiave citato dall’articolo di TGcom24 (e rimbalzato su Sky TG24, ANSA, RaiNews e mezza Italia) è questo: il 25% dell’occupazione globale rientra in professioni potenzialmente esposte all’intelligenza artificiale, con percentuali ancora più alte nei paesi ad alto reddito (34%). Il dato è reale. Viene dal report Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure, pubblicato il 20 maggio 2026 dall’ILO (International Labour Organization) in collaborazione con NASK, l’istituto di ricerca polacco.
Il problema è quello che arriva subito dopo nel pezzo di TGcom24, dove il dato viene tradotto così:
“In sostanza, secondo questi dati, un lavoratore su quattro potrebbe essere sostituito da una macchina nei prossimi anni.”
Questo è sbagliato. Non per mia opinione: perché il report ILO dice esattamente il contrario. Nella nota stampa ufficiale, gli autori scrivono in modo inequivocabile:
“transformation, not replacement, is the most likely outcome” — ILO, maggio 2026
E ancora:
“Full job automation, however, remains limited, since many tasks, though done more efficiently, continue to require human involvement.”
Traduzione: l’automazione completa dei lavori rimane limitata. Perché la maggior parte dei lavori non è fatta di un solo compito, ma di decine di mansioni diverse, molte delle quali l’AI può supportare ma non eseguire in autonomia. L’ILO distingue esplicitamente tra lavori ad alto rischio di automazione completa (appena il 2,3-3,3% del totale, secondo lo stesso report) e lavori esposti alla trasformazione, ovvero quelli dove alcune mansioni cambieranno forma. Quel 25% appartiene alla seconda categoria, non alla prima.
“Esposto” non vuol dire “destinato a sparire”. Significa che il lavoro cambierà. E questa è una notizia diversa — meno catastrofica, ma che richiede comunque una risposta seria in termini di formazione e politiche del lavoro.
I 425.000 licenziati: una cifra vera o un’illusione statistica?
L’altra grande affermazione dell’articolo è quella sui quasi mezzo milione di posti di lavoro persi. Il numero (425.000 nel mondo, di cui 142.000 in Europa negli ultimi tre anni) viene attribuito al sito ailayoffs.live, definito genericamente come un “tracker globale”. Questa fonte viene poi ripresa acriticamente da TGcom24, Sky TG24, ANSA, RaiNews e altri.
Il problema è che ailayoffs.live è un sito privato, non peer-reviewed, non istituzionale, che aggrega dati con metodologie non trasparenti e include i licenziamenti “direttamente o indirettamente riconducibili all’AI” — una categoria talmente vaga da poter includere praticamente qualsiasi taglio in un’azienda tech.
Confrontiamo con Challenger, Gray & Christmas, la società di outplacement americana che dal 1993 pubblica ogni mese il rapporto più autorevole sui licenziamenti negli USA, quello citato anche dalla Federal Reserve:
“In 2025, companies referenced AI for 54,836 announced layoff plans, 5% of total cuts during the year. Since 2023, when this reason was first tracked, AI has now been cited in 99,470 job cut announcements, 3.5% of all layoff plans.” — Challenger, Gray & Christmas, marzo 2026
Circa 100.000 licenziamenti negli USA negli ultimi tre anni in cui l’azienda ha esplicitamente citato l’AI come causa. Non 425.000. Non nel mondo intero, ma negli USA, che rappresentano il mercato del lavoro più colpito dal fenomeno. Il dato di ailayoffs.live è probabilmente gonfiato da categorizzazioni approssimative e non verificabili.
Attenzione: il trend c’è ed è in crescita. Nello stesso report di Challenger, nel solo mese di marzo 2026, l’AI è stata citata come causa del 25% di tutti i licenziamenti annunciati negli USA. Questo fa capire che il fenomeno sta accelerando. Ma un conto è dire “il problema è reale e crescente”, un conto è pubblicare cifre da un tracker non validato come se fossero dati ufficiali.
Il caso InvestCloud di Marghera: l’AI come alibi, alias “AI washing”?

L’articolo cita anche il caso più famoso degli ultimi mesi in Italia: InvestCloud Italy di Marghera, la multinazionale americana che il 9 marzo 2026 ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per tutti i suoi 37 dipendenti veneziani, citando espressamente un “nuovo modello organizzativo basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale”.
La notizia ha fatto il giro d’Italia come il primo vero caso italiano di “licenziamento per colpa dell’AI”. Peccato che la storia non sia così lineare.
L’assessore regionale veneto Massimo Bitonci ha subito corretto il tiro:
“nel caso specifico la chiusura non sarebbe imputabile all’AI in senso stretto, ma a una delocalizzazione in India dentro una ristrutturazione più ampia del gruppo, che coinvolgerebbe 150 lavoratori e sedi in Gran Bretagna, Singapore e Stati Uniti.” — AI4Business, marzo 2026
In pratica, InvestCloud ha spostato le attività in India (costi del lavoro enormemente più bassi) e ha usato l’AI come motivazione strategica nella comunicazione pubblica. L’AI è stata un fattore abilitante — ha permesso di standardizzare la piattaforma eliminando le personalizzazioni locali — ma la vera molla è stata una classica delocalizzazione in un paese a basso costo del lavoro. Non è la prima volta che si usa la tecnologia come paravento per decisioni di business molto più prosaiche.
Le aziende licenziano per il futuro dell’AI, non per il presente
C’è un’altra verità scomoda che i media italiani faticano a raccontare, e che la Harvard Business Review ha documentato in un report di gennaio 2026 basato su 1.006 dirigenti globali intervistati:
“Quello che abbiamo scoperto è che l’IA è responsabile di almeno alcuni licenziamenti, ma che questi sono quasi completamente anticipatori dell’impatto dell’IA. In altre parole, la perdita di posti di lavoro e il rallentamento delle assunzioni sono reali, anche se le aziende stanno ancora aspettando che l’IA generativa mantenga le sue promesse.” — HBR Italia, febbraio 2026
I dati del sondaggio HBR sono illuminanti:
- 39% delle aziende ha già fatto riduzioni del personale in previsione di un futuro utilizzo dell’AI
- 21% ha fatto tagli consistenti, sempre in modo anticipatorio
- Solo il 2% ha effettuato riduzioni basate sull’effettiva implementazione dell’AI
Il paradosso è questo: le aziende tagliano personale perché credono che l’AI le renderà più efficienti, non perché lo abbia già fatto. E uno studio del MIT del 2024, citato da Fortune Italia, ha scoperto che l’automazione con l’AI sarebbe economicamente conveniente solo nel 23% dei ruoli dove la componente visiva è predominante. Nel restante 77% dei casi, pagare un lavoratore umano costa ancora meno.
Come ha detto Bryan Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato in Nvidia: “Per il mio team, il costo del calcolo è di gran lunga superiore a quello dei dipendenti.”
Cosa c’è di vero, quindi?
Non voglio essere il solito “sfatatore” che nega tutto per sembrare originale. Il problema è reale. Ecco cosa possiamo dire con certezza:
✅ Vero: Il 25% dei lavori globali è esposto all’AI (ILO, maggio 2026) ✅ Vero: I licenziamenti in cui viene citata l’AI sono in crescita (Challenger, Gray & Christmas) ✅ Vero: Le professioni più a rischio includono lavori d’ufficio ripetitivi, call center, attività amministrative ✅ Vero: La trasformazione del mercato del lavoro legata all’AI è già in corso ✅ Vero: In Italia sono stati approvati decreti attuativi che vietano l’uso dell’AI per decisioni automatiche su assunzioni e licenziamenti (Sky TG24, giugno 2026)
❌ Falso/Impreciso: “Un lavoratore su quattro sarà sostituito” (l’ILO dice “trasformato”) ❌ Fonte dubbia: I 425.000 licenziati globali (dato da tracker privato non verificato) ❌ Semplificato: Il caso InvestCloud come “licenziamento da AI” (era anche, e soprattutto, delocalizzazione) ❌ Gonfiato: Il framing catastrofico senza citare i dati sull’effettiva convenienza economica dell’automazione
Il punto che conta davvero
C’è un dato che invece non ho visto citato da quasi nessuno, pur essendo nell’articolo di Sky TG24: in Italia nel 2025 gli annunci di lavoro che richiedono competenze AI sono cresciuti del 93% (Politecnico di Milano). E il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, il 50% in più rispetto al 2024.
Questa è la notizia vera. Non “il robot ti ruba il posto”. Ma: chi sa usare l’AI trova lavoro, chi non la conosce rischia di perdere terreno. La distinzione non è tra umani e macchine, è tra persone che sanno governare gli strumenti e persone che li subiscono.
L’AI non è il mostro che divora i lavoratori. È uno strumento potentissimo che sta cambiando le regole del gioco. E come tutte le rivoluzioni tecnologiche — dall’elettricità a internet — non distruggerà i lavori esistenti tutti in una volta, ma cambierà profondamente quelli che rimarranno.
La vera domanda non è “perderò il lavoro?” ma “sto imparando a fare il mio lavoro in modo diverso?“










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