Tag Archivio per: social media

Un neurologo apre LinkedIn e vede di tutto: colleghi che pubblicano articoli scientifici, cliniche che raccontano nuovi servizi, aziende farmaceutiche che commentano congressi, pazienti che cercano informazioni affidabili su emicrania, Parkinson, Alzheimer, epilessia, sclerosi multipla.
Poi arriva la domanda: “Dovrei esserci anch’io?”.
La risposta è: sì, ma non come ci starebbe un influencer. LinkedIn può diventare per un neurologo uno spazio di reputazione professionale, educazione sanitaria, networking scientifico e dialogo con altri specialisti. L’intelligenza artificiale può aiutare a scrivere meglio, organizzare le idee e mantenere costanza. Ma non può sostituire competenza clinica, prudenza deontologica e responsabilità comunicativa. Il punto è tutto qui: usare l’AI non per sembrare più brillanti, ma per essere più chiari.

Come può usare LinkedIn un neurologo con l’AI?

Un neurologo può usare LinkedIn per spiegare temi neurologici in modo accessibile, condividere aggiornamenti scientifici, raccontare attività congressuali, valorizzare il proprio percorso professionale e costruire relazioni con medici, strutture sanitarie, associazioni e aziende del settore. L’AI può supportare la preparazione di post, rubriche editoriali, sintesi di articoli, calendari contenuti e revisioni linguistiche. Il medico, però, deve sempre verificare le informazioni, evitare promesse terapeutiche, proteggere la privacy dei pazienti e rispettare le regole della comunicazione sanitaria.

Perché LinkedIn conta anche per i neurologi

Per anni molti medici hanno considerato LinkedIn un social “da manager”. Curriculum, offerte di lavoro, qualche post motivazionale con tramonto allegato. Fine. Oggi non è più così. LinkedIn è diventato anche un luogo dove circolano contenuti specialistici, aggiornamenti professionali, discussioni su sanità, ricerca, tecnologia, formazione e innovazione. Per un neurologo, questo significa poter parlare a pubblici diversi:

  • altri neurologi;
  • medici di medicina generale;
  • fisiatri, psichiatri, geriatri, psicologi e altri professionisti sanitari;
  • strutture sanitarie private e pubbliche;
  • associazioni di pazienti;
  • giornalisti scientifici;
  • studenti e specializzandi;
  • aziende farmaceutiche, medtech e digital health;
  • organizzatori di eventi, convegni e corsi ECM.

Non tutti questi pubblici cercano la stessa cosa. Il collega vuole capire se dici cose solide. Il paziente cerca orientamento, non diagnosi via commento. Il giornalista cerca una fonte competente. La struttura sanitaria cerca autorevolezza. Lo specializzando cerca un modello professionale. LinkedIn funziona quando il neurologo sa distinguere questi piani.

Che cos’è davvero LinkedIn per un medico specialista

LinkedIn, per un neurologo, non è il posto dove “vendere visite”. è il posto dove rendere visibile un metodo. Il profilo non dovrebbe limitarsi a dire: “Neurologo, esperto in cefalee, Parkinson e disturbi cognitivi”. Dovrebbe aiutare chi legge a capire:

  • di cosa ti occupi davvero;
  • con quali pazienti o patologie lavori più spesso;
  • quali attività scientifiche, cliniche o formative segui;
  • quale approccio hai alla comunicazione medico-paziente;
  • quali temi sai spiegare con rigore e chiarezza;
  • dove lavori e con quali ruoli;
  • per quali argomenti puoi essere una fonte credibile.

In questo senso, LinkedIn non è solo personal branding. Per un medico, il personal branding serio è reputazione professionale resa comprensibile. E qui l’AI può dare una mano enorme: non inventando competenze, ma aiutando a tradurle in contenuti leggibili.

Perché se ne parla adesso: AI, sanità e comunicazione professionale

L’intelligenza artificiale generativa ha abbassato la soglia d’ingresso della scrittura professionale. Oggi strumenti come ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot o gli stessi strumenti AI integrati in LinkedIn possono produrre bozze, titoli, scalette, sintesi e piani editoriali in pochi secondi. LinkedIn dichiara, nelle proprie pagine di supporto, che i suoi strumenti AI possono aiutare a migliorare sezioni del profilo come headline, About ed esperienza, e a trasformare idee in bozze di post. LinkedIn ricorda anche che l’utente mantiene il controllo finale e dovrebbe pubblicare su temi di cui ha esperienza o conoscenza diretta. Questo è particolarmente importante per un medico. Perché in neurologia le parole pesano. “Possibile”, “probabile”, “diagnosi”, “terapia”, “prevenzione”, “rischio”, “sintomo”, “evidenza” non sono parole decorative. Sono parole che possono orientare decisioni, ansie, aspettative. In più, la comunicazione sanitaria in Italia ha regole precise. Il Codice di Deontologia Medica e le linee guida FNOMCeO sulla pubblicità dell’informazione sanitaria richiamano principi di correttezza, verità, trasparenza e non ingannevolezza. La presenza sui social non sospende queste regole: le rende più visibili. Fonti utili:

Il profilo LinkedIn del neurologo: cosa ottimizzare con l’AI

Prima ancora dei post, c’è il profilo. Molti professionisti pubblicano contenuti per mesi, ma hanno un profilo che sembra scritto nel 2012 durante una pausa caffè. Per un neurologo, il profilo dovrebbe rispondere a tre domande:

  • Chi sei professionalmente?
  • Di quali problemi neurologici ti occupi?
  • Perché dovrei considerarti una fonte autorevole?

1. La headline: non solo il titolo professionale

La headline è la riga sotto il nome. Non deve diventare uno slogan pubblicitario. Deve essere chiara. Esempio debole: Neurologo Esempio migliore: Neurologo | Cefalee, disturbi del movimento e declino cognitivo | Attività clinica, ricerca e divulgazione sanitaria Esempio ancora più specifico, se vero: Neurologo ospedaliero | Parkinson, tremori e disturbi del movimento | Educazione sanitaria e aggiornamento scientifico Prompt utile:

Agisci come consulente di comunicazione sanitaria. Aiutami a scrivere 10 versioni di headline LinkedIn per un neurologo. Devono essere sobrie, deontologicamente prudenti, non promozionali, chiare per colleghi e pazienti. Usa queste informazioni: [ruolo], [ambito clinico], [struttura], [attività scientifica], [temi divulgativi].

2. La sezione Informazioni: autorevolezza senza effetto brochure

La sezione “Informazioni” non deve essere un elenco di titoli. E nemmeno un volantino. Una buona struttura può essere:

  • apertura chiara: chi sei e di cosa ti occupi;
  • ambiti clinici principali;
  • attività scientifica, didattica o congressuale;
  • approccio alla comunicazione;
  • indicazioni pratiche: struttura, città, ambiti di collaborazione;
  • nota prudente: le informazioni online non sostituiscono la visita medica.

Prompt utile:

Scrivi una bozza per la sezione Informazioni di LinkedIn di un neurologo. Tono: professionale, chiaro, umano, non pubblicitario. Evita promesse di guarigione, claim sensazionalistici e linguaggio da marketing aggressivo. Inserisci una frase finale che ricordi che i contenuti pubblicati hanno finalità informative e non sostituiscono una valutazione medica.

3. Esperienze: spiegare ruoli e responsabilità

Spesso le esperienze LinkedIn dei medici sono troppo sintetiche: “Neurologo presso…” Meglio aggiungere contesto, senza violare privacy o esagerare:

  • ambiti clinici seguiti;
  • attività ambulatoriale o ospedaliera;
  • partecipazione a team multidisciplinari;
  • didattica;
  • ricerca;
  • congressi;
  • progetti di educazione sanitaria.

L’AI può aiutare a trasformare un curriculum tecnico in una descrizione leggibile. Ma deve partire da dati reali.

Cosa pubblicare su LinkedIn: 12 idee per neurologi

Il blocco più comune è: “Non so cosa scrivere”. In realtà un neurologo ha moltissimo materiale. Il problema è trasformarlo in contenuti adatti a LinkedIn, senza banalizzare e senza fare consulenza medica individuale nei commenti.

1. Educazione sanitaria sui sintomi

Esempi:

  • quando un mal di testa merita attenzione medica;
  • differenza tra emicrania e cefalea tensiva;
  • segnali da non ignorare in caso di disturbi neurologici improvvisi;
  • perché formicolii e vertigini non hanno sempre la stessa causa.

Attenzione: il post deve informare, non diagnosticare. Formula: “Quando si parla di [sintomo], la cosa più importante è non trasformare Google in un ambulatorio. Ci sono situazioni banali, ma anche segnali che meritano una valutazione…”

2. Miti da smontare

La neurologia è piena di falsi miti:

  • “L’emicrania è solo stress”;
  • “Il Parkinson è sempre tremore”;
  • “La memoria peggiora sempre e comunque con l’età”;
  • “Se la risonanza è normale, allora il problema non esiste”;
  • “Dormire poco è solo una questione di abitudine”.

Questi contenuti funzionano perché partono da convinzioni diffuse e le correggono con equilibrio.

3. Commenti a studi scientifici

Un neurologo può commentare uno studio appena pubblicato, ma deve evitare due errori:

  • fare copia-incolla dell’abstract;
  • annunciare “rivoluzioni” ogni martedì mattina.

Schema utile:

  • cosa ha studiato la ricerca;
  • su quale popolazione;
  • qual è il risultato principale;
  • quali sono i limiti;
  • cosa cambia, se cambia qualcosa, nella pratica;
  • cosa non bisogna concludere.

Prompt:

Riassumi questo studio in italiano per un post LinkedIn destinato a medici e professionisti sanitari. Mantieni prudenza scientifica. Dividi il testo in: contesto, risultato, limiti, implicazioni pratiche. Non usare toni sensazionalistici.

4. Racconti congressuali

Congressi come SIN, EAN, AAN o incontri ECM sono occasioni perfette per contenuti professionali. Un post può raccontare:

  • una sessione interessante;
  • un tema emergente;
  • una domanda aperta;
  • una collaborazione;
  • una riflessione su formazione e pratica clinica.

Non serve scrivere: “Grande successo, sala piena, emozione indescrivibile”. Meglio: “Dal congresso porto a casa una domanda: come possiamo rendere più precoce il riconoscimento di alcuni disturbi neurologici senza creare allarmismo?”

5. Dietro le quinte della professione

Senza parlare di casi identificabili, un neurologo può spiegare come ragiona uno specialista. Esempi:

  • perché l’anamnesi è spesso decisiva;
  • perché un diario dell’emicrania aiuta;
  • che ruolo ha il caregiver nei disturbi cognitivi;
  • perché alcune diagnosi richiedono tempo;
  • cosa significa lavorare in equipe.

Questo tipo di post aumenta fiducia, perché mostra metodo.

6. Collaborazione multidisciplinare

La neurologia dialoga con molte aree:

  • medicina generale;
  • neuropsicologia;
  • fisioterapia;
  • logopedia;
  • psichiatria;
  • geriatria;
  • medicina del sonno;
  • riabilitazione;
  • nutrizione clinica, quando pertinente;
  • tecnologia e dispositivi medici.

LinkedIn è ottimo per valorizzare questa rete professionale.

7. Prevenzione e stili di vita, con prudenza

Si possono pubblicare contenuti su sonno, movimento, gestione dello stress, aderenza terapeutica, fattori di rischio vascolare. Ma attenzione al tono: non tutto si risolve con “5 abitudini per salvare il cervello”. La salute neurologica è complessa. La semplificazione serve a capire, non a vendere scorciatoie.

8. Risposte a domande frequenti

Esempi:

  • “Quando fare una visita neurologica?”;
  • “A cosa serve l’elettromiografia?”;
  • “Che differenza c’è tra TAC e risonanza magnetica?”;
  • “Che cosa fa il neurologo nella prima visita?”;
  • “Quando i disturbi di memoria meritano approfondimento?”.

Questi contenuti sono utili anche per la SEO personale: spesso le persone cercano risposte semplici prima di capire a quale specialista rivolgersi.

9. Commenti su AI e neurologia

Tema delicatissimo e interessante. Un neurologo può spiegare, con prudenza:

  • come l’AI viene studiata nel supporto alla diagnostica;
  • perché un algoritmo non sostituisce il medico;
  • quali sono i rischi di bias nei dati;
  • come l’AI può aiutare nella letteratura scientifica;
  • perché ChatGPT non è un medico.

10. Educazione per caregiver

Molti familiari cercano indicazioni su decadimento cognitivo, Parkinson, ictus, epilessia o sclerosi multipla. LinkedIn non è Facebook, ma i caregiver sono anche professionisti, manager, colleghi, persone che lavorano. Parlare bene a loro significa fare comunicazione sanitaria utile.

11. Orientamento per giovani medici

Post su specializzazione, studio, ricerca, rapporto con i pazienti, congressi e metodo clinico possono interessare studenti e specializzandi. Esempio: “Tre cose che avrei voluto capire prima sulla neurologia clinica…”

12. Aggiornamenti sulla propria attività

Si può parlare di un nuovo incarico, un corso, una pubblicazione, una docenza, un progetto. Ma il criterio dovrebbe essere: che cosa impara chi legge? Non: “Sono felice di annunciare…” Sempre e comunque. Meglio: “In questo nuovo progetto lavoreremo su un tema che riguarda molti pazienti: rendere più comprensibile il percorso diagnostico…”

Come usare l’AI per scrivere post LinkedIn senza sembrare scritti dall’AI

Il problema dei contenuti AI non è che sono artificiali. è che spesso sono vuoti. Frasi come: “In un mondo in continua evoluzione, la neurologia sta affrontando nuove sfide…” Non dicono nulla. Potrebbero aprire un post sulla neurologia, sulla logistica, sulle piastrelle o sulle zucchine. E infatti l’algoritmo grammaticale ringrazia, il lettore un po’ meno. L’AI va usata come assistente di redazione, non come sostituto del pensiero.

Metodo in 5 passaggi

1. Parti da un’esperienza o da una domanda reale

Esempi:

  • una domanda frequente dei pazienti;
  • un tema emerso in congresso;
  • un articolo scientifico letto;
  • un dubbio ricorrente dei caregiver;
  • una confusione vista sui media.

2. Dai all’AI contesto specifico

Prompt debole:

Scrivi un post LinkedIn sull'emicrania.

Prompt migliore:

Scrivi una bozza di post LinkedIn per un neurologo. Tema: l'emicrania non è "solo mal di testa". Pubblico: professionisti sanitari, pazienti informati e caregiver. Obiettivo: spiegare in modo divulgativo che l'emicrania è una patologia neurologica complessa, senza fare diagnosi online e senza promettere cure. Tono: chiaro, sobrio, empatico. Lunghezza: 1.500 caratteri. Inserisci una frase finale che inviti a rivolgersi al medico in caso di sintomi persistenti o invalidanti.

3. Chiedi una struttura, non un post definitivo

Meglio farsi aiutare con:

  • 5 angoli possibili;
  • 3 versioni di apertura;
  • una scaletta;
  • un elenco di esempi;
  • una versione più breve;
  • una versione più tecnica;
  • una versione per pazienti.

4. Inserisci la tua voce

La parte più importante deve venire dal medico:

  • un esempio clinico non identificabile;
  • una precisazione;
  • un limite;
  • una frase che nasce dall’esperienza;
  • una cautela;
  • una fonte.

L’AI può lucidare il testo. Non può dare credibilità a un contenuto generico.

5. Controlla sempre privacy, dati e tono

Prima di pubblicare, chiediti:

  • Il contenuto potrebbe far riconoscere un paziente?
  • Sto dando l’impressione di fare una diagnosi a distanza?
  • Sto promettendo risultati?
  • Sto semplificando troppo una questione clinica?
  • La fonte scientifica è solida?
  • Il tono è informativo o promozionale?
  • Un collega potrebbe considerarlo corretto?

Esempio di post LinkedIn per un neurologo

Tema: emicrania.

L'emicrania non è "un normale mal di testa un po' più forte".





È una patologia neurologica che può incidere in modo importante sulla vita quotidiana, sul lavoro, sul sonno, sulle relazioni e sulla capacità di concentrarsi.





Uno degli errori più comuni è valutarla solo in base all'intensità del dolore. In realtà contano anche frequenza, durata, sintomi associati, fattori scatenanti, risposta ai farmaci e impatto sulla vita della persona.





Per questo il diario della cefalea può essere molto utile: aiuta a raccogliere informazioni che, durante la visita, permettono di ragionare con più precisione.





Attenzione però: un post non può sostituire una valutazione medica. Se il mal di testa cambia caratteristiche, diventa improvviso e molto intenso, compare con sintomi neurologici o limita in modo significativo la vita quotidiana, è importante parlarne con il medico.





La buona informazione non serve a fare autodiagnosi. Serve a fare domande migliori.

Piano editoriale LinkedIn per neurologi: una settimana tipo

Per non dipendere dall’ispirazione, serve una routine. Non un piano editoriale da agenzia con 47 colonne colorate. Basta una struttura semplice.

Lunedì: educazione sanitaria

Esempio: “Quando un formicolio deve preoccupare?” Obiettivo: chiarire, senza creare allarme.

Martedì: ricerca o aggiornamento scientifico

Esempio: “Cosa ci dice questo studio sui disturbi del sonno e salute cognitiva?” Obiettivo: mostrare aggiornamento e metodo.

Mercoledì: vita professionale

Esempio: “Perché l’anamnesi resta centrale anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale” Obiettivo: raccontare il ragionamento clinico.

Giovedì: domanda frequente

Esempio: “Che differenza c’è tra visita neurologica ed esame strumentale?” Obiettivo: ridurre confusione.

Venerdì: rete professionale

Esempio: “Neurologo e fisioterapista: quando la collaborazione fa la differenza” Obiettivo: valorizzare il lavoro multidisciplinare. Due o tre post a settimana possono bastare. La costanza conta più della quantità.

Prompt pronti per neurologi

Prompt per trovare idee

Agisci come editor LinkedIn per un neurologo. Genera 30 idee di post divulgativi e professionali su neurologia, suddivise in: cefalee, disturbi del movimento, disturbi cognitivi, epilessia, sonno, prevenzione, caregiver, ricerca scientifica. Per ogni idea indica pubblico, messaggio principale e livello di rischio comunicativo.

Prompt per trasformare uno studio in post

Ti fornisco abstract e dati principali di uno studio scientifico. Aiutami a trasformarli in un post LinkedIn per un pubblico di medici e professionisti sanitari. Mantieni accuratezza, segnala i limiti, evita titoli sensazionalistici, non aggiungere conclusioni non presenti nello studio. Chiudi con una domanda professionale per stimolare confronto.

Prompt per semplificare un concetto

Spiega questo concetto neurologico a un pubblico non specialista, senza banalizzarlo. Usa frasi brevi, esempi concreti e una metafora semplice. Evita consigli terapeutici personalizzati. Concetto: [inserire concetto].

Prompt per controllare un post prima della pubblicazione

Revisiona questo post LinkedIn scritto da un neurologo. Controlla: chiarezza, tono, rischio di promessa terapeutica, rischio di diagnosi online, privacy, possibili affermazioni non verificabili, linguaggio troppo promozionale. Suggerisci una versione più prudente e professionale.

Prompt per creare una rubrica

Crea 5 rubriche LinkedIn ricorrenti per un neurologo che vuole fare divulgazione seria. Per ogni rubrica indica: titolo, obiettivo, pubblico, esempio di post, frequenza consigliata, rischi da evitare.

LinkedIn e pazienti: dove mettere il confine

Questo è il punto più delicato. Un medico può fare divulgazione online. Può spiegare, orientare, educare. Ma LinkedIn non è un ambulatorio, un pronto soccorso, una cartella clinica o una chat privata. Alcune regole pratiche:

  • non discutere casi clinici riconoscibili;
  • non chiedere dati sanitari nei commenti;
  • non rispondere con ipotesi diagnostiche personalizzate;
  • non suggerire modifiche terapeutiche;
  • non pubblicare immagini, referti o dettagli che possano identificare una persona;
  • non trasformare testimonianze di pazienti in materiale promozionale;
  • non enfatizzare tecniche, dispositivi o trattamenti come se fossero soluzioni garantite;
  • non commentare pubblicamente colleghi o percorsi terapeutici di altri medici.

Una frase utile da usare spesso: “Queste informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono una valutazione medica individuale”. Non risolve tutto, ma aiuta a definire il perimetro.

Gli errori più comuni dei medici su LinkedIn

1. Usare LinkedIn solo come curriculum

Il profilo dice dove lavori, ma non fa capire come pensi. Un buon profilo medico deve aiutare a comprendere competenze, interessi e affidabilità.

2. Pubblicare solo congratulazioni

“Felice di aver partecipato”, “onorato di essere stato invitato”, “grande successo”. Ogni tanto va bene. Sempre, diventa rumore.

3. Scrivere troppo tecnico

Se il post sembra un abstract, lo leggeranno in pochi. Se sembra un post motivazionale generico, non serve. Il punto è stare nel mezzo: chiaro, ma rigoroso.

4. Fare promesse implicite

Frasi come “nuova terapia rivoluzionaria”, “risultati straordinari”, “soluzione definitiva” sono rischiose. In sanità la prudenza non è timidezza: è responsabilità.

5. Delegare tutto all’AI

L’AI tende a produrre testi lisci, ordinati e spesso indistinguibili. Per un medico, questo è un problema: la credibilità nasce da esperienza, precisione e giudizio.

6. Confondere divulgazione e consulenza

Un contenuto pubblico può spiegare segnali, percorsi e criteri generali. Non deve decidere cosa deve fare una persona specifica con sintomi specifici.

AI e neurologia: tema editoriale fortissimo, ma da trattare bene

Un neurologo che parla di AI su LinkedIn può diventare una voce molto interessante. Ma il tema va affrontato senza entusiasmo cieco e senza rifiuto pregiudiziale. Alcuni angoli editoriali:

  • AI come supporto alla lettura della letteratura scientifica;
  • AI e imaging neurologico;
  • AI nella riabilitazione;
  • chatbot e informazione sanitaria;
  • rischi di autodiagnosi;
  • bias nei dataset clinici;
  • privacy dei dati sanitari;
  • rapporto tra medico, paziente e algoritmo;
  • formazione dei futuri medici.

Una buona posizione è: “L’AI può aiutare il lavoro clinico e scientifico, ma non cancella il bisogno di anamnesi, esame obiettivo, relazione, responsabilità e giudizio medico”. Questa frase, detta in modi diversi, potrebbe reggere una rubrica intera.

Come misurare se LinkedIn sta funzionando

Per un neurologo, le metriche non dovrebbero essere solo like e follower. Anzi: se l’obiettivo è autorevolezza, le metriche migliori sono spesso qualitative. Da osservare:

  • richieste di collegamento da colleghi pertinenti;
  • inviti a eventi, webinar, congressi o interviste;
  • commenti di qualità da professionisti sanitari;
  • messaggi da strutture o associazioni;
  • crescita delle visualizzazioni del profilo;
  • salvataggi e condivisioni;
  • domande ricorrenti che indicano interesse reale;
  • maggiore riconoscibilità su temi specifici.

Domanda utile ogni mese: “Per quali tre temi voglio essere riconosciuto?” Se i contenuti non aiutano a rispondere, il piano editoriale va corretto.

Checklist prima di pubblicare

Prima di premere “Pubblica”, un neurologo dovrebbe passare da questa lista:

  • Il contenuto è accurato?
  • Ho verificato la fonte scientifica?
  • Ho distinto fatti, opinioni e ipotesi?
  • Ho evitato promesse terapeutiche?
  • Ho protetto la privacy dei pazienti?
  • Ho evitato diagnosi o consigli personalizzati?
  • Il tono è sobrio?
  • Il testo è comprensibile anche a un non specialista?
  • Ho aggiunto valore o sto solo riempiendo il feed?
  • L’AI ha migliorato il testo o lo ha reso più generico?

Se la risposta all’ultima domanda è “più generico”, conviene riscrivere.

Da dove iniziare: piano in 30 giorni

Prima settimana: profilo

Aggiorna:

  • foto professionale;
  • headline;
  • sezione Informazioni;
  • esperienze principali;
  • competenze;
  • link a pubblicazioni, struttura o pagine ufficiali;
  • eventuali contenuti in evidenza.

Seconda settimana: pilastri editoriali

Scegli 3-4 temi:

  • cefalee;
  • disturbi cognitivi;
  • Parkinson e disturbi del movimento;
  • sonno;
  • caregiver;
  • AI e neurologia;
  • prevenzione neurologica;
  • formazione medica.

Terza settimana: prime bozze

Prepara 6 post:

  • 2 educativi;
  • 1 commento scientifico;
  • 1 FAQ;
  • 1 riflessione professionale;
  • 1 contenuto su AI o innovazione.

Usa l’AI per scaletta e revisione. Non per inventare.

Quarta settimana: pubblicazione e ascolto

Pubblica 2 o 3 contenuti. Osserva:

  • chi commenta;
  • quali domande arrivano;
  • quali temi generano conversazioni utili;
  • quali post vengono salvati o condivisi.

Poi correggi il piano. LinkedIn non è un monologo: è un laboratorio di reputazione professionale.

In sintesi

LinkedIn può essere molto utile per un neurologo, se viene usato come spazio di autorevolezza e non come megafono promozionale. L’AI può aiutare a scrivere meglio, trovare idee, semplificare concetti, organizzare rubriche e controllare il tono. Ma non deve sostituire la competenza del medico. Anzi, la sua utilità cresce proprio quando il medico la guida con esperienza, fonti, prudenza e senso del limite. La regola pratica è semplice: l’AI può preparare una bozza. Il neurologo deve metterci cervello, responsabilità e firma professionale. E su un tema come la neurologia, direi che il cervello resta un dettaglio abbastanza importante.

FAQ

Un neurologo dovrebbe usare LinkedIn?

Sì, se vuole costruire una presenza professionale autorevole, fare divulgazione sanitaria, dialogare con colleghi e rendere più comprensibili i propri ambiti di competenza. LinkedIn non sostituisce sito, ambulatorio o pubblicazioni scientifiche, ma può rafforzare reputazione e relazioni.

L’AI può scrivere i post LinkedIn di un medico?

L’AI può aiutare a preparare bozze, titoli, scalette e revisioni. Il medico deve però controllare accuratezza, fonti, tono, privacy e rispetto delle regole deontologiche. Delegare completamente la comunicazione all’AI è rischioso.

Quali contenuti può pubblicare un neurologo su LinkedIn?

Può pubblicare contenuti educativi su sintomi e percorsi diagnostici, commenti a studi scientifici, riflessioni congressuali, spiegazioni per caregiver, aggiornamenti professionali e post su AI e neurologia. Deve evitare diagnosi online e promesse terapeutiche.

LinkedIn può portare pazienti a un neurologo?

Può aumentare visibilità e fiducia, ma non dovrebbe essere usato come canale aggressivo di acquisizione pazienti. Per un medico è più corretto pensarlo come strumento di reputazione, informazione e networking professionale.

Quali sono i rischi principali?

I rischi principali sono violare la privacy, semplificare troppo temi clinici, fare promesse implicite, rispondere a casi personali nei commenti, pubblicare contenuti generati dall’AI senza verifica e usare un tono troppo promozionale.

Quante volte dovrebbe pubblicare un neurologo?

Anche 2 o 3 volte a settimana possono bastare, se i contenuti sono utili e coerenti. La costanza conta più della frequenza. Meglio pochi post solidi che molti contenuti generici.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

I meme AI del 2026 sono molto più interessanti di quanto sembrino (ne avevo già parlato qui). A prima vista sono gatti enormi, siti assurdi, squali con le scarpe, battute su ChatGPT e immagini generate male. In realtà sono piccoli sismografi culturali: ci dicono dove l’intelligenza artificiale diverte, dove stanca, dove spaventa e dove diventa semplicemente rumore.

La cosa curiosa è questa: più l’AI entra nel lavoro, nei social, nella scuola e nella comunicazione, più i meme smettono di essere solo meme. Diventano recensioni collettive, spesso più sincere di un report di 80 pagine. Se un prodotto viene trasformato in battuta, significa che è entrato nell’immaginario. Se diventa una battuta cattiva, significa che qualcuno ha iniziato a non sopportarlo più.

Ecco quindi i migliori meme del 2026 sull’intelligenza artificiale, spiegati in italiano, senza fare finta che un gatto obeso da 30 trilioni di parametri sia una normale notizia di settore.

Risposta breve: quali sono i meme AI più importanti del 2026?

I meme AI più rappresentativi del 2026 sono:

  • AI slop, cioè la presa in giro dei contenuti generati dall’AI in massa e di bassa qualità;
  • Your AI Slop Bores Me, il sito in cui gli umani fingono di essere ChatGPT;
  • Le Chaton Fat, il finto supermodello europeo attribuito per scherzo a Mistral;
  • Italian brainrot, il filone di creature assurde generate dall’AI con nomi pseudo-italiani;
  • Great Meme Reset of 2026, la nostalgia dei vecchi meme come reazione al caos dei contenuti AI;
  • workslop e Microslop, battute nate attorno all’uso poco sensato dell’AI nel lavoro e nei prodotti digitali.

Il filo comune è chiaro: nel 2026 non ridiamo più solo dell’AI. Ridiamo del modo in cui l’AI è stata infilata ovunque.

1. AI slop: il meme che ha dato un nome al fastidio

Meme AI Slop Everywhere con Woody e Buzz Lightyear
AI slop everywhere: il meme riassume la sensazione di trovarsi contenuti generati dall’AI dappertutto. Fonte immagine: Imgflip.

Il meme AI slop è probabilmente il più importante per capire il 2026. “Slop” significa, più o meno, sbobba: contenuto prodotto in serie, apparentemente competente, ma povero, generico, senz’anima. L’immagine tipica è quella del formato “X, X everywhere”: apri un social e trovi video sintetici, articoli identici, immagini plasticose, commenti sospetti, tutorial copiati, caroselli che sembrano scritti da un frigorifero motivazionale.

Il punto non è che ogni contenuto creato con l’intelligenza artificiale sia brutto. Sarebbe una sciocchezza. Il punto è che nel 2026 la produzione automatica ha abbassato talmente tanto il costo del contenuto che il web ha iniziato a riempirsi di materiale fatto per occupare spazio, non per dire qualcosa.

Il meme funziona perché nomina un’esperienza quotidiana: quella sensazione di scrollare e pensare “ma questa cosa è stata fatta per me o solo per ingannare l’algoritmo?”. E qui la battuta diventa diagnosi. L’AI slop non è un problema estetico. È un problema di fiducia.

2. Your AI Slop Bores Me: quando gli umani imitano ChatGPT

Your AI Slop Bores Me è uno dei meme più belli del 2026 perché sembra una stupidaggine, ma è quasi filosofia del digitale travestita da sito brutto. Funziona così: tu fai una domanda come se stessi usando ChatGPT, ma a risponderti non è un modello linguistico. Sono persone vere, scelte a caso, che devono “recitare” la parte dell’intelligenza artificiale.

Il risultato è spesso caotico, imperfetto, comico. Cioè umano.

Il successo del sito racconta una stanchezza molto precisa: dopo anni di risposte fluenti, pulite, ordinate e un po’ tutte uguali, molti utenti hanno iniziato a desiderare attrito. Errori veri. Battute involontarie. Personalità. Quel disordine che nessun modello dovrebbe produrre, ma che spesso rende Internet interessante.

La battuta è semplice: siamo arrivati al punto in cui l’umano diventa l’alternativa artigianale al chatbot. Prima volevamo che le macchine sembrassero persone. Ora, ogni tanto, ci basta una persona che non sembri una macchina.

3. Le Chaton Fat: il gatto gigante che prende in giro la corsa ai modelli

Le Chaton Fat meme con enorme gatto generato dall'intelligenza artificiale
Le Chaton Fat: il finto modello AI europeo diventato meme tra sviluppatori, founder e appassionati di AI. Fonte: Business Insider Africa.

Le Chaton Fat è il meme perfetto per chi segue l’AI da vicino e ha ormai sviluppato una sana allergia ai benchmark. Il meme immagina un modello inesistente, attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral, con parametri esagerati, prestazioni miracolose e un’identità felina francese piuttosto ingombrante.

La battuta nasce dal linguaggio tipico delle aziende AI: modelli sempre più grandi, classifiche sempre più aggressive, nomi sempre più epici, promesse sempre più solenni. A un certo punto Internet ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso la retorica del settore e l’ha trasformata in un gatto enorme.

Perché funziona? Perché sotto la gag c’è una domanda seria: che cosa stiamo davvero misurando quando confrontiamo modelli AI? La qualità? La potenza? L’indipendenza tecnologica? Il marketing? O la capacità di produrre una slide in cui una barra è più lunga di un’altra?

Le Chaton Fat non esiste. Proprio per questo è riuscito a dire qualcosa di molto reale sulla fame di “prossimo grande modello”.

4. Italian brainrot: il caos generato dall’AI parla pseudo-italiano

Personaggi Italian brainrot generati dall'intelligenza artificiale
Italian brainrot: creature ibride, nomi pseudo-italiani e audio assurdi. Fonte: Wikimedia Commons.

Lo Italian brainrot è nato prima del 2026, ma nel 2026 è diventato qualcosa di più grande di un tormentone: un linguaggio. Squali con scarpe, ballerine con testa da cappuccino, animali-oggetto, nomi che sembrano usciti da una pizzeria gestita da un traduttore automatico ubriaco.

Il meccanismo è chiarissimo: immagini generate dall’AI, narrazioni sintetiche, suoni ripetuti, estetica assurda, condivisione velocissima. Non bisogna “capirlo” nel senso tradizionale. Bisogna subirlo per tre secondi, ridere per motivi poco difendibili e poi scoprire che un ragazzino lo considera materiale culturale legittimo.

Per chi si occupa di comunicazione, questo meme è interessante per due ragioni. Primo: mostra quanto l’AI generativa sia diventata una fabbrica di mascotte. Secondo: dimostra che la qualità tecnica non è sempre il motore della viralità. A volte vince l’immagine sbagliata, con il nome sbagliato, nel momento giusto.

Naturalmente c’è anche un lato meno innocente: alcuni audio e riferimenti del filone sono controversi. Quindi no, non basta prendere “la cosa che va su TikTok” e metterla in una campagna aziendale. L’assurdo funziona, ma va maneggiato con un minimo di cultura. Anche perché il confine tra meme brillante e figuraccia internazionale è sottile, e di solito non manda una notifica prima di essere superato.

5. Ballerina Cappuccina e l’AI che entra nei videogiochi

Nel 2026 alcuni personaggi del mondo brainrot sono arrivati anche dentro ecosistemi più mainstream, videogiochi compresi. Qui il meme cambia stato: da contenuto effimero diventa asset, skin, merchandising, oggetto da vendere.

E questo è un passaggio interessante. Finché un meme resta su TikTok, lo possiamo liquidare come rumore generazionale. Quando entra nei giochi, nei prodotti, nelle figurine, nelle campagne social e nei negozi, diventa economia dell’attenzione.

La domanda per aziende e creator è scomoda: si può usare l’estetica AI-generated senza sembrare disperati? Sì, ma solo se si capisce il codice. Il brainrot non funziona perché è “giovane”. Funziona perché è rapido, assurdo, remixabile e anti-istituzionale. Se lo trasformi in una campagna con approvazione a sette livelli, probabilmente gli togli proprio quello che lo rende vivo.

6. Great Meme Reset: la nostalgia come antivirus dell’AI slop

Il Great Meme Reset of 2026 è il movimento, nato soprattutto su TikTok, che prova a riportare in circolo vecchi meme e vecchie estetiche del web: Nyan Cat, Keyboard Cat, Mannequin Challenge, cultura 2016, immagini meno levigate, meno sintetiche, meno “ottimizzate”.

Non è un meme AI in senso stretto, ma è una reazione all’ambiente generato dall’AI. Quando tutto diventa artificiale, perfetto, scalabile e un po’ appiccicoso, improvvisamente il vecchio web sembra autentico. Anche quando era brutto. Anzi: proprio perché era brutto.

Questa è la parte più divertente: nel 2016 molti meme sembravano già scemi. Nel 2026 sembrano quasi artigianato digitale. Il valore non è la qualità, ma la traccia umana. Un font sbagliato, un montaggio pessimo, una battuta incomprensibile, un’immagine compressa. Tutte cose che prima erano limiti e ora sembrano certificati di origine.

7. Workslop e Microslop: quando l’AI al lavoro produce più lavoro

Il meme workslop è la versione da ufficio dell’AI slop. Indica tutti quei documenti, riassunti, report, email e presentazioni generati con l’AI che sembrano utili finché qualcuno non deve leggerli, correggerli, verificarli e trasformarli in qualcosa di sensato.

E qui la battuta fa male perché è vera. L’AI può aumentare la produttività, certo. Ma se viene usata per scaricare sugli altri output non controllati, il guadagno individuale diventa costo collettivo. Io risparmio dieci minuti, tu perdi mezz’ora a capire cosa volevo dire.

Il cugino più tecnologico è Microslop, battuta nata attorno alla percezione di integrazioni AI troppo invadenti o poco desiderate nei prodotti digitali. Il messaggio è lo stesso: l’AI funziona quando risolve un problema. Quando viene infilata ovunque per dire “anche noi ce l’abbiamo”, diventa meme prima ancora di diventare funzionalità.

Che cosa ci insegnano davvero i meme AI del 2026

I migliori meme AI del 2026 ci dicono almeno cinque cose.

La prima: l’entusiasmo per l’AI non è finito, ma è diventato più maturo. Le persone non ridono dell’intelligenza artificiale perché non la capiscono. Spesso ridono perché la capiscono benissimo.

La seconda: il tema centrale non è più “l’AI sostituirà gli umani?”. La domanda quotidiana è più banale e più concreta: “Perché sto leggendo questa roba?”. In un mondo pieno di contenuti automatici, il valore si sposta sulla cura, sulla verifica, sulla voce, sull’intenzione.

La terza: l’imperfezione torna a essere un segnale positivo. Il web generato in massa è pulito, fluido, coerente. Proprio per questo, a volte, sembra finto anche quando dice cose giuste.

La quarta: i meme sono un ottimo strumento di alfabetizzazione digitale. Spiegano bias, automazione, hype, piattaforme, fiducia e creatività meglio di molte lezioni frontali. Naturalmente vanno tradotti. Non basta mostrare uno squalo con le scarpe e dire “ragazzi, innovazione”.

La quinta: per aziende, scuole e professionisti, questi meme sono un promemoria pratico. Usare l’AI non significa produrre di più a caso. Significa produrre meglio, controllare di più, comunicare con più precisione e capire quando è il caso di lasciare spazio alla voce umana.

Come usare questi meme in un corso o in una conferenza sull’AI

In aula, i meme AI funzionano benissimo se non vengono trattati come riempitivo. Possono diventare un punto di partenza per parlare di contenuti sintetici e qualità dell’informazione, prompt engineering e verifica degli output, copyright, trasparenza e attribuzione, reputazione professionale nell’uso di ChatGPT, cultura digitale di Gen Z e Gen Alpha, rischi dell’automazione nei processi aziendali, differenza tra usare l’AI e delegare il pensiero all’AI.

Il vantaggio è semplice: un meme abbassa la soglia d’ingresso. Fa sorridere, poi permette di fare una domanda seria. E spesso le domande serie arrivano meglio quando non entrano in sala con il badge “domanda seria”.

Vuoi portare questi temi in azienda, in una convention o in un corso su ChatGPT e AI generativa? Posso costruire un intervento pratico, brillante e aggiornato su come usare l’intelligenza artificiale senza cadere nello slop. Scopri i miei corsi sull’AI, le conferenze e speech su AI e digitale e i workshop di team building e prompt engineering.

FAQ

Che cosa significa AI slop?

AI slop indica contenuti generati dall’intelligenza artificiale in modo massivo, generico e di bassa qualità. Possono essere immagini, video, articoli, commenti o report apparentemente corretti, ma poveri di cura, verifica e valore reale.

Qual è il meme AI più importante del 2026?

Il meme più rappresentativo è probabilmente AI slop, perché descrive una sensazione diffusa: il web invaso da contenuti artificiali prodotti più per alimentare algoritmi che per aiutare le persone.

Che cos’è Le Chaton Fat?

Le Chaton Fat è un finto modello di intelligenza artificiale attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral. Il meme prende in giro la corsa ai modelli sempre più potenti, ai benchmark e alla retorica del “prossimo grande modello”.

Che cos’è Italian brainrot?

Italian brainrot è un filone di meme basato su immagini e video generati con AI: creature ibride, nomi pseudo-italiani, audio assurdi e narrazioni senza senso. È diventato popolare tra Gen Alpha e sui social video brevi.

Perché i meme AI sono utili per capire l’intelligenza artificiale?

Perché mostrano come le persone percepiscono davvero la tecnologia: entusiasmo, fastidio, ironia, paura, desiderio di autenticità. Sono una forma rapida e popolare di critica culturale.

In questo webinar, tenuto per ioformo.it il 2 settembre 2025, parlo di come l’intelligenza artificiale può trasformare la gestione di Instagram. Dal concetto di “inshitificazione” (enshittification) dei social, ai desideri latenti della domanda, fino all’uso pratico di ChatGPT, Gemini, Claude e Manus. Spiego perché serve personalizzare l’AI, come sfruttare il reasoning per analisi di #neuromarketing e quali opportunità offrono i nuovi #agenti intelligenti nel 2025.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

 

Il 12 agosto 2022 sono stato intervistato da Affaritaliani.it, in piena campagna elettorale, per parlare dell’uso che fanno di LinkedIn i politici italiani (“La campagna elettorale corre sui social: LinkedIn trascurato, ma non da Tajani“).

Mi sono concentrato sul caso di Tajani, ecco il mio contributo.

Affaritaliani.it ha chiesto un parere sul tema al comunicatore digitale Gianluigi Bonanomi, che forma aziende, professionisti ed enti sull’uso strategico di LinkedIn: “L’utilizzo di questa piattaforma da parte dei politici italiani è particolarmente controverso. Sono pochi gli esempi virtuosi. Tra questi segnalo Antonio Tajani. Il suo profilo ha tre caratteristiche vincenti:

  • presenta buone immagini (la parte visuale sui social è sempre più importante);
  • è tutto sommato completo;
  • infine, è attivo, con un buon ritmo in termini di post”.

Gianluigi Bonanomi, che è anche autore del libro Il candidato digitale: L’arte della campagna elettorale nell’epoca dell’algocrazia e del post-Covid (con il vicedirettore di Affari Lorenzo Zacchetti), dà anche delle indicazioni pratiche: “Stando sul caso pratico di Tajani, il suo profilo per risultare perfetto avrebbe bisogno di queste altre tre cose:

1) Ulteriore completamento del profilo, segnalando competenze e progetti;

2) Uso strategico degli hashtag nei contenuti cosa spesso trascurata dai politici, che invece dovrebbero ‘cavalcare’ i temi del momento (per esempio la #flattax);

3) Puntare di più sui video, tipologia di contenuto che tutte le piattaforme social ora bramano.

Sono molti, viceversa, i politici che hanno aperto il profilo e non lo stanno sfruttando al meglio. Anzi, in alcuni casi i profili si rivelano boomerang comunicativi”.

Il corso sui social per la PA

Ho parlato abbondantemente di questi temi (LinkedIn per la pubblica amministrazione compreso) nel videocorso che ho registrato per Primopiano: “Web e social per la PA“.

In questo video parlo dell’effetto ancoraggio tirando in ballo i prezzi che finiscono con il 9, l’età di Pippo Baudo, lo champagne nei menù dei ristoranti e le offerte sui social “a partire da”…

Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

Alla fine del 2021 ho scoperto in alcuni gruppi di discussione dedicate alla comunicazione digitale delle conversazioni relative alla pagina Facebook di Trussardi. Il tenore delle opinioni riguardo i post, e in particolare le foto dei prodotti, era irrispettoso, come se si stesse discutendo di un lavoro di qualità infima, fatto dal classico cugino e senza budget. Mi pareva esagerato, allora sono andato a controllare. In effetti le foto erano un pugno nell’occhio:

Il tenore dei commenti era questo:

Lo stile comunicativo di Trussardi

Lo stile usato sui social da Trussardi contrasta con il posizionamento dell’azienda e con le dichiarazioni di Luna Carlotta Colferai nel 2018. L’ex Digital Marketing & Content Manager di Trussardi dichiarava:

Quindi c’è qualcosa che non va: quelle foto e quei post non trasmettono certo i valori della ricercatezza e della qualità.

La campagna social di Trussardi: 3 ipotesi campate per aria

Tra Natale 2021 e capodanno 2022 mi sono divertito a realizzare questo video dove analizzo la comunicazione di Trussardi e lancio tre ipotesi:

  1. Differenziazione
  2. Effetto nostalgia
  3. Provocazione

Nel video parlo, tra le altre cose, di vinili, shitposting, una vecchia campagna Diesel e altro ancora. Puoi guarda il video qui:

Essere sui social network (anche se dovrei dire: “essere social”) e sul Web è fondamentale per qualsiasi azienda o brand: è importante farlo in modo efficace e trovare gli strumenti adatti e stabilire una strategia social mirata. L’immagine di un’azienda è definita dallo stesso brand e anche dagli stessi dipendenti: la comunicazione diventa fondamentale. Per farlo in modo efficace sui vari Facebook, Instagram, Twitter e compagnia bella (persino TikTok e Twitch!) è importante conoscere tutte le funzionalità offerte da queste piattaforme e considerare non solo benefici e vantaggi, ma anche i possibili rischi causati da una pessima gestione mediatica. Per tutelarsi dai cosiddetti danni collaterali, la maggior parte delle aziende presenti sui canali social ha predisposto una “Social Media Policy”: una serie di regole che i dipendenti devono seguire quando utilizzano una di queste piattaforme di comunicazione.

Anche la Camera dei Deputati ha la sua policy pubblica:

Che cos’è una Social Media Policy?

Si tratta di un documento indirizzato al personale della tua azienda in cui vengono stabilite le cosiddette “regole d’ingaggio” per quanto concerne l’uso corretto dei social media (sia internamente, sia esternamente). Dai comportamenti da tenere sul web fino ai commenti o ai post da scrivere, la Social Media Policy non è altro che un prezioso vademecum che aiuterà te e il tuo personale a gestire il delicato rapporto con i clienti in Rete. Di solito le aziende hanno una Social Media Policy interna per regolare la comunicazione tra l’azienda e i suoi stessi dipendenti e una esterna per stabilire il comportamento da tenere con i propri clienti/utenti in Rete.

Per esempio il Pescara Calcio presenta, contrapponendole, da una parte la policy interna e dall’altra quella esterna:

Insomma, un manuale di comportamento con tanto di indicazioni, norme e persino sanzioni da condividere con il personale aziendale: tenere un buon comportamento sui canali social è fondamentale per evitare guai ed errori potenzialmente devastanti per il proprio business.

Come scrivere una Social Media Policy

Scrivere una Social Media Policy è il primo passo che un’azienda deve compiere: è importante regolare la comunicazione tra l’azienda e i suoi dipendenti. Innanzitutto, devi specificare a cosa serve il documento, a chi è rivolto e chi intende tutelare. Una SMP interna, per esempio, deve innanzitutto stabilire e definire in modo chiaro il comportamento che il personale aziendale deve tenere sui social network.

Per un Social Media Manager (o per chi scrive un documento di questo tipo, a volte il responsabile HR) è importante essere chiaro e preciso (deve essere letto e compreso da tutti) nel momento in cui si trova a spiegare un determinato argomento o una particolare norma: è fondamentale specificare cosa ci si aspetta dal proprio dipendente o dal cliente in ogni possibile situazione. Dulcis in fundo, devi ricordare a tutti che il documento che stai redigendo ha valore legale: scrivilo in un linguaggio coerente con quello della tua azienda ed evita l’uso di termini burocratici o estremamente prolissi (vedi il “legalese”).

La prima regola da seguire è far capire ai tuoi dipendenti a cosa serve una “Social Media Policy” interna e quanto sia importante per la tua azienda il rispetto di tali norme comportamentali, onde evitare inconvenienti spiacevoli e possibili problemi. Devi individuare le principali norme di comportamento che i tuoi dipendenti/collaboratori devono osservare nel momento in cui accedono ai social network tramite un account aziendale oppure uno personale, quando si parla direttamente o indirettamente dell’attività svolta o del ruolo ricoperto e così via.

Per esempio, se la tua azienda è presente su tutti i principali social media è importante stabilire in modo chiaro e preciso le priorità e le finalità di ogni canale utilizzato. Se utilizzi Facebook per avere un’interazione migliore con i tuoi clienti/utenti, durante una campagna mediatica vanno stabilite delle norme ad hoc. Se con Twitter gestisci la comunicazione ufficiale della tua azienda hai bisogno di altre regole, idem su un social network come LinkedIn, dove ti trovi a interagire con un pubblico di professionisti e spesso con i dipendenti stessi della tua azienda.

ATM presenta LinkedIn così:

Una finestra rivolta a professionisti e al mercato del lavoro, che vuole dare visibilità alle opportunità di carriera e raccontare l’Azienda a 360 gradi.

Inail parla così di YouTube:

È lo strumento per veicolare i contenuti relativi alla multidimensionalità delle funzioni svolte dall’Inail attraverso la forza comunicativa dell’immagine in movimento, dare visibilità agli eventi, diffondere e supportare le campagne informative, valorizzare l’archivio storico dell’Istituto e i progetti della sala multimediale e sperimentare il live streaming.

Ogni social network va gestito con un’attenta pianificazione e in modo professionale nella consapevolezza che nel web non esiste una vera e propria separazione tra pubblico e privato: un utilizzo scorretto, infatti, può danneggiare anche gravemente l’immagine e la reputazione dell’azienda (e delle persone che ci lavorano).

Una sospensione o una cancellazione del profilo aziendale può avere ripercussioni sulla crescita dell’azienda, mentre l’uso scorretto di materiale tutelato dal copyright o un linguaggio non appropriato possono portare a cause legali con richieste di risarcimento e così via. La tua Social Media Policy deve essere chiara e precisa e, soprattutto, deve tutelare tutti: è responsabilità di tutti i dipendenti rispettarla. È importante incoraggiare i propri dipendenti/collaboratori a essere sempre responsabili, rispettosi e professionali sui social media, indipendentemente da quello che c’è scritto nella policy aziendale.

Va detto, se necessario, anche a cosa NON servono i canali di comunicazione. Ecco l’esempio di Roche:

Effetti indesiderati o eventi avversi relative a prodotti Roche
Gli utenti che ritengono di aver avuto un effetto indesiderato o una reazione dopo l’assunzione di un prodotto Roche, sono invitati a riferirlo immediatamente al proprio medico, a un farmacista o a un altro operatore sanitario.
Vi ricordiamo che questa pagina non è deputata alla segnalazione di eventuali effetti indesiderati e/o eventi avversi.

Lo stesso fa Iren:

Assistenza clienti

Attualmente i canali social non possono essere considerati canali di assistenza paragonabili ai contact center del Servizio Clienti del Gruppo.

Eventuali richieste ricevute attraverso i diversi sistemi di messaggistica integrata delle rispettive piattaforme, saranno reindirizzate ai canali opportuni di contatto.

Le 5W della Social Media Policy: l’esempio del Comune di Monza

Il Comune di Monza ha pubblicato online in PDF la sua social media policy. Vi si trova anche un paragrafo dove, usando la tecnica delle 5 W del giornalismo, racconta il team che gestisce i social:

  • CHI è il social media manager
  • COME: quali sono le regole
  • COSA: i contenuti
  • QUANDO: gli orari del social media team
  • DOVE: la sede di lavoro del team

Vi si trovano anche delle tabelle molto chiare. Questa, per esempio, riguarda i temi da trattare (e da non trattare!) online:

Cosa fare o non fare sui social network

È sempre importante specificare in modo chiaro cosa fare o non fare su un canale social: per esempio, è possibile mettere un “mi piace” a un prodotto o condividere un articolo di un sito? Devi stabilire quali azioni i tuoi dipendenti e collaboratori possono fare: per esempio possono pubblicare una foto scattata in ufficio? Possono commentare un prodotto/servizio aziendale e in che modo? Molto frequente: i dipendenti, per esempio i commerciali, possono parlare dei clienti, per esempio raccontando casi di successo?

Prepara una lista delle cose che possono fare in Rete e sulle piattaforme social che utilizzano e cerca di far capire loro quanto sia importante rispettare certe regole per il bene dell’azienda e per la loro stessa carriera. Rendere “partecipi” i tuoi dipendenti è una delle chiavi per una buona “Social Media Policy” interna: avere dei “brand ambassador” può aiutarti in questo processo.

Per quanto riguarda i comportamenti da evitare in Rete, devi stabilire anche qui una serie di normative precise che il tuo personale deve seguire. Qualcuno ha postato una fake news sulla tua azienda o una serie di commenti negativi su un tuo prodotto: come si devono comportare i tuoi collaboratori? C’è stato un uso improprio del materiale aziendale, che cosa devono fare i tuoi dipendenti?

Se gestisci un account aziendale devi tenere sempre un comportamento corretto, professionale ed empatico con i tuoi utenti/clienti: è importante avere un atteggiamento positivo, saper ascoltare critiche e commenti negativi e, soprattutto, dare risposte in tempi rapidi rispettando la modalità previste dalla social media policy interna. E, soprattutto, devi evitare litigi e non rispondere mai alle provocazioni.

La pubblicazione dei contenuti

Un altro aspetto che devi considerare riguarda la pubblicazione di contenuti e materiale di vario (foto, video, testi e altro) che devono rispondere a una serie di criteri prestabiliti. Questo vale per la pubblicazione di una semplice notizia o per un link a una pagina istituzionale e così via. Chi pubblica un qualsiasi tipo di contenuto deve farlo nel completo rispetto delle norme che regolano la privacy e il trattamento dei dati personali, deve verificare che non ci siano materiali aziendali o informazioni sensibili o che violino le leggi che regolano il copyright. Quindi, prima di pubblicare qualsiasi cosa su un canale istituzionale e privato, ricordati di verificare che i tuoi contenuti siano inattaccabili. Nel dubbio è meglio non pubblicare nulla: richiedi il parere di un social media manager nella tua azienda.

Per esempio nella sua Social Media Policy l’azienda Fenzi specifica:

Con la produzione e pubblicazione dei contenuti FENZI SPA promuove sui propri canali social contenuti testuali, fotografici e video, che nel momento della pubblicazione devono rispondere sempre a tutti i seguenti criteri:

  • diffusione di novità relative a progetti, eventi, servizi dell’azienda di concreta utilità per il target;
  • attualità della notizia a cui il contenuto social deve riferirsi, con testi e/o immagini che ne testimonino o l’accadere in tempo reale (es. un convegno, una conferenza stampa, una fiera, ecc.) o il realizzarsi in breve tempo (una scadenza, il lancio di un nuovo prodotto);
  • link a pagine del sito istituzionale o, dove esistenti, ai siti di progetto, dove si fa riferimento o si approfondisce il contenuto.

Il linguaggio

Il linguaggio che utilizzi deve essere contestualizzato allo stile del social network utilizzato. È ormai assodato che le dinamiche linguistiche utilizzate nei canali social sono diverse da quelle usate nei contesti reali, mentre l’abuso di neologismi è ormai una consuetudine. Ogni piattaforma è diversa e funziona in una determinata maniera e ha un proprio pubblico di riferimento: per ottenere dei buoni risultati devi prestare attenzione ad alcune cose e, soprattutto, ai dettagli. Per esempio, Twitter è uno strumento apprezzatissimo per la comunicazione aziendale (viene considerato l’agenzia stampa del mondo digitale) e per cinguettare al massimo devi sfruttare gli hashtag “#”, “concentrare” i tuoi messaggi in pochi caratteri (dai 140 caratteri degli inizi si è arrivati ai 280 attuali) e farli circolare velocemente. LinkedIn, invece, è la piattaforma professionale per eccellenza ed è stata sviluppata appositamente per permettere ai professionisti del settore di interagire tra di loro.

Quando pubblichi un contenuto per questo canale social ricordati di utilizzare un linguaggio professionale e serio. Una comunicazione sobria ti può aiutare a mettere in evidenza le competenze/qualità della tua azienda e ad ampliare la tua rete dei tuoi contatti e altro ancora. Con Facebook è richiesto uno stile più vicino al pubblico e un linguaggio semplice e “informale”. Un tono troppo confidenziale potrebbe essere persino eccessivo, soprattutto ora che il colosso di Menlo Park si sta orientando sempre di più verso il business mettendosi in competizione diretta con leader indiscusso del settore, sua maestà LinkedIn. Con Instagram invece devi puntare sui i contenuti “personali”, chiaramente accompagnati da un uso sapiente delle immagini e dei video e soprattutto degli hashtag. Con le “Instagram Stories”, infatti, la comunicazione è stata rivoluzionata ancora una volta e sarà più facile per te condividere la quotidianità in ufficio o in azienda.

Come utilizzare un account privato

Il dipendente/collaboratore è tenuto a rispettare le norme di comportamento previste nella policy interna, anche quando utilizza un account privato sui social media. Nel caso decidesse di rendere nota la propria attività lavorativa, il dipendente deve necessariamente specificare la qualifica rivestita all’interno dell’azienda (citando anche l’account istituzionale se disponibile) e ribadire che “le opinioni espresse hanno carattere personale”. In questo modo viene tutelata l’azienda e le persone che ci lavorano.

Chiaramente ogni dipendente può (dovrebbe!) condividere sui propri profili privati il materiale e i contenuti pubblicati sul sito istituzionale dell’azienda. Non può invece divulgare informazioni riservate della propria azienda o di terze parti e altro ancora.

Quando usa il proprio account privato deve evitare di diffondere messaggi minatori o ingiuriosi, commenti e dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti della propria società o di alcuni membri. È tenuto a rispettare la privacy dei propri colleghi e a non divulgare foto, video o altro materiale multimediale senza l’esplicita autorizzazione dell’azienda e delle persone coinvolte.

Senza autorizzazione preventiva non può aprire blog, pagine o altri canali a nome della propria società o che trattino argomenti riferiti all’attività lavorativa svolta. È importante ribadire ancora una volta che i propri contenuti – anche se privati – una volta messi in Rete hanno una cassa di risonanza incredibile, e un semplice post può infatti raggiungere un numero elevato di persone attraverso retweet, commenti e like, alimentando il reato di diffamazione. Per risolvere la questione, puoi far inserire un apposito “disclaimer” nel profilo dei tuoi dipendenti per rendere più semplice la differenziazione tra un account personale e quello lavorativo.

La nota multinazionale fast food Mc Donald’s ha messo online la propria Social Media Policy. Riporto qui la parte che riguarda l’uso dei canali social personali:

Si invita i dipendenti a essere consapevoli dei seguenti aspetti quando utilizzano i Social Media, anche ad uso personale ma in situazioni in cui viene specificamente indicato il marchio McDonald’s :

  • Tutto ciò che viene pubblicato su internet può essere letto da manager, colleghi, partner commerciali, giornalisti, concorrenti, fornitori e dal pubblico in generale.
  • Invitiamo i dipendenti a pensare a quello che stanno scrivendo nello stesso modo in cui lo farebbero per comunicare con le persone che non conoscono personalmente.
  • In particolare, occorre tenere conto delle seguenti linee guida:
    • Non devono essere scaricate e/o pubblicate immagini offensive o inappropriate.
    • Non devono essere scaricati e/o pubblicati commenti offensivi o inappropriati.
    • Non devono essere pubblicati commenti offensivi o inappropriati su colleghi o clienti.
    • Ogni informazione che possa violare qualunque delle azioni e delle procedure di McDonald’s, non deve essere pubblicata.
    • Non si deve fare alcun riferimento a qualsiasi affiliazione a organizzazioni politiche.
  • Le informazioni riservate (informazioni finanziarie, lancio nuovi prodotti, attività di business in genere) o proprietarie di McDonald’s non devono mai essere divulgate. I termini e le condizioni applicabili ai dipendenti di McDonald’s già vietano questo in generale, e internet non fa eccezione a questa regola.
  • Qualora l’uso di canali di Social Media sia insito nel ruolo lavorativo del dipendente, l’uso personale dei Social Media deve avvenire esclusivamente nel suo tempo libero e non deve includere l’uso dell’indirizzo e-mail aziendale di McDonald’s (qualora il dipendente ne abbia uno).
  • I dipendenti non devono mai accedere né utilizzare qualsiasi sito web o servizio riprovevole o illegale utilizzando i dispositivi messi a disposizione da McDonald’s. L’Ufficio IT ha individuato i siti web cui il nostro sistema non permetterà l’accesso. Qualsiasi tentativo di accesso ai siti proibiti dal sistema è bloccato e l’utente riceverà un messaggio all’interno del browser che conferma che l’accesso è precluso. I dipendenti devono essere consapevoli che le pubblicazioni personali nei canali di Social Media possono restare visibili per tutti negli anni a venire.
  • Ai dipendenti è severamente vietato utilizzare i loghi e/o i marchi di McDonald’s in qualsiasi situazione personale senza la preventiva autorizzazione scritta da parte del team legale di McDonald’s.

L’uso dei sistemi di messaggistica istantanea

I sistemi di messaggistica  (WhatsApp, Telegram, Signal, Facebook Messenger solo per citare i più utilizzati) stanno diventando delle vere e proprie chat lavorative vale lo stesso discorso dei social network. Anche qui è importante trovare l’equilibrio tra l’utilizzo per motivi di lavoro e quello per scopo privati, soprattutto durante l’orario lavorativo.

È importante ricordare nella Social Media Policy interna che i messaggi scambiati in WhatsApp sono equiparabili a prove documentali e sono moltissimi i casi in cui le chat testuali o vocali usate nell’app di messaggistica di proprietà di Facebook sono state usate come prova in tribunale. Per questo motivo devi adottare una social media policy dettagliata per fornire al tuo dipendente tutte le informazioni su “cosa potrà fare e non fare” con l’account aziendale/privato, quali immagini condividere, quali amici aggiungere, come utilizzare i social network durante l’orario di lavoro e altro ancora.

L’importanza del “Tone of voice”

Quando rappresenti la tua azienda sui canali social è importante scrivere correttamente, rispettando tutte le regole ortografiche, morfologiche, sintattiche e fonetiche previste dalla grammatica italiana. Tra acronimi, sigle, neologismi e un uso smodato della terminologia inglese spesso è una missione impossibile…

Un altro aspetto da definire è il cosiddetto “Tone of voice” che si vuole dare alla comunicazione: lavorare nella pubblica amministrazione richiede un approccio di un certo tipo, nel settore privato un altro. Il dipendente si deve riconoscere nell’azienda/brand per cui lavora: quindi, oltre a scrivere in un italiano corretto e comprensivo devi scegliere uno stile/forma che rispecchi e sia coerente con quello tenuto finora dalla comunicazione della tua azienda.

Quindi, scegli uno stile che sia efficace e al tempo stesso efficace e che sia soprattutto chiaro. Il requisito essenziale di una buona social media policy è la chiarezza: deve essere facilmente comprensibile e memorizzabile e fugare ogni possibile dubbio, soprattutto per quanto riguarda il capitolo “sanzioni e provvedimenti”. Stabilire delle linee guida con quello che si può o non può fare è un’ottima base di partenza, così come avere un glossario o un’infografica/video in cui illustrare quali sono i social attivi nella tua azienda e altro ancora. Prima di far leggere a tutti i dipendenti la social media policy che hai scritto è consigliabile sottoporla al parere dell’ufficio legale, marketing, risorse umane e le altre istituzioni presenti nella tua azienda. Tutelare gli interessi del personale aziendale è fondamentale. Una volta ottenuto il benestare di tutte le parti in causa, puoi far leggere a tutti i dipendenti la social media policy che hai preparato.

Un esempio di Social Media Policy interna (PDF)

Unioncamere Emilia Romagna ha reso disponibile sul proprio sito il PDF della sua Social Media Policy interna. Eccolo:

La video Social Media Policy di Xerox

Xerox ha caricato un video sul suo canale Youtube presentandolo così:

Se sei un dipendente o un terzista Xerox che pubblica notizie o informazioni su Xerox correlate al proprio lavoro su blog, forum, social network o qualunque altro genere di social media, queste linee guida sono per te. Queste linee guida si applicano inoltre a singoli consulenti e ad agenzie terze che lavorano per o a nome di Xerox.

Ecco il video (in inglese con sottotitoli in italiano):

Perché scrivere una Social Media Policy Esterna?

Oltre a scrivere una Social Media Policy interna devi prepararne una esterna per regolamentare il rapporto con la clientela e la community. Con lo sviluppo dei social media molti utenti comunicano con le aziende attraverso i loro canali, per qualsiasi tipo di esigenza. La social media policy esterna è fondamentale per regolamentare il rapporto fra gli utenti e chi gestisce le piattaforme social dell’azienda. Si tratta di una relazione delicata perché coinvolge direttamente il nome dell’azienda e la credibilità stessa e del proprio marchio (la cosiddetta “brand reputation”). Una Social Media Policy deve stabilire le modalità di comunicazione con gli utenti (dal trattamento dei dati personali fino all’attività di moderazione e così via), cosa fare in caso di diffusione di informazioni sensibili per l’azienda, commenti negativi, hashtag, post e video creati dagli utenti e altro ancora.

Come scrivere una Social Media Policy Esterna

Tendenzialmente vale lo stesso discorso fatto in precedenza con la preparazione di una Social Media Policy interna. Quindi, specifica a cosa serve il documento, a chi si rivolge e chi vuole tutelare. Per ogni piattaforma social utilizzata è importante definire il modus operandi: spiega in modo chiaro a cosa serve avere un account ufficiale e a cosa non serve. Una volta definito il ruolo e le finalità della nostra pagina/account social devi stabilire una serie di norme/regole comportamentali che gli utenti devono rispettare. Dai comportamenti non tollerati fino ai commenti inappropriati o alla promozione di attività illegali, tutto deve essere regolamentato per evitare spiacevoli sorprese o eventuali strascichi legali. Cerca di essere il più chiaro possibile e di fornire degli esempi esplicativi su quello che è accettato/tollerato e quello che non lo è.

Per esempio nella social media policy di The Math House si legge:

In particolare, verranno rimossi i contenuti:

  • politici o di propaganda elettorale;
  • spam, che promuovano attività commerciali e a fini di lucro;
  • che presentino un linguaggio inappropriato, violento, minaccioso, volgare, ingannevole o in violazione dei diritti di terzi;
  • discriminatori per genere, razza, etnia, lingua, credo religioso, opinioni politiche, orientamento sessuale, età, condizioni personali e sociali, disabilità fisica o mentale;
  • illeciti o che incitino, promuovano e sostengano attività illecite;
  • che divulghino dati e informazioni personali o che possano ledere la privacy e la reputazione di terzi;
  • che contengono dati sensibili;
  • di carattere osceno, pornografico o pedopornografico o che offendano la morale comune;
  • che violino il copyright o che usino impropriamente un marchio registrato;
  • che compromettano la sicurezza nazionale o dei sistemi pubblici.

Elenca le possibili sanzioni per chi non rispetta le regole, soprattutto in caso di comportamenti illegali. Stabilire delle sanzioni è un modo piuttosto semplice per conferire autorevolezza alla tua Social Media Policy esterna o interna che sia.

Il Ministero dello sviluppo economico specifica che cosa si intende per moderazione e che cosa accade quando non si rispetta la policy esterna:

La moderazione da parte dell’amministrazione all’interno dei propri spazi avviene a posteriori, ovvero in un momento successivo alla pubblicazione, ed è finalizzata, unicamente, al contenimento di eventuali comportamenti contrari alle norme d’uso: tutti hanno il diritto di intervenire ed esprimere la propria libera opinione in quanto nei canali social del Ministero non è prevista alcuna moderazione preventiva.

Nei casi più gravi – e in modo particolare in caso di mancato rispetto delle regole condivise in questo documento – il Ministero si riserva la possibilità di cancellare i contenuti, allontanare gli utenti dai propri spazi e segnalarli ai filtri di moderazione del social network ospitante ovvero, nello specifico, saranno rimossi commenti e post che violino le condizioni esposte in questo documento.

Se i dipendenti/collaboratori utilizzano la strumentazione informatica dell’azienda è importante stabilire anche un codice di comportamento ad hoc, con le relative sanzioni disciplinari in caso di mancata ottemperanza dei divieti. Una volta preparato il documento ricordati di sottoporlo all’ufficio legale della tua azienda (o a quello di un esterno) e agli altri uffici interessati (marketing, risorse umane e altro) per poter essere approvato e diffuso a tutto il personale lavorativo.

A proposito di tutela legale, spesso si fa riferimento anche alla privacy. Così Trenord:

PROTEZIONE DATI PERSONALI

Si ricorda che il trattamento dei dati personali degli utenti risponde alle policy in uso sulle piattaforme utilizzate (Twitter, YouTube, Instagram e LinkedIn).

Si rammenta che i dati sensibili postati in commenti o post pubblici all’interno dei canali social di Trenord verranno rimossi. I dati condivisi dagli utenti attraverso messaggi privati, spediti direttamente ai canali di Trenord, saranno trattati nel rispetto della normativa di legge di tempo in tempo vigente ed applicabile in materia di trattamento dei dati personali.

L’Informativa Privacy di Trenord è consultabile sul sito internet di Trenord, che qui si richiama integralmente ed a cui si rinvia.

Come far rispettare le Social Media Policy

Per controllare ogni possibile violazione alla Social Media Policy aziendale è necessario avere una struttura o del personale preposto per questo compito. L’azienda deve essere in grado di monitorare il comportamento dei propri dipendenti che utilizzano i canali social. Controllare l’attività su tutte le piattaforme social utilizzate dall’azienda di tutti i soggetti coinvolti (compresi gli account personali) richiede una struttura ben organizzata e oliata. Avere sanzioni disciplinari/pecuniarie senza che nessuno possa farle rispettare non serve a nulla. È importante che la Social Media Policy sia facilmente consultabile dai dipendenti/collaborati: preparare una versione riassuntiva o in stile FAQ può essere di grande aiuto.

Il mondo dei social media è in costante evoluzione. Di conseguenza anche la Social Media Policy che hai preparato rischia di diventare obsoleta nel giro di pochi mesi. Senza tener conto dei possibili cambiamenti aziendali per quanto riguarda le strategie di comunicazione e marketing: quindi, aggiorna e controlla regolarmente la tua Social Media Policy su ogni canale social utilizzato dalla azienda. Ricordati che una Social Media Policy ben fatta e aggiornata stimola gli impiegati a utilizzare in modo responsabile i canali social. Un dipendente o collaboratore deve sempre prestare attenzione alla Social Media Policy: deve conoscere le regole della Privacy, deve sapere postare su una piattaforma sociale e cosa può far vedere agli amici o ai famigliari e così via.

Contattami per un corso sulla comunicazione digitale

Creare un blog che converte è utile per aumentare l’autorevolezza del brand. Ma c’è di più. Infatti, con un blog ottimizzato puoi educare e fidelizzare i tuoi lettori in pochi passi. Il blog-post d’eccellenza attrae utenti sul sito e aumenta l’engagement. Infatti, un articolo di successo è intriso di unicità, empatia e fornisce consigli utili.

Un contenuto di qualità, però, merita di raggiungere quanti più utenti possibili. In questo modo sarà più facile acquisire rilevanza nel mercato e diventare influenti. Come fare dunque? Semplice, hai bisogno di alcuni alleati: i social media.

Infatti, un blog che converte usa i social per attirare nuovi utenti e fidelizzare i vecchi. In questo articolo ti mostrerò come supportare il tuo blog con Instagram e YouTube.

Crea un blog che converte: l’identikit del blog-post

Un blog che converte e che apporti benefici al lettore deve essere il tuo punto di arrivo. Ma come fare per creare contenuti di qualità e che convertono gli utenti in lead? Semplice, devi dedicare molto tempo ricerca.

  • Target. Il primo passo è comprendere cosa stanno cercando le tue buyer personas.
  • Keyword. Un contenuto di valore non raggiungerà la tua audience se non è ottimizzato. Una solida conoscenza della SEO e dei principali tools è indispensabile.
  • Una headline accattivante. Il titolo è l’elemento testuale di maggior importanza nell’attrarre nuovi utenti. Una headline di successo, infatti, cristallizza con poche parole i benefici dell’articolo. Se desideri un titolo attraente conosco usa il tool gratuito Free Headline Analyzer.
  • Contenuti verticali. Un blog di successo attira traffico e invoglia l’utente a fidarsi dell’azienda. Per farlo, però, bisogna mostrare fin da subito l’autorevolezza del brand. Infatti, in questa fase i contenuti rivestono un ruolo importante. Per renderli gradevoli da vedere e facili da consultare il tool perfetto è HemingwayApp. Inoltre, un contenuto originale e competitivo è ricco di statistiche e dati. Il miglior luogo dove reperire queste informazioni è il sito Statista.

Perché promuovere il blog con i social media?

I social media sono un potente amplificatore per diffondere contenuti e notizie. Integrandoli nella tua strategia di marketing riesci ad intercettare una nuova audience. La cosa più interessante è che la pubblicazione costante ti aiuta a costruire una community.

Affinché tu ci riesca, però, l’ingrediente imprescindibile è la pianificazione. Infatti, pianificazione dei contenuti strategici apporta diversi benefici come rafforzare la community. Inoltre, crei un percorso specifico per educare i potenziali clienti alla tua visione! Così facendo aumenti l’engagement e l’interesse dei tuoi utenti con contenuti utili e accattivanti. Ma non finisce qui! La pianificazione dei contenuti è utile per fidelizzare gli utenti usando empatia. Inoltre, favorirai lo scambio di opinioni.

4 Step per avere un profilo Instagram che supporta il tuo blog

Instagram è una piattaforma di content discovery. È un valido alleato per attrarre una nuova audience. A differenza di altri social, la pubblicazione costante è fondamentale. I contenuti pubblicati su Instagram hanno una durata breve nel feed degli utenti.

Purtroppo, buona parte dei contenuti organici non sempre vengono visualizzati dai followers. Infatti, per crescere sul social è necessario investire mensilmente in Instagram Advertising. In questo modo tuteli la notorietà del brand e l’engagement degli utenti.

Ecco cosa fare per avere un profilo professionale su Instagram:

  1. Usa immagini di altissima qualità per attirare l’attenzione. Per rendere il brand più genuino e autentico usa foto originali. In alternativa potresti trovare utilissimi siti royalty-free come Pexel e Unspalsh.
  2. Massimizza la tua bio. Online esistono siti che ti permettono di potenziare l’unico link messo a disposizione da Instagram. Uno dei migliori è senza dubbio LinkTree – è disponibile anche in versione gratuita.
  3. Aumenta la frequenza di pubblicazione e rendila standard. Instagram penalizza gli account che non pubblicano contenuti con scadenza regolare. La penalizzazione comporta una bassissima esposizione dei contenuti organici. Usa il calendario editoriale per supportare la pubblicazione dei contenuti. Aumenta l’esposizione dei post con la pubblicità a pagamento. 
  4. Dai valore a strumenti come Stories e Reels. Sono potentissimi per rafforzare il legame della tua audience e dare un tocco umano alla tua azienda. Usali per fare teasing sui contenuti. Oppure mostra i dietro le quinte sulla creazione degli articoli.

YouTube: Il motore di ricerca alternativo per spingere i contenuti del blog

YouTube è un incubatore di contenuti ed è un motore di ricerca vero e proprio. Trattandosi di una piattaforma di content consumption, YouTube è ricco di contenuti di approfondimento.

A differenza di Instagram, i contenuti pubblicati su YouTube performano per anni. Infatti, ciò accade grazie alla SEO e alla scelta delle keyword corrette.

Ecco perché YouTube è uno dei social migliori per far crescere un blog di successo:

  1. I video sono utili per alimentare la fase di Lead Nurturing tramite email marketing. Aumenti l’autorevolezza del brand, mostri le competenze e fidelizzi i vecchi clienti.
  2. Creare una community solida su YouTube è più facile. Ovviamente non accadrà in pochi mesi. Per far crescere un canale YouTube ci vogliono anni. Così come accade per un blog. Gli utenti appassionati alimentano il passaparola, commentano e condividono i video. Ciò favorisce l’esposizione dei contenuti ad una audience nuova. Ma esistono altri due vantaggi derivati dalla creazione di una community. Gli utenti che commentano aiutano l’algoritmo a mostrare i contenuti a nuovi utenti. Inoltre, i commenti sono ricchi di spunti e idee per creare contenuti mirati per il target.
  3. L’algoritmo è dalla tua parte. Headline e descrizione del video spiegano all’algoritmo i temi trattati. Infatti, includere le keywords in entrambe le parti è molto vantaggioso. Il motivo principale è che il video appare fra i primi contenuti della ricerca. Infine, una headline accattivante e una thumbnail graziosa attraggono l’utente.

Conclusione

Un blog che converte è sostenuto dai social media. Infatti, un profilo ben ottimizzato su queste piattaforme consente di attirare nuovi utenti e di coltivare una relazione che dura nel tempo.

Fra i social più consigliati per sostenere il blog, ci sono Instagram e YouTube. Ognuno di essi assolve ad un compito specifico: il primo attrae utenti nuovi, il secondo favorisce lo sviluppo della community. I contenuti video, inoltre, sono utilissimi per fidelizzare i nuovi clienti in fase di lead nurturing. Infatti, i contenuti in generali sono fantastici per sottolineare la professionalità e l’autorevolezza dell’azienda.

Il 17 novembre 2019 sono stato intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it in occasione dello sbarco su TikTok di Salvini. Ecco l’articolo.

Perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Parola all’esperto Gianluigi Bonanomi

Il “Guru” della comunicazione spiega: “L’inizio è stato un disastro, ma la strada è quella giusta: deve ‘solo’ cambiare stile, adeguandosi al target”

L’ESORDIO DI MATTEO SALVINI SU TIKTOK SI RIVELA UN FLOP – INTERVISTA A GIANLUIGI BONANOMI, “GURU” DELLA COMUNICAZIONE IN RETE E PROFONDO CONOSCITORE DEI CANALI FREQUENTATI DAGLI ADOLESCENTI

Come funziona la strategia di Matteo Salvini sui social? Tutti parlano (a ragione) della capacità di influire sul consenso della “Bestia”, la corpulenta macchina della comunicazione approntata dal leader della Lega e messa sotto la lente di ingrandimento anche dalle ultime puntate di “Report”, a proposito del presunto utilizzo di chatbot e altri strumenti di propaganda.

La comunicazione di Salvini sembrava davvero non sbagliare mai un colpo, fino a quando “il Capitano” non si è imbattuto in Tik Tok, strumento sempre più popolare tra i giovanissimi e ancora sconosciuto a molti adulti.

Salvini ha avuto il merito di essere il primo politico a sbarcarvi, ma molto presto si è imbattuto con una serie di reazioni negative, derivanti dal fatto che per le giovani generazioni vivere in una società multietnica  sembra ormai normale e anche da alcune scelte comunicative che si sono rivelate fallimentari.

Ma perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Per esaminare questo curioso fenomeno abbiamo chiesto il parere di Gianluigi Bonanomi, vero e proprio “guru” della Rete. Oltre a essere un formatore richiestissimo dalle aziende (ad esempio per il corretto uso di LinkedIn), tiene interessanti corsi per ragazzi e genitori sui pericoli del Web e le sue competenze cominciano a essere richieste anche in politica, dove i budget sempre più esigui destinati alle campagne elettorali rendono fondamentale usare al meglio l’uso di Internet e dei social.

Gianluigi Bonanomi, partiamo dal principio: perché Salvini è andato su TikTok?

“Sebbene TikTok, ex Musically (con cui si è fuso), sia considerato solo un passatempo per preadolescenti e adolescenti, le cose stanno radicalmente cambiando: un miliardo e mezzo di utenti stanno ingolosendo tanti, a partire dalle aziende che iniziano a stanziare budget di advertising. Finora nessun politico si era azzardato a metterci il naso. Anche perché molti, immagino, non sanno nemmeno che cosa diavolo sia TikTok. Non di certo Salvini, che con la sua Bestia ha dimostrato di aver compreso che per ottenere risultati diversi, in termini di attenzione e partecipazione, occorre fare cose diverse: non solo cartelloni pubblicitari e quarte di copertina, ma advertising sui social e meme.Per rispondere alla domanda: ovviamente Salvini puntava ai minorenni; del resto è, al momento, l’unico personaggio politico che ha delle chance per strapparli all’astensionismo. Sta preparando la strada per il futuro prossimo.”

Come giudicherebbe i primi passi di Salvini su questo social così particolare?

“Direi un disastro. Questa app, dedicata alla musica, al ballo e alla “recitazione” non è adatta ai mini-comizi live di Salvini: contenuti che invece su Facebook sono perfetti e mandano in visibilio orde di quarantenni e gattini. Tra una challenge e un balletto, i ragazzi di TikTok si sono ritrovati un video malfatto del Senatore che stringe mani ai Carabinieri e un altro video, preso da un talk show, con le solite invettive contro gli immigrati. Per non dire del terzo, dove Salvini parla di un albero umbro. Tre contenuti mai visti su TikTok e che non sono piaciuti per niente ai ragazzi. Anzi, spesso mi è capitato di vedere su TikTok contenuti anti-razzisti e sulla tolleranza, e infatti molti commenti sono stati impietosi”.

Cosa insegna questa storia a chi si occupa di politica e comunicazione?

“La morale è sempre quella: canali diversi esigono stili comunicativi e contenuti diversi, perché spesso sono diversi i target e gli obiettivi. Altrimenti che senso avrebbe distinguere tra Facebook, Twitter, LinkedIn e altro? Cerco disperatamente di farlo capire nei corsi e nelle consulenze alle aziende: se ribalti il contenuto di Facebook su Twitter, così com’è e in automatico, non solo stai sbagliando tecnicamente, perché sono canali con regole e grammatiche diverse, ma dimostri di non aver capito che prima si parte dall’analisi del target e poi si crea il contenuto. Non viceversa. Non puoi prendere i contenuti che funzionano su Facebook, dove non si trova un minorenne neanche per sbaglio, e metterlo in un social così particolare, così diverso. È vero che Salvini ha provato a semplificare il messaggio e sclerotizzarlo: il primo video, quello con i Carabinieri, aveva in sottofondo una musica trionfalistica e in sovraimpressione scritte sull’onore, ma ribadisco: una ragazzina dodicenne, che ha appena finito di vedere una sfida, challenge, di scarpette, come può prendere un contenuto del genere?Ultimo esempio: il quarto video vede Salvini che canta Vasco Rossi. Ai tredicenni pazzi per ‘Carote, carote, solo carote’ che cosa può importare una canzone di un quasi settantenne? In ogni caso la strada è giusta. Basterebbe cambiare stile”.

Nel mondo del social esistono due categorie di attori:

– quelli che comunicano bene e non hanno paura di confrontarsi con utenti e clienti;

– quelli paralizzati dal terrore di non poter controllare eventuali critiche, come succedeva ai tempi dei numeri verdi e delle mail di lamentela.

In effetti aprire i canali social vuol dire mostrare il fianco a utenti scontenti, che per far male rendono pubblica la loro rabbia per informare altri consumatori, oppure ai provocatori (troll).

Come si risponde alle critiche feroci online dei primi? Esiste un metodo e viene dall’America.

Il metodo C.A.R.P.

Nel libro “La rivoluzione del customer service” dell’amico Paolo Fabrizio, ho scoperto dell’esistenza del metodo C.A.R.P., che poi ho approfondito grazie all’articolo “Control – Acknowledge – Refocus – Problem Solve – Conflict Resolution Model” e ho raccontato brevemente in questo video:

Le quattro fasi del metodo C.A.R.P.

The first priority in conflict situations is to CONTROL the emotional climate and behaviors occurring.

La prima fase è quella dell’autocontrollo: concentrati sul fatto che non ce l’hanno con te. Sembra una banalità ma risulta fondamentale per evitare di farsi coinvolgere emotivamente.

You need to PROVE to the other person that you understand his/her emotional state.

Grazie alla fase 2, acknowledge, occorre anche smorzare l’ardore dell’utente, riconoscendo non tanto la sua ragione ma il dispiacere per la situazione (con una frase del tipo: “Anche io, nei suoi panni…”). In questo modo, grazie a un po’ di sana empatia, si dispone bene l’interlocutore.

Refocusing the discussion involves moving it away from focusing on the emotions and returning back to the conflict issue.

A questo punto arriva la parte più interessante. Grazie alla fase del refocus, si riporta la discussione sul problema, che poi deve essere risolto nella fase finale, appunto, del problem solve.

Use problem-solving techniques to address the root or presenting conflict issue.

Risolvere il problema vuol dire dare risposte certe, dettare tempi, offrire soluzioni concrete. Questo viene solitamente molto apprezzato.

Il video del creatore del metodo C.A.R.P.

In questo video, Robert Bacal, spiega il metodo C.A.R.P.:

Un esempio di applicazione del metodo C.A.R.P.

Nell’esempio che segue si vede come le quattro fasi possono essere gestite senza schemi prederminati, ma in modo molto naturale.

L’esercizio sul metodo C.A.R.P.

Durante i miei corsi sulla comunicazione digitale, anche per chi lavora nel settore pubblico (per esempio bibliotecari), propongo il seguente esercizio. Chiedo di rispondere a questo messaggio molto critico:

Ieri mi sono presentato allo sportello un minuto prima dell’orario di chiusura e mi avete respinto, anche se dovevo solo consegnare una ricevuta: operazione da pochi secondi. Mi costringete a prendere un’altra ora di permesso per tornare.
È inaudito. Complimenti davvero: sapete proprio come trattare chi vi paga lo stipendio…

Contattami

Se vuoi organizzare un corso sulla comunicazione digitale presso la tua azienda o il tuo ente, scrivimi qui:

Invia una email