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In una riunione di marketing possono esserci il direttore commerciale, chi gestisce le campagne, chi cura il sito, chi difende il budget. Il cliente, invece, spesso compare solo nelle slide. Gli altri parlano, lui viene descritto.

La storia della sedia vuota di Jeff Bezos mi piace perché rende visibile questa assenza: un posto al tavolo riservato alla persona che dovrebbe guidare le decisioni. Prima di trasformarla nell’ennesima parabola da LinkedIn, però, vale la pena verificare che cosa sia documentato.

Da lì possiamo ricavare cinque esercizi di AI per il marketing: visitare il sito nei panni di un cliente, simulare un’intervista, ascoltare i feedback già raccolti, controllare le promesse della comunicazione e individuare gli ostacoli nel percorso d’acquisto. Con strumenti concreti e prompt da copiare.

La sedia vuota di Bezos: storia vera o mito aziendale?

Il racconto ha una base documentata. Il giornalista George Anders, nel reportage pubblicato da Forbes il 4 aprile 2012, descrive Bezos che periodicamente lascia un posto libero al tavolo delle riunioni e invita i presenti a considerarlo occupato dal cliente.

La metafora compare anche nel blog ufficiale di Amazon Web Services, come parte della cultura aziendale: la sedia rappresenta il cliente, centrale nelle decisioni ma fisicamente assente.

Possiamo quindi parlare di una pratica riportata da una fonte giornalistica dell’epoca e ripresa dall’azienda. Occorre più cautela con la versione teatrale: i collaboratori chiedono perché la sedia sia vuota e Bezos pronuncia la battuta perfetta. Le fonti consultate non documentano quella specifica scena dialogata. Inoltre Forbes scrive che accadeva periodicamente: questo non permette di certificare che una sedia fosse presente in ogni riunione, senza eccezioni.

La storia è documentata; il copione da social richiede prudenza.

Niente PowerPoint: che cosa dice davvero Bezos

Qui la fonte è diretta. Nella lettera agli azionisti relativa al 2017, Bezos spiega che Amazon utilizza documenti narrativi di sei pagine al posto delle presentazioni a slide. All’inizio della riunione, i partecipanti leggono il documento in silenzio.

La mia lettura è che questo formato costringa a rendere espliciti ragionamenti, ipotesi e conseguenze. Un elenco di tre parole su una slide può nascondere un pensiero incompleto; una pagina ben scritta lo mette alla prova. Naturalmente, la scelta di Amazon non dimostra che PowerPoint sia inutile in qualsiasi contesto.

Per approfondire c’è l’intervista di Bezos a Lex Fridman, nella quale racconta anche il funzionamento delle riunioni e della lettura condivisa. La fonte primaria sul formato resta la lettera agli azionisti.

Jeff Bezos: Amazon and Blue Origin, Lex Fridman Podcast #405. Video in inglese.

AI per il marketing: come dare voce alla sedia vuota

La centralità del cliente diventa utile quando produce una decisione: cambiare una pagina, chiarire un prezzo, correggere una promessa, eliminare un passaggio inutile.

Nel paper A strategic framework for artificial intelligence in marketing, pubblicato sul Journal of the Academy of Marketing Science nel volume del 2021, Ming-Hui Huang e Roland T. Rust propongono un quadro che collega l’AI alla ricerca di marketing, alla strategia e alle azioni. È un lavoro teorico, non un esperimento che dimostri l’efficacia dei cinque prompt seguenti: lo uso come cornice per passare dalla comprensione del cliente a un intervento concreto.

Prima di iniziare, prepara un piccolo dossier: prodotto o servizio, segmento di clientela, obiettivo del cliente, vincoli noti, materiali commerciali e feedback disponibili. Se un’informazione manca, scrivi “non disponibile”. Evita di riempire il dossier con un cliente immaginario che, guarda caso, desidera esattamente ciò che vendi.

I cinque strumenti sono proposte operative, non una classifica. Puoi svolgere più esercizi con lo stesso assistente. La disponibilità delle funzioni dipende dall’account e dalle impostazioni aziendali; per i documenti interni usa gli strumenti autorizzati dalla tua organizzazione e rimuovi i dati personali non necessari.

Esercizio Strumento proposto Risultato da portare in riunione
1. Visita al sito ChatGPT in modalità agente Ostacoli osservati, pagine e modifiche da verificare
2. Intervista simulata Claude Obiezioni plausibili e domande per clienti reali
3. Analisi della voce del cliente NotebookLM / Gemini Notebook Bisogni e problemi collegati alle testimonianze
4. Controllo delle promesse Gemini Scostamenti fra messaggi pubblicitari e offerta documentata
5. Analisi del percorso d’acquisto Copilot in Excel Attriti misurati e ipotesi di miglioramento

1. Simulare la visita di un cliente al sito con ChatGPT

Il sito può essere chiarissimo per chi lo ha progettato. Un potenziale cliente arriva con una domanda molto meno sofisticata: “Fate al caso mio? Quanto mi costerà? Che cosa devo fare adesso?”.

Proporrei a ChatGPT in modalità agente un compito circoscritto: esplorare le pagine pubbliche seguendo l’obiettivo di un segmento preciso. La documentazione ufficiale di OpenAI descrive la navigazione e l’interazione con i siti attraverso il browser dell’agente. Alcuni siti possono impedirne l’accesso.

Esempio ipotetico: un responsabile acquisti cerca sul sito di un fornitore un servizio di manutenzione. Deve capire copertura geografica, tempi d’intervento e modalità di richiesta del preventivo.

Prompt pronto

Esplora le pagine pubbliche di [URL] seguendo questo scenario:
cliente = [segmento documentato];
obiettivo = [compito concreto];
vincoli = [tempo, budget, competenze, altri vincoli noti].
Ti allego il dossier cliente e i materiali disponibili.

Visita il sito a partire dalla home e prova a trovare le informazioni necessarie per [obiettivo].
Riporta il percorso effettivamente seguito, con URL e, se disponibili, screenshot.

Per ogni passaggio distingui:
1. ciò che hai osservato nella pagina;
2. una possibile difficoltà per questo cliente, che resta un'ipotesi;
3. la modifica suggerita;
4. il modo per verificarla con utenti reali.

Non inventare clic, informazioni, tempi di caricamento o risultati.
Se una pagina è bloccata, segnalalo.
Non inviare moduli, non acquistare e non creare account.
Se non puoi navigare, chiedimi screenshot e testi e dichiara che l'analisi riguarda soltanto quei materiali.

Termina con tre interventi prioritari, motivandoli.
Non stimare percentuali di aumento delle conversioni.

Che cosa verificare: assegna lo stesso compito a potenziali clienti reali e osserva dove si fermano. L’agente produce un primo controllo; la sua abilità di navigazione e lettura non coincide con quella di una persona. Il tempo impiegato dall’AI non misura il tempo necessario al cliente.

2. Simulare un’intervista sul prodotto o servizio con Claude

Un’intervista simulata può aiutare il team a prepararsi: quali domande abbiamo dimenticato? Quali obiezioni stiamo evitando? Quale informazione manca per prendere una decisione?

Userei Claude caricando il dossier, la descrizione dell’offerta e trascrizioni anonimizzate di conversazioni autentiche. La guida ufficiale ai file caricabili in Claude spiega come fornire documenti alla chat. Per questo esercizio si può anche incollare un breve dossier nel messaggio.

Le risposte del personaggio simulato restano generate dal modello. Nel preprint del settembre 2026 Synthetic Data in Marketing Research: How to Evaluate and When to Trust, Oded Netzer e Rajan Sambandam distinguono risposte senza dati di riferimento, personas di segmento e gemelli digitali individuali. Avvertono anche che una buona corrispondenza nei risultati aggregati può nascondere l’assenza di differenziazione a livello individuale. Il lavoro è disponibile come preprint: non lo presento come un risultato già consolidato dalla revisione tra pari.

Prompt pronto

Aiutami a preparare un'intervista a clienti reali su [prodotto/servizio].

Prima leggi i materiali allegati e separa:
- informazioni documentate sul segmento;
- informazioni sull'offerta;
- dati mancanti;
- assunzioni che sarebbe necessario fare per la simulazione.

Poi interpreta un possibile cliente di [segmento], basandoti su quei materiali.
Rispondi a una mia domanda alla volta.
Non renderti automaticamente favorevole o contrario al prodotto.
Quando la risposta non è ricavabile dalle fonti, etichettala come "ipotesi simulata"; se non c'è una base sufficiente, rispondi "non determinabile".
Non inventare esperienze personali da presentare come reali.

Quando scrivo FINE, esci dal ruolo e produci:
1. obiezioni emerse nella simulazione;
2. elementi documentati che le rendono plausibili;
3. assunzioni fragili;
4. cinque domande neutrali da porre a clienti reali;
5. quali evidenze potrebbero smentire le nostre ipotesi.

Non stimare quote di mercato, disponibilità a pagare o probabilità di acquisto.

Che cosa verificare: usa le domande con persone del segmento e raccogli esempi di comportamenti passati. “Come hai scelto l’ultimo fornitore?” è più utile di “Compreresti la nostra fantastica soluzione?”. Conserva separati i verbali reali e le risposte simulate.

3. Ascoltare recensioni e reclami con NotebookLM

Qui il cliente ha già parlato. Le sue parole sono sparse fra interviste, recensioni, ticket e verbali commerciali. L’esercizio consiste nel leggerle insieme, preservando la possibilità di risalire al testo originale.

Proporrei NotebookLM, indicato come Gemini Notebook nella documentazione Google consultata, per costruire un taccuino dedicato alla voce del cliente. La guida ufficiale all’aggiunta delle fonti descrive l’importazione dei materiali. Prepara documenti con identificativi stabili: per esempio TICKET-018 o INTERVISTA-004.

Il preprint di Artem Timoshenko, Chengfeng Mao e John R. Hauser, Can Large Language Models Extract Customer Needs as well as Professional Analysts?, confronta l’estrazione dei bisogni da testi con il lavoro di analisti professionali. Il modello perfezionato con esempi professionali ottiene risultati pari o superiori agli analisti nello studio; il modello base con il solo prompting non è sufficientemente accurato o specifico. Quindi il risultato del paper non va trasferito automaticamente a una normale chat o a NotebookLM.

Prompt pronto

Analizza esclusivamente le fonti presenti in questo notebook:
[elenco dei documenti e periodo coperto].

Costruisci una tabella con:
- bisogno del cliente;
- problema concreto descritto;
- identificativo della testimonianza;
- citazione del passaggio e collegamento alla fonte;
- eventuali testimonianze contrarie;
- possibile intervento, chiaramente etichettato come proposta.

Distingui richieste esplicite da bisogni che inferisci.
Non confondere il numero di documenti con il numero di clienti.
Non attribuire ai clienti affermazioni assenti dalle fonti.
Se non puoi ricostruire un conteggio esatto, dichiaralo.
Non presentare questo insieme di recensioni come rappresentativo di tutta la clientela.

Seleziona tre problemi da discutere con il team,
indicando quali verifiche umane servono prima di agire.

Che cosa verificare: controlla i passaggi originali, soprattutto quelli che giustificano le decisioni prioritarie. Non confondere il reclamo più frequente nel materiale raccolto con il problema più importante per tutti i clienti: chi scrive una recensione o contatta l’assistenza è una parte della clientela.

4. Controllare le promesse del marketing con Gemini

“Assistenza immediata”. Poi il contratto parla di due giorni lavorativi. “Tutto incluso”. Poi ci sono tre servizi aggiuntivi. Il cliente incontra l’azienda attraverso queste frasi: meritano un controllo prima della pubblicazione.

Userei Gemini per confrontare annunci, landing page e brochure con listini, condizioni e descrizioni del servizio. La documentazione ufficiale sul caricamento e sull’analisi dei file conferma la possibilità di fornire questi materiali. Meglio separare e denominare chiaramente comunicazione e documenti operativi.

Prompt pronto

Confronta i materiali di comunicazione [elenco]
con i documenti che descrivono l'offerta effettiva [elenco].

Per ogni promessa esplicita o ragionevolmente implicita, indica:
1. formulazione originale e documento;
2. possibile interpretazione da parte del cliente [segmento];
3. prova presente nei documenti operativi;
4. limiti, condizioni o esclusioni;
5. stato: supportata, contraddetta, ambigua oppure non verificabile;
6. proposta di riscrittura chiara e fedele alle evidenze.

Cita i passaggi su entrambi i lati del confronto.
Una prova assente non dimostra che la promessa sia falsa.
Non aggiungere vantaggi o garanzie non documentati.
Se due documenti si contraddicono, segnala il conflitto.
Separa l'analisi testuale dalla verifica che deve fare il responsabile del servizio.

Che cosa verificare: fai controllare la matrice da chi eroga il servizio. Poi chiedi a clienti reali di spiegare che cosa si aspettano leggendo il messaggio: un testo può essere tecnicamente corretto e produrre comunque un’aspettativa sbagliata.

Questa attenzione serve anche a evitare un assistente troppo compiacente. Nello studio Towards understanding sycophancy in language models, pubblicato da Anthropic nel 2023, cinque assistenti esibiscono comportamenti di compiacenza in quattro compiti di generazione del testo. È evidenza riferita ai modelli e ai test di quel lavoro, non una misura dell’affidabilità di ogni versione attuale. Per i nostri esercizi suggerisce di chiedere prove e contraddizioni, senza trattare una risposta convincente come una conferma indipendente.

5. Trovare gli ostacoli nel customer journey con Copilot in Excel

La centralità del cliente deve arrivare anche dopo il clic. Quanto aspetta un preventivo? In quale passaggio si interrompe il percorso? Quante volte deve ricontattare l’assistenza?

Proporrei Copilot in Excel su un’esportazione già controllata e anonimizzata di dati commerciali e di assistenza. La guida Microsoft all’analisi dei dati con Copilot descrive riepiloghi, tendenze, anomalie e generazione di formule. È utile per esplorare i dati e rendere visibili i calcoli da controllare.

Dati di partenza suggeriti: identificativo pseudonimo della pratica, segmento, canale, date delle fasi, esito, motivo della perdita quando registrato, eventuali ticket. Nel B2B bisogna distinguere persone, aziende e opportunità: contarle come se fossero la stessa cosa distorce il percorso.

Prompt pronto

Analizza questa tabella sul percorso dei clienti di [azienda].
Prima verifica significato delle colonne, duplicati, dati mancanti,
periodo osservato e unità di analisi.
Chiedimi chiarimenti se le definizioni sono ambigue.

Calcola solo gli indicatori sostenuti dai dati:
- tempo mediano fra richiesta e prima risposta;
- tempo mediano fra richiesta e preventivo;
- passaggi fra fasi, con numeratore e denominatore espliciti;
- motivi di perdita registrati e quota di motivi mancanti;
- numero di ricontatti, se ricostruibile.

Mostra le formule e separa pratiche ancora aperte da pratiche concluse.
Confronta segmenti e canali soltanto quando periodo e definizioni sono comparabili.
Non attribuire causalità alle differenze osservate.
Non inventare motivi di abbandono.

Proponi tre ipotesi di intervento. Per ciascuna indica:
evidenza, dati mancanti, modifica da provare,
indicatore di verifica e possibili effetti indesiderati.
Non stimare aumenti delle vendite senza un esperimento.

Che cosa verificare: confronta i calcoli con la tabella originale e ascolta clienti che hanno interrotto il percorso. Un calo fra due fasi può derivare dal prodotto, dai tempi, dalla stagionalità o da un cambiamento nella registrazione dei dati. L’AI aiuta a formulare le domande da investigare.

La prossima riunione: un problema del cliente, una prova, una decisione

Porterei al tavolo un documento breve con quattro elementi: problema del cliente, evidenza disponibile, modifica proposta e modalità di verifica. Per cominciare sceglierei un solo esercizio: una pagina da migliorare, una promessa da chiarire o un’attesa da ridurre.

Chi vuole collegare questo lavoro alla produzione dei contenuti può partire anche dal mio esempio di piano di content marketing con ChatGPT: il dossier del cliente aiuta a dare sostanza alle scelte editoriali.

La sedia vuota rimane una buona metafora finché ci ricorda di andare a cercare la voce del cliente. Riempirla di risposte generate e poi trattarle come testimonianze sarebbe un modo molto tecnologico di continuare a parlare da soli.

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Un uomo porge una penna e chiede: «Vendimi questa penna». L’altro risponde: «Vi ucciderà tutti».

Ammettiamolo: come argomento commerciale è insolito. Una penna che scrive bene potrebbe interessarmi. Una penna che stermina l’umanità, invece, preferirei lasciarla in cartoleria.

Eppure, se al posto della penna mettiamo l’intelligenza artificiale, la battuta diventa meno assurda. È questo il bersaglio del meme: il cortocircuito fra la promessa di una tecnologia straordinaria e l’annuncio delle conseguenze terribili che potrebbe produrre.

Mi ha fatto sorridere. Poi mi ha fatto pensare. Perché dietro due vignette c’è una domanda utile anche per chi non sa nulla di AI: quando qualcuno descrive il proprio prodotto come una forza capace di cambiare, o distruggere, il mondo, sta spiegando un rischio oppure ne sta aumentando il fascino?

Le due cose, talvolta, possono convivere.

Come si legge il meme, anche senza aver visto il film

L’immagine riprende la scena di “Vendi questa penna” di The Wolf of Wall Street, con Leonardo DiCaprio nei panni di Jordan Belfort. La richiesta è una prova di vendita: convincere l’interlocutore a comprare un oggetto banalissimo.

Nel meme, alla richiesta inglese «Sell me this pen» segue «It’s going to kill you all»: «Vi ucciderà tutti». La seconda battuta è la riscrittura satirica dell’immagine, non una citazione da usare come testimonianza sul dibattito scientifico.

Per ritrovare il contesto cinematografico si può guardare la scena della penna su YouTube.

La comicità nasce dal ribaltamento delle aspettative. Ci aspettiamo un vantaggio, riceviamo una minaccia. La penna diventa una metafora dell’AI: chi dovrebbe mostrarci perché usarla ci racconta quanto potrebbe essere pericolosa.

Non serve conoscere modelli linguistici, reti neurali o agenti. Basta riconoscere l’assurdità della situazione: «Compra il mio prodotto. È talmente potente che potrebbe essere l’ultimo che comprerai».

Perché il meme viene associato all’intelligenza artificiale

Il collegamento ha una base reale. Nella dichiarazione sul rischio di estinzione del Center for AI Safety, firmata anche da Sam Altman, Dario Amodei e Demis Hassabis, si chiede di trattare la mitigazione di quel rischio come una priorità globale, accanto a pandemie e guerra nucleare.

È una presa di posizione seria. Ma occorre leggerla bene: non afferma che il chatbot sul nostro telefono ci ucciderà, non indica una data e non quantifica la probabilità di un’estinzione.

Il meme comprime tutto in una frase brutale. Fa il suo mestiere: semplifica e provoca. Il nostro mestiere, dopo aver riso, è rimettere dentro le sfumature.

Una dichiarazione di preoccupazione non è una dimostrazione che un evento accadrà. E la presenza di interessi commerciali non rende automaticamente falsa una preoccupazione.

La paura può far sembrare un prodotto più potente?

Immaginiamo due presentazioni dello stesso software.

Nella prima, il venditore dice: «Aiuta a preparare una bozza di relazione. Va controllata».

Nella seconda: «Questa tecnologia potrebbe sconvolgere la civiltà».

La prima ci permette di valutarne un impiego concreto. La seconda ci invita a immaginare un potere enorme, prima ancora di aver visto come funziona.

Qui propongo una lettura del meme, non una diagnosi delle intenzioni di tutte le aziende AI: un racconto catastrofico può contribuire a costruire l’immagine di una tecnologia eccezionale. Se una cosa può distruggere il mondo, viene spontaneo pensare che sia potentissima. E se è potentissima, potremmo convincerci di doverla conoscere, comprare o adottare subito.

Persino una critica può diventare pubblicità involontaria.

La ricerca sulla persuasione offre un tassello utile. Una meta-analisi di Melanie Tannenbaum e colleghi, pubblicata su Psychological Bulletin nel 2015, ha esaminato 127 lavori e oltre 27.000 partecipanti. Nel complesso, i messaggi basati sulla paura influenzavano atteggiamenti, intenzioni e comportamenti; risultavano più efficaci quando indicavano anche una risposta capace di affrontare la minaccia.

Attenzione al salto logico: quella ricerca non dimostra che parlare di estinzione faccia vendere abbonamenti AI. Aiuta a capire perché l’accoppiata “minaccia più soluzione” possa persuadere. Per dimostrare un effetto commerciale specifico servirebbero dati specifici.

Parlare di sicurezza non equivale a vendere paura

Qui il meme rischia di portarci fuori strada. Se qualcuno mette in guardia da un pericolo, non possiamo liquidarlo automaticamente come un venditore furbo.

Un produttore di automobili deve studiare gli incidenti. Un’azienda che sviluppa AI deve studiare i danni che i suoi sistemi possono causare. Sarebbe preoccupante anche il contrario: «Tranquilli, andrà tutto bene, comprate e basta».

Per esempio, Anthropic ha presentato nel 2023 la propria Responsible Scaling Policy, un insieme di protocolli tecnici e organizzativi per gestire i rischi di sistemi sempre più capaci. La pagina della policy ne raccoglie le successive revisioni.

L’esistenza di una policy non prova che ogni rischio sia sotto controllo. Mostra però che il discorso sulla sicurezza può comprendere procedure e impegni, oltre agli slogan.

Io valuterei soprattutto questo: all’allarme seguono test, criteri verificabili, responsabilità e misure concrete? Oppure rimane soltanto una frase da rilanciare?

Tre piani da tenere distinti: danni, scenari, promesse

Per orientarsi conviene separare tre cose che spesso finiscono nello stesso titolo.

I danni documentati e i problemi osservabili. Un sistema può produrre informazioni false, esporre dati o restituire risultati discriminatori. Il profilo sui rischi dell’AI generativa del National Institute of Standards and Technology, NIST affronta, fra gli altri, proprio falsità generate con apparente sicurezza, privacy, distorsioni e integrità dell’informazione. Per subire un danno non serve una macchina “cosciente”: basta fidarsi di una risposta sbagliata.

Gli scenari futuri di rischio grave. La possibilità di perdere il controllo di sistemi molto più capaci richiede ricerca e precauzioni. Nell’International AI Safety Report 2025 si esplicitano anche divergenze fra esperti sulla probabilità di questi scenari. Possibile, probabile e inevitabile sono parole diverse.

Le promesse commerciali. “Cambierà tutto” o “chi non lo usa è finito” sono affermazioni da mettere alla prova. Un annuncio sul futuro dell’umanità non ci dice se uno strumento migliora davvero il nostro lavoro.

Confondere questi piani rende facile passare dall’entusiasmo al panico. Tenerli distinti permette di prendere decisioni migliori.

Cinque domande prima di comprare la penna

Quando incontro una promessa enorme o un allarme enorme sull’AI, provo a tradurlo in domande semplici:

  1. Di quale sistema stiamo parlando? Un chatbot per scrivere bozze e un agente autorizzato a compiere operazioni hanno capacità e conseguenze diverse.
  2. Qual è la prova? Un esperimento, un incidente documentato, una previsione o una frase promozionale?
  3. Quanto è incerto ciò che viene detto? “Potrebbe accadere” non significa “accadrà”.
  4. Chi parla e quali interessi ha? Gli interessi vanno considerati, senza usarli come scorciatoia per smentire ogni argomento.
  5. Che cosa posso fare concretamente? Verificare una fonte, limitare i permessi, proteggere i dati, confrontare alternative?

Sono domande utili per un genitore, un insegnante, un professionista o un responsabile aziendale. Non richiedono una laurea in informatica.

E aiutano a gestire anche quella sensazione di essere sempre in ritardo di cui ho parlato nell’articolo sull’AI Anxiety, l’ansia da intelligenza artificiale.

Un esercizio: riscrivere il messaggio senza l’apocalisse

Questo meme può diventare un piccolo laboratorio di educazione alla comunicazione.

Prendiamo una frase ipotetica: «Se non introduci l’AI, la tua azienda sparirà».

Chiediamo di riscriverla indicando un’attività, una prova e un limite:

«Possiamo sperimentare l’AI nella preparazione delle risposte ai clienti. Confronteremo tempi e qualità con il processo attuale, mantenendo la revisione umana».

La seconda frase fa meno rumore. Ma ci permette di capire che cosa verrà fatto e come valutarlo.

Poi facciamo l’esercizio opposto. Trasformiamo «L’AI risolverà tutti i problemi» in una promessa circoscritta e verificabile. Scopriremo che l’entusiasmo senza prove e la paura senza prove condividono lo stesso difetto: ci chiedono di credere prima di capire.

La penna del meme, allora, serve davvero a qualcosa. Ci ricorda di chiedere spiegazioni a chi ci vende il futuro.

Io, prima di comprarla, vorrei vedere se scrive. Per l’estinzione possiamo evitare il pacchetto premium.

Nel mese di maggio sono stato ospite di Marketing Garage: ho fatto una chiacchierata di oltre un’ora con Gianluca Testa, spaziando dall’AI a LinkedIn fino a (per la prima volta) temi personali. In fondo a questa pagina trovi l’intera registrazione.
Questo la presentazione dell’intervista da parte di Marketing Garage.
🚀 In questa puntata di Marketing Garage Gianluca Testa intervista un ospite d’eccezione: Gianluigi Bonanomi, esperto di intelligenza artificiale, comunicazione digitale e Strategie LinkedIn. Un professionista che da anni aiuta aziende e professionisti a comunicare meglio, sfruttando la tecnologia senza perdere il tocco umano. 💡🤖
🎙️ Parliamo di:
* 👉 Come l’AI sta cambiando le PMI italiane
* 🔍 L’uso dell’AI nel content marketing mantenendo autenticità e stile
* 💼 Le potenzialità del social selling su LinkedIn
* 🧠 Perché il prompting è (forse) una skill del futuro
* ⚖️ AI, etica e umanesimo digitale: dove stiamo andando?
* 🧑‍🏫 L’impatto dell’AI sulla formazione aziendale e nel mondo scolastico
* 📚 I suoi libri, tra cui Uomini che amano i chatbot,.
* 🚀 Il fenomeno dei solopreneur e le startup nate con gli agenti AI
💬 Scopri le risposte di Gianluigi alle domande più attuali su AI, LinkedIn e branding. Un’intervista ricca di spunti pratici e riflessioni profonde, perfetta per chi vuole comprendere come cavalcare il cambiamento tecnologico invece di subirlo.
🔥 Non perderti i consigli su:
* Come aumentare l’engagement su LinkedIn in modo etico
* Gli errori più comuni da evitare sul profilo
* Le tendenze emergenti da conoscere per il 2025
📌 Se lavori nel marketing, sei un founder, un formatore, un digital strategist o un appassionato di AI… questo episodio è per te! 🎯
🔔 Iscriviti al canale, lascia un like 👍 e attiva la campanella per non perdere i prossimi ospiti del Marketing Garage.
🔹 Link all’intervista nel primo commento ⬇️⬇️⬇️
CAPITOLI:
00:00 Chi è Gianluigi Bonanomi
03:20 Ambiti specifici di AI: Intelligenza Artificiale Generativa
04:34 Applicativi AI Verticali per specifiche attività: esempi concreti
10:51 Il mercato della ricerca su Google sta scomparendo?
17:50 La skill del Prompting
23:33 L’Umanesimo incontra l’Intelligenza Artificiale: Rapporto macchina e Uomo
29:47 Agenti AI e Solopreneur: Aziende composte da 1 Persona
36:33 Strategie Linkedin e Social Selling
43:43 Contenuti efficaci su Linkedin: il Punto di Vista Personale e il Comment Marketing
46:46 Come unire le Strategie Linkedin con l’AI
51:58 Deep Research e utilizzo in ambito Accademico
56:59 AI e PMI: come le aziende italiane devono approcciare l’Intelligenza Artificiale
01:00:55 Come costruire in forte Personal Brand in un mercato affollato
01:03:12 Rapporto Libri Pubblicati e Personal Brand
01:05:11 Le domande personali a Gianluigi Bonanomi

Il video della mia intervista a Marketing Garage

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L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo del marketing, offrendo nuove opportunità per brainstorming, targetizzazione, campagne adv, personalizzazione dei messaggi per l’utente, reportistica e altro ancora. L’uso dell’AI nel marketing, in pratica, permette di analizzare grandi quantità di dati, automatizzare processi complessi e creare contenuti più coinvolgenti. Ma in concreto? Qui raccolgo cinque modi efficaci per utilizzare l’intelligenza artificiale nel marketing.

1. Analisi dei dati e segmentazione del pubblico

Gli strumenti di intelligenza artificiale possono raccogliere e analizzare grandi quantità di dati provenienti da diverse fonti, come siti web, social media e CRM. Questa capacità consente ai marketer di ottenere una comprensione approfondita del comportamento dei clienti e di segmentare il pubblico in modo più preciso.

Con l’AI, è possibile identificare gruppi di consumatori con interessi simili e creare profili dettagliati. Gli algoritmi di machine learning possono prevedere quale tipo di contenuto, prodotto o offerta sarà più efficace per ciascun segmento, migliorando significativamente il tasso di conversione.

Qui un esempio dell’uso di AItable:

2. Automazione delle campagne pubblicitarie

L’automazione delle campagne pubblicitarie è un altro modo efficace per utilizzare l’AI nel marketing. Strumenti di marketing basati sull’intelligenza artificiale, come Google Ads e Facebook Ads, utilizzano algoritmi di apprendimento automatico per ottimizzare gli annunci in tempo reale.

L’AI può gestire automaticamente il budget delle campagne, scegliere il momento migliore per pubblicare gli annunci e selezionare i canali più efficaci per raggiungere il pubblico. Questa ottimizzazione automatica consente di massimizzare il ritorno sull’investimento, anche detto ROI, e ridurre i costi pubblicitari, migliorando l’efficacia complessiva delle strategie di marketing.

Questo video spiega come utilizzare le nuove capacità di AI generativa di Google per migliorare le campagne di Google Ads, grazie a Performance Max:

3. Creazione di contenuti personalizzati

L’intelligenza artificiale può aiutare i marketer a creare contenuti personalizzati su larga scala. Utilizzando l’AI, è possibile analizzare il comportamento degli utenti e generare contenuti su misura per ciascun cliente. Questo aumenta l’engagement e la soddisfazione del cliente, migliorando l’efficacia delle campagne.

Ad esempio, strumenti come Persado e Phrasee utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale per creare testi persuasivi per email, landing page e annunci pubblicitari. Questi strumenti analizzano le reazioni dei clienti ai contenuti e ottimizzano continuamente il linguaggio e il tono per massimizzare l’impatto emotivo e le conversioni.

Ecco una presentazione di Phrasee:

4. Previsione dei trend di mercato

L’intelligenza artificiale è in grado di prevedere le tendenze di mercato analizzando grandi quantità di dati storici e attuali. Questo consente ai marketer di anticipare i cambiamenti del comportamento dei consumatori e di adattare le loro strategie di conseguenza.

Ad esempio, strumenti di previsione basati sull’AI come IBM Watson e Google Trends possono identificare pattern emergenti e prevedere quali prodotti o servizi saranno più richiesti in futuro.

Qui, per esempio, spiego come usare Exploding Topics per intercettare i trend (futuri):

5. Miglioramento del servizio clienti con chatbot

I chatbot basati sull’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende gestiscono il servizio clienti. Questi strumenti possono rispondere automaticamente alle domande frequenti, fornire supporto immediato e guidare i clienti attraverso il processo di acquisto.

Chatbot come Intercom, Drift e ManyChat utilizzano l’intelligenza artificiale per fornire un supporto clienti 24/7, migliorando l’esperienza del cliente e riducendo il carico di lavoro del team di assistenza. L’AI può anche analizzare le conversazioni dei chatbot per identificare problemi comuni e migliorare continuamente la qualità del servizio.

I chatbot basati sull’AI possono raccogliere dati preziosi sul comportamento dei clienti, che possono essere utilizzati per migliorare le strategie di marketing e aumentare la conversione. Offrire un supporto rapido e accurato con i chatbot migliora la soddisfazione del cliente e rafforza la fedeltà al brand.

Qui un video che spiega come funziona ManyChat per Instagram:

Come implementare l’intelligenza artificiale nel marketing

Per utilizzare efficacemente l’intelligenza artificiale nel marketing, è importante iniziare con una strategia chiara e definita. Identifica le aree del marketing che potrebbero trarre maggior beneficio dall’AI, come la segmentazione del pubblico, l’automazione delle campagne, la personalizzazione dei contenuti o il servizio clienti.

Investi in strumenti e piattaforme di AI che si adattano alle tue esigenze e obiettivi specifici. Alcuni strumenti sono progettati per automatizzare attività specifiche, mentre altri offrono una gamma più ampia di funzionalità. Assicurati di scegliere quelli più adatti alla tua strategia.

Infine, educa il tuo team sull’uso dell’AI. Fornisci formazione e risorse per aiutare i membri del tuo team a comprendere come utilizzare gli strumenti di AI e come interpretarli per prendere decisioni di marketing più informate.

L’intelligenza artificiale è destinata a svolgere un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana e nell’evoluzione della società. Le applicazioni dell’IA sono in costante espansione, e nel futuro potresti trovarti anche tu a lavorare in questo campo.

Questi lavori possono essere svolti sia in qualità di lavoratori dipendenti, sia in Partita IVA. Nel secondo caso ti conviene rivolgerti ad un esperto, come il team di Fiscozen, per scoprire tutte le potenzialità della tua attività autonoma. Avrai un consulente fiscale dedicato che risponderà a tutti i tuoi dubbi, come quelli sul pagamento di tasse e contributi. La consulenza è gratis!

 

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Dal marzo 2022 tengo il corso di net marketing (titolo anni Novanta!) presso l’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. L’obiettivo del corso è far comprendere agli studenti i concetti chiave del digital marketing e della comunicazione digitale aziendale.

Nella prima lezione, tenuta il 10 marzo, il tema chiave era la differenza tra marketing e comunicazione, spesso poca chiara. In realtà la differenza è netta. Secondo una definizione classica, “il marketing, attraverso l’analisi della domanda, individua i bisogni del cliente e definisce le azioni e i processi atti a soddisfarli, creando il massimo profitto per l’organizzazione da diversi punti di vista: economici, reputazionali, di accrescimento della brand equity (valore della marca) e di opportunità di mercato”. Tra gli strumenti a disposizione di chi fa marketing c’è anche la comunicazione: sito Web, campagne social, brochure, volantini, eventi, spot e così via. Secondo Paolo Enrico, prima di essere comunicazione, il marketing è strategia, vision, coordinamento.

Per spiegare questa differenza ho citato il caso dell’acqua minerale in bottiglia, che puoi ascoltare in questo video:

Dopo la parte teorica, gli studenti si sono divisi in gruppi per fare degli approfondimenti, analizzare casi di studio e realizzare delle presentazioni sulle diverse tematiche. Riporto in questa pagina i loro contributi.

Un gruppo (composto da Monica Velaj – Marco Grandi – Marco Muzzin – Luca Perini) ha lavorato sulla differenza tra marketing e comunicazione a partire dall’esempio di Gilette, citando la campagna “Shave like a bomber” con Bobo Vieri:

Un altro gruppo (Martina Bellomi – Maria Boninsegna – Giulia Boselli-Botturi) ha analizzato il viaggio del cliente (con il modello delle 5A, che ho illustrato nel video sull’Oculus) prendendo a esempio il caso della GoPro:

Un terzo gruppo (Alberto Venturini – Elia Tabarelli – Elena Sandrini – Roberta Cannavò – Pietro Fausto Filareto) ha illustrato le differenze tra inbound marketing (o content marketing) e outbound marketing:

Qui invece l’anali della comunicazione social di Trussardi  (che avevo trattato nel video “Perché le foto social di Trussardi fanno schifo? 3 ipotesi campate per aria“) da parte del quarto gruppo (Bianchessi Eugenia – Facchinetti Sara – Ferrari Cristian – Fornari Sara):

Infine un ultimo gruppo (Eleonora Manzo – Laura Ferri – Francesca Chiabotto – Giovanmaria Crescini) ha trattato del rebranding da Facebook a Meta:

 

 

Il tempo passa, cambiano le abitudini. Non c’è solo la pandemia a preoccupare: l’emergenza climatica, il riscaldamento globale, le discriminazioni sono alcuni dei problemi che affliggono la nostra società, composta più da consumatori che da esseri umani.

In un mondo in cui i media tendono a celebrare “solo” quei personaggi che ce l’hanno fatta o quei brand che sono diventati iconici, i più giovani sono diventati i principali promotori di un cambiamento per salvare non solo il pianeta ma l’intera società. Dopo aver richiesto a gran voce non solo a politici, banchieri, economisti e ad altre figure di primo piano del panorama mondiale di assumere una posizione netta per risolvere i problemi più sentiti, i ragazzi e le ragazze appartenenti alla generazione dei “Millennials” o a quella successiva della “Gen Z” hanno rivolto la loro attenzione ad aziende e imprese.

Il voto col portafoglio, per esempio, è un termine coniato da: Leonardo Becchetti (Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”) per premiare o, viceversa, punire, aziende e nazioni responsabili (o irresponsabili) dal punto di vista sociale e ambientale. Perché la “dichiarazione del purpose” ai ragazzi e alle ragazze di questa generazione ormai non basta più: è necessario passare all’azione. Infatti, nel processo decisionale che porta all’acquisto, le nuove generazioni prestano attenzione ad altri fattori come i valori e la possibilità di riconoscersi in un brand piuttosto che la qualità del prodotto/servizio oppure il suo costo. Le aziende/brand che prendono posizione sono apprezzatissime dai Millenials o dai Gen Z.

È cambiata la percezione del brand

Se fino a qualche anno fa le aziende creavano valore semplicemente sfruttando le risorse interne, negli ultimi tempi c’è stato un cambio di paradigma: le stesse società (più specificatamente i brand) hanno stravolto completamente il loro approccio e hanno iniziato a utilizzare prodotti e servizi per trasmettere messaggi di carattere politico, sociale e culturale.

Il brand stesso è diventato qualcosa di più di una semplice marca: si è trasformato nell’espressione di quei valori che sintetizzano la visione aziendale e che sono parte integrante della strategia di comunicazione. Azienda e brand diventano così i promotori di un modello di business in cui il raggiungimento degli obiettivi economici è correlato o subordinato all’impegno stesso degli stessi soggetti in cause di rilevanza sociale, politica e ambientale: il famoso “brand activism”.

La nascita del brand activism

Contrariamente a quello che si può pensare, il brand activism è un fenomeno piuttosto recente: il libro “Dal purpose all’azione” scritto da Philip Kotler e Christian Sarkar è quello che è possibile considerare come il manifesto/testo di riferimento di questo modello di business. In base alla definizione data dai due autori, il brand activism non è altro che

La strategia (o le strategie) attraverso cui un’azienda si fa promotrice di una causa.

Oltre a stravolgere la visione stessa dell’azienda, questo modello punta a stravolgere anche il processo decisionale dei clienti nella fase di acquisto. Il brand activism può essere di due tipi, progressivo o regressivo.

Nel primo caso, le aziende/imprese si fanno carico del cosiddetto benessere collettivo impegnandosi in una serie di “cause” sociali: è una strategia che viene utilizzata soprattutto per migliorare la reputazione di un brand, soprattutto se operano in certi settori.

Nel secondo caso, invece, le aziende puntano a massificare il profitto e a minimizzare gli effetti negativi dei propri prodotti su temi come la salute o l’ambiente: l’industria del tabacco è il classico esempio (basta ripensare ad alcune celebri campagne pubblicitarie del passato).

Un altro aspetto che è importante considerare è l’ambito in cui viene svolto/proposto il brand activism. Il campo sociale, per esempio, viene utilizzato spesso dalle aziende, così come quello economico e politico. Negli ultimi anni, le tematiche ambientali hanno conquistato il cuore di molti prestigiosi marchi: il brand activism, però, può essere utilizzato anche per questione organizzative lavorative o per politiche interne. Se i più giovani  tendono ad apprezzare quelle aziende capaci di prendere una posizione netta su questioni di carattere politico/sociale, gli adulti paradossalmente sembrano credere meno nell’importanza del brand activism.

Il brand activism funziona davvero?

A questo punto ti starai sicuramente chiedendo se il brand activism sia davvero efficace. Quando il consumatore acquista un prodotto o un servizio cerca qualcosa che rispecchi e incarni i valori in cui crede: con l’acquisto chiede anche all’azienda di agire, di diventare parte attiva del cambiamento e di farsi carico dei problemi sociali. Durante la pandemia, infatti, il brand activism è letteralmente esploso: l’emergenza sanitaria ha spinto molte aziende e marchi prestigiosi a dare “quel” qualcosa in più per migliorare la società. Per farti capire come funziona il brand activism, eccoti una serie di esempi, alcuni più clamorosi (vedi Nike) altri molto più vicini a noi.

Nike contro le discriminazioni

Il colosso dell’abbigliamento sportivo di Beaverton non è nuovo a campagne di questo tipo. Per esempio, nel 2018 aveva firmato come testimonial nientepopodimeno che l’ex quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, messo letteralmente al bando dall’intera lega NFL per essersi inginocchiato durante la celebrazione dell’inno nazionale durante le partite. Con questo gesto il giocatore cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica statunitense sull’oppressione degli afroamericani e delle minoranze etniche. Questo è un perfetto esempio di brand activism: Nike lo ha preso come testimonial della campagna “Believe in something, even if it means sacrificing everything” (credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto il resto) con tanto di “Just Do It” piazzato nei cartelloni pubblicitari. E sempre in tema di discriminazione razziale, la multinazionale americana ha recentemente cambiato in una campagna pubblicitaria il suo iconico slogan “Just Do It” in “For Once, Don’t Do It” (per una volta, non farlo).

Diesel in favore della sostenibilità ambientale

Un altro esempio di bran activism può essere la campagna realizzata da Diesel in piena pandemia. Con “Diesel for Responsible Living” il messaggio dell’azienda di Renzo Rosso è stato chiaro e in linea con le aspettative delle nuove generazioni che richiedono una presa di posizione netta in favore della sostenibilità ambientale ed economica per avere un futuro migliore. Considerando che Diesel si è sempre distinta per l’innata capacità di rompere i soliti schemi, il brand activism in questo specifico contesto funziona ed è credibile.

Loop, l’economia circolare è una necessità

Ogni anno lo spreco alimentare riguarda oltre un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta. Sprecare cibo equivale a sprecare anche le risorse usate per produrlo (terra, energia e acqua), senza dimenticare un aumento nella produzione dei rifiuti alimentari e un incremento nelle emissioni di gas serra. Lo spreco non riguarda solo il consumatore finale ma l’intera filiera produttiva.

Per limitare questo spreco, Loop ha puntato sulla realizzazione di packaging riutilizzabili. Il nome dell’azienda/brand è una certezza: il termine “loop”, infatti, viene utilizzato per indicare un processo continuo e circolare. Il cliente utilizza il prodotto e Loop si occupa di riprenderlo e di predisporlo al riuso. Sono numerosi i brand che hanno aderito a questa iniziativa: si parla di colossi del calibro di Nestlé, Carrefour, Tesco, PepsiCo, Coca-Cola e altri ancora.

Refurbed, l’azienda che rigenera i device elettronici per salvare il pianeta

Il mercato dei dispositivi ricondizionati è in continua evoluzione e si sta ingrandendo velocemente. Il processo produttivo degli smartphone è dannoso per l’ambiente: quindi, quando si acquista un prodotto rigenerato si salvaguardia il pianeta.

Refurbed è una piattaforma che si occupa di rigenerare e rivendere dispositivi elettronici. Oltre a garantire un significativo risparmio, Refurbed per ogni prodotto venduto pianta un albero in un paese a scelta del cliente.

Oberalp, l’azienda che rispetta la montagna

Specializzata nella produzione di abbigliamento e attrezzature alpine, Oberalp è un’azienda altoatesina che punta forte sulla sostenibilità ambientale. Perché essere ambientalisti significa anche scegliere materiali sostenibili e limitare inquinamento e sprechi. Riciclando della lana Oberalp, per esempio, crea delle giacche, mentre i residui delle lavorazioni tessili diventano magliette, guanti e altri capi di abbigliamento. Oltre a trasformare i rifiuti in oggetti di design (grazie al supporto dell’Università di Bologna), l’azienda di Bolzano ha limitato nella produzione l’utilizzo dei perfluorocarburi (si parla di 65%). In questo video si parla anche di work-life balance dei dipendenti:

Contattami per uno speech sulla comunicazione digitale

Ti ricordi i vecchi spot di Mastrolindo? Parto da qui per parlare di viaggio dell’eroe e, soprattutto, di come archetipi, mezzi magici e detersivi possono essere utili per capire come si deve proporre un consulente. Buona visione:

Il viaggio dell’eroe nella pubblicità e in azienda

Lo schema del “viaggio dell’eroe” è molto diffuso in pubblicità. Eccone un esempio lampante:

In questo video invece mostro come questo schema possa essere usato, in azienda, nelle Risorse Umane e nel marketing:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

Potevo capire il ritorno del vinile: l’esperienza d’ascolto non è qualitativamente migliore, ma emotivamente più coinvolgente. Ma le musicassette? No, dai, le C90 che si smagnetizzavano, i nastri che si rompevano, i riavvolgimenti interminabili e così via… E invece le vendite musicassette sono raddoppiate nella prima metà del 2020!

Eppure da qualche tempo ci stanno propinando Polaroid, Holly e Benji e Nintendo 8 bit. Curiosità: avete visto che cosa propongono come arte per piazzare gli NFT? Un sacco di disegni pixellati! La gif del Nyan Cat, qui sotto riprodotta, è stata battuta all’asta per 590 mila dollari!

La definizione del “nostalgia marketing”

Se la nostalgia è il desiderio di rivivere momenti lontani (il passato è confortante e lo ricordiamo migliore di quello che era, Proust insegna), il cosiddetto “marketing della nostalgia” è la strategia di comunicazione basata sulla “riproposizione di un passato felice, capace di accendere i nostri ricordi e stabilire un legame emozionale con il brand“. Qualcuno parla anche di retro-marketing. Adidas, per esempio, ha una linea Vintage. Guarda questo gustoso video di Microsoft:

Alcuni esempi di nostalgia marketing

In questo video, con sigla anni Ottanta, mostro alcuni esempi di nostalgia marketing (dalle auto al cibo):

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

[Questa intervista è stata pubblicata su StartUp News]

Advergame, cosa sono? Intervista a Marco Mignano di Gladio Games

Gli advergame sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento

Gladio Games si occupa di advergame: di che cosa si tratta?

Negli ultimi anni il settore dei videogiochi è esploso. Il fatturato dell’industria dei videogiochi supera quello del cinema sommato a quello della musica. Questo è possibile grazie alla diffusione degli smartphone, che insieme alle console ci danno la possibilità di accedere a un bacino di utenza che raccoglie svariati miliardi di utenti.Quello che molte aziende stanno iniziando a capire è che il mondo dei videogiochi, oltre a essere dedicato all’intrattenimento, può servire per pubblicizzare la propria realtà e i propri prodotti in maniera ultra innovativa e non invasiva. Noi facciamo proprio questo, realizziamo prodotti videoludici che permettono alle aziende di pubblicizzare se stesse e i propri prodotti. Come? Andando oltre la gamification! Utilizziamo le vere meccaniche che sono alla base dei videogiochi per pubblicizzare le realtà in maniera innovativa. Per esempio possiamo premiare gli utenti con ricompense reali e virtuali per aver raggiunto un certo livello, oppure ricompenseremo l’utente con monete virtuali per leggere messaggi informativi legati all’azienda, così da generare un engagement pazzesco tra i giocatori e l’azienda dietro l’advergame. La caratteristica dei nostri prodotti è che sono app standalone che si possono scaricare in autonomia dagli store e non Web app. In questo modo possiamo sprigionare appieno la potenza dei device e creare dei prodotti unici e fatti su misura in base alle esigenze del cliente.

Marco Mignano Gladio Games Startup-News

Marco Mignano, founder di Gladio Games.

Qual è il modello di business?

Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis. Quello che chiediamo è che l’azienda investa del budget per pubblicizzare l’advergame, mentre noi monetizziamo inserendo la pubblicità non invasiva all’interno dell’advergame stesso. Praticamente chiediamo all’azienda di investire soldi per pubblicizzare se stessa. Questo ci permette di creare dei prodotti di una qualità superiore alla media, anche perché se così non fosse, noi non riusciremo a monetizzare il prodotto.

Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis

Puoi raccontarci qualche caso di successo?

Il nostro ultimo advergame Missione Pianeta è stato sviluppato per Legambiente, con l’obiettivo di pubblicizzare la loro campagna “Tartalove”. L’app ha realizzato migliaia di download nei primi giorni, siamo ad oltre 200 recensioni a 5 stelle solo su Android e su iOS sotto la categoria “famiglia” siamo entrati ufficialmente tra le top 50 app sullo store. Ma oltre i prodotti di Gladio Games, sono molte le aziende che hanno deciso di investire in questi prodotti: per esempio aziende come Nike, Kinder o Renault hanno deciso di realizzare i propri advergame.

Che differenza c’è tra game e gamification, lato business?

La gamification sono una serie di strategie/tecniche, per la maggior parte prese in prestito dal mondo dei videogiochi che servono a rendere migliore o alzare l’engagement di un prodotto o servizio. La gamification si può utilizzare praticamente ovunque, dai processi di apprendimento, alla realizzazione di app per aumentare l’engagement e la retention. Gli advergame, invece sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento.Inoltre gli advergame sono particolarmente efficaci quando si vuole parlare alle generazione Z, la quale è è molto difficile da raggiungere attraverso gli strumenti classici.

Il vostro lavoro è articolato, e tocca anche comunicazione digitale, advertising, social responsability, brand awareness: come stanno insieme tutte queste cose?

È proprio questa la nostra peculiarità: fare stare insieme tutti questi pezzi. Il percorso formativo che abbiamo dovuto affrontare per arrivare dove siamo non è stato un percorso semplice. Il collante di tutto è la passione. Io e il mio socio, prima ancora di fondare Gladio Games, abbiamo realizzato il nostro primo videogioco nel 2014 mentre frequentavamo il corso di laurea in informatica. Lo scoglio più grande che abbiamo dovuto affrontare è quello di riuscire a creare videogiochi di successo con una qualità sopra la media, e unire questo prodotto con il mondo del marketing aziendale.Tutto questo non è facile perché viviamo in un mondo in continua evoluzione, evolvono le tecniche e la tecnologia per sviluppare videogiochi così come i social ed il marketing. Il nostro lavoro è rimanere sempre sul pezzo e sfornare un prodotto di successo dietro l’altro.

Vuoi dare un suggerimento ad altri startupper come te?

L’unica cosa che mi sento di poter dire è quella di seguire le proprie passioni, se l’idea è quella di aprire un’azienda per il solo ritorno economico, e per il “successo” allora non si andrà lontani. Io non cambierei per niente al mondo quello che faccio, lavorare 10 ore al giorno non mi pesa, ma solo e soltanto perché amo quello che faccio e la passione è il mio driver principale.

Questo articolo è stato pubblicato su Digital4.

Quali sono i motivi (reali) che spingono i clienti a comprare? Il metodo ideato da Sakichi Toyoda per la Toyota Motor Corporation elenca i 5 perché che spiegano come i bisogni più intimi siano legati alle nostre scelte.

Nell’ultimo libro di Seth Godin, ricco di suggerimenti (che ho raccolto nell’articolo 7 citazioni dal libro di Seth Godin “Questo è il marketing”), ho trovato in particolare uno spunto interessante su quello che motiva davvero un acquirente. Prima di vederlo, e di illustrare un metodo per trovare le cause profonde, serve un passo indietro.

La punta del trapano di Levitt

Theodore Levitt, professore di marketing dell’Harvard Business School, ha affermato: «La gente non vuole comprare un trapano con una punta da 6 mm. Vuole un foro da 6 mm». In pratica quello che si evince è che la punta da trapano è solo una funzionalità, un mezzo per raggiungere un fine. Quale? Ciò che le persone vogliono veramente, sosteneva Levitt, è il foro che realizzeranno con la punta.

Nessuno vuole davvero un foro, né lo scaffale

Secondo Seth Godin, però, la visione di Levitt è limitata, anzi sbagliata. «Nessuno vuole un foro», scrive: al di là della frase che potrebbe attirare facili e puerili battute, in effetti il trapano serve per fare un foro per montare a parete uno scaffale.
Ma Seth Godin non si ferma qui: «Quello che vogliono è la sensazione che provano nel momento in cui vedono come tutto è ordinato quando ripongono le loro cose sullo scaffale agganciato al muro, ora che c’è un foro da 6 millimetri». Spingendosi oltre, ancora più in profondità, forse i clienti non vogliono solo quella sensazione di ordine, e quindi di sicurezza, ma qualcosa che riguarda i loro più intimi desideri: vogliono anche la soddisfazione di sapere che l’hanno fatto da soli. E la reputazione che ne consegue, con coniugi e amici.

Che cosa cercano davvero i clienti?

«Le persone non vogliono comprare un trapano con una punta da 6 millimetri. Vogliono sentirsi sicure e rispettate»: questa la conclusione di Godin.
Tutto questo mi ha fatto venire in mente il metodo ideato da Sakichi Toyoda per la Toyota Motor Corporation: i cinque perché (5 Whys) (io avevo trattato in un articolo come trovare il proprio perchè: “Riepilogo di LinkedIn: come trovare il proprio perché”). Questo metodo può essere applicato per scoprire i bisogni più intimi delle persone, per esempio perché si usano le email:

1° perché: per rimanere in contatto con gli altri.
2° perché: per condividere e ricevere informazioni rapidamente.
3° perché: per sapere che cosa succede nella vita dei colleghi, amici e familiari.
4° perché: per sapere se qualcuno ha bisogno di te.
5° perché: perché hai paura di essere tagliato fuori.