
Il video della mia intervista a Marketing Garage
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L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo del marketing, offrendo nuove opportunità per brainstorming, targetizzazione, campagne adv, personalizzazione dei messaggi per l’utente, reportistica e altro ancora. L’uso dell’AI nel marketing, in pratica, permette di analizzare grandi quantità di dati, automatizzare processi complessi e creare contenuti più coinvolgenti. Ma in concreto? Qui raccolgo cinque modi efficaci per utilizzare l’intelligenza artificiale nel marketing.
Gli strumenti di intelligenza artificiale possono raccogliere e analizzare grandi quantità di dati provenienti da diverse fonti, come siti web, social media e CRM. Questa capacità consente ai marketer di ottenere una comprensione approfondita del comportamento dei clienti e di segmentare il pubblico in modo più preciso.
Con l’AI, è possibile identificare gruppi di consumatori con interessi simili e creare profili dettagliati. Gli algoritmi di machine learning possono prevedere quale tipo di contenuto, prodotto o offerta sarà più efficace per ciascun segmento, migliorando significativamente il tasso di conversione.
Qui un esempio dell’uso di AItable:
L’automazione delle campagne pubblicitarie è un altro modo efficace per utilizzare l’AI nel marketing. Strumenti di marketing basati sull’intelligenza artificiale, come Google Ads e Facebook Ads, utilizzano algoritmi di apprendimento automatico per ottimizzare gli annunci in tempo reale.
L’AI può gestire automaticamente il budget delle campagne, scegliere il momento migliore per pubblicare gli annunci e selezionare i canali più efficaci per raggiungere il pubblico. Questa ottimizzazione automatica consente di massimizzare il ritorno sull’investimento, anche detto ROI, e ridurre i costi pubblicitari, migliorando l’efficacia complessiva delle strategie di marketing.
Questo video spiega come utilizzare le nuove capacità di AI generativa di Google per migliorare le campagne di Google Ads, grazie a Performance Max:
L’intelligenza artificiale può aiutare i marketer a creare contenuti personalizzati su larga scala. Utilizzando l’AI, è possibile analizzare il comportamento degli utenti e generare contenuti su misura per ciascun cliente. Questo aumenta l’engagement e la soddisfazione del cliente, migliorando l’efficacia delle campagne.
Ad esempio, strumenti come Persado e Phrasee utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale per creare testi persuasivi per email, landing page e annunci pubblicitari. Questi strumenti analizzano le reazioni dei clienti ai contenuti e ottimizzano continuamente il linguaggio e il tono per massimizzare l’impatto emotivo e le conversioni.
Ecco una presentazione di Phrasee:
L’intelligenza artificiale è in grado di prevedere le tendenze di mercato analizzando grandi quantità di dati storici e attuali. Questo consente ai marketer di anticipare i cambiamenti del comportamento dei consumatori e di adattare le loro strategie di conseguenza.
Ad esempio, strumenti di previsione basati sull’AI come IBM Watson e Google Trends possono identificare pattern emergenti e prevedere quali prodotti o servizi saranno più richiesti in futuro.
Qui, per esempio, spiego come usare Exploding Topics per intercettare i trend (futuri):
I chatbot basati sull’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende gestiscono il servizio clienti. Questi strumenti possono rispondere automaticamente alle domande frequenti, fornire supporto immediato e guidare i clienti attraverso il processo di acquisto.
Chatbot come Intercom, Drift e ManyChat utilizzano l’intelligenza artificiale per fornire un supporto clienti 24/7, migliorando l’esperienza del cliente e riducendo il carico di lavoro del team di assistenza. L’AI può anche analizzare le conversazioni dei chatbot per identificare problemi comuni e migliorare continuamente la qualità del servizio.
I chatbot basati sull’AI possono raccogliere dati preziosi sul comportamento dei clienti, che possono essere utilizzati per migliorare le strategie di marketing e aumentare la conversione. Offrire un supporto rapido e accurato con i chatbot migliora la soddisfazione del cliente e rafforza la fedeltà al brand.
Qui un video che spiega come funziona ManyChat per Instagram:
Per utilizzare efficacemente l’intelligenza artificiale nel marketing, è importante iniziare con una strategia chiara e definita. Identifica le aree del marketing che potrebbero trarre maggior beneficio dall’AI, come la segmentazione del pubblico, l’automazione delle campagne, la personalizzazione dei contenuti o il servizio clienti.
Investi in strumenti e piattaforme di AI che si adattano alle tue esigenze e obiettivi specifici. Alcuni strumenti sono progettati per automatizzare attività specifiche, mentre altri offrono una gamma più ampia di funzionalità. Assicurati di scegliere quelli più adatti alla tua strategia.
Infine, educa il tuo team sull’uso dell’AI. Fornisci formazione e risorse per aiutare i membri del tuo team a comprendere come utilizzare gli strumenti di AI e come interpretarli per prendere decisioni di marketing più informate.
L’intelligenza artificiale è destinata a svolgere un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana e nell’evoluzione della società. Le applicazioni dell’IA sono in costante espansione, e nel futuro potresti trovarti anche tu a lavorare in questo campo.
Questi lavori possono essere svolti sia in qualità di lavoratori dipendenti, sia in Partita IVA. Nel secondo caso ti conviene rivolgerti ad un esperto, come il team di Fiscozen, per scoprire tutte le potenzialità della tua attività autonoma. Avrai un consulente fiscale dedicato che risponderà a tutti i tuoi dubbi, come quelli sul pagamento di tasse e contributi. La consulenza è gratis!
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Dal marzo 2022 tengo il corso di net marketing (titolo anni Novanta!) presso l’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. L’obiettivo del corso è far comprendere agli studenti i concetti chiave del digital marketing e della comunicazione digitale aziendale.
Nella prima lezione, tenuta il 10 marzo, il tema chiave era la differenza tra marketing e comunicazione, spesso poca chiara. In realtà la differenza è netta. Secondo una definizione classica, “il marketing, attraverso l’analisi della domanda, individua i bisogni del cliente e definisce le azioni e i processi atti a soddisfarli, creando il massimo profitto per l’organizzazione da diversi punti di vista: economici, reputazionali, di accrescimento della brand equity (valore della marca) e di opportunità di mercato”. Tra gli strumenti a disposizione di chi fa marketing c’è anche la comunicazione: sito Web, campagne social, brochure, volantini, eventi, spot e così via. Secondo Paolo Enrico, prima di essere comunicazione, il marketing è strategia, vision, coordinamento.
Per spiegare questa differenza ho citato il caso dell’acqua minerale in bottiglia, che puoi ascoltare in questo video:
Dopo la parte teorica, gli studenti si sono divisi in gruppi per fare degli approfondimenti, analizzare casi di studio e realizzare delle presentazioni sulle diverse tematiche. Riporto in questa pagina i loro contributi.
Un gruppo (composto da Monica Velaj – Marco Grandi – Marco Muzzin – Luca Perini) ha lavorato sulla differenza tra marketing e comunicazione a partire dall’esempio di Gilette, citando la campagna “Shave like a bomber” con Bobo Vieri:
Caso_studio_Marketing_Comunicazione_GiletteUn altro gruppo (Martina Bellomi – Maria Boninsegna – Giulia Boselli-Botturi) ha analizzato il viaggio del cliente (con il modello delle 5A, che ho illustrato nel video sull’Oculus) prendendo a esempio il caso della GoPro:
Caso_studio_5A_GoProUn terzo gruppo (Alberto Venturini – Elia Tabarelli – Elena Sandrini – Roberta Cannavò – Pietro Fausto Filareto) ha illustrato le differenze tra inbound marketing (o content marketing) e outbound marketing:
Inbound_outboundQui invece l’anali della comunicazione social di Trussardi (che avevo trattato nel video “Perché le foto social di Trussardi fanno schifo? 3 ipotesi campate per aria“) da parte del quarto gruppo (Bianchessi Eugenia – Facchinetti Sara – Ferrari Cristian – Fornari Sara):
Caso_studio_TrussardiInfine un ultimo gruppo (Eleonora Manzo – Laura Ferri – Francesca Chiabotto – Giovanmaria Crescini) ha trattato del rebranding da Facebook a Meta:
Brand_washing_facebook
Il tempo passa, cambiano le abitudini. Non c’è solo la pandemia a preoccupare: l’emergenza climatica, il riscaldamento globale, le discriminazioni sono alcuni dei problemi che affliggono la nostra società, composta più da consumatori che da esseri umani.
In un mondo in cui i media tendono a celebrare “solo” quei personaggi che ce l’hanno fatta o quei brand che sono diventati iconici, i più giovani sono diventati i principali promotori di un cambiamento per salvare non solo il pianeta ma l’intera società. Dopo aver richiesto a gran voce non solo a politici, banchieri, economisti e ad altre figure di primo piano del panorama mondiale di assumere una posizione netta per risolvere i problemi più sentiti, i ragazzi e le ragazze appartenenti alla generazione dei “Millennials” o a quella successiva della “Gen Z” hanno rivolto la loro attenzione ad aziende e imprese.
Il voto col portafoglio, per esempio, è un termine coniato da: Leonardo Becchetti (Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”) per premiare o, viceversa, punire, aziende e nazioni responsabili (o irresponsabili) dal punto di vista sociale e ambientale. Perché la “dichiarazione del purpose” ai ragazzi e alle ragazze di questa generazione ormai non basta più: è necessario passare all’azione. Infatti, nel processo decisionale che porta all’acquisto, le nuove generazioni prestano attenzione ad altri fattori come i valori e la possibilità di riconoscersi in un brand piuttosto che la qualità del prodotto/servizio oppure il suo costo. Le aziende/brand che prendono posizione sono apprezzatissime dai Millenials o dai Gen Z.
Se fino a qualche anno fa le aziende creavano valore semplicemente sfruttando le risorse interne, negli ultimi tempi c’è stato un cambio di paradigma: le stesse società (più specificatamente i brand) hanno stravolto completamente il loro approccio e hanno iniziato a utilizzare prodotti e servizi per trasmettere messaggi di carattere politico, sociale e culturale.
Il brand stesso è diventato qualcosa di più di una semplice marca: si è trasformato nell’espressione di quei valori che sintetizzano la visione aziendale e che sono parte integrante della strategia di comunicazione. Azienda e brand diventano così i promotori di un modello di business in cui il raggiungimento degli obiettivi economici è correlato o subordinato all’impegno stesso degli stessi soggetti in cause di rilevanza sociale, politica e ambientale: il famoso “brand activism”.
Contrariamente a quello che si può pensare, il brand activism è un fenomeno piuttosto recente: il libro “Dal purpose all’azione” scritto da Philip Kotler e Christian Sarkar è quello che è possibile considerare come il manifesto/testo di riferimento di questo modello di business. In base alla definizione data dai due autori, il brand activism non è altro che
La strategia (o le strategie) attraverso cui un’azienda si fa promotrice di una causa.
Oltre a stravolgere la visione stessa dell’azienda, questo modello punta a stravolgere anche il processo decisionale dei clienti nella fase di acquisto. Il brand activism può essere di due tipi, progressivo o regressivo.
Nel primo caso, le aziende/imprese si fanno carico del cosiddetto benessere collettivo impegnandosi in una serie di “cause” sociali: è una strategia che viene utilizzata soprattutto per migliorare la reputazione di un brand, soprattutto se operano in certi settori.
Nel secondo caso, invece, le aziende puntano a massificare il profitto e a minimizzare gli effetti negativi dei propri prodotti su temi come la salute o l’ambiente: l’industria del tabacco è il classico esempio (basta ripensare ad alcune celebri campagne pubblicitarie del passato).
Un altro aspetto che è importante considerare è l’ambito in cui viene svolto/proposto il brand activism. Il campo sociale, per esempio, viene utilizzato spesso dalle aziende, così come quello economico e politico. Negli ultimi anni, le tematiche ambientali hanno conquistato il cuore di molti prestigiosi marchi: il brand activism, però, può essere utilizzato anche per questione organizzative lavorative o per politiche interne. Se i più giovani tendono ad apprezzare quelle aziende capaci di prendere una posizione netta su questioni di carattere politico/sociale, gli adulti paradossalmente sembrano credere meno nell’importanza del brand activism.
A questo punto ti starai sicuramente chiedendo se il brand activism sia davvero efficace. Quando il consumatore acquista un prodotto o un servizio cerca qualcosa che rispecchi e incarni i valori in cui crede: con l’acquisto chiede anche all’azienda di agire, di diventare parte attiva del cambiamento e di farsi carico dei problemi sociali. Durante la pandemia, infatti, il brand activism è letteralmente esploso: l’emergenza sanitaria ha spinto molte aziende e marchi prestigiosi a dare “quel” qualcosa in più per migliorare la società. Per farti capire come funziona il brand activism, eccoti una serie di esempi, alcuni più clamorosi (vedi Nike) altri molto più vicini a noi.

Il colosso dell’abbigliamento sportivo di Beaverton non è nuovo a campagne di questo tipo. Per esempio, nel 2018 aveva firmato come testimonial nientepopodimeno che l’ex quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, messo letteralmente al bando dall’intera lega NFL per essersi inginocchiato durante la celebrazione dell’inno nazionale durante le partite. Con questo gesto il giocatore cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica statunitense sull’oppressione degli afroamericani e delle minoranze etniche. Questo è un perfetto esempio di brand activism: Nike lo ha preso come testimonial della campagna “Believe in something, even if it means sacrificing everything” (credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto il resto) con tanto di “Just Do It” piazzato nei cartelloni pubblicitari. E sempre in tema di discriminazione razziale, la multinazionale americana ha recentemente cambiato in una campagna pubblicitaria il suo iconico slogan “Just Do It” in “For Once, Don’t Do It” (per una volta, non farlo).


Un altro esempio di bran activism può essere la campagna realizzata da Diesel in piena pandemia. Con “Diesel for Responsible Living” il messaggio dell’azienda di Renzo Rosso è stato chiaro e in linea con le aspettative delle nuove generazioni che richiedono una presa di posizione netta in favore della sostenibilità ambientale ed economica per avere un futuro migliore. Considerando che Diesel si è sempre distinta per l’innata capacità di rompere i soliti schemi, il brand activism in questo specifico contesto funziona ed è credibile.
Ogni anno lo spreco alimentare riguarda oltre un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta. Sprecare cibo equivale a sprecare anche le risorse usate per produrlo (terra, energia e acqua), senza dimenticare un aumento nella produzione dei rifiuti alimentari e un incremento nelle emissioni di gas serra. Lo spreco non riguarda solo il consumatore finale ma l’intera filiera produttiva.

Per limitare questo spreco, Loop ha puntato sulla realizzazione di packaging riutilizzabili. Il nome dell’azienda/brand è una certezza: il termine “loop”, infatti, viene utilizzato per indicare un processo continuo e circolare. Il cliente utilizza il prodotto e Loop si occupa di riprenderlo e di predisporlo al riuso. Sono numerosi i brand che hanno aderito a questa iniziativa: si parla di colossi del calibro di Nestlé, Carrefour, Tesco, PepsiCo, Coca-Cola e altri ancora.
Il mercato dei dispositivi ricondizionati è in continua evoluzione e si sta ingrandendo velocemente. Il processo produttivo degli smartphone è dannoso per l’ambiente: quindi, quando si acquista un prodotto rigenerato si salvaguardia il pianeta.
Refurbed è una piattaforma che si occupa di rigenerare e rivendere dispositivi elettronici. Oltre a garantire un significativo risparmio, Refurbed per ogni prodotto venduto pianta un albero in un paese a scelta del cliente.
Specializzata nella produzione di abbigliamento e attrezzature alpine, Oberalp è un’azienda altoatesina che punta forte sulla sostenibilità ambientale. Perché essere ambientalisti significa anche scegliere materiali sostenibili e limitare inquinamento e sprechi. Riciclando della lana Oberalp, per esempio, crea delle giacche, mentre i residui delle lavorazioni tessili diventano magliette, guanti e altri capi di abbigliamento. Oltre a trasformare i rifiuti in oggetti di design (grazie al supporto dell’Università di Bologna), l’azienda di Bolzano ha limitato nella produzione l’utilizzo dei perfluorocarburi (si parla di 65%). In questo video si parla anche di work-life balance dei dipendenti:
Ti ricordi i vecchi spot di Mastrolindo? Parto da qui per parlare di viaggio dell’eroe e, soprattutto, di come archetipi, mezzi magici e detersivi possono essere utili per capire come si deve proporre un consulente. Buona visione:
Lo schema del “viaggio dell’eroe” è molto diffuso in pubblicità. Eccone un esempio lampante:
In questo video invece mostro come questo schema possa essere usato, in azienda, nelle Risorse Umane e nel marketing:
Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.
Potevo capire il ritorno del vinile: l’esperienza d’ascolto non è qualitativamente migliore, ma emotivamente più coinvolgente. Ma le musicassette? No, dai, le C90 che si smagnetizzavano, i nastri che si rompevano, i riavvolgimenti interminabili e così via… E invece le vendite musicassette sono raddoppiate nella prima metà del 2020!
Eppure da qualche tempo ci stanno propinando Polaroid, Holly e Benji e Nintendo 8 bit. Curiosità: avete visto che cosa propongono come arte per piazzare gli NFT? Un sacco di disegni pixellati! La gif del Nyan Cat, qui sotto riprodotta, è stata battuta all’asta per 590 mila dollari!

Se la nostalgia è il desiderio di rivivere momenti lontani (il passato è confortante e lo ricordiamo migliore di quello che era, Proust insegna), il cosiddetto “marketing della nostalgia” è la strategia di comunicazione basata sulla “riproposizione di un passato felice, capace di accendere i nostri ricordi e stabilire un legame emozionale con il brand“. Qualcuno parla anche di retro-marketing. Adidas, per esempio, ha una linea Vintage. Guarda questo gustoso video di Microsoft:
In questo video, con sigla anni Ottanta, mostro alcuni esempi di nostalgia marketing (dalle auto al cibo):
Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.
Negli ultimi anni il settore dei videogiochi è esploso. Il fatturato dell’industria dei videogiochi supera quello del cinema sommato a quello della musica. Questo è possibile grazie alla diffusione degli smartphone, che insieme alle console ci danno la possibilità di accedere a un bacino di utenza che raccoglie svariati miliardi di utenti.Quello che molte aziende stanno iniziando a capire è che il mondo dei videogiochi, oltre a essere dedicato all’intrattenimento, può servire per pubblicizzare la propria realtà e i propri prodotti in maniera ultra innovativa e non invasiva. Noi facciamo proprio questo, realizziamo prodotti videoludici che permettono alle aziende di pubblicizzare se stesse e i propri prodotti. Come? Andando oltre la gamification! Utilizziamo le vere meccaniche che sono alla base dei videogiochi per pubblicizzare le realtà in maniera innovativa. Per esempio possiamo premiare gli utenti con ricompense reali e virtuali per aver raggiunto un certo livello, oppure ricompenseremo l’utente con monete virtuali per leggere messaggi informativi legati all’azienda, così da generare un engagement pazzesco tra i giocatori e l’azienda dietro l’advergame. La caratteristica dei nostri prodotti è che sono app standalone che si possono scaricare in autonomia dagli store e non Web app. In questo modo possiamo sprigionare appieno la potenza dei device e creare dei prodotti unici e fatti su misura in base alle esigenze del cliente.

Marco Mignano, founder di Gladio Games.
Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis. Quello che chiediamo è che l’azienda investa del budget per pubblicizzare l’advergame, mentre noi monetizziamo inserendo la pubblicità non invasiva all’interno dell’advergame stesso. Praticamente chiediamo all’azienda di investire soldi per pubblicizzare se stessa. Questo ci permette di creare dei prodotti di una qualità superiore alla media, anche perché se così non fosse, noi non riusciremo a monetizzare il prodotto.
Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis
Il nostro ultimo advergame Missione Pianeta è stato sviluppato per Legambiente, con l’obiettivo di pubblicizzare la loro campagna “Tartalove”. L’app ha realizzato migliaia di download nei primi giorni, siamo ad oltre 200 recensioni a 5 stelle solo su Android e su iOS sotto la categoria “famiglia” siamo entrati ufficialmente tra le top 50 app sullo store. Ma oltre i prodotti di Gladio Games, sono molte le aziende che hanno deciso di investire in questi prodotti: per esempio aziende come Nike, Kinder o Renault hanno deciso di realizzare i propri advergame.
La gamification sono una serie di strategie/tecniche, per la maggior parte prese in prestito dal mondo dei videogiochi che servono a rendere migliore o alzare l’engagement di un prodotto o servizio. La gamification si può utilizzare praticamente ovunque, dai processi di apprendimento, alla realizzazione di app per aumentare l’engagement e la retention. Gli advergame, invece sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento.Inoltre gli advergame sono particolarmente efficaci quando si vuole parlare alle generazione Z, la quale è è molto difficile da raggiungere attraverso gli strumenti classici.
È proprio questa la nostra peculiarità: fare stare insieme tutti questi pezzi. Il percorso formativo che abbiamo dovuto affrontare per arrivare dove siamo non è stato un percorso semplice. Il collante di tutto è la passione. Io e il mio socio, prima ancora di fondare Gladio Games, abbiamo realizzato il nostro primo videogioco nel 2014 mentre frequentavamo il corso di laurea in informatica. Lo scoglio più grande che abbiamo dovuto affrontare è quello di riuscire a creare videogiochi di successo con una qualità sopra la media, e unire questo prodotto con il mondo del marketing aziendale.Tutto questo non è facile perché viviamo in un mondo in continua evoluzione, evolvono le tecniche e la tecnologia per sviluppare videogiochi così come i social ed il marketing. Il nostro lavoro è rimanere sempre sul pezzo e sfornare un prodotto di successo dietro l’altro.
L’unica cosa che mi sento di poter dire è quella di seguire le proprie passioni, se l’idea è quella di aprire un’azienda per il solo ritorno economico, e per il “successo” allora non si andrà lontani. Io non cambierei per niente al mondo quello che faccio, lavorare 10 ore al giorno non mi pesa, ma solo e soltanto perché amo quello che faccio e la passione è il mio driver principale.
Questo articolo è stato pubblicato su Digital4.
Nell’ultimo libro di Seth Godin, ricco di suggerimenti (che ho raccolto nell’articolo 7 citazioni dal libro di Seth Godin “Questo è il marketing”), ho trovato in particolare uno spunto interessante su quello che motiva davvero un acquirente. Prima di vederlo, e di illustrare un metodo per trovare le cause profonde, serve un passo indietro.

Theodore Levitt, professore di marketing dell’Harvard Business School, ha affermato: «La gente non vuole comprare un trapano con una punta da 6 mm. Vuole un foro da 6 mm». In pratica quello che si evince è che la punta da trapano è solo una funzionalità, un mezzo per raggiungere un fine. Quale? Ciò che le persone vogliono veramente, sosteneva Levitt, è il foro che realizzeranno con la punta.

Secondo Seth Godin, però, la visione di Levitt è limitata, anzi sbagliata. «Nessuno vuole un foro», scrive: al di là della frase che potrebbe attirare facili e puerili battute, in effetti il trapano serve per fare un foro per montare a parete uno scaffale.
Ma Seth Godin non si ferma qui: «Quello che vogliono è la sensazione che provano nel momento in cui vedono come tutto è ordinato quando ripongono le loro cose sullo scaffale agganciato al muro, ora che c’è un foro da 6 millimetri». Spingendosi oltre, ancora più in profondità, forse i clienti non vogliono solo quella sensazione di ordine, e quindi di sicurezza, ma qualcosa che riguarda i loro più intimi desideri: vogliono anche la soddisfazione di sapere che l’hanno fatto da soli. E la reputazione che ne consegue, con coniugi e amici.
«Le persone non vogliono comprare un trapano con una punta da 6 millimetri. Vogliono sentirsi sicure e rispettate»: questa la conclusione di Godin.
Tutto questo mi ha fatto venire in mente il metodo ideato da Sakichi Toyoda per la Toyota Motor Corporation: i cinque perché (5 Whys) (io avevo trattato in un articolo come trovare il proprio perchè: “Riepilogo di LinkedIn: come trovare il proprio perché”). Questo metodo può essere applicato per scoprire i bisogni più intimi delle persone, per esempio perché si usano le email:
1° perché: per rimanere in contatto con gli altri.
2° perché: per condividere e ricevere informazioni rapidamente.
3° perché: per sapere che cosa succede nella vita dei colleghi, amici e familiari.
4° perché: per sapere se qualcuno ha bisogno di te.
5° perché: perché hai paura di essere tagliato fuori.
Tutte le volte che leggo un nuovo libro di Seth Godin devo rimettere mano alle slide dei miei corsi sulla comunicazione e sul digital marketing: nuovi spunti, nuovi punti di vista, nuove frasi a effetto. È successo anche con “Questo è il marketing”, ultima fatica del guru americano de “La mucca viola”. Ho voluto raggruppare qui le sette idee per me più interessanti: in parte confermano e in parte innovano il mio modo di vedere una disciplina che, da qualche anno, tanto mi appassiona.
1.
Marketing è l’atto generoso di aiutare persone a risolvere un loro problema.
Questa è alla base di tutta la comunicazione empatica, centrata (davvero, finalmente) sul cliente; di tutti i piani editoriali che parlano dei problemi e delle esigenze del cliente, non autoreferenziali. Seth Godin fa notare che nella Rete c’è “un miliardo di conversazioni di egoisti: raramente riguardano voi”.
2.
Puntate sul minimo mercato sostenibile (smallest viable market) e narrate una storia interessante per quella nicchia.
Devi stare sul mercato non per fare fatturato ma per cambiare la vita di un gruppo di persone. Non si può cambiare tutti, solo qualcuno. Basta capire chi, e come, che visione del mondo ha: occorre lavorare sulle buyer personas.
3.
Quello che dite non è tanto importante quanto quello che gli altri dicono di voi.
Qui c’è il punto nodale della reputazione digitale.
Altra verità incontestabile: la prima ragione per cui qualcuno parla di voi è perché in realtà parla di se stesso. Sono orgogliosi di avervi scelto. Si ritorno al punto 1.
4.
La fiducia è scarsa quanto l’attenzione. Tutti sono famosi per 1500 persone. Comunicate solo con coloro che scelgono di ricevere vostre notizie: questo è il permission marketing. L’obiettivo non è massimizzare i vostri numeri sui social media. L’obiettivo essere conosciuti dal minimo pubblico sostenibile. Più di che di pubblicità, avete bisogno di pubbliche relazioni.
5.
La gente non compra una punta di trapano da 3 millimetri ma un buco da 3 millimetri. Questa celebre frase di Theodore Leavitt, professore di marketing della Harvard Business School, viene completata da Godin: le persone non vogliono nemmeno quel foro, e neanche lo scaffale che vi sarà attaccato, ma la sensazione di vedere tutto in ordine una volta ultimato il lavoro e la reputazione per aver fatto tutto da sé. Per ribadire il concetto: le persone non vogliono ciò che fate, ma ciò che il vostro prodotto fa per loro. Sempre punto 1.
6.
Tutto ciò che acquistiamo è un buon affare: ecco perché l’abbiamo comprato. Valeva (per noi) più di quello che l’abbiamo pagato, altrimenti non l’avremmo acquistato.
Bisogna vendere valore, e prima ancora bisogna comunicare valore. Se non siete disposti a provare empatia per la persona che proponete di servire, state rubando. Il problema è che non esiste un prodotto o servizio migliore per tutti, ognuno lo percepisce migliore per sé.
Il cibo per cani è studiato per i proprietari di cani. Nessuno sa che cosa pensa o vuole il cane, ed è irrilevante. I padroni comprano le scatolette per i quadrupedi solo perché li fa sentire in un certo modo.
7.
Abbassare il prezzo non rende maggiormente degni di fiducia: fa il contrario. Per via della dissonanza cognitiva, quando le persone sono pesantemente coinvolte (anche per via del prezzo), inventano una storia per giustificare l’impegno; e quella storia trasmette fiducia.
Quest’ultimo punto è per me nodale: sono da anni che parlo di come occorre evitare la commoditizzazione. L’ultima volta l’ho fatto per Beretta e puoi risentire lo speech “Comunicare valore” qui:
Lo scorso 25 febbraio 2019 sono stato invitato da Beretta (azienda con 500 anni di storia!) a tenere uno speech, per agenti e clienti nello splendido scenario del poligono per tiro al piattello Trap Concaverde di Lonato, sul tema “Comunicare valore“.
Queste un paio di immagini dell’evento:

Qui trovi il video con il mio speech e le mie slide: