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C’è una scena che si ripete sempre più spesso tra chi si occupa di contenuti online.

Qualcuno apre Google, vede una risposta generata dall’intelligenza artificiale, trova già una sintesi, magari qualche link, e a quel punto si chiede: “E adesso? Che fine fa il mio sito? Che fine fa la SEO? Dobbiamo inventarci un’altra sigla, tipo GEO, AEO, AIO, LLMO, o basta continuare a lavorare bene?”.

La domanda non è banale. Perché la ricerca online sta cambiando davvero. Le persone non digitano più solo due parole secche in un motore di ricerca. Fanno domande lunghe, chiedono confronti, vogliono risposte sintetiche, usano chatbot, leggono AI Overview, provano strumenti come Gemini, ChatGPT, Perplexity o Gemini Notebook (ex NotebookLM).

Come si ottimizza un sito per l’AI generativa di Google?

Per comparire meglio nelle esperienze di AI generativa della Ricerca Google, come AI Overview e AI Mode, non serve un trucco speciale. Secondo Google bisogna continuare a fare buona SEO: contenuti utili, originali, specifici, affidabili, pensati per le persone, tecnicamente accessibili, indicizzabili e ben organizzati. AEO e GEO possono essere etichette utili per ragionare, ma per Google l’ottimizzazione per la ricerca basata sull’AI resta, prima di tutto, SEO.

Perché se ne parla adesso

Google ha pubblicato una nuova guida ufficiale, aggiornata il 24 giugno 2026, dedicata proprio a questo tema: Ottimizza il tuo sito web per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca Google.

Non è una paginetta di circostanza. È un documento importante per chi scrive, pubblica, vende, forma, comunica, fa marketing o gestisce siti aziendali.

Google dice una cosa molto chiara: le persone stanno usando sempre di più esperienze basate sull’AI generativa per trovare informazioni. Questo può diventare un’opportunità, perché chi arriva al sito da queste esperienze potrebbe essere più motivato, più informato e più vicino a una conversione.

Tradotto: non basta più “posizionarsi”. Bisogna meritare di essere una fonte.

La SEO è ancora pertinente nell’epoca dell’AI?

La risposta di Google è secca: sì.

Le funzionalità di AI generativa della Ricerca Google si basano ancora sui sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca. Questo è il punto che molti dimenticano quando annunciano, con una certa allegria funebre, la morte della SEO.

Google spiega che queste esperienze usano tecniche come il Retrieval-Augmented Generation, spesso abbreviato in RAG. In pratica, il sistema recupera pagine pertinenti e aggiornate dall’indice della Ricerca e usa quelle informazioni per generare una risposta più affidabile, mostrando link cliccabili alle fonti.

Questa cosa dovrebbe suonarci familiare. Ne ho parlato anche a proposito del metodo LLM Wiki e del second brain: l’AI è molto più utile quando lavora su fonti reali, verificabili, organizzate. Non quando inventa nel vuoto cosmico.

La seconda tecnica citata da Google è il query fan-out. Il modello non si limita alla domanda originale dell’utente, ma genera più query correlate per raccogliere informazioni utili. Se una persona cerca “come sistemare un prato pieno di erbacce”, il sistema può interrogare anche ricerche collegate su erbicidi, prevenzione, rimozione naturale e così via.

Per chi fa contenuti, la conseguenza è interessante: non bisogna inseguire ogni micro-variazione della keyword. Bisogna coprire bene un tema, con competenza, struttura e utilità.

AEO, GEO, AIO: parole nuove per un problema vecchio

Negli ultimi mesi sono esplose sigle nuove.

  • AEO: Answer Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di risposta.
  • GEO: Generative Engine Optimization, ottimizzazione per i motori generativi.
  • AIO: AI Optimization, ottimizzazione per la ricerca e le risposte generate dall’intelligenza artificiale.

Google però mette un paletto: dal suo punto di vista, ottimizzare per la ricerca basata sull’AI generativa significa ottimizzare per l’esperienza di ricerca. Quindi, sempre SEO.

Questo non vuol dire che GEO e AEO siano parole inutili. Possono aiutare a ragionare su come rendere un contenuto più citabile, più chiaro, più estratto facilmente da un sistema generativo. Ma se diventano il pretesto per vendere trucchi magici, meglio fare un passo indietro.

Il punto non è “scrivere per l’algoritmo AI”. Il punto è scrivere così bene, in modo così utile e specifico, da diventare una fonte sensata anche per l’AI.

Che cosa conta davvero secondo Google

Nella guida ci sono molte indicazioni, ma si possono riassumere in quattro grandi aree.

1. Contenuti di valore, specifici e non generici

Google insiste su un concetto semplice: i contenuti generici non bastano più.

Un articolo intitolato “7 consigli per comprare casa” potrebbe essere scritto da chiunque, anche da un modello generativo senza esperienza. Un contenuto utile, invece, porta un punto di vista, un caso concreto, dati, esempi, esperienza diretta, competenza.

Questo è il nodo centrale. Se l’AI può produrre in cinque secondi un testo medio su un argomento, il valore non sta più nel testo medio. Sta nell’esperienza, nella selezione, nel metodo, nella capacità di collegare le cose.

Vale anche per il web writing con ChatGPT. Il problema non è usare o non usare l’AI per scrivere. Il problema è usarla per produrre contenuti fotocopia. Già qualche anno fa avevo proposto un prompt per il web writing con ChatGPT, ma oggi aggiungerei una postilla: il prompt non deve sostituire il pensiero, deve tirarlo fuori meglio.

2. Struttura leggibile per esseri umani

Google raccomanda pagine ben organizzate, con sezioni, paragrafi chiari, titoli utili. Sembra banale, ma è uno dei punti più sottovalutati.

Una pagina caotica non è solo fastidiosa per il lettore. È anche più difficile da interpretare, riassumere, collegare ad altre informazioni.

Per questo, quando si lavora a un contenuto destinato sia agli umani sia ai sistemi AI, conviene inserire:

  • una risposta breve all’inizio;
  • definizioni chiare dei concetti principali;
  • esempi concreti;
  • sezioni sui rischi e sui limiti;
  • FAQ finali, quando servono davvero;
  • link interni ed esterni pertinenti.

Non per “ingannare” l’AI. Per aiutare chi legge. Poi, guarda caso, anche i sistemi automatici capiscono meglio.

3. Base tecnica solida

Google ricorda una cosa poco spettacolare ma fondamentale: se una pagina non è indicizzabile, accessibile, scansionabile, veloce e comprensibile, la magia dell’AI non la salverà.

Per essere presa in considerazione nelle esperienze di AI generativa, una pagina deve essere idonea a comparire nella Ricerca Google con uno snippet. Non è una garanzia di visibilità, ma è il punto di partenza.

Qui entrano in gioco le solite cose, quelle noiose ma decisive:

  • contenuti accessibili a Googlebot;
  • uso sensato di titoli e sottotitoli;
  • attenzione a JavaScript e contenuti caricati in modo problematico;
  • riduzione dei duplicati;
  • buona esperienza su mobile;
  • monitoraggio con Google Search Console.

Insomma: prima di parlare di GEO, forse conviene controllare se il sito ha pagine indicizzate, titoli decenti e contenuti non duplicati. Meno sexy, più utile.

4. Immagini, video e contenuti multimediali

Google segnala anche il ruolo di immagini e video di qualità. Non è un dettaglio. Le risposte generate dall’AI possono includere o valorizzare contenuti multimediali, e molte persone cercano spiegazioni visive, esempi, screenshot, tutorial.

Questo vale moltissimo nel mondo AI. Un articolo su Gemini Notebook, per esempio, funziona meglio se mostra casi d’uso, schermate, video, esempi di fonti e risultati. Non a caso ho raccolto in una pagina i miei video YouTube su Gemini Notebook, proprio per rendere più navigabile un tema che cambia rapidamente.

I miti da evitare: Google smonta qualche scorciatoia

La parte più interessante della guida, almeno per chi sta vedendo nascere consulenze “AI SEO” di ogni tipo, è quella dedicata ai falsi miti.

Google dice esplicitamente che, per la Ricerca Google, non servono alcuni trucchi che stanno circolando online.

Il file llms.txt non serve per Google

Google chiarisce che non è necessario creare file leggibili dalle macchine, file testuali per l’AI, markup speciali o versioni Markdown dei contenuti per comparire nella Ricerca Google e nelle sue funzionalità di AI generativa.

Se vuoi creare un file llms.txt per altri sistemi, libero di farlo. Ma Google dice che lo ignora: non migliora né peggiora la visibilità nella Ricerca.

Non bisogna spezzettare i contenuti per farli capire all’AI

Altro mito: dividere tutto in blocchi minuscoli per facilitare la comprensione dei modelli.

Google dice che non serve. I suoi sistemi sanno comprendere sfumature e argomenti diversi anche dentro una pagina più ampia. La lunghezza ideale non esiste in astratto. Esiste la lunghezza giusta per il lettore, per il tema, per l’obiettivo.

Non serve riscrivere tutto “per l’AI”

Google spiega anche che non bisogna usare una forma linguistica speciale per la ricerca generativa. I sistemi comprendono sinonimi, contesto, significati generali.

Quindi no: non serve riempire un articolo con tutte le possibili long tail. Serve rispondere bene. Che è più difficile, ma anche più dignitoso.

Non bisogna inseguire menzioni artificiali

Le funzionalità AI possono mostrare cosa viene detto online di prodotti, servizi e brand. Questo non significa che abbia senso creare menzioni finte, recensioni forzate o contenuti sparsi solo per “farsi vedere” dall’AI.

Google ribadisce che i sistemi di ranking puntano sui contenuti di qualità e che altri sistemi bloccano lo spam. La reputazione non si costruisce con il polistirolo digitale.

I dati strutturati aiutano, ma non sono una bacchetta magica

Altro chiarimento utile: i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa e non esiste un markup schema.org speciale per “entrare nelle risposte AI”.

Restano però utili nella strategia SEO complessiva, per esempio per rendere il sito idoneo a risultati avanzati. Quindi: usarli quando servono, senza venerarli.

La parte nuova: gli agenti AI

Verso la fine della guida Google apre un tema che, secondo me, diventerà sempre più importante: le esperienze agentiche.

Gli agenti AI sono sistemi capaci di svolgere attività per conto delle persone: confrontare prodotti, analizzare pagine, prenotare, interagire con un sito, compilare passaggi. Google cita anche gli agenti del browser, che possono osservare il rendering visivo, ispezionare il DOM e interpretare l’albero di accessibilità.

Questo sposta l’attenzione da “il mio contenuto viene letto da una persona?” a “il mio sito può essere capito e usato anche da un agente?”.

Qui non parliamo solo di SEO. Parliamo di esperienza utente, accessibilità, dati, struttura, procedure, e-commerce, prenotazioni, moduli, confronto tra offerte. Google rimanda anche alle best practice per siti ottimizzati per gli agenti pubblicate su web.dev.

Per ora è un tema emergente. Ma vale la pena tenerlo d’occhio, soprattutto per e-commerce, siti di servizi, formazione, turismo, eventi, consulenze e piattaforme con percorsi complessi.

Che cosa dovrebbe fare adesso chi produce contenuti

Proviamo a tradurre tutto in una checklist concreta.

  • Scrivi per una domanda reale. Ogni articolo dovrebbe rispondere a un bisogno preciso, non a una keyword astratta.
  • Aggiungi esperienza. Casi, esempi, dati, osservazioni, errori visti sul campo, lezioni imparate.
  • Organizza bene la pagina. Titoli chiari, sezioni leggibili, risposta breve, esempi, FAQ quando utili.
  • Collega i contenuti tra loro. I link interni aiutano lettori e motori a capire il contesto del sito.
  • Verifica la parte tecnica. Indicizzazione, mobile, duplicati, performance, Search Console.
  • Non moltiplicare pagine inutili. Meglio una guida forte che dieci contenuti sottili sulle varianti della stessa domanda.
  • Usa l’AI come assistente, non come fotocopiatrice. Va benissimo farsi aiutare, molto meno pubblicare contenuti generici prodotti in serie.

Questo vale per chi fa marketing, per chi lavora in azienda, per chi gestisce un blog professionale, per chi pubblica corsi, per chi crea contenuti formativi.

E vale anche per la formazione interna. Nei percorsi sull’AI, come quelli legati alla formazione AI obbligatoria per aziende e AI Act, uno dei temi centrali dovrebbe essere proprio questo: usare l’intelligenza artificiale senza perdere metodo, responsabilità e qualità delle fonti.

Il vero rischio? La superficialità digitale

La guida di Google, letta bene, non è un manuale di trucchi. È quasi un invito alla sobrietà.

Il rischio non è che l’AI cambi la ricerca. Quello sta già succedendo. Il rischio è reagire nel modo peggiore: produrre più contenuti generici, inseguire sigle, comprare scorciatoie, riempire il sito di testi “ottimizzati per l’AI” che nessun essere umano leggerebbe volentieri.

La ricerca basata sull’AI premia, almeno nelle intenzioni, ciò che la buona SEO avrebbe sempre dovuto premiare: contenuti utili, affidabili, specifici, accessibili, ben collegati, pensati per persone vere.

La novità è che oggi la mediocrità costa di più. Perché un testo generico non compete solo con altri testi generici. Compete con una macchina che può produrne infiniti.

Il vantaggio competitivo, quindi, non sarà “usare l’AI per scrivere di più”. Sarà usare l’AI per capire meglio, organizzare meglio, verificare meglio, spiegare meglio.

In altre parole: meno fuffa, più metodo. Google, almeno questa volta, sembra dire proprio questo.

FAQ

La SEO è morta con l’arrivo dell’AI generativa nella Ricerca Google?

No. Google afferma che le best practice SEO continuano a essere pertinenti per AI Overview, AI Mode e le altre esperienze basate sull’AI generativa, perché si appoggiano ai sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca.

Che differenza c’è tra SEO, AEO e GEO?

SEO è l’ottimizzazione per i motori di ricerca. AEO indica l’ottimizzazione per i motori di risposta. GEO indica l’ottimizzazione per i motori generativi. Per Google, però, ottimizzare per la ricerca AI significa ancora ottimizzare l’esperienza di ricerca, quindi fare buona SEO.

Serve creare un file llms.txt per comparire nella Ricerca Google?

No. Google dice che per la Ricerca Google, incluse le funzionalità di AI generativa, non è necessario creare file llms.txt, markup speciali o versioni testuali pensate per l’AI.

I dati strutturati aiutano la visibilità nelle risposte AI?

Google chiarisce che i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa. Restano però utili nella SEO complessiva, soprattutto per l’idoneità ai risultati avanzati.

Qual è il consiglio più importante per chi crea contenuti?

Creare contenuti unici, utili, specifici e affidabili, basati su esperienza reale o competenza verificabile. I riassunti generici di cose già dette altrove sono sempre meno competitivi.

Workshop “Studiare con l’intelligenza artificiale”

Dalla fine del 2022 non si fa altro che parlare di ChatGPT: delle sue incredibili potenzialità, ma anche delle sue magagne. Tra le altre, le allucinazioni: il modello di linguaggio di OpenAI vede e scrive cose che non esistono. Nel mio ruolo di docente, ho fin da subito messo in chiaro le cose con i miei studenti: non si può pensare, nell’era dell’AI, di studiare senza usare questi strumenti ma, al tempo stesso, occorre essere molto attenti a quali strumenti si scelgono e come si usano. Per esempio, se si chiede alla versione a pagamento di Gemini (Gemini Advanced) di scrivere una bibliografia su un argomento, si rischia una situazione del genere:

Sono tutti titoli inventati!

Lo stesso può succedere con ChatGPT e, in alcuni casi, persino con Perplexity (che è un motore di ricerca!).

Per risolvere questo problema, Google ha deciso di sviluppare e far utilizzare gratis Gemini Notebook (ex NotebookLM) (prima noto come Project Tailwind): il tool integra l’intelligenza artificiale (Gemini) per parlare con i propri file (PDF, testi, link, ecc.), citando le fonti ed evitando di rispondere se non trova informazioni in esse. Per esempio, in questo caso ho caricato il mio libro sul prompt engineering e ho chiesto la ricetta della pizza con l’ananas (crimine contro l’umanità, tra parentesi):

Viceversa, se Gemini Notebook trova una risposta nella documentazione fornita, indica anche le fonti:

Il video di presentazione di Gemini Notebook

Il workshop sullo studio con l’AI

Il workshop, della durata di una giornata, ha le seguenti caratteristiche.

Obiettivi formativi

  • Comprendere il funzionamento di Gemini Notebook e i suoi vantaggi rispetto a LLM come ChatGPT
  • Esplorare le potenzialità di Gemini Notebook per lo studio
  • Saggiare usi pratici dello strumento

Scaletta

Il corso si articola in due moduli.

MODULO 1

  • Introduzione all’AI generativa
  • AI e studio
  • Panoramica degli strumenti disponibili
  • Introduzione a Gemini Notebook
  • Vantaggi di questo tool rispetto ai LLM come ChatGPT

MODULO 2

  • Accesso a NotebookLLM
  • Gemini Notebook e le fonti
  • NotebookLLM per lo studio: riassunti, domande e risposte, timeline, ecc.
  • Casi d’uso pratici di Gemini Notebook per lo studio
  • Q&A

Scrivimi per organizzare un corso per insegnanti e studenti

Scrivimi mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso (o una conferenza) sull’A.I. generativa in ambito scuola o formazione.

Inviaci email

Il primo marzo 2024 ho tenuto un webinar per Edulia di Treccani su Google Gemini. Ecco la registrazione integrale dell’evento (comprese le moltissime domande che mi sono arrivate):

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Scrivimi mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Se segui i miei articoli, saprai certamente che ho una grande passione per LinkedIn, la principale piattaforma per far incontrare domanda e offerta in ambito business. Lo usano le aziende le cercare talenti, le persone per trovare un lavoro (o un nuovo lavoro), ma è anche uno strumento chiave per spingere i propri servizi B2B e per trovare nuove opportunità di business.

Non puoi però affidarti solamente a LinkedIn, per più motivi. Il primo è che non è detto che tutti lo usino e sono ancora tante le realtà che si limitano alle ricerche su Google (o altri motori di ricerca). Ma non trascurare un altro aspetto: se anche qualcuno ti trova (o trova la tua azienda) sul LinkedIn, la prima cosa che vorrà fare è andare sul tuo sito, o quello della tua azienda. Un sito curato, con contenuti di qualità, fa la differenza, esattamente come il modo in cui ti presenti la prima volta a un interlocutore: puoi essere un genio nel tuo settore, ma un aspetto dimesso e trasandato di certo non contribuirà a fare una buona impressione, e lo stesso vale per il sito.

Alcuni suggerimenti di questo articolo ti permetteranno anche di migliorare la qualità del tuo sito anche se il focus è un altro: in queste righe voglio infatti spiegarti come spiccare nelle ricerche su Google facendo leva sulla SEO, la Search Engine Optimization. Non temere, non ti riempirò la testa di tecnicismi: il mio obiettivo non è quello di insegnarti a spremere quell’1% in più di conversioni nelle vendite. Voglio invece darti alcune indicazioni e suggerimenti alla portata di tutti per aiutarti a “scalare” la SERP di Google e posizionarti meglio nelle ricerche.

Passa subito ad HTTPS se non l’hai ancora fatto

Ci sono due protocolli per erogare pagine web: HTTP e HTTPS. Il primo è obsoleto, il secondo va abbandonato quanto prima. Il fatto è che ancora oggi, navigando online, trovo tantissimi siti, anche di aziende di grandi dimensioni o di seri professionisti, che si appoggiano ancora al protocollo non cifrato HTTP, quindi meno sicuro. Certo, se non vendi prodotti online e quindi non chiedi ai tuoi utenti di inviare dati di pagamento ti potrà sembrare un problema da poco, ma in realtà è un problema enorme. Non solo Google e gli altri motori di ricerca abbasseranno il tuo Ranking Score, fatto che influenzerà il tuo posizionamento nella SERP (pagina dei risultati della ricerca), ma scoccerai anche gli utenti. Sì, perché quando useranno Chrome, verrà visualizzato il messaggio “Questo sito non è sicuro. Vuoi procedere?”. Al di là dell’avviso, che potrebbe preoccupare qualcuno, per raggiungerti un utente dovrà fare almeno un clic in più. Credimi, molti non lo faranno e si fermeranno all’avviso. Insomma, passa di corsa ad HTTPS. Se non sai come fare, chiedilo a chi ti gestisce il sito: è un lavoro semplice e veloce.

La velocità è tutto

L'aforisma: "Il milanese imbruttito ordina un caffè... - Comunicaffè

Viviamo tutti di corsa, c’è poco da fare, e la pandemia non ha fatto che accelerare il tutto. Chi cerca una risposta, la vuole immediatamente, non ha tempo è voglia di aspettare. La figura del Milanese Imbruttito, che ha già aperto la bustina dello zucchero mentre il barista gli sta ancora facendo il caffè, è più diffusa di quanto credi, e non solo aMilano (tutto attaccato, come lo scriverebbe un Imbruttito DOC). E mentre si beve il caffè, il classico Imbruttito tiene in mano lo smartphone e prosegue il business. Naturalmente, pretende che il sito carichi velocemente e devi assicurarti che il tuo sito sia sufficientemente reattivo se non vuoi che la gente lo abbandoni ancora prima che l’homepage sia caricata.

Ma come si giudica se un sito è veloce? Basta usare il servizio PageSpeed Insight di Google: inserisci l’URL del tuo sito per avere un’analisi tecnica. Dopo pochi secondi, ti verrà restituita una pagina contenente uno score e una serie di suggerimenti su come poter migliorare, se necessario, la velocità di caricamento, sia su mobile sia su desktop. Non impazzire per guadagnare un millisecondo: concentrati sui problemi principali, se PageSpeed ne individua qualcuno. Il resto sono piccole ottimizzazioni che possono fare la differenza su siti di enormi dimensioni, tipo Amazon. Se il tuo Score è superiore al 90, significa che hai fatto un ottimo lavoro. Se è inferiore, segui i suggerimenti e cerca di ottimizzare ulteriormente, magari chiedendo supporto a un esperto.

Il mobile prima di tutto

Se ancora concentri la maggior parte della tua attenzione su come si vede il tuo sito da desktop, stai sbagliando tutto. Seriamente. Da quasi 10 anni, infatti, le ricerche su mobile hanno abbondantemente superato quelle da desktop. Non ci credi? Dai un’occhiata alle statistiche del tuo sito e scoprirai che, a meno di casi particolarissimi, più dell’80% del tuo traffico sarà generato da dispositivi mobili. Non puoi non tenerne conto. “Mi stai dicendo che tutte le grafiche e animazioni superbelle che si vedono solo da mobile sono uno spreco di tempo?”. Dipende da quando le hai fatte, ovviamente: un tempo, facevano la differenza. E anche oggi, quegli utenti (pochi in percentuale) che si collegano da un computer potrebbero apprezzarle. Rimane il fatto che la maggior parte delle persone vedrà il tuo sito da smartphone, e devi far sì che l’esperienza da mobile sia snella e piacevole. Poi, se ti avanzano tempo e budget, potrai anchoe ottimizzare ulteriormente la parte desktop. Considera una cosa: non si tratta solo di esperienza utente, ma anche risultati nella ricerca. Dal marzo 2021, infatti, tutti i siti sono indicizzati da Google solo sulla base del mobile. Le tue ottimizzazioni desktop, insomma, non avranno alcun impatto sul ranking. Se vuoi scalare la SERP, insomma, ti tocca puntare tutto sul mobile. Anche se non ti piace.

Per controllare come si vede il tuo sito su diversi device puoi usare, tra gli altri, Screenfly:

Non trascurare i backlink

I backlink sono i collegamenti che da altri siti portano al tuo. Più ne hai, più il tuo sito acquisirà autorevolezza e, quindi, sarà “visto meglio” da Google che tenderà a farlo salire nella SERP. Alla fine, l’algoritmo di Google si è sempre basato su questo concetto e già dalla nascita di Big G il fattore che faceva la differenza nella SERP era quante pagine citavano uno specifico sito in base alle parole chiave usate. Attivati insomma per ottenere backlink, possibilmente puntando su siti autorevoli, non su officine di clic. Non mancano siti di bassa qualità che “vendono” i baclkink al tuo, ma ti assicuro che sono soldi spesi male, proprio perché queste realtà non hanno alcuna autorevolezza. E ti sconsiglio anche di mandare mail agli amministratori dei siti di riferimento del tuo settore chiedendo loro di “regalarti” un link: nella migliore delle ipotesi ti ignoreranno, nella peggiore, rischi di venire mandato a quel paese.
Come ottenerli quindi? Facile scegli i siti giornalistici di riferimento del tuo settore ed esplora la possibilità di includere articoli sponsorizzati (e naturalmente indicati come tali) che riportano al tuo sito. A seconda della realtà editoriale, potrebbero accettare un contenuto scritto da te o potrebbero preoccuparsi loro della stesura del pezzo. Naturalmente questa operazione ha un costo, costo che cresce con la popolarità del sito che ti linkerà, ma i risultati si vedranno.

Per verificare chi linka il tuo sito, puoi usare un “backlink checker“.

Tag, metatag, metadescription, immagini: tutto contribuisce alla SEO

Qualsiasi contenuto deciderai di pubblicare sul tuo sito, dovrà essere ottimizzato in ottica SEO. Che significa? Individuare le parole chiave relative alla tua attività e inserirle in tutte quelle parti rilevanti. Nel titolo, nel sottotitolo (la metadescription dell’articolo, nei tag, nelle dida e nei nomi delle immagini allegate e anche nell’url del pezzo. Se usi Worpress, sarà molto semplice inserirli e plugin come YOAST – quello che uso io – ti aiuteranno a ottimizzare ulteriormente, indicandoti se hai dimenticato qualcosa o se puoi fare di meglio.

Yoast SEO ‑ SEO for everyone - Increase organic traffic, technical SEO & get rich results! | Shopify App Store

Non prenderli come se fossero la Bibbia, soprattutto in italiano, ma come indicazioni di massima: non cercare a tutti i costi di avere tutti gli indicatori di Yoast verdi, insomma. Perché va bene ottimizzare in ottica SEO, così da far “piacere” il tuo pezzo a Google, ma non dimenticare che chi andrà a leggere i tuoi contenuti sarà un essere umano, non un bot. L’articolo dovrà essere piacevole alla lettura, scorrevole, non infarcito di ripetizioni ogni due righe.

Contenuti sempre aggiornati e di elevata qualità

Se non aggiorni il tuo sito dal 2020, difficilmente scalerai la SERP, questo anche se il tuo sito è eccellente. Per scalare la pagina dei risultati di Google, infatti, è necessario avere contenuti aggiornati di frequente. Quanto? Dipende dalle tue risorse e dalle tue ambizioni. Un nuovo articolo al giorno sarebbe l’ideale, ma comprensibilmente non tutti hanno il tempo e il budget per un piano editoriale così elaborato. Inizia valutando un contenuto a settimana, ottimizzato in ottica SEO come ti ho spiegato prima. Se hai già un catalogo enorme di articoli, non ti far la tentazione di ripubblicarli cambiando solo la data. Google non è fesso, e se ne accorgerebbe. Se i contenuti sono validi, però, va benissimo riprenderli, aggiornarli cambiando titolo e sottotitolo, ma anche aggiungendo ulteriori dettagli ed eliminando o modificando le parti che col tempo non sono attuali come quando le hai pubblicate la prima volta.

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Google My Business è uno dei più potenti strumenti digitali di business per chiunque gestisca un’attività, che si tratti di un negozio, un bar, un ristorante, un’officina, uno studio professionale. Ma anche per un libero professionista come me.

Tramite Google My Business, i clienti potranno trovare facilmente la tua attività online, cercando sul web, oppure direttamente su Google Maps. È totalmente gratuito, ti offre un sacco di analytics (statistiche) su quanti ricercano la tua attività, visitano il sito, ti chiamano telefonicamente o chiedono indicazioni su come raggiungerti.

La cosa più strana? Forse la tua attività è già presente su Google My Business e nemmeno lo sai: chiunque, infatti, può inserire un luogo su Google e farne una recensione, se lo desidera. In tal caso, si tratterà di una scheda generica sulla quale non hai – ancora – controllo. Questo può rivelarsi un grosso problema: un mio cliente, con 100.000 clienti (contenti ma silenti) sul territorio, non aveva controllato questo presidio Web e s’era beccato una cinquantina di recensioni a una stella; un enorme problema reputazionale!

Una volta che decidi di registrare la tua attività su Google, potrai prenderne il controllo e modificare le informazioni (orari di apertura, turni di chiusura, numero di telefono, immagini e via dicendo) e rispondere alle recensioni.

A cosa serve Google My Business?

Google My Business è uno strumento che ha due finalità principali: la prima è quella di permettere a tutti di rintracciare la tua attività su Internet. Ovviamente la gente non cercherà necessariamente il tuo nome (a meno che tu sia particolarmente noto nel tuo settore), ma un’attività generica: carrozziere, meccanico, pub, pizzeria, agenzia di viaggio e via dicendo. Quando qualcuno fa queste ricerche, soprattutto da smartphone, Google tenderà a proporre le attività corrispondenti come primi risultati, evidenziando proprio le pagine Google My Business. La stessa ricerca può essere effettuata anche su Google Maps.

Ma come è fatta una scheda di Google My Business (d’ora in poi GMB)? Fondamentalmente, è una sorta di mini-sito (o meglio sito one page) per la tua attività, che potrebbe benissimo sostituire un sito ufficiale. Se non ne hai uno, diventerà automaticamente questo; ma se hai già un sito, non ti consiglio di chiuderlo, bensì di tenerlo aperto e indicarlo nell’apposita sezione di GMB. La soluzione di Google, infatti, non sostituisce la tua presenza ufficiale online, ma la affianca, inserendo una serie di strumenti di analisi molto efficaci che sarebbe complicato e costoso integrare sul tuo sito.

L’analisi dei dati è proprio la seconda finalità di questo strumento: tramite la pagina di GMB potrai infatti sapere quante persone hanno cercato la tua attività, quanti hanno chiesto indicazioni a Google Maps per raggiungerla, quanti ti hanno chiamato passando direttamente da GMB, quali sono gli orari di maggiore affluenza alla tua attività, oltre a poter rispondere alle recensioni degli utenti.

Potrai anche usarlo come blog, inserendo qui tutte le informazioni rilevanti per la tua attività. Non solo: avrai anche facile accesso a una serie di strumenti promozionali, come le inserzioni su Google, e tramite un clic potrai anche creare un indirizzo di Gmail personalizzato, che non usa Gmail.com ma il tuo dominio, tipo www.nomeazienda.it, che dovrai registrare, se non lo hai ancora fatto. Non ti preoccupare se non sai come fare queste cose: verrai supportato tramite alcune guide passo a passo nelle varie operazioni necessarie.

Come aprire un profilo Google My Business

Aprire un nuovo profilo è estremamente semplice: vai all’indirizzo https://business.google.com, accedi col tuo profilo Google e seleziona “Crea la tua attività”. A meno che quest’ultima non sia stata aperta da pochissimo, è estremamente probabile che sia già online, magari anche con qualche recensione. Non ti preoccupare, non sei stato usurpato da nessuno: chiunque, infatti, può creare un’attività, se non presente, così da recensirla e inserire delle foto. Se ti trovi in questa situazione, non devi far altro che rivendicare l’attività, semplicemente cliccando sul tasto “Rivendica questa attività” e, successivamente, su “Gestisci ora”. Per assicurarsi che solo il proprietario possa eseguire questa operazione, Google ha preso delle precauzioni e quindi pretenderà delle prove. Tipicamente, ti verrà inviato all’indirizzo dell’attività una cartolina via posta (quella lenta, delle Poste Italiane) che conterrà un codice: potrai usare questo come verifica e a questo punto sarai a tutti gli effetti “proprietario” di questo spazio virtuale. Ovviamente, saranno necessari alcuni giorni. Quanti siano, dipende dall’efficienza del servizio postale italiano. Metti in conto di attendere almeno una settimana, in ogni caso, ma potrebbe volerci più tempo.
Fortunatamente, alcune particolari attività possono essere rivendicate anche attraverso altri metodi: tramite il numero di telefono, sul quale riceverai un SMS contenente il codice; via e-mail; in alcuni casi, addirittura inviando un video (procedura che richiede circa cinque giorni lavorativi, dato che il filmato dovrà essere esaminato. In rari casi, basterà usare la Search Console di Google per poterla rivendicare immediatamente.

Se invece l’attività non è ancora presente, non ti resta che crearla seguendo la procedura guidata, che riassumo qui di seguito. Accedi a Google My Business (https://business.google.com) e seleziona “Aggiungi Nuova Attività”. A questo punto, metti il nome, nel nostro caso un generico “La mia attività”.

Al passaggio successivo, indica la categoria. Se sei indeciso, non ti preoccupare: al contrario del nome, potrai modificare tutte queste informazioni in ogni momento. Attenzione, però: non puoi inventarti una categoria, ma devi limitarti a quelle preimpostate da Google.

Inizia quindi a digitare e vedi i suggerimenti che ti arrivano. “Servizi di consulenza”, per dire, non è utilizzabile, ma puoi usare “Consulenza del lavoro”, “Consulenza edile”, così come “Servizi di consulenza fiscale”. I questo caso, abbiamo scelto “Consulente aziendale”.

Se hai una sede fisica, specificalo al passaggio successivo. Andando avanti ti saranno poste ulteriori domande che ti aiuteranno a completare il profilo: se effettui servizio a domicilio, per esempio, e quali aree copri con questo servizio. Infine, dovrai indicare il numero di telefono dell’attività e specificare il suo indirizzo Internet, sempre che l’attività abbia un sito. A questo punto, ti verrà richiesto di verificare l’attività secondo uno dei metodi disponibili, a seconda della tipologia di realtà che hai registrato. Nel nostro caso siamo stati fortunati: è bastato un cellulare sul quale abbiamo ricevuto l’SMS.

Il lavoro non è ancora finito: ora GMB ti chiederà ulteriori informazioni. Può sembrare una scocciatura, ma in realtà compilare correttamente tutti i campi è un lavoro molto utile, che ti eviterà di dover modificare la scheda più avanti: i dati richiesti infatti saranno quelli fondamentali per l’utente finale. Non compilarlo significherebbe avere una scheda GMB “monca”, molto meno efficiente di una che riporta tutte le info utili. A partire dagli orari e i giorni di apertura, o se vuoi accettare messaggi. A quest’ultima ti direi di rispondere sì senza pensarci due volte, ma mi raccomando: devi poi rispondere a tutti, possibilmente in tempi MOLTO brevi. Un’ora è il limite, di solito. Idealmente, dovresti rispondere entro 5 minuti, anche se mi rendo conto che spesso è impossibile, a meno di avere una persona dedicata a questo o quasi.

Ora non ti resta che descrivere la tua attività. Hai 750 caratteri per farlo, che a mio avviso sono più che sufficienti. Non devi incensarti o fare un’auto-agiografia: non interessa a nessuno! Concentrati sulle caratteristiche che ti differenziano, sui problemi che risolvi e soprattutto sui servizi che offri, senza necessariamente elencarli uno per uno, soprattutto se sono numerosi. Per questo, infatti, c’è una sezione apposita, che ti spiegherò più avanti.

Se ha senso, puoi includere una breve storia della tua attività, ma ricordati che non devi annoiare il lettore e devi andare subito al sodo: ripari auto storiche? Questo è un dettaglio che merita di essere specificato, per esempio. Sei un idraulico? Può aver senso specificare che ti occupi di vendita e assistenza per le caldaie. Hai un panificio? Sottolinea che fai il pane è pleonastico: sicuramente ci sono elementi più interessanti che ti caratterizzano, come la qualità delle farine che usi, o le tecniche che adotti.

Fatto questo, è ora di inserire le foto. Queste verranno poi visualizzate sia nelle ricerche su Google sia in Google Maps, e sono fra gli elementi che fanno la differenza nel convincere un potenziale cliente ad usufruire o meno dei tuoi servizi. Chiunque potrà aggiungerne in seguito, ma le tue avranno la priorità e saranno indicate come “Caricate del gestore”, oltre che suddivise per interni, esterni e via dicendo. Puoi anche inserire foto a 360°, che sono molto efficaci, soprattutto nel caso di negozi di moda, tecnologia, attività di ristorazione in genere. Non sottovalutare l’importanza di queste immagini e cerca di inserire gli scatti più belli e rappresentativi. Meglio evitare foto fatte col telefono, per quanto di buona qualità. L’ideale sarebbe affidarti a un professionista, in particolare se operi nel settore della ristorazione (la foto dei tuoi piatti è un elemento chiave nella scelta di un locale dove mangiare) o nella moda.

A questo punto Google ti chiederà se vuoi fare pubblicità. Ti consiglio di saltare questo passaggio: concentrati sul creare la scheda della tua attività e solo dopo valuterai se ha senso fare pubblicità tramite Google Ads.

A questo punto, ti troverai di fronte alla dashboard della tua pagina Google My Business, dove potrai verificare le statistiche e modificare ogni aspetto. L’interfaccia è estremamente semplice ed essenziale e ti verranno suggerite subito le azioni da intraprendere, come realizzare un post, aggiungere un’immagine e, inevitabilmente, fare pubblicità. Non sei obbligato a farlo, naturalmente, ma Google inevitabilmente te lo proporrà con una certa frequenza, in molti casi anche inviandoti del credito omaggio da investire, solitamente qualche decina di euro, così da invogliarti. Del resto, il servizio GMB è gratuito e spronarti a investire sugli strumenti pubblicitari è il modo che ha Big G di monetizzare. In questa sede, però, non affronteremo il tema delle adv, che è complesso e richiederebbe un articolo a parte.

Scrollando verso il basso potrai verificare i vari suggerimenti, fra cui quali informazioni aggiungere per migliorare la tua scheda. Se hai indicato le informazioni in tutti i passaggi indicati in precedenza, senza ignorarli, sarai già a buon punto. Nel nostro esempio, il profilo era completo al 70% e GMB ci ha suggerito di aggiungere il logo dell’attività appena creata. Se non vuoi gestirla personalmente, ma vuoi delegare uno dei tuoi collaboratori o un professionista, vai su Utenti, nella barra a sinistra: potrai aggiungere ulteriori persone che potranno avere i privilegi di Proprietario o Gestore, con quest’ultimo che avrà qualche privilegio in meno. Nello specifico, non potrà rimuovere il profilo né aggiungere altri utenti. Ulteriori informazioni sui ruoli sono disponibili a questo indirizzo.

Dallo stesso profilo Google puoi gestire più attività, sia come proprietario sia come gestore, fatto utile nel caso tu possieda più punti vendita, per esempio, o se ti occupi di consulenza marketing e usi il tuo profilo per gestire le attività GMB dei tuoi clienti.

Completare il profilo Google My Business: servizi e prodotti

Alcune informazioni che possono essere molto utili per i clienti finali non ti vengono suggerite dal wizard iniziale, ma dovrai aggiungerle dopo aver completato la scheda. Fra queste, i servizi e i prodotti offerti. Puoi trovare queste voci nella barra a sinistra: basta cliccare sulla sezione che vuoi integrare e aggiungerli, uno per uno. Aggiungere nuovi servizi è estremamente semplice, si tratta di un mero elenco di attività che svolgi. Merita invece un approfondimento la sezione prodotti, che può risultare utilissima per i venditori, ma non solo. Andando nella sezione Prodotti e cliccando su Inizia potrai infatti creare un vero e proprio catalogo online, con foto e descrizione di ogni singolo oggetto. Potrai creare diverse categorie, specificare il prezzo (se lo desideri, non è obbligatorio), e aggiungere un pulsante con una CTA selezionabile fra le seguenti:

  • Ordina online
  • Acquista
  • Scopri di più
  • Vai all’offerta

Questo pulsante porterà poi a un link che potrà portare al tuo e-commerce, Amazon e Ebay inclusi, a un form da compilare o a una pagina web con ulteriori informazioni. Sebbene siano i negozianti i principali utenti di queste funzionalità, nulla ti impedisce di usare questa sezione in maniera creativa: un ristoratore potrebbe offrire dei coupon per la cena, così come un carrozziere un buono per un trattamento nanotecnlogico. Il tuo unico limite è la fantasia.

Creare un sito web da Google My Business

Come ti ho detto prima, GMB non si sostituisce al tuo sito ma è uno strumento complementare. Se hai già un sito, basta indicarlo e gli utenti potranno raggiungerlo cliccando su Sito Internet, anche direttamente dall’anteprima di Google My Business, che riporta anche pulsanti per chiamare direttamente o attivare il navigatore che porterà direttamente in loco. Se non ne hai uno ma vuoi realizzarlo nella maniera più semplice possibile, clicca su Sito Web dalla colonna di sinistra. Si aprirà un editor WYSIWYG (What You See Is What You Get) dove potrai scegliere un tema, modificare font e colori, aggiungere immagini e via dicendo. Non sarà un sito ultraprofessionale, ma l’interfaccia è infinitamente più semplice rispetto al classico WordPress, e non dovrai pagare un euro né essere costretto ad avere pubblicità di terzi. L’indirizzo predefinito però avrà un indirizzo del tipo la-mia-attivita.business.site. Vuoi un dominio personalizzato? Nessun problema: specifica l’indirizzo e, se il dominio è libero, Google ti permetterà di acquistarlo in un click, indicandoti subito il prezzo per la registrazione annuale.

Statistiche: uno strumento prezioso per potenziare il tuo business

Una volta completate tutte le informazioni, il tuo GMB sarà pronto e visibile. Che fare ora? Per il momento, nulla, oltre a verificare che tutti i dati inseriti siano corretti, che siano presenti tutte le informazioni e che non ci siano refusi. Attendi un po’ di tempo per vedere cosa succede, diciamo un mesetto, e poi inizia a guardare le statistiche. L’unica eccezione è rispondere ai messaggi e alle eventuali recensioni che riceverai. Ai messaggi, il prima possibile, soprattutto se sono messaggi rilevanti, come informazioni dettagliate sui servizi o prodotti offerti. Considera che oggi l’utente medio si aspetta una risposta immediata usando canali digitali, motivo per cui sono in tanti a usare dei bot su Facebook, Instagram o sui loro siti internet. Ti anticipo subito che potrebbero arrivare domande anche irritanti: da chi ti chiede informazioni presenti e corrette (tipo gli orari di apertura dell’attività) a chi ti fa domande totalmente prive di senso o scritte in un italiano incomprensibile. Rispondi sempre educatamente, anche a chi si comporta un po’ da cafone. Piuttosto che cercare la rissa, ignoralo: purtroppo, i maleducati non mancano, ma abbassarti al loro livello, pubblicamente, sarebbe una pessima mossa.

Ora che è passato un mese, ha senso iniziare a guardare le statistiche per capire cosa sta succedendo e se la tua pagina sta “funzionando”. Accedi alla tua pagina GMB e vai su Statisiche nella sezione di sinistra. Il primo dato che ti verrà presentato sarà relativo alle ricerche: come ti ricercano i clienti su Internet? Fondamentalmente, hai tre opzioni: ti hanno cercato direttamente, mettendo l’indirizzo oppure il nome preciso della tua attività; ti hanno trovato genericamente, per esempio cercando con chiavi come “Gelataio”, “gommista”, “ristorante indiano”; ultima opzione, hanno cercato il nome del tuo brand (tipo McDonald’s, nel caso tu gestista in franchise un punto vendita del noto marchio americano) e di uno dei prodotti che offri, per esempio “Sushi” nel caso tu gestisca un ristorante giapponese.

Il secondo grafico ti indica quante ricerche sono effettuate su Google e quante direttamente da Google Maps, e il terzo sulle azioni svolte dai clienti: quanti sono andati sul sito ufficiale dopo aver visto la tua pagina GMB, quanti hanno chiamato telefonicamente, quanti hanno chiesti indicazioni al navigatore su come raggiungerti. Il quarto grafico è legato a quest’ultimo, e ti indica da quali aree provengono le richieste di chi trova indicazioni. Ti può tornare utile per capire le aree su cui effettuare investimenti pubblicitari, nel caso decidessi di farlo.

Ulteriori informazioni statistiche ti indicheranno i giorni della settimana in cui ricevi più telefonate e gli orari di punta, cioè quanto la tua attività è più frequentata. Si tratta in realtà di un dato più utile agli utenti finali che a te, dal momento che queste informazioni dovresti già averle sottomano. In fondo alla sezione delle statistiche trovi infine i dati relativi alle tue foto, che possono tornare molto utili in quanto vengono comparati a quelli delle attività simile alle tue, e sono suddivisi sulla base delle foto pubblicate da te e quelle pubblicate dai clienti.

Perché Google My Business può aiutarti a vendere di più?

Che tu sia un noto professionista o un piccolo esercizio di quartiere, il vantaggio di Google My Business è che ti permette di intercettare le ricerche effettuate sia su Google sia su Google Maps, che sono i principali strumenti utilizzati dalle persone quando si presenta la necessità. Il tipico esempio? Un turista che cerca una gelateria nelle vicinanze per concedersi un momento di pausa dalle sue esplorazioni. Ma anche lo sfortunato automobilista che ha un problema alla sua vettura e, trovandosi lontano dal suo meccanico di fiducia, ha bisogno di un supporto il prima possibile. Ma questo vale anche per gli studi professionali: chi ha bisogno di un avvocato, un commercialista, un notaio, un dentista, tende spesso ad affidarsi al passaparola degli amici, è vero, ma non sempre è valido e capita molto frequentemente che si vada alla ricerca dello specialista più vicino per queste esigenze.
Google My Business è anche un servizio utile per chi è già tuo cliente, dato che fornisce al volo informazioni utili e rapide. Se provi a cercare il numero telefonico o l’indirizzo di un negozio o di un pub sul sito, dovrai prima accedere al sito e, nella maggior parte dei casi, sfogliare qualche pagina prima di trovare queste informazioni. Al contrario, Google My Business presenta delle comodissime scorciatoie direttamente dalla SERP, la pagina dei risultati di Google: basta un tap sullo smartphone per avviare il navigatore o effettuare una chiamata, facendo risparmiare un sacco di tempo. Le recensioni, infine, aiuteranno i potenziali clienti a farsi un’idea dei servizi offerti, naturalmente se sono positive. Non tutti tendono a farle, e per questo motivo se sei in confidenza coi tuoi clienti puoi chiedere cortesemente se vogliono darti un feedback ufficiale, mettendolo nero su bianco sulla pagina. Il modo meno invasivo per farlo? Chiedi al cliente di lasciarti una mail o un recapito telefonico, dove potrai inviare la fattura o altre informazioni. Dopo aver offerto il servizio, invia una mail con allegata la fattura e, in calce, metti due righe chiedendo se desiderano lasciare una recensione, naturalmente inserendo il link diretto. Non tutti lo faranno, ma in ogni caso avrai acquisito un contatto che potrebbe tornarti utile per le tue campagne di marketing. Attenzione, però: non puoi usarle queste informazioni come nulla fosse: se vuoi inviare loro una DEM o iscriverli alla newsletter, devi infatti chiedere esplicitamente l’autorizzazione. Potrai farlo direttamente nel messaggio che hai inviato loro.

Per qualcuno siamo nel 2021 d.C., dopo Cristo. In questo video dimostro che siamo invece nel 23 d.G., dopo Google. Elenco dieci rivoluzioni portate da Big G. nelle nostre vite:

  1. Accessibilità delle informazioni
  2. Consapevolezza del consumatore (simmetria informativa)
  3. Pubblicità mirata (micro-targetizzazione)
  4. Uso dei big data delle ricerche
  5. Nuovi mestieri (per esempio “SEO expert”)
  6. Televisione (YouTube)
  7. Cloud office (Drive)
  8. Viaggi (Maps)
  9. Ricerche vocali e Home assistant
  10. Stupidità e intelligenza

Guarda qui il video “Messaggio dal 23 d.G.”:

 

Il 16 ottobre 2021 l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pubblicato su Facebook questo post per ricordare la notte del Ghetto di Roma:

Apriti cielo: la foto non c’entra nulla con Roma, ma è un’immagine del ghetto di Varsavia. L’epic fail (la figuraccia, in pratica) è virale, nonché bipartisan:

Lo scopo di questo mio articolo è quello di mostrare come sarebbe stato possibile evitare la figuraccia in pochissimi secondi, grazie alla ricerca inversa delle immagini di Google (già citata nell’articolo Come scoprire se una foto è falsa).
Basta fare clic con il tasto destro sulla foto (nell’esempio uso Chrome) e scegliere, dal menu a tendina, “Cerca l’immagine su Google”:

Nei risultati della ricerca si trovano link e foto:

Si seleziona un’immagine per vederne nome e descrizione, o quantomeno il collocamento all’interno di un sito. In questo caso è palese che si tratta di una foto del ghetto di Varsavia.


Uno strumento alternativo per fare la ricerca inversa delle immagini è TinEye (dove tra l’altro si vede al volo che si parla di Warszaw…):

Contattami per un evento sulle fake news

Nel corso “Big data e comunicazione aziendale: come costruire un piano editoriale data-driven” illustro parecchi strumenti che permettono di ascoltare il Web, tradurre dati e trend in potenziali contenuti. Uno dei più interessanti è Google Trends: permette di conoscere la frequenza di ricerca sui motori di ricerca del Web di una determinata parola o frase. Prima di mostrarti i sette trend che raccontano la pandemia da Coronavirus e il lockdown, voglio raccontarti 10 cose su Google Trends.

10 cose da sapere su Google Trends

  1. I dati si basano su richieste di ricerca effettive fatte a Google.
  2. Il campione è reso anonimo: nessuno viene identificato personalmente, i dati sono aggregati.
  3. Non vi si trovano valori assoluti, ma l’interesse per un determinato argomento.
  4. Si possono fare ricerche anche per zone specifiche.
  5. Le ricerche sono per giorno o in tempo reale.
  6. Si possono esplorare anche le tendenze del mercato in Ricerca Google, Google Immagini, Google News, Google Shopping e Ricerca di YouTube.
  7. Si possono confrontare termini di ricerca e argomenti nelle varie lingue e località e in intervalli di tempo diversi.
  8. Si possono fare ricerche anche per categoria: del resto per “maschera” si può intendere un’attrezzatura medica protettiva o un prodotto di bellezza.
  9. Si possono esplorare i termini più ricercati e quelli in aumento, oltre alle ricerche correlate.
  10. Infine un trucchetto di ricerca: mettendo una frase tra virgolette si cerca la frase esatta.

7 trend che raccontano la pandemia

Ho usato Google Trends per capire che cosa succede agli italiani durante il lockdown per la pandemia da Coronavirus. Ovviamente le ricerche del virus sono esplore da febbraio 2020:

Ecco quanto ho rilevato seguendo altri trend.

1. Oltre alla crisi sanitaria, è esplosa quella economica. Ecco il picco di ricerche sulla sospensione del mutuo sulla casa:

2. Chiusi in casa, gli italiani hanno scoperto l’e-commerce. Partendo da due beni di prima necessità…

3. Anche i dispositivi di protezione sono al centro dei nostri pensieri, anche su Google.

4. Lo smart working, in realtà dovremmo chiamare più propriamente “remote working”, ci ha fatto scoprire le videoconferenze. Al boom di Zoom e Meet si accompagna la scoperta di moltissime altre applicazioni. Una delle più interessanti è Jitsi, free e open source.

5. Non potendo andare al cinema, è esploso Netflix (ora 150 milioni di abbonati).

6. Anche il calcio non è più una priorità per gli italiani, che si sono riscoperti panificatori.

7. Ma il trend che più di tutti rappresenta il lockdown è la ricerca di attività “vicine” come supermercati, ristoranti, distributori GPL vicini alla propria abitazione (trend invece in crescita fin0 alla fine dello scorso anno).

L’intervista per Radio Capital

Sabato 2 maggio 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dei trend delle ricerche Google al tempo del Coronavirus. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Scrivimi!

Chiedimi informazioni sul corso sui big data e il piano editoriale

Questo video è  stato realizzato in collaborazione con Benessere Digitale in piena emergenza Coronavirus, con genitori e figli costretti a casa ma con i primi impegnati nello smart working. Ho quindi raccolto 5 suggerimenti per genitori che danno in mano i device digitali ai propri figli ma vogliono evitare brutte sorprese. Si parla di filtri alle ricerche di Google e YouTube, contenuti protetti, acquisti in-app e altro.

Qui trovi tutte le istruzioni per attivare i filtri:

Filtrare i risultati espliciti con SafeSearch

Davide.it

YouTube: video sicuri per bambini

YouTube Kids

Controllare gli acquisti in-app con Android

Leggi un approfondimento su YouTube Kids:

Google rappresenta lo stato dell’arte della ricerca online, non a caso ha sbaragliato la concorrenza. Ma da qui a dire che le ricerche siano perfette, ce ne corre. Anzi, possiamo chiaramente affermare che il meccanismo di ricerca è tutt’altro che “smart”, come si dice di questi tempi. Per interrogare l’oracolo Google dobbiamo usare parole chiave e codici ben precisi e i risultati non sono sempre pertinenti. Un grosso passo avanti può avvenire con i motori di ricerca semantici, vale a dire strumenti da interrogare con linguaggio naturale e che restituiscano risultati “ragionati”. Qualcuno prova ingenuamente a usare un linguaggio naturale con Google, scrivendo frasi articolate, ricche di punteggiatura e avverbi e altro, sostanzialmente perdendo tempo.

Il cosiddetto “Web semantico” (si parla di Web 3.0[1]) rappresenta il tentativo di aggiungere significato al Web, rendendo i contenuti comprensibili anche alle macchine, che devono quindi non solo contare le occorrenze, ma comprendere i significati, i contesti. Ragionare come (dovremmo fare) noi. Come? Grazie ai metadati: dati, come etichette, che descrivono altri dati. Un esempio in tal senso è Graph Search, il motore di ricerca di Facebook che permetterà un’interazione colloquiale: potremo chiedere di mostrare le “foto scattate dai miei amici a New York” per ottenere esattamente ciò che vogliamo, e che attualmente non potrebbe darci Google, perché non sa (ancora) quali sono i nostri amici.

Google, in realtà, è già più avanti di quanto pensiamo. Nel 2012 ha introdotto Knowledge Graph[2] (grafo della conoscenza), un sistema per associare parole e oggetti in modo da ottenere una ricerca più completa e coerente. In concreto, accanto ai risultati tradizionali della parte centrale della pagina di Google, sulla destra appaiono informazioni pertinenti all’oggetto della ricerca: a Leonardo Da Vinci sono associate anche le sue opere, altri artisti, il luogo di nascita e di morte e così via.

Un progetto interessante è quello di Wolfram Alpha, definito dal creatore – lo scienziato e matematico britannico Stephen Wolfram – come un “motore computazionale di conoscenza”: interpreta le parole chiave inserite dall’utente e propone direttamente una risposta, invece che offrire una lista di collegamenti ad altri siti come fa Google. L’era dell’intelligenza artificiale, di macchine che superino il mitico test di Turing[3], si sta avvicinando[4].

Questo paragrafo è tratto da “Il guru di Google”. Puoi acquistarlo su Amazon:

[1] Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, Dario Flaccovio Editore

[2] www.google.com/insidesearch/features/search/knowledge.html

[3] Alan M. Turing, Computing machinery and intelligence, in Mind (1950)

[4] In realtà, nell’era dell’Internet of things, esistono già esempi di macchine, intese proprio come automobili, che funzionano senza l’intervento umano. Proprio Google ha lanciato il progetto di una “self driving car”: http://googleitalia.blogspot.it/2014/05/basta-premere-avvio-il-progetto-di-un.html