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Il 14 marzo 2026 sono stato invitato a salire sul palco del Festival del Giornalismo di Verona per un panel dal titolo “Cronache artificiali: il mestiere del giornalismo al tempo dell’intelligenza artificiale” insieme a Pier Luigi Pisa (autore del libro “Valeva la pena tentare”, di cui ho parlato su LinkedIn), con la moderazione del giornalista Daniele Chieffi.

Quando Daniele Chieffi ha aperto il panel al Festival del Giornalismo con quella frase – “il punto non è se l’AI sappia già scrivere un articolo” – ho capito che stavamo finalmente facendo la domanda giusta. Dopo anni in cui il dibattito ruotava intorno a “la macchina ci sostituirà?”, qualcuno stava spostando il baricentro.

Chieffi ha centrato il problema: il giornalismo rischia di perdere centralità molto prima che una macchina diventi davvero un giornalista. Basta che il pubblico si abitui a qualcosa di più rapido. Più comodo. Più economico cognitivamente.

Quando un lettore apre ChatGPT per farsi riassumere le notizie del giorno, non sta scegliendo qualcosa di migliore. Sta scegliendo qualcosa di abbastanza buono (un tempo si parlava di “good enough society”) con meno fatica.

Nessuno ha smesso di cucinare perché Deliveroo esiste. Ma milioni di persone cucinano meno. Non perché il cibo a domicilio sia superiore: perché è sufficientemente accettabile e costa meno energia. Il risultato? Meno competenza, più dipendenza da un intermediario. Ecco cosa rischia il giornalismo. Non l’estinzione: la marginalizzazione per abitudine.

Il punto di Pier Luigi Pisa: attenzione alla dipendenza

Sul palco con me c’era Pier Luigi Pisa, giornalista di Repubblica e Italian Tech, uno dei pochi in Italia che racconta l’AI dall’interno con competenza e rigore quotidiani. E il suo contributo al panel merita di essere riportato qui, perché non era in contraddizione con il mio – era il suo necessario complemento.

Pisa ha detto una cosa che vale come avvertimento: dietro la comodità si nasconde un ecosistema fragile. Se iniziamo a delegare all’AI non solo l’esecuzione rutinaria ma anche il ragionamento, l’analisi, il giudizio contestuale su temi complessi, rischiamo di compromettere non solo la qualità ma l’autenticità di quello che facciamo.

La sua formula è precisa e difficile da contestare: “L’IA processa dati, noi processiamo la realtà.” Ha ragione, e questa distinzione è tutto. La macchina vede pattern. Il giornalista vede persone. La macchina aggrega segnali. Il giornalista capisce che dietro un dettaglio apparentemente insignificante si nasconde una storia che vale la prima pagina. La macchina trascrive un’intervista in secondi. Ma l’empatia che serve per condurla – per far abbassare le difese a una fonte, per ascoltare il silenzio oltre le parole – quella non si addestra su nessun dataset.

Pisa ha anche messo il dito su un rischio concreto che troppo spesso viene minimizzato: un uso poco consapevole dell’AI può inquinare l’informazione con allucinazioni e pregiudizi, e può minare il patto di fiducia con i lettori. E quel patto, una volta rotto, non si ricuce facilmente.

Ammettiamolo: la macchina certi articoli li scrive meglio di noi

Eppure, dato per scontato che quanto ha detto Pisa è corretto, ho voluto essere scomodo (molto più scomodo di quanto ci si aspetti da un convegno di categoria). L’AI certi articoli non li scrive “abbastanza bene”, li scrive meglio. Più velocemente. A patto di essere ben addestrata e governata.

Facciamo esempi concreti. Un comunicato stampa aziendale da trasformare in notizia. Un verbale di consiglio comunale. I risultati di una partita di terza categoria. L’andamento settimanale del prezzo delle arance come nel film “Una poltrona per due”. I dati Istat sull’inflazione. Le nomine nei CdA delle società quotate.

Questi sono articoli di servizio: rutinari, strutturati, prevedibili (ma soprattutto mal pagati!). Il loro valore è nell’accuratezza e nella velocità, non nell’interpretazione. E su accuratezza e velocità, un modello linguistico ben istruito batte un giornalista stanco dopo sei ore di redazione. Punto.

Negarlo è sbagliato e, soprattutto, è controproducente: ci impedisce di vedere l’opportunità enorme che si nasconde dietro questo fatto.

Se la macchina fa i compiti rutinari, tu puoi fare l’inchiesta

Pensa a quante ore di una giornata redazionale vengono assorbite da lavoro automatizzabile: trascrizioni di conferenze stampa, sintesi di atti pubblici, rassegne stampa mattutine, monitoraggio di fonti istituzionali, traduzione di documenti, prime bozze di notizie da agenzia, aggiornamenti su sentenze, bilanci, gare d’appalto e così via. Tutto questo oggi si delega, non si elimina. E quel tempo torna. Torna all’inchiesta, all’intervista difficile, alla fonte che bisogna incontrare di persona, al documento che nessuno ha ancora letto, alla storia che nessun algoritmo è andato a cercare perché non sapeva che esistesse.

Questo è il cambio di paradigma che il dibattito “AI contro giornalismo” continua a perdere. Non è sostituzione: è redistribuzione del lavoro cognitivo. Le macchine prendono i compiti a basso valore. Gli umani si concentrano su quelli ad alto valore.

Gli strumenti concreti

Durante l’evento ho voluto parlare anche di strumenti pratici.

Google NotebookLM è forse lo strumento più sottovalutato nelle redazioni italiane: in platea, su decine di persone, solo una giornalista ha detto di usarlo. Carichi documenti – atti giudiziari, relazioni parlamentari, bilanci, perizie tecniche, contratti – e hai un interlocutore che li ha letti tutti, li tiene in testa contemporaneamente e risponde alle tue domande su di essi. Senza allucinazioni, perché ragiona solo su quello che gli hai dato, e mostrando dove ha preso l’informazione nel punto esatto del documento caricato. Per un giornalista che lavora su un’inchiesta lunga settimane, è un secondo cervello che non dimentica nulla.

Facciamo un esempio concreto: hai 1.200 pagine di atti di un processo per corruzione. Senza NotebookLM, impieghi giorni a orientarti. Con NotebookLM, in venti minuti hai una mappa delle relazioni tra persone, date, importi, e puoi cominciare a fare le domande giuste alle carte.

Google Pinpoint è progettato esplicitamente per il giornalismo investigativo. Analizza in automatico enormi archivi di documenti – migliaia di file, email, PDF, immagini con testo – e li rende ricercabili, collegati, interrogabili. È lo strumento che i grandi giornali d’inchiesta usano per i leak. Il team del Panama Papers non avrebbe potuto fare quello che ha fatto senza tecnologie di questo tipo. E che dire degli Epstein files (vedi questo esempio)?

Questi non sono strumenti per scrivere al posto tuo. Sono strumenti per vedere quello che da solo non vedresti mai, perché nessun essere umano può tenere in testa 50.000 documenti e trovarne le connessioni nascoste.

Ho illustrato questi due strumenti in un video sul mio canale Youtube:

Il secondo cervello che scrive come te

C’è poi un livello ulteriore, che mi riguarda direttamente e che trovo straordinariamente efficace. Un modello come Claude – con le istruzioni giuste, con quello che tecnicamente si chiama una “skill” costruita sul tuo stile – impara a scrivere come scrivi tu. Non in modo approssimativo: con le tue strutture sintattiche, il tuo registro, le tue abitudini retoriche, il tuo modo di aprire un pezzo e di chiuderlo.

Io ho costruito una skill del genere per me stesso. Il risultato è che posso produrre una prima bozza di un articolo di servizio – una news da agenzia, un pezzo informativo su una normativa, una scheda su un prodotto tecnologico – in pochi minuti. Quella bozza è già nel mio stile. La rivedo, la aggiusto, la firmo. Ci metto un quarto del tempo che ci mettevo prima. Per dire: come credi sia stato scritto, in gran parte, il testo che stai leggendo?

Quel tempo risparmiatomi non sparisce nel vuoto. Va su un capitolo del prossimo libro. Va su una lezione più approfondita per i miei studenti. Va su una consulenza più ragionata per un cliente.

Il secondo cervello non mi sostituisce: moltiplica quello che riesco a fare.

Lo specchio scomodo

L’AI non è il problema del giornalismo. Forse è lo specchio del problema del giornalismo. Se il pubblico si accontenta di una sintesi automatica, è perché in molti casi il giornalismo aveva già smesso di offrire qualcosa che valesse il costo cognitivo dell’attenzione. Ha inseguito il clic invece del significato. Ha ottimizzato per Google (ora per ChatGPT) invece che per il lettore. L’AI non ha distrutto nulla. Ha accelerato una deriva che era già in corso.

La risposta non è fermare l’AI. È usarla per liberare il tempo necessario a fare giornalismo che valga davvero la pena leggere. Quel giornalismo – quello umano, come dice Pisa – non è in pericolo per colpa delle macchine. È in pericolo quando smette di essere necessario. E smette di essere necessario solo se lo lasciamo smettere.

Ho voluto chiudere il mio intervento con un’altra provocazione, adattando un refrain che gira in Rete da tre anni: “Non è l’AI che ruberà il lavoro del giornalista, bensì un giornalista che sa usarla”.


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Dall’AI Anxiety ai tecno-profeti dell’apocalisse

L’intelligenza artificiale ci salverà o ci distruggerà? Basta un giro sui social o tra le newsletter dei “tecno-profeti” per capire dove tira il vento: tra un meme con HAL 9000 e un post con Sam Altman in stile Thanos, il futuro (nefasto) sembra tracciato.

È l’era dell’AI Anxiety, alimentata dal doomscrolling quotidiano e dai catastrofisti digitali, spesso più inclini alla sceneggiatura di “Black Mirror” che alla realtà dei fatti. Eppure, mentre gli accelerazionisti ci spingono verso il “singularity” e i luddisti digitali evocano scenari à la “Minority Report”, il mondo reale va avanti. E lo fa, spesso, con buone notizie. Perché, diciamolo: “bad news is good news” per chi fa clickbait, ma non per chi vuole capire davvero cosa sta accadendo.

Quindi qui, ora, faccio il contrario. Tiro fuori 10 notizie positive sull’AI, tutte verificate e documentate, che mostrano come questa tecnologia possa migliorare concretamente le nostre vite.


1. Parkinson, diagnosticato 7 anni prima con un test AI

🔗 Fonte
Uno studio rivoluzionario usa un test del sangue supportato dall’AI per predire il Parkinson sette anni prima dei sintomi. Sempre in ambito sanitario, nu nuovo approccio usa l’AI per definire terapie personalizzate contro il cancro al seno.
🧠 Commento: Altro che palla di vetro, questa è medicina predittiva con basi scientifiche. Non è futuro: è presente.


2. L’AI che traduce la lingua dei segni in tempo reale

🔗 Fonte
Una startup italian ha sviluppato un modello AI capace di tradurre la LIS in inglese in tempo reale.
🤟 Commento: Inclusione vera. Parola alle mani, comprensione al software.

Per la cronaca, la startup è Handysigns:


3. Transizione energetica spinta dall’AI

🔗 Fonte
L’AI aiuta a gestire reti intelligenti, previsioni di consumo e ottimizzazione energetica.
Commento: Greta Thumberg sarà felice. Anche i pannelli solari parlano ora con il machine learning.


4. L’AI che parla con i complottisti… e li convince

🔗 Fonte
Un chatbot AI riesce a ridurre la fiducia nelle teorie del complotto dopo conversazioni calibrate.
🧠 Commento: Dove si firma per avere una AI che mette a tacere i no-vax?

 


5. Occhiali smart per non vedenti

🔗 Fonte
AI embedded in occhiali per riconoscere oggetti e aiutare le persone cieche a muoversi in autonomia.
👓 Commento: Wearable tech che restituisce dignità e indipendenza.


6. AI al servizio della guida sicura

🔗 Fonte
Algoritmi AI predicono incidenti e aiutano il conducente a prevenirli. Tra l’altro, un nuovo studio ha dimostrato che servizi come Uber hanno ridotto gli incidenti stradali legati all’alcol fino al 6% negli USA, salvando centinaia di vite (vedi studio “Uber and Alcohol-Related Traffic Fatalities“).
🚘 Commento: KITT di Supercar!


7. AI per l’autenticazione delle opere d’arte

🔗 Fonte
Algoritmi AI smascherano i falsi nel mercato dell’arte con precisione da restauratore rinascimentale.
🎨 Commento: Altro che Sgarbi…


8. AI per riconoscere il Prosecco

🔗 Fonte
Sistemi AI aiutano a identificare bottiglie DOCG e contrastare le frodi.
🍾 Commento: Grande notizia, anche se io sono un amante dei “metodo classico”!


9. AI per gestire le piene dei fiumi

🔗 Fonte
In Emilia Romagna l’AI monitora e gestisce le piene del Tresinaro per evitare disastri.
🌊 Commento: L’AI che salva case e vite, non titoli di giornale.


10. Il Regno Unito utilizza l’AI per accelerare le consultazioni pubbliche

🔗 Fonte
Il governo britannico introduce “Consult”, uno strumento AI che analizza le risposte delle consultazioni pubbliche, risparmiando £20 milioni all’anno.
📊 Commento: Ecco che cosa intendo io per “smart cities”!


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Partiamo da alcuni punti fermi:

  • il “metaverso” non esiste (esistono i metaversi, e non si parlano nemmeno tra loro, anche se si sta lavorando a una soluzione);
  • l’hype è forte ma di opportunità concrete ce ne sono ancora poche;
  • si parla di “metaverso” spesso a sproposito.

Fatte queste premesse, racconto perché sto scrivendo questo pezzo. Qualche giorno fa ho letto “Giornalisti nel metaverso”, titolo in self-publishing che mi ha deluso: quasi 100 pagine di premessa su cos’è Internet e Web 2.0 e l’esame di Stato dell’autore giornalista… e poi – cala grazia! – poche righe, confuse, sulle opportunità per i giornalisti nel “nuovo mondo”. Allora ho deciso di indagare ed elencare quali siano, al momento, le reali opportunità per i giornalisti. Si pare dal presupposto, come afferma Laura Lorek (fondatrice di Silicon Hills News) , che i giornalisti non sono (solo) le vittime della digitalizzazione, ma possono governarla e trarne beneficio:

“[Journalists] are really a part of the computing and AI convergence industry right now that is leading to a much more fast-paced development cycle than anything we’ve seen in the past. It’s not just virtual reality, it is reality. And we, as journalists and media, have to be players in this new world.”

A mio avviso i giornalisti potranno sfruttare i metaversi – si spera un domani convergenti – per queste attività.

Riunioni di redazione

Esistono già diversi ambienti virtuali, da frequentare grazie al proprio avatar, per organizzare delle riunioni. Nel caso delle riunioni di redazione, potrebbero prendervi parte anche i “lettori”, se così possiamo chiamarli. Un esempio di ambiente virtuale utile per questo tipo di riunioni è Somnium space.

Inchieste immersive

Le tecnologie immersive offrono ai lettori, tramite i loro avatar, un contesto informativo più ampio di quello attuale: sono loro i protagonisti. Si muovono, agiscono in prima persona, al fine di esplorare, scoprire, capire. Ed essere maggiormente coinvolti. Un bell’esempio è “Hunger in Los Angeles” (l’esperimento ricostruisce una giornata tipo nelle mense per poveri di Los Angeles):

Interviste

Nel 2021, in piena pandemia (si era nel boom della variante Omicron), il giornalista del The Financial Times Henry Mance tentava da settimane di incontrare l’ex primo ministro britannico Nick Clegg (all’epoca in Meta). Mance e Clegg hanno fissato l’appuntamento per l’intervista in un metaverso, e hanno fatto incontrare i loro avatar.

L’esperimento è stato replicato anche in Italia, dal Corriere della Sera. Tra i VIP intervistati anche Bebe Vio, che presenta l’esperimento così su Instagram:

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Beatrice Maria Vio Grandis (@bebe_vio)

Vendere i “pezzi” come NFT

L’agenzia di stampa The Associated Press ha lanciato una raccolta di NFT (token non fungibili) sul marketplace di Binance. La raccolta, soprannominata “Unique Moments”, presenta versioni digitalizzate di foto e servizi giornalistici riguardanti alcuni momenti storici del secolo scorso. Qualche esempio: la resa del Giappone durante la seconda guerra mondiale, la scoperta di Plutone e così via. Il prezzo: 29 BUSD 29 (la stablecoin di Binance). Anche il New York Times e il New Yorker si sono buttati sugli NFT.

Blockchain e NFT sono utili anche per vendere delle membership ma anche per contrastare le fake news: ANSAcheck è “una soluzione che consente di certificare l’origine ANSA delle notizie grazie alla tecnologia Blockchain, che agisce come garante di trasparenza, sicurezza e apertura dell’informazione”. In questo caso, più che di metaverso si parla di Web 3.0.

Giornalisti virtuali

Il rischio per i giornalisti sarà un micidiale mix tra realtà virtuale e intelligenza artificiale: già si parla di giornalisti virtuali. Un esempio viene dalla Cina:

A tutto questo possiamo aggiungere, più lato editore, anche:

  • eventi (penso alle testate che organizzano i dibattiti politici durane le campagne elettorali)
  • feste per gli abbonati
  • servizi ai lettori (dal marketing a cimiteri virtuali al posto dei necrologi testuali?)
  • evoluzione dei podcast
  • contributi dei lettori (in una nuova ottica UGC, user generated content)

… e chissà cos’altro non riusciamo nemmeno a immaginare.

Per concludere possiamo dire che il mezzo, in questo caso, può davvero essere il messaggio. Ma quello che farà la differenza, come sempre, saranno i contenuti.

La conferenza di introduzione al metaverso

Ho tenuto un evento di presentazione del metaverso nel gennaio 2022:

Il 9 dicembre sono stato intervistato da Cusano Italia TV, nella trasmissione “Promotion. Comunicare è un’arte”, sul tema della notiziabilità. Una chiacchierata di una ventina di minuti che ha affrontato diversi temi:

  • che cosa si intende per notiziabilità?
  • quando un fatto diventa notizia?
  • quali sono i criteri per stabilire se dare una notizia o meno (es: novità, pubblico interesse, protagonisti VIP, personalizzazione, ecc.)?
  • perché le notizie drammatiche generano più interesse?
  • come cambia la notizia nell’era dei social?
  • qual è il ruolo degli influencer e dei blogger?
  • il problema delle fake news

Guarda qui l’intera registrazione dell’intervista:

Qui puoi ritrovare un mio videocorso gratuito sul tema della notiziabilità:

Secondo uno studio della Columbia University e Microsoft Research sei link su dieci condivisi su Twitter non verranno mai cliccati, nemmeno da chi li condivide: bastano i titoli! Se ne deduce quindi che, vista l’importanza dei titoli, i giornalisti (o chi per loro) mettano una cura particolare nella loro realizzazione. Peccato non sia così…
In questo video ho raccolto dieci tra i peggiori titoli giornalistici (online e su carta) di sempre:

Ecco la raccolta dei titoli:

Se vuoi leggere un altro articolo di satira digitale, ti consiglio questo:

Questo eBook di Antonio Dini, uno dei massimi esperti italiani Apple (il suo blog), è nato dall’esigenza di far scoprire a tutti le grandi capacità dell’iPad, ma soprattutto per rispondere a chi dice che il tablet risulti ideale per fruire dei contenuti, non per crearli. Invece si possono usare tastiere reali e virtuali, accessori di vario tipo, così come tantissime app per scrivere, non necessariamente in solitaria. Un libro adatto a chiunque voglia comporre testi: dai giornalisti agli scrittori, dagli studenti ai professionisti di ogni genere.

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Titolo: Scrivere con l’iPad
Autore: Antonio Dini
Casa Editrice: Apto
Prezzo: 2,99 euro
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“Scrivere 2.0” di Luca Lorenzetti:

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Bibliotech (NetC@fe) 13/5/12 – “Slow News” di Peter Laufer (Sironi):

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A Top Tech intervistai Giovanni Ziccardi, che mi parlò dell’eBook gratuito “Il Giornalista Hacker” (in download qui):

Il libro presentato in questa puntata di Tech and the city è “L’edicola del futuro. Il futuro delle edicole” di Pier Luca Santoro (Informant):

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