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C’era un tempo in cui comprare un videogioco significava tornare a casa con una scatola. Dentro c’era il disco, magari un manuale, forse una mappa, sicuramente un oggetto da mettere su uno scaffale. Oggi quella scena sembra sempre più un ricordo. Dopo musica, film, software, libri e fotografie, anche i videogiochi stanno completando il loro passaggio da prodotto fisico a servizio digitale. Per questo la domanda viene quasi da sola: Anche i videogiochi diventano “liquidi”?

La notizia raccontata da DDay e confermata dal PlayStation Blog è netta: dal gennaio 2028 Sony interromperò la produzione di dischi fisici per i nuovi giochi pubblicati su console PlayStation. I nuovi titoli saranno disponibili in digitale, anche nei negozi, ma sotto forma di codice da scaricare.

Che cosa significa che i videogiochi diventano liquidi?

Dire che i videogiochi diventano liquidi significa che perdono progressivamente il supporto fisico e diventano accesso digitale: download, licenze, account, cloud, store online, abbonamenti e aggiornamenti continui. Come è accaduto alla musica con MP3, streaming e piattaforme come Spotify e Deezer, anche il videogioco si smaterializza: non si compra più solo un oggetto, ma il diritto di accedere a un contenuto dentro un ecosistema controllato da piattaforme e publisher.

Perché la decisione di PlayStation conta

La scelta di Sony non arriva dal nulla. Da anni i giocatori comprano sempre più in digitale, scaricano giochi direttamente dallo store, aspettano offerte online, usano abbonamenti e aggiornano titoli che cambiano nel tempo. Il disco, quando c?, è spesso solo una parte della storia: day one patch, DLC, aggiornamenti, salvataggi cloud, account, season pass.

Il passaggio annunciato per gennaio 2028 rende esplicito quello che molti avevano già intuito: il supporto fisico non è più il centro dell’esperienza. Sony parla di tendenze dei consumatori e di preferenza crescente per i media digitali. DDay sottolinea anche il parallelo con GTA VI, destinato a uscire con confezioni fisiche che contengono soltanto un codice per il download.

La scatola resta. Il disco scompare. E questa, culturalmente, è una piccola rivoluzione travestita da scelta logistica.

Da Musica liquida ai videogiochi liquidi

Copertina del libro Musica liquida di Gianluigi Bonanomi e Renzo Zonin
Nel 2014 ho pubblicato con Renzo Zonin il libro Musica liquida. Spotify, Deezer e la canzone nell’era dello streaming. Il tema era chiaro: vinili e CD stavano lasciando spazio a file, streaming, cloud, playlist, piattaforme e ascolto “all you can eat”.

Allora sembrava soprattutto una storia di musica. In realtà era già una storia più grande: il passaggio dalla proprietà all’accesso.

La musica liquida non era soltanto musica senza CD. Era un nuovo modo di pensare i contenuti:

  • meno oggetti da possedere;
  • più cataloghi da consultare;
  • meno scaffali;
  • più account;
  • meno supporti fisici;
  • più piattaforme;
  • meno prestito tra amici;
  • più abbonamenti, licenze e condizioni d’uso.

Oggi possiamo applicare lo stesso ragionamento ai videogiochi. Non è una metafora perfetta, perché un videogioco non è una canzone: pesa decine o centinaia di gigabyte, richiede hardware, aggiornamenti, server, account e spesso componenti online. Ma la direzione è simile: il contenuto diventa meno oggetto e più flusso.

Che cosa cambia per chi gioca

Il digitale ha vantaggi evidenti. Chiunque abbia comprato un gioco alle due di notte, scaricato una patch o recuperato un titolo in offerta lo sa.

Per il giocatore, i benefici sono concreti:

  • comodità: acquisto immediato senza uscire di casa;
  • disponibilità: niente disco perso, rovinato o prestato e mai tornato;
  • aggiornamenti continui: bug fix, contenuti extra, espansioni;
  • offerte digitali: sconti frequenti e cataloghi ampi;
  • cloud e account: libreria accessibile da più dispositivi compatibili;
  • meno logistica: per editori e negozi, meno produzione, trasporto e magazzino.

Ma ogni comodità digitale porta con sé una domanda: che cosa sto davvero comprando?

Il punto delicato: proprietà o licenza?

Quando compri un disco, possiedi un oggetto. Puoi rivenderlo, prestarlo, conservarlo, regalarlo, dimenticarlo in cantina e ritrovarlo dopo vent’anni. Quando compri un gioco digitale, di solito acquisti una licenza legata a un account, a uno store e a certe condizioni.

La differenza sembra tecnica. Non lo ?. Cambia il rapporto tra giocatore e contenuto.

Con il digitale diventano centrali alcune domande:

  • posso rivendere il gioco?
  • posso prestarlo?
  • che cosa succede se lo store chiude?
  • che cosa succede se il mio account viene bloccato?
  • posso giocare offline?
  • quanto dipendo da server, patch e autenticazioni?
  • chi conserva davvero la memoria storica del videogioco?

La decisione di Sony specifica che i giochi già pubblicati o in uscita prima di gennaio 2028 su disco non vengono colpiti dal cambiamento. Questo è importante. Ma non cancella il problema culturale: l’industria sta dicendo che il futuro del nuovo sarà sempre meno fisico.

Videogiochi, collezionismo e memoria digitale

Il supporto fisico non era solo un contenitore. Era anche memoria, mercato dell’usato, collezionismo, archivio personale, rituale.

Per molti giocatori la libreria di giochi non è soltanto un elenco in un account. è una storia: il primo gioco comprato, l’edizione speciale, la copertina consumata, la console di un’estate, la cartuccia ereditata da un fratello maggiore, il manuale letto in macchina tornando dal negozio.

Il digitale rende tutto più efficiente, ma anche più fragile. Se la musica in streaming sparisce da un catalogo, ce ne accorgiamo quando una canzone non parte. Se un gioco digitale viene rimosso, se uno store chiude o se un server viene spento, il problema diventa più serio: non perdiamo solo un file, perdiamo una parte dell’esperienza.

Non è nostalgia fine a se stessa. è conservazione culturale. I videogiochi sono opere, industrie, memorie generazionali, linguaggi. Se diventano solo accesso temporaneo, qualcuno dovrà prendersi cura della loro sopravvivenza.

La scatola con il codice: oggetto o simulacro?

Uno degli aspetti più curiosi della transizione è la confezione fisica con dentro un codice. Dal punto di vista commerciale ha senso: il negozio continua a vendere, il regalo resta impacchettabile, lo scaffale non scompare di colpo.

Però è anche un oggetto strano. Una scatola senza supporto è una promessa di accesso, non un contenuto. è un ponte tra due mondi: rassicura chi vuole ancora comprare in negozio, ma introduce comunque la logica digitale.

È successo anche con altri media. Prima il CD diventava MP3. Poi l’MP3 diventava streaming. Poi la raccolta personale diventava playlist nel cloud. Ogni passaggio sembrava piccolo, ma alla fine cambiava tutto.

Che cosa possono imparare aziende, scuole e famiglie da questa storia

La notizia PlayStation non riguarda solo i gamer. è un caso utile per capire come cambia il digitale in generale.

In azienda, a scuola e in famiglia conviene imparare almeno tre lezioni.

1. Il digitale non elimina la materialità

Quando un contenuto diventa “liquido”, non diventa immateriale. Semplicemente cambia materiale: data center, connessioni, account, licenze, server, energia, contratti, piattaforme. Non c’è più il disco in mano, ma c’è un’infrastruttura enorme dietro.

2. La comodità ha sempre un prezzo culturale

Scaricare tutto subito è comodissimo. Ma se perdiamo mercato dell’usato, prestito, archivi personali e possibilità di conservare i contenuti, stiamo scambiando proprietà con accesso. Non è necessariamente sbagliato. Basta saperlo.

3. Le piattaforme diventano i nuovi scaffali

Una volta lo scaffale era in casa. Oggi lo scaffale è nello store, nell’account, nell’abbonamento. Questo sposta potere verso chi controlla la piattaforma: prezzi, disponibilità, promozioni, rimozioni, compatibilità, regole.

I rischi da non sottovalutare

Il videogioco liquido porta con sé almeno cinque rischi:

  1. dipendenza dagli store: se cambia la piattaforma, cambia l’accesso;
  2. fine dell’usato: rivendere o prestare diventa difficile o impossibile;
  3. conservazione fragile: giochi e versioni possono scomparire;
  4. digital divide: chi ha connessioni lente o limiti di banda resta penalizzato;
  5. prezzi meno trasparenti: offerte, abbonamenti e licenze rendono più complesso capire quanto spendiamo davvero.

Naturalmente non significa che il fisico fosse il paradiso. Dischi graffiati, tirature limitate, scaffali pieni, patch obbligatorie, copie incomplete: anche il vecchio mondo aveva i suoi problemi. Ma il nuovo mondo non va accolto come se fosse solo progresso inevitabile.

In sintesi: dal possesso all’accesso

Quando scrivevamo Musica liquida, il cuore della questione era già questo: la tecnologia non cambia solo il formato dei contenuti, cambia i comportamenti. Cambia le abitudini, i mercati, le relazioni, la memoria, persino le parole che usiamo.

Oggi i videogiochi sembrano arrivati allo stesso bivio. Il disco si ritira, lo store avanza, il download diventa norma, la scatola si trasforma in codice. Per molti sarà solo una comodità in più. Per altri sarà la fine di un rapporto più fisico e collezionabile con il gioco.

La domanda, allora, non è se il digitale vincerà. In gran parte ha già vinto. La domanda più utile ?: che cosa vogliamo conservare mentre tutto diventa accesso?

Perché i contenuti possono anche diventare liquidi. La memoria, però, sarebbe meglio non lasciarla evaporare.

FAQ

Sony eliminerà davvero i dischi fisici per PlayStation?

Secondo il PlayStation Blog, dal gennaio 2028 Sony interromperò la produzione di dischi fisici per i nuovi giochi pubblicati su console PlayStation. I giochi già usciti o previsti prima di quella data su disco non vengono coinvolti dalla transizione.

Che cosa significa “videogiochi liquidi”?

Significa videogiochi distribuiti e fruiti soprattutto come accesso digitale: download, licenze, account, store online, cloud e abbonamenti, invece che come oggetti fisici posseduti su disco.

Che rapporto c’è tra videogiochi liquidi e Musica liquida?

Il parallelo è il passaggio dalla proprietà fisica all’accesso digitale. In Musica liquida si raccontava la trasformazione da CD e vinili a streaming e cloud; oggi una dinamica simile riguarda i videogiochi.

I giochi fisici già comprati smetteranno di funzionare?

No, la comunicazione di Sony riguarda la produzione di dischi per i nuovi giochi da gennaio 2028. I giochi già usciti o in uscita prima della data in formato disco non vengono annullati da questa decisione.

Qual è il rischio principale dei videogiochi solo digitali?

Il rischio principale è passare dal possesso all’accesso: meno usato, meno prestito, maggiore dipendenza da account, store, server, licenze e condizioni stabilite dalle piattaforme.

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I meme AI del 2026 sono molto più interessanti di quanto sembrino (ne avevo già parlato qui). A prima vista sono gatti enormi, siti assurdi, squali con le scarpe, battute su ChatGPT e immagini generate male. In realtà sono piccoli sismografi culturali: ci dicono dove l’intelligenza artificiale diverte, dove stanca, dove spaventa e dove diventa semplicemente rumore.

La cosa curiosa è questa: più l’AI entra nel lavoro, nei social, nella scuola e nella comunicazione, più i meme smettono di essere solo meme. Diventano recensioni collettive, spesso più sincere di un report di 80 pagine. Se un prodotto viene trasformato in battuta, significa che è entrato nell’immaginario. Se diventa una battuta cattiva, significa che qualcuno ha iniziato a non sopportarlo più.

Ecco quindi i migliori meme del 2026 sull’intelligenza artificiale, spiegati in italiano, senza fare finta che un gatto obeso da 30 trilioni di parametri sia una normale notizia di settore.

Risposta breve: quali sono i meme AI più importanti del 2026?

I meme AI più rappresentativi del 2026 sono:

  • AI slop, cioè la presa in giro dei contenuti generati dall’AI in massa e di bassa qualità;
  • Your AI Slop Bores Me, il sito in cui gli umani fingono di essere ChatGPT;
  • Le Chaton Fat, il finto supermodello europeo attribuito per scherzo a Mistral;
  • Italian brainrot, il filone di creature assurde generate dall’AI con nomi pseudo-italiani;
  • Great Meme Reset of 2026, la nostalgia dei vecchi meme come reazione al caos dei contenuti AI;
  • workslop e Microslop, battute nate attorno all’uso poco sensato dell’AI nel lavoro e nei prodotti digitali.

Il filo comune è chiaro: nel 2026 non ridiamo più solo dell’AI. Ridiamo del modo in cui l’AI è stata infilata ovunque.

1. AI slop: il meme che ha dato un nome al fastidio

Meme AI Slop Everywhere con Woody e Buzz Lightyear
AI slop everywhere: il meme riassume la sensazione di trovarsi contenuti generati dall’AI dappertutto. Fonte immagine: Imgflip.

Il meme AI slop è probabilmente il più importante per capire il 2026. “Slop” significa, più o meno, sbobba: contenuto prodotto in serie, apparentemente competente, ma povero, generico, senz’anima. L’immagine tipica è quella del formato “X, X everywhere”: apri un social e trovi video sintetici, articoli identici, immagini plasticose, commenti sospetti, tutorial copiati, caroselli che sembrano scritti da un frigorifero motivazionale.

Il punto non è che ogni contenuto creato con l’intelligenza artificiale sia brutto. Sarebbe una sciocchezza. Il punto è che nel 2026 la produzione automatica ha abbassato talmente tanto il costo del contenuto che il web ha iniziato a riempirsi di materiale fatto per occupare spazio, non per dire qualcosa.

Il meme funziona perché nomina un’esperienza quotidiana: quella sensazione di scrollare e pensare “ma questa cosa è stata fatta per me o solo per ingannare l’algoritmo?”. E qui la battuta diventa diagnosi. L’AI slop non è un problema estetico. È un problema di fiducia.

2. Your AI Slop Bores Me: quando gli umani imitano ChatGPT

Your AI Slop Bores Me è uno dei meme più belli del 2026 perché sembra una stupidaggine, ma è quasi filosofia del digitale travestita da sito brutto. Funziona così: tu fai una domanda come se stessi usando ChatGPT, ma a risponderti non è un modello linguistico. Sono persone vere, scelte a caso, che devono “recitare” la parte dell’intelligenza artificiale.

Il risultato è spesso caotico, imperfetto, comico. Cioè umano.

Il successo del sito racconta una stanchezza molto precisa: dopo anni di risposte fluenti, pulite, ordinate e un po’ tutte uguali, molti utenti hanno iniziato a desiderare attrito. Errori veri. Battute involontarie. Personalità. Quel disordine che nessun modello dovrebbe produrre, ma che spesso rende Internet interessante.

La battuta è semplice: siamo arrivati al punto in cui l’umano diventa l’alternativa artigianale al chatbot. Prima volevamo che le macchine sembrassero persone. Ora, ogni tanto, ci basta una persona che non sembri una macchina.

3. Le Chaton Fat: il gatto gigante che prende in giro la corsa ai modelli

Le Chaton Fat meme con enorme gatto generato dall'intelligenza artificiale
Le Chaton Fat: il finto modello AI europeo diventato meme tra sviluppatori, founder e appassionati di AI. Fonte: Business Insider Africa.

Le Chaton Fat è il meme perfetto per chi segue l’AI da vicino e ha ormai sviluppato una sana allergia ai benchmark. Il meme immagina un modello inesistente, attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral, con parametri esagerati, prestazioni miracolose e un’identità felina francese piuttosto ingombrante.

La battuta nasce dal linguaggio tipico delle aziende AI: modelli sempre più grandi, classifiche sempre più aggressive, nomi sempre più epici, promesse sempre più solenni. A un certo punto Internet ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso la retorica del settore e l’ha trasformata in un gatto enorme.

Perché funziona? Perché sotto la gag c’è una domanda seria: che cosa stiamo davvero misurando quando confrontiamo modelli AI? La qualità? La potenza? L’indipendenza tecnologica? Il marketing? O la capacità di produrre una slide in cui una barra è più lunga di un’altra?

Le Chaton Fat non esiste. Proprio per questo è riuscito a dire qualcosa di molto reale sulla fame di “prossimo grande modello”.

4. Italian brainrot: il caos generato dall’AI parla pseudo-italiano

Personaggi Italian brainrot generati dall'intelligenza artificiale
Italian brainrot: creature ibride, nomi pseudo-italiani e audio assurdi. Fonte: Wikimedia Commons.

Lo Italian brainrot è nato prima del 2026, ma nel 2026 è diventato qualcosa di più grande di un tormentone: un linguaggio. Squali con scarpe, ballerine con testa da cappuccino, animali-oggetto, nomi che sembrano usciti da una pizzeria gestita da un traduttore automatico ubriaco.

Il meccanismo è chiarissimo: immagini generate dall’AI, narrazioni sintetiche, suoni ripetuti, estetica assurda, condivisione velocissima. Non bisogna “capirlo” nel senso tradizionale. Bisogna subirlo per tre secondi, ridere per motivi poco difendibili e poi scoprire che un ragazzino lo considera materiale culturale legittimo.

Per chi si occupa di comunicazione, questo meme è interessante per due ragioni. Primo: mostra quanto l’AI generativa sia diventata una fabbrica di mascotte. Secondo: dimostra che la qualità tecnica non è sempre il motore della viralità. A volte vince l’immagine sbagliata, con il nome sbagliato, nel momento giusto.

Naturalmente c’è anche un lato meno innocente: alcuni audio e riferimenti del filone sono controversi. Quindi no, non basta prendere “la cosa che va su TikTok” e metterla in una campagna aziendale. L’assurdo funziona, ma va maneggiato con un minimo di cultura. Anche perché il confine tra meme brillante e figuraccia internazionale è sottile, e di solito non manda una notifica prima di essere superato.

5. Ballerina Cappuccina e l’AI che entra nei videogiochi

Nel 2026 alcuni personaggi del mondo brainrot sono arrivati anche dentro ecosistemi più mainstream, videogiochi compresi. Qui il meme cambia stato: da contenuto effimero diventa asset, skin, merchandising, oggetto da vendere.

E questo è un passaggio interessante. Finché un meme resta su TikTok, lo possiamo liquidare come rumore generazionale. Quando entra nei giochi, nei prodotti, nelle figurine, nelle campagne social e nei negozi, diventa economia dell’attenzione.

La domanda per aziende e creator è scomoda: si può usare l’estetica AI-generated senza sembrare disperati? Sì, ma solo se si capisce il codice. Il brainrot non funziona perché è “giovane”. Funziona perché è rapido, assurdo, remixabile e anti-istituzionale. Se lo trasformi in una campagna con approvazione a sette livelli, probabilmente gli togli proprio quello che lo rende vivo.

6. Great Meme Reset: la nostalgia come antivirus dell’AI slop

Il Great Meme Reset of 2026 è il movimento, nato soprattutto su TikTok, che prova a riportare in circolo vecchi meme e vecchie estetiche del web: Nyan Cat, Keyboard Cat, Mannequin Challenge, cultura 2016, immagini meno levigate, meno sintetiche, meno “ottimizzate”.

Non è un meme AI in senso stretto, ma è una reazione all’ambiente generato dall’AI. Quando tutto diventa artificiale, perfetto, scalabile e un po’ appiccicoso, improvvisamente il vecchio web sembra autentico. Anche quando era brutto. Anzi: proprio perché era brutto.

Questa è la parte più divertente: nel 2016 molti meme sembravano già scemi. Nel 2026 sembrano quasi artigianato digitale. Il valore non è la qualità, ma la traccia umana. Un font sbagliato, un montaggio pessimo, una battuta incomprensibile, un’immagine compressa. Tutte cose che prima erano limiti e ora sembrano certificati di origine.

7. Workslop e Microslop: quando l’AI al lavoro produce più lavoro

Il meme workslop è la versione da ufficio dell’AI slop. Indica tutti quei documenti, riassunti, report, email e presentazioni generati con l’AI che sembrano utili finché qualcuno non deve leggerli, correggerli, verificarli e trasformarli in qualcosa di sensato.

E qui la battuta fa male perché è vera. L’AI può aumentare la produttività, certo. Ma se viene usata per scaricare sugli altri output non controllati, il guadagno individuale diventa costo collettivo. Io risparmio dieci minuti, tu perdi mezz’ora a capire cosa volevo dire.

Il cugino più tecnologico è Microslop, battuta nata attorno alla percezione di integrazioni AI troppo invadenti o poco desiderate nei prodotti digitali. Il messaggio è lo stesso: l’AI funziona quando risolve un problema. Quando viene infilata ovunque per dire “anche noi ce l’abbiamo”, diventa meme prima ancora di diventare funzionalità.

Che cosa ci insegnano davvero i meme AI del 2026

I migliori meme AI del 2026 ci dicono almeno cinque cose.

La prima: l’entusiasmo per l’AI non è finito, ma è diventato più maturo. Le persone non ridono dell’intelligenza artificiale perché non la capiscono. Spesso ridono perché la capiscono benissimo.

La seconda: il tema centrale non è più “l’AI sostituirà gli umani?”. La domanda quotidiana è più banale e più concreta: “Perché sto leggendo questa roba?”. In un mondo pieno di contenuti automatici, il valore si sposta sulla cura, sulla verifica, sulla voce, sull’intenzione.

La terza: l’imperfezione torna a essere un segnale positivo. Il web generato in massa è pulito, fluido, coerente. Proprio per questo, a volte, sembra finto anche quando dice cose giuste.

La quarta: i meme sono un ottimo strumento di alfabetizzazione digitale. Spiegano bias, automazione, hype, piattaforme, fiducia e creatività meglio di molte lezioni frontali. Naturalmente vanno tradotti. Non basta mostrare uno squalo con le scarpe e dire “ragazzi, innovazione”.

La quinta: per aziende, scuole e professionisti, questi meme sono un promemoria pratico. Usare l’AI non significa produrre di più a caso. Significa produrre meglio, controllare di più, comunicare con più precisione e capire quando è il caso di lasciare spazio alla voce umana.

Come usare questi meme in un corso o in una conferenza sull’AI

In aula, i meme AI funzionano benissimo se non vengono trattati come riempitivo. Possono diventare un punto di partenza per parlare di contenuti sintetici e qualità dell’informazione, prompt engineering e verifica degli output, copyright, trasparenza e attribuzione, reputazione professionale nell’uso di ChatGPT, cultura digitale di Gen Z e Gen Alpha, rischi dell’automazione nei processi aziendali, differenza tra usare l’AI e delegare il pensiero all’AI.

Il vantaggio è semplice: un meme abbassa la soglia d’ingresso. Fa sorridere, poi permette di fare una domanda seria. E spesso le domande serie arrivano meglio quando non entrano in sala con il badge “domanda seria”.

Vuoi portare questi temi in azienda, in una convention o in un corso su ChatGPT e AI generativa? Posso costruire un intervento pratico, brillante e aggiornato su come usare l’intelligenza artificiale senza cadere nello slop. Scopri i miei corsi sull’AI, le conferenze e speech su AI e digitale e i workshop di team building e prompt engineering.

FAQ

Che cosa significa AI slop?

AI slop indica contenuti generati dall’intelligenza artificiale in modo massivo, generico e di bassa qualità. Possono essere immagini, video, articoli, commenti o report apparentemente corretti, ma poveri di cura, verifica e valore reale.

Qual è il meme AI più importante del 2026?

Il meme più rappresentativo è probabilmente AI slop, perché descrive una sensazione diffusa: il web invaso da contenuti artificiali prodotti più per alimentare algoritmi che per aiutare le persone.

Che cos’è Le Chaton Fat?

Le Chaton Fat è un finto modello di intelligenza artificiale attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral. Il meme prende in giro la corsa ai modelli sempre più potenti, ai benchmark e alla retorica del “prossimo grande modello”.

Che cos’è Italian brainrot?

Italian brainrot è un filone di meme basato su immagini e video generati con AI: creature ibride, nomi pseudo-italiani, audio assurdi e narrazioni senza senso. È diventato popolare tra Gen Alpha e sui social video brevi.

Perché i meme AI sono utili per capire l’intelligenza artificiale?

Perché mostrano come le persone percepiscono davvero la tecnologia: entusiasmo, fastidio, ironia, paura, desiderio di autenticità. Sono una forma rapida e popolare di critica culturale.

In questo video parto da uno spezzone della leggendaria puntata del Costanzo Show dove Carmelo Bene era protagonista di un “uno contro tutti”. La sua frase “Non acquistate nulla, siete acquistati” mi ha ispirato una serie di riflessioni:

  • Perché su Netflix abbiamo personalizzazione e ampia scelta ma finiamo tutti a vedere le stesse cose?
  • Cosa c’entrano gli studi di Temple Grandin sul macello dei bovini con i funnel del digital marketing?
  • Perché il formaggio è gratis solo nella trappola per topi?

Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

Per me Harari, lo storico israeliano, è un genio.

L’ho scoperto grazie a Sapiens, ne ho avuto la certezza leggendo Homo Deus. In questo testo, e poi con accenni anche in 21 lezioni per il ventunesimo secolo, Harari parla del dataismo: una sorta di religione legata al fenomeno dei big data.

Per farla breve: inizialmente l’uomo aveva assegnato l’autorità sulla propria vita agli dei. Poi, per esempio durante l’Illuminismo, l’aveva ripresa. Ora deve fare un passo indietro, travolto da dati e algoritmi: la mole di informazioni da gestire è immensa e l’uomo non sa  più trasformarla in conoscenza (e saggezza).

Ne parlo in questo video, dove trovi alcune informazioni su animismo, big data, dataismo e altro. Buona visione!

L’intervista a Yugen Podcast

Ho parlato della mia passione per Harari anche in un’intervista al podcast Yugen:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

In questo video della serie “Cultura e digitale” uso un verso della canzone “Solo tu” dei Matia Bazar (“Solo tu mi sai dare cose vecchie sempre nuove da sognare”) per parlare della emotional trigger word “Nuovo”:

Per checklist si intende un elenco delle voci corrispondenti ai controlli da eseguire nelle varie fasi di operazioni complesse. Le uso da anni ormai, senza averne particolare coscienza (e non solo sul lavoro), ma dopo aver letto il libro “Checklist. Come fare andare meglio le cose” di Atul Gawande, medico statunitense, sono diventate un’ossessione.

La checklist di David Lee Roth

Gawande, nel suo libro, racconta diversi aneddoti. Mi ha particolarmente colpito ritrovare la storia dei Van Halen e delle M&M’s marroni. La storia, che avevo già sentito e letto più volte, è questa. I Van Halen sottopongono agli organizzatori dei concerti un contratto di centinaia di pagine, con decine di clausole. Tra queste il mitico articolo 126 recita:

L’intero show verrà immediatamente cancellato e la band riceverà il pieno compenso se nell’area di backstage saranno presenti M&M’s marroni.

Spesso si racconta questa storia per confermare il fatto che le rockstar siano capricciose, eccessive, ridicole. Gawande spiega invece che la clausola delle caramelline marroni era una sorta di trucco per vedere se la checklist delle cose da fare – molte delle quali potevano salvare delle vite – era stata letta davvero e completata tutta.

La fallibilità umana

Negli anni Settanta i filosofi Gorovitz e MacIntyre pubblicarono un breve saggio sulla natura della fallibilità umana. La domanda a cui cercavano di rispondere era semplice: perché sbagliamo quel che ci proponiamo di fare nel mondo? Non siamo onniscienti né onnipotenti: per quanto potenziate dalla tecnologia, le nostre facoltà fisiche e mentali sono limitate. Gran parte del mondo dell’universo è, e resterà, al di fuori della nostra comprensione e del nostro controllo.
Esistono però ambiti fondamentali in cui il controllo degli eventi è alla nostra portata. In questi ambiti possiamo fallire solo per due motivi: ignoranza e, peggio ancora, inettitudine. Occorre una strategia che si basi sull’esperienza, sfrutti il sapere acquisito e ponga rimedio alle nostre inadeguatezze umane. Questa strategia esiste, sostiene Gawande, ed è molto semplice: è una lista, una lista di controllo, una checklist.

Perché fare le checklist?

Una parte sostanziale del lavoro richiesto ai progettisti di software, ai manager finanziari, ai vigili del fuoco, agli agenti di polizia, agli avvocati e alla maggioranza dei medici (come Gawande) è troppo complessa per essere seguita semplicemente a memoria. Una lista di cose da fare o di controlli, quindi un elenco di voci da spuntare, può risolvere il problema. E salvare delle vite, come nel caso delle procedure che impongono la rilevazione dei parametri vitali (temperatura, pulsazioni, pressione e respirazione) per un paziente ospedalizzato.
Chiaramente non tutti i problemi sono uguali. Anzi, sono di tre tipi: semplici, complicati e complessi. I problemi semplici sono quelli del tipo: “preparare un dolce a partire dagli ingredienti” e possono essere risolti semplicemente con una ricetta (che, a pensarci bene, è una checklist!). I problemi complicati sono quelli del tipo: “mandare un razzo sulla luna”; in qualche caso i problemi complicati possono essere scomposti in problemi semplici, ma soprattutto vanno affidati a specialisti (nel libro si spiega perché nei cantieri non esiste più un solo capocantiere). I problemi complessi, invece, sono per esempio quelli tipo “crescere un figlio”, dagli esiti sempre imprevedibili; una volta imparato come si fa a lanciare un razzo sulla luna è possibile ripetere la procedura con altri razzi, ma questo non vale per i figli.

Checklist: prima o dopo?

Occorre sempre stabilire se la checklist serve per una verifica di un processo, quindi è un mero elenco da verificare dopo aver svolto i compiti, oppure se deve guidare a compiere delle attività, e quindi è un elenco di operazioni da fare (per esempio una “linea guida”). Nel secondo caso le operazioni vanno spiegate con semplicità ma nel dettaglio.
In entrambi i casi l’obiettivo è quello del miglioramento continuo, per questo possiamo richiamare il cosiddetto modello del ciclo di Deming (ciclo di PDCA) con le quattro fasi (plan – do – check – act: pianificare – fare – verificare – agire) che devono ruotare costantemente.

5 strumenti per creare le checklist

Arriviamo all’aspetto pratico: quali strumenti possono risultarti utili per creare delle checklist? Gawande ovviamente non ne fa cenno. Ci penso io!
Il primo tool, che uso assiduamente da anni, è Evernote. Mi permette di prendere appunti da ogni device e, tra le modalità di organizzazione di una nota, presenta anche quella con caselle di controllo. Tra l’altro Evernote fornisce anche dei template gratuiti, come per esempio quello utilissimo delle checklist per i viaggi d’affari (qui).
Posto che le checklist possono essere creare anche con programmi di videoscrittura come Microsoft Word (vedi la guida qui), preferisco segnalarti qualcosa di più appetitoso. Il secondo strumento, gratuito, è WorkFlowy: permette di creare delle check list in cloud che possono essere condivise con i colleghi. Altri strumenti molto utili per creare checklist sono Trello (task manager che sta spopolando nelle aziende e che uso anche io con grande soddisfazione!) e il superprofessionale Process Street (ottimo l’elenco delle checklist già pronte: qui). Un tempo andava parecchio Wunderlist, ma ora non è più disponibile (qui diverse alternative di software per il project management).

A me capita di usare le checklist in mille occasioni. Per esempio al termine del mio corso sull’uso strategico di LinkedIn regalo una checklist con 15 cose da fare per ottimizzare il tuo profilo. Tu usi le checklist? Vuoi suggerirmi altri strumenti o trucchi? Scrivimi:

Scrivimi

Byung-Chul Han, fino a un mese fa, non sapevo nemmeno chi fosse. Poi qualcuno mi ha suggerito di leggere il testo “Nello sciame. Visioni del digitale” di questo pensatore coreano di lingua tedesca e per caso ho letto un articolo online che parlava di lui; da lì al carrello di Amazon il passo è stato breve.


Letto in un batter d’occhio, il libretto “Nello sciame” mi ha stuzzicato parecchio. Nel testo, seppur breve (un centinaio di pagine con font a prova di orbo) ci sono tanti spunti. Ne ho voluti fissare 10 in ordine rigorosamente sparso, a mo’ di appunti.

  1. Ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare le conseguenze di simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.
  2. Abbiamo bisogno di rispetto, pudore e distanza; invece la comunicazione digitale riduce le distanze. Sia fisiche che mentali. Han parla addirittura di esibizione pornografica della intimità: i social sono spazi di esibizione del privato.
  3. L’anonimato in Rete, il suo uso impulsivo, la mancanza di rispetto e di distanza portano al fenomeno degli shitstorm (montagna di letame, escrementi).
  4. La comunicazione ora è simmetrica: online si legge ma si può anche scrivere, produrre informazioni (si parla di prosumer). Questo nuoce al potere, che solitamente usa l’informazione in un’unica direzione. Politicamente parlando, tutti vogliono essere presenti ma non rappresentati.
  5. Avere troppe informazioni non significa prendere decisioni migliori, anzi. Al posto del big brother, avremo il big data.
  6. La massa online non ha massa fisica. È uno sciame digitale, non è una folla: non ha un’anima, non c’è un “noi”, ma è un insieme composto da individui isolati, da hikikomori (in giapponese coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale). I media elettronici, come la radio, radunano gli uomini mentre i media digitali li isolano.
  7. Viviamo un periodo di crisi letteraria e comunicativa. Assistiamo a un profluvio di pubblicazioni, ma viviamo un’era di stallo spirituale. Perché questo frastuono comunicativo disturba il nostro spirito. Il medium dello spirito è il silenzio.
  8. Lo smartphone, che promette libertà ma costringe a comunicare, è uno strumento per interloquire con sé, non con l’altro.
  9. La parola “digitale” deriva da dito, che conta. Invece la storia, le nostre storie, non sono fate per essere contate, ma raccontate. Il diario di Facebook, il flusso di tweet non sono racconti, né biografie: non c’è nulla di narrativo. Nel digitale si contano i like, gli amici, la simpatia: è la contabilità delle relazioni.
  10. Sta per iniziare l’era dei fantasmi digitali. Per esempio grazie all’Internet of Things gli oggetti potranno connettersi senza il nostro aiuto e comunicheranno tra loro: è un mondo spettrale, quello che aspetta.

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