L’intelligenza artificiale sta cambiando le regole della ricerca online. Sempre più utenti usano ChatGPT per trovare risposte, prodotti e servizi, ma c’è un dettaglio che molti sottovalutano: i chatbot citano le fonti.
Quando ChatGPT risponde a una domanda inserendo un link verso il tuo sito, si genera un traffico prezioso e mirato. Ma come si fa a capire quali pagine stanno piacendo di più all’algoritmo di OpenAI? La risposta è dentro Google Analytics 4. Con pochi clic puoi isolare questo traffico e scoprire quali contenuti raddoppiare per scalare la SEO nell’era dei chatbot. Ecco i passaggi da seguire per configurare il report su GA4.
Identificare la sorgente di traffico ChatGPT
Il primo passo serve a capire se e quanto traffico arriva effettivamente dai chatbot. Per farlo, entra nel tuo pannello di Google Analytics 4 e segui questo percorso:
Clicca su Report nel menu a sinistra.
Seleziona la voce Acquisizione e poi Acquisizione traffico.
Nella tabella principale, individua la colonna Gruppo di canali principali della sessione e applica un nuovo filtro.
Modifica la dimensione selezionando Sorgente sessione.
Usa la barra di ricerca sopra la tabella e digita chatgpt.com.
In questo modo isolerai tutte le visite che sono passate direttamente da una conversazione su ChatGPT al tuo sito. Per me è stata una sorpresa. Sebbene le visite da ChatGPT non siano molte, anzi pochine, comunque ci sono. Eppure si muove, disse Galileo.
Che cosa dicono questi dati?
Ho chiesto a Claude di interpretare i dati. Ecco il suo responso: “Da gennaio a metà giugno 2026, ChatGPT ha generato 39 sessioni verso il sito, principalmente tramite traffico Referral (64%). Le visite Referral mostrano una qualità migliore, con un tasso di coinvolgimento del 48%, contro il 14% del traffico Unassigned. Nel complesso, il tasso medio di coinvolgimento è del 35,9%, in linea con la media del sito. L’andamento del traffico è discontinuo, con alcuni picchi concentrati tra febbraio e marzo. Nei mesi successivi le visite risultano sporadiche e senza una crescita costante. Pur mostrando segnali positivi in termini di interesse degli utenti, il traffico da ChatGPT resta ancora limitato e non ha generato conversioni.”
Scoprire quali pagine vengono citate dall’intelligenza artificiale
Sapere che ChatGPT ti manda traffico è utile, ma sapere dove lo manda è strategico. Per trovare le singole pagine preferite dall’IA, la procedura cambia leggermente:
Nel menu a sinistra, sposta l’attenzione su Coinvolgimento e seleziona Pagine e schermate.
Sopra il grafico, clicca sul pulsante Aggiungi filtro.
Imposta la dimensione su Sorgente sessione, scegli il tipo di corrispondenza contiene e inserisci il valore chatgpt (o il dominio completo).
Applica il filtro.
La tabella si aggiornerà mostrandoti l’elenco esatto degli URL che gli utenti hanno cliccato all’interno delle chat. Ecco i miei risultati:
Come si evince, la pagina che ha ricevuto qualche attenzione a partire da ChatGPT è questa:
Perché questi dati cambiano la tua strategia di contenuti
Le pagine che appaiono in questo report sono quelle che ChatGPT considera più autorevoli, dense di valore e strutturate meglio per rispondere alle intenzioni di ricerca degli utenti. Non ignorare questi segnali.
Se noti che una specifica guida o un articolo del blog attira molto traffico da IA, significa che quel contenuto ha intercettato i parametri di scansione dei Large language model. Il consiglio in redazione è semplice: analizza la struttura di quelle pagine, aggiornale costantemente e crea nuovi contenuti che ricalchino lo stesso schema editoriale. Se l’algoritmo ha già dimostrato di apprezzare quel formato, la strada per ottimizzare il posizionamento è già tracciata.
Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa
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https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/traffico_chatgpt_google_analytics.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-17 18:38:152026-06-17 18:38:38Come scoprire se ChatGPT cita il tuo sito (grazie a Google Analytics 4)
C’è una cosa che mi ha sempre infastidito quando uso ChatGPT, Claude o Gemini per rispondere a domande tecniche o strategiche complesse: l’AI parte subito dalla risposta, senza fermarsi a pensare al quadro generale. Risultato? Risposte parziali, errori nei passaggi intermedi, soluzioni che sembrano sensate ma mancano il punto.
Ho trovato la soluzione in un paper di Google DeepMind del 2023 che si chiama Step-Back Prompting. È una tecnica che ho iniziato ad applicare in azienda e nei corsi di formazione, e i risultati mi hanno davvero sorpreso. Te la spiego in modo pratico, con esempi che puoi usare subito.
Cos’è lo Step-Back Prompting (e perché funziona davvero)
Lo Step-Back Prompting è una tecnica sviluppata da Google DeepMind che migliora la qualità del ragionamento dei grandi modelli linguistici su due livelli:
Astrazione: prima di rispondere alla domanda specifica, chiedi all’AI di identificare i principi generali o i concetti di base coinvolti nel problema.
Ragionamento: poi, armata di quella visione d’insieme, l’AI applica i principi al caso concreto.
In pratica, invece di chiedere “Qual è la risposta?”, fai fare all’AI un passo indietro: “Prima dimmi: quali sono i principi fondamentali che governano questo tipo di problema?”
Come si differenzia da Chain-of-Thought e altre tecniche
Chi mastica un po’ di prompt engineering ha già sentito parlare di Chain-of-Thought (CoT): chiedi all’AI di ragionare passo dopo passo, in modo lineare. Funziona. Ma ha un limite: se uno dei passaggi intermedi è sbagliato, l’errore si propaga fino alla risposta finale, come un effetto domino.
Lo Step-Back Prompting risolve proprio questo problema. Invece di procedere linearmente, obbliga l’AI a generalizzare prima e specificare dopo. È la differenza tra un medico che parte subito dalla diagnosi (“hai questo sintomo → è questa malattia”) e uno che prima inquadra la fisiopatologia, poi ragiona sul caso specifico.
Un’altra tecnica simile è il Take a Deep Breath prompting (TDB), che rallenta il ragionamento ma lo lascia comunque lineare. Lo Step-Back Prompting è diverso perché introduce un salto di livello cognitivo: prima si ragiona in astratto, poi nel dettaglio.
Come usarlo: la struttura in due passaggi
La struttura è semplice. Eccola schematizzata:
Passaggio 1 – La domanda di astrazione (Step-Back Question):
“Quali sono i principi fondamentali/concetti di base/framework teorici che governano [tipo di problema]?”
Passaggio 2 – La domanda applicata:
“Usando [i principi emersi], rispondi a questa domanda specifica: [domanda originale]”
Puoi farlo in due prompt separati o in un unico prompt strutturato. Ti mostro entrambi i modi con esempi concreti.
5 esempi concreti per aziende e professionisti
1. Marketing manager – Strategia di lancio prodotto
❌ Prompt normale: “Scrivi un piano di lancio per il nostro nuovo software di contabilità per PMI.”
✅ Con Step-Back Prompting:
Step 1: “Quali sono i principi fondamentali che guidano un lancio efficace di un prodotto B2B SaaS per piccole e medie imprese?”
Step 2: “Usando questi principi, crea un piano di lancio per un software di contabilità per PMI italiane con un budget di €15.000.”
Differenza: nel primo caso ottieni una lista generica di attività. Nel secondo ottieni un piano strutturato su basi strategiche solide (positioning, go-to-market, adoption funnel), adattato al contesto specifico.
2. HR Manager – Intervista di selezione
❌ Prompt normale: “Dammi 10 domande per intervistare un candidato per il ruolo di project manager.”
✅ Con Step-Back Prompting:
Step 1: “Quali competenze, attitudini e segnali comportamentali distinguono un project manager eccellente da uno mediocre in contesti aziendali complessi?”
Step 2: “Usa questo framework per costruire 10 domande di colloquio comportamentali per un PM senior nel settore manifatturiero.”
Risultato: domande molto più mirate, collegate a criteri di valutazione espliciti. Utili davvero, non solo esteticamente.
3. Consulente – Analisi di un problema aziendale
❌ Prompt normale: “La nostra azienda ha un alto tasso di turnover. Cosa facciamo?”
✅ Con Step-Back Prompting:
Step 1: “Quali sono le principali teorie e modelli che spiegano il turnover aziendale nelle organizzazioni di medie dimensioni?”
Step 2: “Applicando questi modelli, analizza le possibili cause di turnover elevato in un’azienda manifatturiera italiana da 80 dipendenti e proponi 5 interventi prioritari.”
L’AI prima inquadra il problema su basi teoriche solide (teoria della motivazione, engagement, exit interview, ecc.), poi costruisce le raccomandazioni in modo coerente. Non ti ritrovi con consigli banali tipo “migliora il clima aziendale”.
4. Avvocato o notaio – Analisi di una questione legale
❌ Prompt normale: “Cosa succede se un socio di una srl vuole uscire dalla società?”
✅ Con Step-Back Prompting:
Step 1: “Quali sono i principi giuridici fondamentali che regolano il recesso del socio in una società a responsabilità limitata secondo il diritto italiano?”
Step 2: “Usando questi principi, analizza il caso di un socio al 30% che vuole uscire da una SRL con statuto che prevede clausole di gradimento.”
Ottieni un’analisi strutturata, non una risposta improvvisata. Ovviamente sempre da verificare con un professionista, ma come punto di partenza per approfondire è un’altra cosa.
5. Formatore o docente – Progettazione didattica
❌ Prompt normale: “Crea un corso di 4 ore sull’intelligenza artificiale per dipendenti aziendali.”
✅ Con Step-Back Prompting:
Step 1: “Quali sono i principi di instructional design più efficaci per la formazione di adulti in contesti aziendali su argomenti tecnici complessi come l’AI?”
Step 2: “Usando questi principi, progetta un corso di 4 ore sull’AI per un team commerciale di 15 persone senza background tecnico.”
Il risultato è una struttura didattica basata su principi solidi (apprendimento esperienziale, chunking cognitivo, applicazione pratica immediata) e non una semplice lista di argomenti da trattare in sequenza.
In un unico prompt: la versione compatta
Se non vuoi fare due chiamate separate, puoi condensare tutto in un prompt strutturato. Ecco il template che uso di solito:
“Prima di rispondere, identifica i principi fondamentali e i concetti chiave che governano questo tipo di problema: [descrivi il problema]. Poi, usando quei principi, rispondi a questa domanda specifica: [domanda dettagliata].”
Funziona bene con GPT-4o, Claude 3.5 Sonnet e Gemini Advanced. Con modelli meno potenti i risultati sono più variabili.
I dati: quanto migliora davvero?
I risultati del paper originale parlano chiaro. Su PaLM-2L di Google, lo Step-Back Prompting ha ottenuto questi miglioramenti rispetto al baseline:
MMLU Fisica: +7%
MMLU Chimica: +11%
TimeQA (domande temporali complesse): +27%
MuSiQue (ragionamento multi-hop): +7%
Il +27% su TimeQA è particolarmente significativo perché riguarda domande che richiedono di incrociare informazioni da contesti diversi: esattamente il tipo di ragionamento che serve in un’analisi aziendale o in una consulenza strategica.
Quando usarlo e quando no
Lo Step-Back Prompting dà il meglio di sé in questi scenari:
Problemi complessi che richiedono ragionamento strutturato (analisi, diagnosi, progettazione)
Domande che coinvolgono principi tecnici o legali
Task di strategia aziendale dove il rischio di risposta superficiale è alto
Formazione e progettazione didattica
Non serve invece per task semplici o creativi: se devi generare uno slogan, scrivere un’email di auguri o riformattare un testo, il Chain-of-Thought o un prompt diretto funzionano benissimo. Usare lo Step-Back lì sarebbe overkill.
Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa
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https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/step_back_prompting.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-17 17:16:412026-06-17 17:18:07Step-Back Prompting: la tecnica Google per far ragionare l’AI con più contesto
L’intelligenza artificiale generativa non è più una tecnologia del futuro: è già nel presente delle aziende, degli enti pubblici, delle scuole e delle associazioni di categoria. Eppure molti manager, professionisti e decisori faticano ancora a capire cosa sia davvero l’AI, come usarla in modo pratico e responsabile, e soprattutto come trasformarla in un vantaggio concreto. È qui che entrano in gioco le conferenze sull’intelligenza artificiale: un formato potente, capace di accelerare la comprensione collettiva e preparare intere organizzazioni al cambiamento.
Cosa sono le conferenze sull’intelligenza artificiale generativa?
Una conferenza sull’AI generativa è un intervento — di norma tra i 45 e i 90 minuti — in cui un relatore specializzato spiega ai partecipanti cos’è l’intelligenza artificiale, come funziona e, soprattutto, come può essere usata nella loro realtà professionale quotidiana. Non si tratta di una lezione universitaria né di una presentazione tecnica per sviluppatori: le migliori conferenze sull’AI sono pensate per pubblici eterogenei e non tecnici, dai manager ai professionisti del marketing, dagli insegnanti agli imprenditori, dagli amministratori agli operatori sanitari.
I temi più richiesti nelle conferenze sull’intelligenza artificiale includono:
Introduzione all’AI generativa e a ChatGPT: cosa sono, come funzionano, perché stanno cambiando il mondo del lavoro.
Prompt engineering: come dialogare efficacemente con i modelli linguistici per ottenere risultati utili.
AI Act e regolamentazione europea: cosa cambia per le aziende e cosa devono sapere i professionisti.
AI literacy: come sviluppare le competenze minime per non restare indietro.
Rischi e opportunità dell’AI: bias, allucinazioni, fake news, ma anche automazione, efficienza e innovazione.
AI nel mondo della scuola: opportunità e rischi per docenti e studenti.
Uso consapevole dell’AI: come integrare gli strumenti di intelligenza artificiale nella vita lavorativa senza dipendenza acritica.
Perché organizzare una conferenza AI per la tua azienda o il tuo ente?
La domanda che molti responsabili HR, direttori marketing, segretari generali di associazioni di categoria e dirigenti scolastici si pongono è: perché spendere tempo e risorse su una conferenza AI, quando ci sono così tante risorse online?
La risposta è semplice: perché un relatore esperto in presenza (o in streaming) fa qualcosa che nessun video su YouTube può fare. Contestualizza il tema, risponde alle domande reali del tuo pubblico, adatta il linguaggio al settore specifico e — soprattutto — crea un momento condiviso di aggiornamento e riflessione che ha un impatto misurabile sulla cultura organizzativa.
Ecco i principali vantaggi di portare un relatore AI nella tua organizzazione:
Aggiornamento rapido e contestualizzato: l’AI evolve velocissimamente. Un esperto aggiornato ti porta le informazioni più recenti, già filtrate per rilevanza nel tuo settore.
Riduzione della resistenza al cambiamento: molti dipendenti o associati percepiscono l’AI come una minaccia. Una conferenza ben calibrata trasforma la paura in curiosità e comprensione.
ROI immediato: le persone escono dalla conferenza con strumenti e idee applicabili subito, non tra sei mesi dopo un corso lungo e costoso.
Employer branding e reputazione: organizzare eventi sull’AI dimostra che la tua organizzazione guarda al futuro e investe nell’aggiornamento delle persone.
Personalizzazione del contenuto: un buon relatore AI non tiene la stessa conferenza per tutti: adatta contenuti, esempi e casi d’uso al tuo specifico contesto.
Chi può partecipare a una conferenza sull’AI?
Una delle domande più frequenti è: le nostre persone sono pronte per una conferenza sull’intelligenza artificiale? La risposta è quasi sempre sì, a patto che la conferenza sia progettata per il pubblico giusto.
Le conferenze sull’AI generativa sono state tenute con successo per categorie professionali molto diverse tra loro: manager e C-suite, addetti marketing e comunicazione, professionisti legali e consulenti, insegnanti e dirigenti scolastici, giornalisti, bibliotecari, farmacisti, artigiani, volontari del Servizio Civile Digitale. Il segreto è nella capacità del relatore di calibrare il linguaggio, scegliere gli esempi giusti e rispondere con precisione alle domande specifiche del settore.
Formati disponibili: dalla keynote al workshop pratico
Le conferenze sull’intelligenza artificiale possono assumere formati molto diversi in base agli obiettivi e al tempo disponibile:
Keynote (45-90 minuti): ideale per eventi aziendali, convention di categoria, aperture di convegno. Coinvolge, ispira e informa senza approfondire eccessivamente.
Workshop pratico (mezza giornata o giornata intera): adatto a team che vogliono imparare a usare gli strumenti AI nella loro quotidianità, con esercitazioni e casi reali.
Ciclo di webinar: formato flessibile, spalmato nel tempo, ideale per grandi organizzazioni con team distribuiti.
Evento ibrido (presenza + streaming): permette di raggiungere sia il pubblico in sala che quello da remoto, moltiplicando l’impatto.
Come scegliere il relatore giusto per una conferenza sull’AI
Non tutti gli esperti di AI sono bravi comunicatori, e non tutti i comunicatori sono davvero aggiornati sull’AI. I criteri per scegliere il relatore AI giusto per la tua conferenza sono:
Esperienza divulgativa documentata: cerca chi ha tenuto decine di conferenze per pubblici eterogenei, non solo seminari tecnici per addetti ai lavori.
Aggiornamento continuo: l’AI cambia ogni mese. Il relatore deve usare quotidianamente gli strumenti di cui parla.
Background giornalistico o formativo: chi sa semplificare senza banalizzare ha spesso un percorso in ambito comunicazione, giornalismo o formazione aziendale.
Referenze verificabili: chiedi chi ha già coinvolto quel relatore e che tipo di feedback ha ricevuto.
Approccio critico e responsabile: diffida di chi dipinge l’AI solo in modo entusiastico o solo in modo catastrofico. La realtà è più sfumata.
Vuoi organizzare una conferenza sull’AI? Partiamo da qui
Se stai pensando di organizzare una conferenza, uno speech o un workshop sull’intelligenza artificiale generativa per la tua azienda, il tuo ente o la tua associazione, puoi esplorare i temi, i formati e le esperienze già realizzate nella pagina dedicata agli speech e alle conferenze AI.
Troverai esempi concreti di interventi tenuti per realtà come Fastweb STEP, Confartigianato Imprese, Fondazione Corriere della Sera, Istituto Affari Internazionali e molte altre. E se vuoi capire se il formato è giusto per te, puoi contattarmi direttamente per una consulenza preliminare gratuita.
L’intelligenza artificiale non aspetta. Le tue persone nemmeno.
Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa
Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/gianluigi_bonanomi_conferenze_ai_azienda.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-15 09:23:302026-06-15 09:26:36Perché portare un relatore AI in azienda: guida pratica alle conferenze sull’intelligenza artificiale
Metà dei lavoratori nel mondo usa l’intelligenza artificiale più volte a settimana. Uno su cinque la usa quasi ogni giorno. In Italia i numeri sono leggermente più bassi, ma la direzione è chiara: l’AI è diventata uno strumento di lavoro, non una prospettiva futura. Lo dice il report ADP Research People at Work 2026, condotto su quasi 39.000 lavoratori in 36 mercati, di cui 1.095 in Italia.
Questi dati arrivano il 10 giugno 2026 da Milano e raccontano un’adozione ancora disomogenea, con alcune contraddizioni interessanti: chi usa di più l’AI si sente meno produttivo, ma anche meno stressato e più coinvolto nel proprio lavoro. Vale la pena capire perché.
Quanti lavoratori usano l’AI in Italia nel 2026
Partiamo dai numeri italiani. Secondo il report ADP People at Work 2026:
Il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno.
Il 26% la usa più volte a settimana.
Il 22% non l’ha mai usata.
Rispetto alla media europea, l’Italia è sostanzialmente in linea, ma rimane indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna registra il 15% di utilizzo quotidiano e il 31% settimanale; la Germania il 14% giornaliero e il 29% settimanale. Piccole differenze in percentuale, ma significative nel segnalare una maturità digitale ancora da costruire nel contesto italiano.
L’atteggiamento degli italiani verso l’AI: prudenti, non ostili
Il dato più interessante non è quanto si usa l’AI, ma come la si percepisce. In Italia solo il 10% dei lavoratori è fortemente convinto che l’intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sulle proprie responsabilità lavorative nel prossimo anno. È un dato in crescita rispetto all’8% dell’anno precedente, ma lontano dalla media globale del 17%.
Il 6% dei lavoratori italiani teme che il proprio lavoro possa essere sostituito dall’AI. Un ulteriore 7% dichiara semplicemente di non sapere come l’AI cambierà il suo ruolo.
Questo non è rifiuto: è prudenza. Una prudenza che ha senso, ma che rischia di trasformarsi in immobilismo se non viene accompagnata da formazione e da chiarezza sugli usi reali degli strumenti di intelligenza artificiale.
Chi usa di più l’AI: i knowledge worker e i giovani
Il report distingue tre categorie di lavoratori in base al tipo di mansione:
I knowledge worker (professionisti con autonomia creativa e cognitiva) sono i più convinti dell’impatto positivo dell’AI: il 16% è fortemente d’accordo.
Gli skilled task worker (chi usa competenze specifiche per risolvere problemi ricorrenti) si fermano all’8%.
Chi svolge mansioni ripetitive scende al 6%: paradossalmente, sono proprio quelli che potrebbero beneficiare di più dell’automazione, ma anche quelli con più motivi per preoccuparsi della sostituzione.
Per fascia d’età, il divario è netto: circa il 20% dei lavoratori tra i 18 e i 26 anni usa l’AI quasi ogni giorno. È la generazione che ha trovato ChatGPT già presente quando ha iniziato a lavorare, e lo tratta come un collega di squadra.
Il paradosso della produttività: usare l’AI e sentirsi meno produttivi
Questo è il dato che trovo più interessante dell’intero report.
A livello globale, gli utenti che usano l’AI quotidianamente hanno una probabilità quattro volte superiore di percepirsi meno produttivi rispetto a chi non la usa. Come è possibile?
La spiegazione è nella natura del lavoro che rimane. L’AI si occupa delle attività ripetitive e meccaniche: le email standard, la sintesi di documenti, la formattazione di report, i testi di base. Quello che rimane sul tavolo del lavoratore sono i problemi complessi, le decisioni difficili, i progetti strategici che richiedono giudizio e relazioni umane. Queste attività sono intrinsecamente più difficili da misurare e da “spuntare” in una lista. Risultato: hai fatto di più, ma ti sembra di aver fatto meno.
Come spiega Elena Falconi, HR Director Southern Europe di ADP: “L’adozione da sola non garantisce una maggiore produttività percepita: i lavoratori devono sviluppare competenze e familiarità con questi strumenti, comprendendo come integrarli nelle proprie attività.”
La conseguenza pratica è che le aziende devono rivedere i criteri con cui misurano la produttività. Se continui a contare quante email hai scritto, l’AI ti farà sembrare pigro. Se invece misuri la qualità delle decisioni prese, la complessità dei problemi risolti, il valore generato per il cliente, il quadro cambia completamente.
AI e benessere lavorativo: meno stress, più coinvolgimento
Sul fronte del benessere, i dati sono chiari e positivi. Chi usa l’AI ogni giorno:
Dichiara livelli di stress negativo all’11%, contro il 23% dei non utilizzatori: circa la metà.
Si sente più parte di un team e riferisce dinamiche di squadra più solide.
Percepisce una maggiore sicurezza del proprio posto di lavoro.
Questo è un dato che contraddice la narrazione più diffusa sull’AI come fonte di ansia lavorativa. Chi la usa davvero, ogni giorno, tende a viverla come un alleato, non come una minaccia. L’ansia, semmai, è più alta in chi non la usa e la osserva da fuori.
La Chief Economist di ADP, Dr. Nela Richardson, lo sintetizza bene: “I nostri dati mostrano che gli utenti più frequenti riportano maggiore engagement e minore stress, ma anche una minore percezione di produttività. Le aziende che supportano i lavoratori nella transizione possono favorire un ambiente in cui l’AI venga percepita come un alleato e non come una minaccia.”
Cosa significa tutto questo per aziende e professionisti in Italia
Provo a tradurre questi dati in indicazioni pratiche per chi lavora o gestisce persone in Italia nel 2026.
Per i lavoratori: usare l’AI non è più un vantaggio competitivo opzionale. Chi non la usa non sta “preservando le proprie competenze”: sta semplicemente rallentando. Il punto non è sostituire il proprio cervello con un chatbot, ma imparare a delegare le attività a basso valore aggiunto per concentrarsi su quelle che contano davvero.
Per i manager e le HR: il 22% di lavoratori italiani che non ha mai usato l’AI è un dato che richiede attenzione, non giudizio. Serve formazione concreta, non generica. Serve mostrare esempi reali di utilizzo nel contesto specifico del lavoro delle persone. E serve rivedere i KPI: misurare la produttività con gli stessi criteri del passato, in un contesto dove l’AI gestisce le attività ripetitive, porta a conclusioni distorte.
Per le aziende: il gap tra Italia e Spagna o Germania non è un problema di cultura digitale irrecuperabile. È un gap di esposizione, formazione e fiducia. Le aziende che investono in percorsi strutturati di AI literacy adesso si troveranno in vantaggio nei prossimi 12-24 mesi, quando l’adozione si accelererà ulteriormente.
Il contesto del report ADP People at Work 2026
Il report ADP Research People at Work 2026 è basato su un campione di quasi 39.000 lavoratori intervistati in 36 mercati nel mondo, con 1.095 intervistati in Italia. È uno dei più ampi studi globali sul rapporto tra lavoratori e tecnologia, con un focus specifico sull’intelligenza artificiale nell’edizione 2026. I dati italiani sono stati presentati a Milano il 10 giugno 2026.
Come posso aiutarti
Mi occupo di formazione su ChatGPT, AI generativa e uso consapevole dell’intelligenza artificiale per aziende, professionisti, HR, manager e team. Se stai cercando un percorso pratico per portare l’AI nel lavoro quotidiano della tua organizzazione, puoi partire da questi punti:
Il mio corso sull’AI generativa per chi vuole capire cosa sono davvero questi strumenti e come usarli bene.
La sezione Scrivimi se vuoi organizzare un intervento su misura per il tuo team o evento.
I dati ADP 2026 confermano quello che vedo ogni giorno in aula e nelle aziende: l’AI è già qui, l’adozione è disomogenea, e la differenza tra chi la usa bene e chi la subisce si gioca sulla formazione e sulla consapevolezza. Non sulla tecnologia in sé.
FAQ sull’uso dell’AI nel lavoro in Italia
Quanti lavoratori italiani usano l’AI ogni giorno nel 2026?
Secondo il report ADP People at Work 2026, il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno, mentre il 26% la usa più volte a settimana.
L’AI aumenta davvero la produttività?
I dati mostrano un paradosso: chi usa l’AI quotidianamente tende a percepirsi meno produttivo, non più. La ragione è che l’AI gestisce le attività ripetitive, lasciando al lavoratore quelle complesse e difficili da misurare. Le aziende devono aggiornare i propri criteri di misurazione della produttività.
I lavoratori che usano l’AI sono più stressati?
Al contrario. Il report ADP indica che solo l’11% degli utilizzatori quotidiani di AI dichiara di vivere stress negativo, contro il 23% di chi non la usa. Chi usa regolarmente l’AI si sente anche più sicuro del proprio posto di lavoro.
Chi usa di più l’AI tra i lavoratori italiani?
I giovani tra i 18 e i 26 anni (circa il 20% dichiara utilizzo quasi quotidiano) e i knowledge worker (chi ha autonomia creativa nel proprio lavoro) sono i profili con il tasso di adozione più alto.
Come si confronta l’Italia con gli altri Paesi europei nell’uso dell’AI?
L’Italia è in linea con la media europea ma leggermente indietro rispetto a Spagna (15% di utilizzo quotidiano) e Germania (14%). Il gap più evidente riguarda la fiducia nell’impatto positivo dell’AI: solo il 10% degli italiani è fortemente convinto di un impatto positivo, contro il 17% della media globale.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/ai_lavoro_italia_2026.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-11 08:40:402026-06-11 08:44:30AI e lavoro in Italia 2026, i dati del report ADP People at Work: un lavoratore italiano su 5 non usa l’intelligenza artificiale
Quando durante i miei corsi sull’intelligenza artificiale generativa spiego come funziona un LLM, cioe un Large Language Model, a un certo punto arriva sempre la stessa domanda: “Ma quindi ChatGPT pensa?”.
Risposta breve: no, almeno non nel senso umano del termine.
Risposta un po’ piu utile: un modello linguistico genera testo calcolando, passo dopo passo, quali pezzi di testo sono piu probabili dopo quelli gia scritti. Non sceglie una parola perche “ha capito” come noi. La sceglie perche, in base all’addestramento e al contesto, quella continuazione ha una certa probabilita.
Detta cosi sembra una faccenda da matematici con il camice. Per questo ho preparato un piccolo simulatore didattico: scrivi l’inizio di una frase e il sistema ti mostra alcune possibili parole successive, con la relativa percentuale di probabilita.
Non e un vero ChatGPT. E, volutamente, molto piu semplice. Ma serve a visualizzare il meccanismo chiave: un LLM non scrive tutto il testo in un colpo solo. Predice il prossimo token, poi il prossimo, poi il prossimo ancora. Come quando in autostrada segui i cartelli, solo che qui i cartelli sono statistici.
Prova il simulatore
Qui sotto puoi inserire l’inizio di una frase. Il simulatore propone diverse parole successive e mostra una probabilita per ciascuna. Piu alta e la percentuale, piu quella parola e “attesa” in quel contesto.
Nota importante: questo e un simulatore divulgativo. Le probabilita sono generate da un piccolo modello dimostrativo scritto in JavaScript, non da un LLM reale. Serve per capire il principio, non per replicare ChatGPT.
Simulatore: qual e la prossima parola?
Scrivi l’inizio di una frase. Il simulatore calcola alcune possibili continuazioni e mostra una distribuzione di probabilita.
Bassa: scelta piu prevedibile. Alta: piu varieta, anche con qualche sorpresa.
Parole candidateContesto: lavoro/AI
Che cosa sta succedendo nel simulatore
Il simulatore fa tre cose:
Legge l’inizio della frase.
Cerca alcuni indizi nel testo: per esempio parole legate ad aziende, formazione, dati, scrittura o intelligenza artificiale.
Assegna un punteggio ad alcune possibili parole successive e le trasforma in percentuali.
Il risultato e una distribuzione di probabilita. Questo concetto e fondamentale: un LLM non ha una sola risposta “giusta” gia pronta in memoria. Ha molte possibili continuazioni, ciascuna con un peso diverso.
Se scrivo:
L’intelligenza artificiale puo aiutare le aziende a
una continuazione come “automatizzare” o “analizzare” ha piu senso di “friggere”. Non perche il modello abbia buon gusto, ma perche nel suo addestramento ha visto moltissime frasi in cui AI, aziende, processi, dati e automazione stanno vicini.
Poi entra in gioco un altro parametro: la creativita, che nei modelli reali viene spesso avvicinata al concetto di “temperatura”. Con una temperatura bassa il sistema sceglie parole piu prevedibili. Con una temperatura alta lascia piu spazio a opzioni meno probabili.
Come funziona davvero un LLM
Un LLM, semplificando, e un modello addestrato su enormi quantita di testo. Durante l’addestramento impara relazioni statistiche tra parole, frasi, concetti, stili e contesti. Quando gli scriviamo un prompt, il modello non consulta un dizionario magico delle risposte. Calcola una sequenza.
Il processo, molto semplificato, e questo:
Il testo viene diviso in token, cioe pezzi di parole o parole intere.
Il modello analizza il contesto gia presente.
Produce una lista di possibili token successivi.
A ogni token assegna una probabilita.
Viene scelto un token.
Il token scelto viene aggiunto al testo.
Il processo ricomincia.
Ecco perche, quando usiamo ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot o altri chatbot, vediamo il testo comparire poco alla volta. Il modello sta costruendo la risposta un passo dopo l’altro.
Token: perche non parliamo solo di parole
Nel simulatore parlo di “parole successive” perche e piu intuitivo. In realta gli LLM lavorano con i token. Un token puo essere una parola, una parte di parola, uno spazio, un segno di punteggiatura o un frammento.
Per esempio, una parola lunga puo essere spezzata in piu token. Una frase breve puo contenere piu token di quanto immaginiamo. Questo dettaglio tecnico ha effetti pratici: i modelli hanno una finestra di contesto, cioe una quantita massima di token che riescono a considerare in una conversazione o in un documento.
Tradotto in linguaggio da aula: se butti dentro troppa roba, il modello non diventa automaticamente piu intelligente. A volte diventa solo piu confuso.
Perche a volte l’AI sbaglia
Capire la previsione della parola successiva aiuta anche a capire gli errori dell’intelligenza artificiale generativa.
Un LLM puo produrre una frase fluida, elegante e sbagliata. Questo succede perche la probabilita linguistica non coincide sempre con la verita. Una frase puo “suonare bene” anche se contiene un dato inventato, una fonte inesistente o un ragionamento debole.
Ecco perche nei miei corsi insisto sempre su tre verbi:
chiedere bene;
verificare meglio;
usare con criterio.
Il prompt engineering non e l’arte di trovare la formula segreta. E il metodo per dare contesto, obiettivo, vincoli, esempi e criteri di controllo. Poi serve comunque la testa dell’utente. Spiace, ma quella non e ancora disponibile in abbonamento.
A cosa serve questo progetto
Questo simulatore nasce per rendere visibile un meccanismo che di solito resta nascosto. Quando una tecnologia sembra magia, la usiamo peggio: o la sopravvalutiamo, o la demonizziamo. In entrambi i casi capiamo poco.
Visualizzare le probabilita aiuta a fare tre passi:
Capire che un chatbot non “sa” nel modo in cui sa una persona.
Capire perche lo stesso prompt puo generare risposte leggermente diverse.
Capire perche contesto, istruzioni e verifica sono decisivi.
Il pubblico ideale e molto ampio: aziende, scuole, universita, formatori, professionisti, comunicatori, giornalisti, manager e chiunque voglia capire l’AI generativa senza perdersi subito nelle formule.
Un esempio pratico per aziende e professionisti
In azienda la domanda non dovrebbe essere: “Possiamo usare ChatGPT per tutto?”.
La domanda migliore e: “Quali attivita hanno abbastanza testo, regole, esempi e controllo umano da poter essere aiutate da un LLM?”.
Un modello linguistico puo essere utile per:
riassumere documenti;
preparare bozze di email, post, comunicati e report;
trasformare testi tecnici in versioni piu accessibili;
creare scalette, FAQ, checklist e materiali formativi;
analizzare feedback, note, trascrizioni e contenuti non strutturati;
simulare domande, obiezioni o scenari.
Ma non dovrebbe essere usato alla cieca per decisioni delicate, dati sensibili, diagnosi, consulenze legali, valutazioni finanziarie o contenuti che richiedono fonti verificate.
Il punto non e sostituire le competenze. Il punto e aumentare la qualita del lavoro dove il modello puo davvero aiutare, lasciando all’essere umano controllo, responsabilita e giudizio.
Perche il prompt cambia il risultato
Se nel simulatore scrivi una frase generica, le probabilita restano piu distribuite. Se invece inserisci parole come “azienda”, “report”, “corso”, “studenti” o “articolo”, alcune continuazioni diventano piu probabili.
Succede qualcosa di simile anche con gli LLM reali. Un prompt vago produce una risposta generica. Un prompt con contesto, ruolo, pubblico, obiettivo, formato e vincoli permette al modello di muoversi in uno spazio piu preciso.
Esempio debole:
Scrivi un testo sull’AI.
Esempio migliore:
Scrivi un’introduzione divulgativa di 1.500 battute per un pubblico di manager non tecnici. Spiega che gli LLM generano testo prevedendo il token successivo, usa un esempio pratico e chiudi con un invito alla verifica delle fonti.
Non e questione di “parlare bene alla macchina”. E questione di progettare bene la richiesta.
Limiti del simulatore
Questo progetto non pretende di spiegare tutta l’architettura dei transformer, l’attenzione, gli embedding, il fine-tuning, il reinforcement learning from human feedback o le tecniche usate nei modelli piu recenti.
Fa una cosa sola: mostrare in modo interattivo che la generazione del testo e una scelta probabilistica progressiva.
Per una prima comprensione e gia molto. Perche appena si capisce questo, molte stranezze dell’AI diventano meno strane:
perche due risposte allo stesso prompt possono essere diverse;
perche una risposta puo essere fluida ma falsa;
perche il contesto migliora la qualita;
perche la verifica resta indispensabile;
perche “fammi tutto tu” e quasi sempre un pessimo prompt.
Conclusione: meno magia, piu metodo
Gli LLM sono strumenti potentissimi, ma funzionano meglio quando smettiamo di considerarli oracoli. Non leggono nella mente, non hanno intenzioni, non verificano automaticamente la realta. Generano testo in base al contesto e alle probabilita.
Questo non li rende meno utili. Anzi: li rende piu utilizzabili.
Quando capiamo il meccanismo, possiamo fare domande migliori, progettare flussi di lavoro piu sensati, controllare gli output e scegliere quando l’AI e davvero adatta al compito.
Il simulatore serve proprio a questo: aprire il cofano, senza dover diventare ingegneri. Perche l’intelligenza artificiale generativa non va adorata e non va temuta. Va capita, provata e governata.
FAQ
Questo simulatore usa davvero un LLM?
No. Usa un piccolo modello dimostrativo in JavaScript. Serve per spiegare il principio della previsione probabilistica della parola successiva, non per replicare un modello come ChatGPT.
Gli LLM prevedono parole o token?
Tecnicamente prevedono token. Un token puo essere una parola, una parte di parola, un segno di punteggiatura o un altro frammento di testo. Nell’articolo uso spesso “parola” per rendere il concetto piu comprensibile.
Perche le percentuali cambiano quando modifico la frase?
Perche cambia il contesto. Nel simulatore alcune parole attivano scenari diversi, come azienda, formazione, dati o scrittura. Nei modelli reali il meccanismo e molto piu complesso, ma l’idea di base e simile: il contesto influenza le probabilita.
Che cosa significa temperatura?
La temperatura e un parametro che influenza la varieta dell’output. Valori bassi rendono il testo piu prevedibile; valori alti aumentano la possibilita di scelte meno probabili.
Perche un LLM puo inventare informazioni?
Perche genera testo probabile, non necessariamente vero. Per questo le risposte vanno verificate, soprattutto quando riguardano dati, fonti, norme, salute, finanza o decisioni importanti.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/simulatore-llm-come-funzionano.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-10 18:55:212026-06-10 19:45:22Simulatore LLM: scrivi l’inizio di una frase e scopri come l’AI sceglie la parola successiva
Il 5 giugno 2026, a Piombino, ho tenuto uno speech per il Consorzio Delta Electric su un tema concreto: come i distributori di materiale elettrico possono usare l’intelligenza artificiale oggi, non domani.
Non era un convegno sul futuro. Era un incontro operativo, con commerciali, responsabili acquisti e titolari che ogni giorno gestiscono codici prodotto, listini, ordini urgenti e richieste tecniche. Persone che non hanno tempo per sperimentare, ma che rischiano di perdere terreno rispetto a chi già usa questi strumenti.
In questo articolo riprendo i 10 esempi pratici che ho presentato durante lo speech, con qualche approfondimento per chi non era in sala.
1. Risposta rapida alle richieste tecniche dei clienti
Un installatore chiama e chiede la differenza tra due interruttori differenziali, le normative applicabili, la compatibilità con un impianto specifico. Il commerciale deve rispondere in pochi minuti. L’AI generativa — come ChatGPT o Claude — può sintetizzare le schede tecniche, confrontare caratteristiche e produrre una risposta chiara e professionale in pochi secondi. Il commerciale controlla, personalizza e invia. Il tempo si dimezza.
2. Generazione di offerte e preventivi
Preparare un preventivo completo richiede tempo: selezionare i prodotti giusti, descriverli correttamente, calcolare sconti e scrivere note tecniche. Con l’AI si può automatizzare la parte testuale: a partire da una lista di codici prodotto, l’AI genera la descrizione commerciale e le note tecniche, lasciando al commerciale solo la verifica e la personalizzazione. Un lavoro da 40 minuti diventa un lavoro da 10.
3. Analisi e sintesi dei cataloghi prodotto
I cataloghi dei grandi brand come ABB, Schneider Electric o Legrand hanno migliaia di pagine. L’AI può essere addestrata o alimentata con questi documenti per rispondere a domande specifiche: “Qual è il grado di protezione IP di questo prodotto?”, “Questo quadro è compatibile con la norma CEI 17-13?”. Il risultato è una ricerca tecnica più rapida e meno soggetta a errori.
4. Supporto alla formazione dei nuovi commerciali
Formare un nuovo commerciale nel settore elettrico richiede mesi. L’AI può accelerare questo processo creando simulazioni di conversazioni con clienti, quiz tecnici sui prodotti, schede di apprendimento personalizzate. Non sostituisce il tutor umano, ma riduce i tempi di onboarding e consolida le conoscenze in modo interattivo.
5. Creazione di contenuti per il sito web e i social
Molti distributori hanno un sito web aggiornato raramente e nessuna presenza social significativa. L’AI può generare articoli tecnici, schede prodotto ottimizzate per la SEO, post LinkedIn e newsletter in modo rapido. Non serve un copywriter dedicato: bastano le indicazioni giuste e un processo di revisione.
6. Analisi dei dati di vendita e previsione della domanda
Con strumenti come Excel con Copilot o piattaforme di Business Intelligence con AI integrata, i dati storici di vendita diventano preziosi: si possono identificare trend stagionali, prodotti in crescita, clienti inattivi da riattivare. Analisi che prima richiedevano un esperto di dati oggi sono alla portata di qualsiasi responsabile commerciale.
7. Gestione delle email e delle comunicazioni
Un responsabile commerciale riceve decine di email al giorno: richieste, reclami, aggiornamenti da fornitori. L’AI può classificare le email per priorità, suggerire risposte tipo per le comunicazioni standard, e aiutare a redarre email commerciali efficaci. Il risparmio di tempo è reale e misurabile.
8. Ottimizzazione della gestione del magazzino
L’AI applicata ai dati di magazzino permette di prevedere i picchi di domanda (stagionalità, cantieri in corso, bandi pubblici) e ottimizzare le scorte. Meno capitale immobilizzato in prodotti che non ruotano, meno rotture di stock su ciò che si vende di più. Alcuni software ERP già integrano queste funzioni con l’AI.
9. Supporto nelle gare d’appalto e nei capitolati
Leggere, interpretare e rispondere a un capitolato tecnico è un’attività lunga e tecnica. L’AI può analizzare il documento, estrarre i requisiti chiave, confrontarli con il catalogo disponibile e suggerire la selezione di prodotti più adatta. Non elimina il lavoro dell’esperto, ma lo rende molto più veloce.
10. Assistente virtuale per il post-vendita
Un chatbot intelligente, addestrato sui prodotti e sulle FAQ aziendali, può rispondere alle domande dei clienti 24 ore su 24: stato degli ordini, disponibilità di ricambi, istruzioni di installazione. Non serve una struttura di supporto dedicata: un piccolo investimento tecnologico può migliorare significativamente l’esperienza del cliente.
Cosa ho detto a Piombino: la sintesi
Durante lo speech ho sottolineato un concetto che considero fondamentale: l’AI non è un tema da convegno, è uno strumento operativo. I distributori di materiale elettrico che aspettano di capire “come evolverà” prima di agire rischiano di perdere mesi preziosi rispetto ai concorrenti che già sperimentano.
Non serve una trasformazione digitale completa. Bastano tre o quattro processi ottimizzati — la risposta tecnica ai clienti, la preparazione delle offerte, la formazione interna — per guadagnare ore ogni settimana e offrire un servizio percepibilmente migliore.
Vuoi portare questo speech nella tua azienda o al tuo evento?
Organizzo conferenze e workshop sull’intelligenza artificiale per aziende, associazioni di categoria e convegni di settore. Se stai cercando un relatore concreto, che parli con esempi reali e adatti al tuo pubblico, scrivimi.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/06/ai_settore_elettrico_bonanomi_delta_electric_piombino-1.jpg6591170Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-06-06 16:49:132026-06-06 16:49:4810 esempi di uso dell’AI per i distributori di materiale elettrico (speech di Piombino del 5 giugno 2026)
Ogni volta che sento dire che con ChatGPT scrivere una tesi sarà più facile, mi viene in mente Umberto Eco. Non per nostalgia, ma per una ragione molto concreta: in un’epoca in cui gli strumenti generativi accelerano tutto, il metodo conta ancora di più. Eco lo spiegava già molti anni fa in Come si fa una tesi di laurea: una tesi nasce da un argomento preciso, da fonti riconoscibili, da un progetto ordinato e da un’etica del lavoro intellettuale. Oggi non c’è nulla di più moderno di questa impostazione.Il punto, infatti, non è capire se l’intelligenza artificiale si possa usare durante il percorso universitario. La risposta è ovviamente sì. Il punto vero è come usarla. Se la si considera una scorciatoia per evitare fatica, lettura, selezione delle fonti e costruzione del ragionamento, il rischio è produrre testi apparentemente fluidi ma deboli, generici, spesso poco verificabili. Se invece la si tratta come un supporto, un copilota, allora può diventare uno strumento utile anche in un lavoro di ricerca serio.
Il consiglio di Eco che vale ancora oggi: restringere il campo
La lezione forse più importante di Eco è anche la più trascurata: più si restringe il campo, meglio si lavora. Lui preferiva la tesi monografica a quella panoramica, perché un tema troppo vasto espone lo studente alla dispersione, alle omissioni e a una scarsa padronanza del materiale. È un principio che vale ancora di più oggi, in un ambiente digitale dove l’abbondanza delle informazioni rischia di trasformarsi in caos.
Se uno studente digita una domanda generica dentro un chatbot, quasi sempre otterrà una risposta generica. Se invece parte da una domanda ben delimitata, da un corpus chiaro e da un obiettivo definito, allora anche l’AI può aiutarlo a orientarsi meglio. Ecco perché, se dovessi aggiornare Eco al tempo dell’intelligenza artificiale, direi questo: non usare l’AI per allargare il tema, ma per metterlo a fuoco.
Fonti vere, fonti secondarie, output artificiali
Eco insisteva molto sulla distinzione tra fonti primarie e letteratura critica. È una distinzione basilare, ma oggi va integrata con una nuova precisazione: l’output di un sistema di AI non è una fonte. Non lo è mai. Al massimo è un supporto per orientarsi, un modo per formulare ipotesi, una traccia provvisoria di lavoro. Ma tutto ciò che l’intelligenza artificiale suggerisce deve essere controllato, verificato, rintracciato e confermato altrove.
Questo è il nodo centrale anche per chi studia nelle materie umanistiche. In molti pensano che l’AI serva soprattutto per “scrivere”. In realtà può essere più utile prima della scrittura: nel confronto tra testi, nella classificazione degli argomenti, nell’estrazione di temi ricorrenti, nella sintesi preliminare di documenti lunghi. Ma la selezione critica delle fonti resta umana. E resta umana anche la responsabilità intellettuale di ciò che si decide di mettere in pagina.
Il vero problema non è ChatGPT: è l’assenza di metodo
Da tempo mi occupo di digitale e intelligenza artificiale, e continuo a pensare che la tecnologia, da sola, non sia né la soluzione né il problema. Il problema nasce quando manca il controllo, cioè quando manca la competenza. È una convinzione che accompagna il mio lavoro di divulgazione, formazione e consulenza: molte persone temono il digitale perché non lo governano, e questa sensazione di perdita di controllo produce ansia, resistenza e cattive decisioni.
Lo stesso vale per l’università. Non è ChatGPT a peggiorare una tesi. La peggiora l’uso ingenuo di ChatGPT. Non è l’AI a impoverire il pensiero. Lo impoverisce l’idea che pensare sia facoltativo. Per questo considero la scrittura con strumenti generativi una questione prima di tutto culturale: bisogna saper dialogare con questi sistemi, correggerli, guidarli, contestarli. Ed è esattamente il motivo per cui le competenze umanistiche e comunicative contano sempre di più.
Perché gli studenti umanisti non partono svantaggiati
Su questo punto vale la pena essere molto chiari: chi studia filosofia, lettere, storia, sociologia, pedagogia o comunicazione non è affatto tagliato fuori dalla rivoluzione dell’AI. Anzi. Nel mio lavoro sul prompt engineering sostengo da tempo che fare buone domande, definire bene un obiettivo, guidare la macchina e specificare il formato del risultato siano competenze cruciali. E queste sono competenze che hanno molto a che fare con il linguaggio, con l’interpretazione, con il contesto. In altre parole: hanno molto a che fare con la formazione umanistica.
Quando parlo di prompt engineering, non mi riferisco a una formula magica o a un nuovo mestiere per pochi specialisti. Mi riferisco a una nuova alfabetizzazione. Un po’ come saper usare bene un word processor o un foglio elettronico. Nel giro di poco, questi strumenti saranno integrati ovunque. E allora la differenza non la farà chi usa l’AI, ma chi sa usarla meglio degli altri.
Dalla mia tesi su Internet all’AI di oggi
Per me questo discorso ha anche una dimensione personale. Mi sono laureato in Scienze Politiche con una tesi sulle relazioni online, La vita nel ciberspazio come rappresentazione, in cui provavo a leggere il mondo nascente della comunicazione mediata dal computer attraverso gli strumenti della sociologia e, in particolare, attraverso Erving Goffman. Il punto era semplice: di fronte a un fenomeno nuovo, non bisogna buttare via gli strumenti interpretativi precedenti; bisogna usarli bene.
La mia tesi di laurea del 2001: La vita nel ciberspazio come rappresentazione.
Rileggendo oggi quella stagione, mi sembra che il metodo sia rimasto lo stesso. Anche l’intelligenza artificiale non va affrontata come una magia improvvisa o come un salto nel buio. È il risultato di un percorso lungo decenni, costruito su internet, e-commerce, smartphone, social network e usi sociali della tecnologia. Vederla così aiuta anche gli studenti: non come oracolo, ma come oggetto storico, culturale e professionale da capire.
Formazione e divulgazione sull’intelligenza artificiale generativa.
Come usare davvero l’intelligenza artificiale per la tesi
Se dovessi dare un consiglio pratico a uno studente che sta lavorando alla tesi, direi di usare l’AI in cinque momenti precisi:
per restringere il campo;
per trasformare una curiosità vaga in una domanda di ricerca;
per confrontare interpretazioni diverse;
per sintetizzare materiali già letti;
per migliorare la chiarezza espositiva di una bozza già pensata.
La userei molto meno, invece, per generare pagine da incollare così come sono. Per una ragione semplice: la tesi non è un esercizio di riempimento, ma una prova di consapevolezza. Deve mostrare che lo studente sa costruire un percorso, selezionare le fonti, verificare le affermazioni, argomentare in modo credibile e assumersi la responsabilità di ciò che scrive.
Il plagio, oggi, ha solo cambiato faccia
C’è poi un aspetto etico che non si può eludere. Eco era netto sul plagio e sull’onestà intellettuale. Oggi il problema non scompare: cambia forma. Non significa solo copiare da un libro o da un saggio, ma anche consegnare come proprio un testo prodotto in larga parte da una macchina, senza rielaborazione, senza verifica e senza piena comprensione.
La domanda giusta non è “si può usare l’AI per fare la tesi?”, ma: l’AI ti sta aiutando a ragionare meglio o ti sta semplicemente aiutando a fingere di aver ragionato?
È una differenza enorme. Ed è una differenza che riguarda il valore stesso dell’università.
Umberto Eco aveva capito tutto, anche oggi
Alla fine, la vera notizia è che Come si fa una tesi di laurea non è un libro del passato. È un libro che oggi possiamo leggere quasi come una guida anti-caos. In un’epoca in cui tutto è disponibile, accessibile, copiabile e riscrivibile in pochi secondi, Eco ci ricorda che fare ricerca significa ancora scegliere, escludere, ordinare, verificare, citare e pensare.
Se dovessi riassumere la questione in una frase, direi questa: al tempo dell’intelligenza artificiale, una buona tesi di laurea si fa ancora come diceva Umberto Eco, ma con una responsabilità in più. Non basta saper scrivere. Bisogna saper guidare gli strumenti senza farsi guidare da loro.
Vuoi approfondire?
Se sei uno studente, un docente o un professionista della formazione e vuoi capire come studiare, scrivere e lavorare meglio con l’intelligenza artificiale senza rinunciare al pensiero critico, sul mio sito trovi corsi, speech e workshop dedicati all’uso consapevole dell’AI generativa.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/05/bonanomi-eco-tesi-ai.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-05-25 08:09:512026-05-25 08:11:47Come fare una tesi di laurea con l’AI: Umberto Eco oggi
Me lo chiedono spesso, durante i corsi e le conferenze sull’intelligenza artificiale. Mentre ancora si chiacchiera alla fine della sessione, qualcuno si avvicina e mi fa la domanda vera: “Ma tutta questa roba tecnica – i token, gli embedding, il fine-tuning – devo davvero capirla?”. La risposta breve è: no, non devi diventare un ingegnere. Ma sì, capire cosa c’è sotto ti cambia il modo di usare questi strumenti. Ti rende più efficace, più consapevole.
Ho selezionato i 10 concetti che tornano sempre nelle mie formazioni sull’AI generativa: quelli che generano più confusione, ma anche più soddisfazione quando si capiscono davvero.
1. Token e Tokenizzazione: il segreto che ChatGPT non dice al primo incontro
Quando scrivi un prompt, il modello non legge parole. Legge token: frammenti di testo che possono essere parole intere, parti di parola, o persino singoli caratteri. La parola “Intelligenza” potrebbe diventare tre o quattro token diversi.
Perché conta? Perché i modelli hanno un limite di token per conversazione (il cosiddetto context window), e perché il costo delle API si calcola in token. Ma soprattutto perché capire la tokenizzazione aiuta a costruire prompt migliori: parole rare, termini tecnici o nomi stranieri vengono “sminuzzati” in più token, e questo può influenzare la qualità della risposta.
In pratica: più il tuo linguaggio è preciso e comune, meglio il modello ti capisce.
2. Attention Mechanism e Transformer: cosa fa davvero la macchina quando “pensa”
L’architettura Transformer è la base di quasi tutti i modelli linguistici moderni – da GPT a Gemini, da Claude a Mistral. Il suo cuore è il meccanismo di attention (attenzione): la capacità del modello di valutare quali parole di un testo sono più rilevanti rispetto alle altre, in modo dinamico e contestuale.
Quando scrivi “ho lasciato le chiavi sulla tavola”, il modello capisce che tavola indica un tavolo e non una tavola tecnica, perché interpreta il contesto dato da “chiavi” e “lasciato”. Non applica regole grammaticali rigide: valuta le probabilità basandosi su schemi appresi durante l’addestramento.
È questo che rende i transformer così potenti – e così diversi dai sistemi basati su regole che li hanno preceduti.
3. Fine-Tuning e Transfer Learning: trasferire intelligenza da un dominio all’altro
Un modello base come GPT-5 è stato addestrato su enormi quantità di testo generico. Ma se un’azienda vuole un assistente specializzato nel diritto del lavoro, o un medico vuole un modello che parli il linguaggio della clinica, si fa il fine-tuning: si “aggiusta” il modello pre-addestrato su dati specifici del dominio.
Il Transfer Learning è il principio più ampio: si prende l’intelligenza acquisita in un contesto (milioni di pagine web) e la si trasferisce in un altro (contratti, cartelle cliniche, normative fiscali). È quello che rende possibile creare modelli specializzati senza partire da zero – il che richiederebbe risorse computazionali e finanziarie fuori dalla portata di chiunque.
Nelle mie formazioni, questo è il concetto che più interessa ai team IT: quando conviene fare fine-tuning, e quando è meglio usare un approccio diverso come il RAG (lo vediamo al punto 8).
4. Hallucination: quando la macchina mente con molta fiducia
Le allucinazioni sono forse il problema più noto dell’AI generativa – e il più frainteso. Il modello non “mente” nel senso umano del termine: non ha intenzione di ingannarti. Semplicemente, genera la sequenza di token statisticamente più probabile, anche quando quella sequenza corrisponde a informazioni false.
Il risultato sono risposte plausibili ma errate: citazioni di articoli che non esistono, date storiche sbagliate, nomi di persone inventati. Il modello le propone con lo stesso tono sicuro con cui ti direbbe il nome della capitale della Francia.
Questo è il motivo per cui non si usa l’AI come fonte primaria senza verifica. Ed è anche il motivo per cui capire le allucinazioni non serve a smettere di usare l’AI: serve a usarla nel modo giusto.
5. Temperature: la fisica del non-determinismo
Hai mai notato che lo stesso prompt, fatto più volte, produce risposte diverse? Non è un bug. È la temperature (temperatura): un parametro che regola quanto il modello è “creativo” o “deterministico” nelle sue scelte.
Temperature alta (vicino a 2): il modello sceglie token meno probabili, produce risposte più varie, creative, imprevedibili. Temperature bassa (vicino a 0): il modello sceglie quasi sempre il token più probabile, produce risposte più prevedibili, precise, ripetibili.
Nelle applicazioni professionali – analisi legali, revisioni contabili, assistenza medica – si preferisce temperatura bassa. Nelle applicazioni creative – brainstorming, scrittura, ideazione – si lavora con temperatura più alta. Scegliere consapevolmente questo parametro può fare una differenza enorme nei risultati.
6. Embedding: la geometria dei significati
Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato. Ogni parola, frase o documento viene trasformato in un vettore – un punto nello spazio matematico – in modo che concetti semanticamente vicini siano anche geometricamente vicini.
L’esempio classico: nello spazio degli embedding, “re” – “uomo” + “donna” = “regina”. Non è magia: è geometria dei significati. È questo che permette ai motori di ricerca semantici di capire che “auto” e “automobile” sono sinonimi, o che una domanda su “come si cura il raffreddore” è pertinente rispetto a un documento che parla di “rimedi per i sintomi influenzali”.
Gli embedding sono alla base di molte applicazioni pratiche dell’AI nelle aziende: ricerca documentale, classificazione automatica, sistemi di raccomandazione.
7. Chain of Thought Prompting: insegnare alla macchina a ragionare passo per passo
I modelli linguistici fanno errori nei ragionamenti complessi se gli si chiede direttamente la risposta finale. Ma se li si invita a “pensare ad alta voce” – a esplicitare i passaggi intermedi – le performance migliorano significativamente.
Questa tecnica si chiama Chain of Thought (CoT): invece di chiedere “Quanto fa 347 × 28?”, si chiede “Risolvi passo per passo: prima calcola le centinaia, poi le decine, poi le unità”. Il risultato è molto più accurato.
Applicato al mondo professionale: nei prompt per analisi complesse, revisioni di documenti o valutazioni strategiche, chiedere al modello di esplicitare il ragionamento riduce gli errori e rende il processo verificabile. È uno dei consigli pratici che porto sempre nelle mie sessioni di formazione sul prompt engineering.
8. RAG – Retrieval Augmented Generation: quando la macchina va a cercare (e non allucina)
Il RAG è la soluzione più elegante al problema delle allucinazioni per applicazioni aziendali. Invece di chiedere al modello di “ricordare” informazioni apprese durante il training (che potrebbero essere obsolete o errate), si costruisce un sistema che recupera i documenti pertinenti da una base di conoscenza verificata, e li fornisce al modello come contesto prima della risposta.
In pratica: vuoi un chatbot che risponda solo in base ai tuoi manuali interni, ai tuoi contratti, alle tue policy aziendali? Non fai fine-tuning. Fai RAG. Il modello legge i tuoi documenti in tempo reale e risponde basandosi su quelli.
Il RAG è oggi la tecnologia più richiesta nelle implementazioni enterprise di AI. L’ho visto applicare con grande efficacia in aziende di tutti i tipi, dalla manifattura ai servizi professionali. Per esempio, Gemini Notebook (ex NotebookLM) è considerato un ottimo strumento RAG.
9. Bias in AI Generativa: le discriminazioni che insegniamo senza volerlo
I modelli imparano dai dati. E i dati umani contengono bias: stereotipi di genere, pregiudizi culturali, squilibri di rappresentazione. Il risultato è che un modello addestrato su testi scritti prevalentemente da uomini occidentali tende a riprodurre e amplificare quella prospettiva.
I bias nell’AI non sono un problema teorico o futuristico: si manifestano oggi, nei sistemi di selezione del personale che favoriscono certi profili, nei traduttori automatici che assegnano generi grammaticali basandosi su stereotipi, nei motori di ricerca che mostrano certi volti per certe query.
Capire i bias non significa rinunciare all’AI. Significa scegliere strumenti più equi, progettare sistemi più consapevoli, e sapere quando i risultati di un modello vanno verificati con un occhio critico. È il tema che, nelle mie conferenze, genera sempre il dibattito più ricco.
10. Scaling Laws e il Cinese della Stanza: perché i modelli grandi sono più intelligenti (forse)
Le Scaling Laws descrivono una relazione empirica sorprendente: aumentando le dimensioni del modello (numero di parametri), la quantità di dati di training e la potenza computazionale, le performance migliorano in modo prevedibile e consistente. Questo ha guidato la corsa ai modelli sempre più grandi degli ultimi anni.
Ma qui entra in scena il Cinese della Stanza di John Searle: un celebre esperimento mentale che mette in discussione se questi sistemi “capiscano” davvero, o se stiano solo manipolando simboli secondo regole, senza alcuna comprensione reale. Una persona chiusa in una stanza con un manuale per rispondere in cinese sembra capire il cinese – ma non lo capisce affatto.
La questione non è risolta. E forse non lo sarà a breve. Ma è la domanda più importante che possiamo porci mentre questi sistemi diventano sempre più pervasivi: cosa significa davvero “intelligenza”?
Conoscere questi concetti non ti trasforma in uno scienziato. Ti trasforma in una persona che capisce cosa sta usando.
Non serve una laurea in informatica per usare bene l’AI generativa. Serve quella forma di curiosità consapevole che ti fa chiedere: come funziona davvero? Perché risponde così? Cosa non mi sta dicendo?
Nei miei corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale – che tengo per aziende, scuole, associazioni di categoria e professionisti in tutta Italia – parto sempre da questi fondamentali. Perché chi capisce i meccanismi di base usa l’AI in modo più efficace, più critico, e con meno paura.
Se vuoi portare questa formazione nella tua organizzazione, scrivimi o contattami su WhatsApp al 339.6325418.
Domande frequenti sull’AI generativa e i suoi concetti chiave
Cosa sono i token nell’AI generativa?
I token sono le unità base con cui i modelli linguistici elaborano il testo. Non corrispondono necessariamente alle parole: una parola lunga o rara può essere suddivisa in più token. La tokenizzazione influenza la qualità delle risposte e il costo delle API.
Un’allucinazione è una risposta generata dal modello che appare plausibile ma contiene informazioni false. Il modello non “mente” intenzionalmente: produce la sequenza di token statisticamente più probabile, anche se errata. Per questo è essenziale verificare sempre le informazioni critiche.
Cosa significa RAG nell’AI?
RAG sta per Retrieval Augmented Generation. È una tecnica che combina la generazione linguistica con il recupero di documenti da una base di conoscenza verificata. Riduce le allucinazioni e permette di creare assistenti AI basati su documenti specifici dell’azienda o del dominio.
Cos’è la temperature nei modelli linguistici?
La temperature è un parametro che controlla la variabilità delle risposte. Con temperature alta le risposte sono più creative e imprevedibili; con temperature bassa sono più precise e deterministiche. Scegliere il valore giusto dipende dall’applicazione: creatività o precisione.
Dove posso seguire una formazione sull’AI generativa in Lombardia?
Tengo corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale generativa per aziende, scuole e professionisti a Milano, Bergamo, Brescia e in tutta Italia. Per organizzare un evento formativo, è possibile contattarmi tramite il sito o WhatsApp al 339.6325418.
Sempre più aziende, associazioni di categoria, università e ordini professionali mi contattano con la stessa domanda: “Come facciamo a organizzare una conferenza sull’intelligenza artificiale che sia davvero utile al nostro pubblico?” È una domanda giusta, e in questo articolo provo a risponderci in modo pratico, condividendo ciò che ho imparato in anni di speech e conferenze sull’AI in tutta Italia.
Perché le conferenze sull’intelligenza artificiale sono così richieste oggi
Dal 2023 in poi, con l’esplosione di ChatGPT, la richiesta di relatori esperti di intelligenza artificiale è letteralmente triplicata. Non parlo solo di eventi tecnologici o convegni scientifici: mi riferisco a convention aziendali, eventi di Confartigianato, ordini dei medici, associazioni di insegnanti, festival culturali, enti del terzo settore. L’AI è diventata un tema trasversale che tocca ogni settore.
Il motivo è semplice: quasi tutti sentono che l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro, la comunicazione, la creatività — ma pochissimi capiscono davvero come funziona e, soprattutto, come usarla in modo concreto. Il ruolo del relatore è esattamente quello di colmare questo divario, senza tecnicismi inutili.
Cosa fa davvero un relatore sull’intelligenza artificiale
Un buon relatore per conferenze sull’AI non è un ricercatore universitario che legge slide con grafici incomprensibili. Non è nemmeno un venditore di soluzioni tecnologiche. È una persona capace di tradurre concetti complessi in esempi concreti, storie reali, dimostrazioni pratiche.
In un intervento efficace sull’intelligenza artificiale, il pubblico dovrebbe uscire dalla sala con almeno tre cose:
Una comprensione chiara di cosa può e non può fare l’AI generativa oggi
Almeno un caso d’uso pratico applicabile al proprio settore
La curiosità e la motivazione per approfondire — non la paura
È un equilibrio difficile da raggiungere. Troppo tecnico e il pubblico si perde. Troppo superficiale e non porta valore. Per questo la scelta del relatore è decisiva.
I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI generativa
In base alla mia esperienza di speaker sull’intelligenza artificiale in centinaia di eventi, ecco i temi più richiesti dalle organizzazioni italiane:
1. Introduzione all’AI generativa per non tecnici
È lo speech più richiesto in assoluto. Il pubblico è eterogeneo — manager, imprenditori, professionisti, dipendenti — e l’obiettivo è costruire una base comune di comprensione. Si parla di cosa sono i modelli linguistici, come funziona ChatGPT nella pratica, cosa cambia davvero nel lavoro quotidiano.
2. AI e futuro del lavoro
La domanda che tutti si fanno: “L’intelligenza artificiale mi ruberà il lavoro?” Un buon intervento su questo tema non dà risposte rassicuranti a buon mercato, ma aiuta il pubblico a distinguere le professioni a rischio da quelle che si trasformeranno, e da quelle che emergeranno.
3. ChatGPT e strumenti AI per le aziende
Pensato per PMI, liberi professionisti e team aziendali. Si va dal prompt engineering base all’uso pratico di strumenti come ChatGPT, Copilot, Gemini per migliorare la produttività nel marketing, nella comunicazione, nell’amministrazione.
4. AI ed etica: opportunità e rischi
Sempre più richiesto da ordini professionali, scuole, enti pubblici. Si affrontano temi come i bias algoritmici, la privacy, la disinformazione generata dall’AI, le normative europee (AI Act).
5. AI per il settore specifico del cliente
La versione più efficace: un intervento costruito su misura per il pubblico specifico dell’evento. AI per i medici, AI per i giornalisti, AI per le risorse umane, AI per il retail. Richiede preparazione e conoscenza del settore, ma il ritorno in termini di engagement è nettamente superiore.
Come scegliere il relatore giusto per la tua conferenza sull’AI
Quando un’organizzazione mi chiede come scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale, rispondo sempre con alcune domande fondamentali:
Ha esperienza pratica — non solo teorica?
Un buon relatore AI dovrebbe avere un’esperienza diretta con gli strumenti di cui parla. Non basta citare ricerche accademiche: bisogna aver usato ChatGPT per lavorare, aver sperimentato i limiti e le potenzialità reali, avere esempi concreti da portare sul palco.
Sa adattare il linguaggio al pubblico?
Un intervento per un’assemblea di artigiani è completamente diverso da uno per un board di direttori finanziari. Il relatore deve essere capace di calibrare il livello tecnico, il lessico, gli esempi in base a chi ha davanti. Chiedi sempre se ha già parlato a pubblici simili al tuo.
Porta esempi italiani e casi reali?
Il pubblico italiano si connette meglio con esempi vicini alla propria realtà. I case study americani o le storie di startup della Silicon Valley funzionano meno. Un relatore che conosce il tessuto produttivo italiano — le PMI, i distretti, i settori tradizionali — ha un vantaggio comunicativo importante.
Ha referenze e video degli speech precedenti?
Prima di confermare un relatore, guarda almeno un video di un suo intervento precedente. Osserva come gestisce il palco, come risponde alle domande, se il pubblico è coinvolto. Le referenze di altri organizzatori sono preziose: chiedi esplicitamente se puoi contattarli.
Quanto dura uno speech sull’intelligenza artificiale?
Il formato più efficace dipende dal contesto dell’evento. Nella mia esperienza, queste sono le formule che funzionano meglio:
Keynote di 45-60 minuti: ideale per aperture o chiusure di convention. Ispirante, con una struttura narrativa chiara e una call to action finale.
Workshop interattivo di 2-3 ore: per gruppi di massimo 30-40 persone. Include esercitazioni pratiche, domande in tempo reale, dimostrazioni live di strumenti AI.
Intervento breve di 20-30 minuti: perfetto per panel, festival, eventi con più relatori. Deve andare dritto al punto con un messaggio forte e memorabile.
Cosa chiedere al relatore prima di confermarlo
Quando contatti un relatore per una conferenza sull’AI, fai queste domande concrete:
Puoi mostrarmi un esempio di scaletta o slide di uno speech simile al nostro evento?
Come personalizzi l’intervento per il nostro settore/pubblico?
Sei disponibile per un briefing prima dell’evento?
Gestisci tu le demo live o hai bisogno di un supporto tecnico?
Sei disponibile per una sessione di domande e risposte dopo lo speech?
Un relatore serio risponde a tutte queste domande con chiarezza e con esempi concreti.
I miei speech sull’intelligenza artificiale: una panoramica
Dal 2020 tengo conferenze e speech sull’AI in tutta Italia — da Milano a Napoli, da Torino a Palermo, passando per decine di città medie. Ho parlato per aziende come Fastweb, per associazioni come Confartigianato, per ordini professionali, università, festival culturali, biblioteche.
Ogni intervento è costruito con il committente, non semplicemente adattato da un template generico. Questo richiede più tempo di preparazione, ma garantisce che il pubblico esca dalla sala con qualcosa di utile per la propria realtà — non con concetti astratti difficili da applicare.
Se stai organizzando un evento e stai cercando un relatore esperto di intelligenza artificiale generativa per la tua azienda, la tua associazione o il tuo ente, ti invito a visitare la pagina dedicata ai miei speech sull’AI oppure a contattarmi direttamente per una prima chiacchierata senza impegno.
L’AI non è più un tema per addetti ai lavori
L’intelligenza artificiale è entrata nelle vite di tutti — nei nostri telefoni, nei nostri strumenti di lavoro, nelle nostre abitudini quotidiane. Le organizzazioni che investono oggi in formazione e sensibilizzazione sull’AI stanno dando ai propri collaboratori e ai propri pubblici un vantaggio competitivo reale.
Una conferenza ben organizzata su questo tema non è un costo: è un investimento in comprensione, in riduzione dell’ansia tecnologica, in capacità di adattamento. E la scelta del relatore giusto fa tutta la differenza.
Hai bisogno di un relatore per una conferenza sull’intelligenza artificiale?Scopri i miei interventi oppure contattami per raccontarmi il tuo evento.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2026/05/conferenza_ai_bonanomi.png9411672Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2026-05-03 12:17:212026-05-03 12:22:03Relatore per conferenze sull’intelligenza artificiale: cosa aspettarsi e come sceglierlo
Costruire un Second Brain per manager: decisioni, scrittura e comunicazione aumentata con l’AI generativa
Durata
2 giornate da 6 ore (totale: 12 ore)
Destinatari
Manager, imprenditori e professionisti che vogliono esternalizzare parte dei propri processi cognitivi – decisioni, scrittura, organizzazione e comunicazione – a un sistema di intelligenza aumentata basato su ChatGPT, Gemini e strumenti di knowledge management.
Obiettivi formativi
Comprendere il concetto di Second Brain: come estendere la memoria e il pensiero con strumenti digitali.
Creare un gemello cognitivo in grado di pensare, scrivere e decidere in sintonia con il manager.
Configurare ChatGPT (GPTs) e Gemini (Gems) per personalizzare tono, priorità, linguaggio e stili decisionali.
Integrare il Second Brain con Notion, Gemini Notebook (ex NotebookLM) e altre piattaforme di memoria estesa.
Riconoscere limiti, bias e rischi etici (profilazione, dipendenza cognitiva, privacy, diritto all’oblio).
Metodo
Workshop interattivo con esercitazioni pratiche, simulazioni, discussioni guidate e progettazione del proprio Second Brain personalizzato. Ogni partecipante costruirà il proprio “AI Twin” e lo testerà su casi reali di scrittura, decisione e comunicazione manageriale.
Programma dettagliato
Giornata 1 – Dalla mente biologica al cervello digitale
Modulo 1 – Il Second Brain: introduzione
Dalla mnemotecnica di Cicerone ai sistemi digitali di Tiago Forte
Il concetto di Second Brain e la nascita della mente estesa
Il “sistema zero”: pensiero predittivo e intelligenza aumentata
Opportunità e rischi: tra efficienza cognitiva e dipendenza algoritmica
L’etica del gemello cognitivo: delegare senza disumanizzarsi
Obiettivo: comprendere come e perché costruire un gemello mentale per potenziare memoria, decisione e creatività.
Modulo 2 – Architettura del gemello cognitivo
Dati, appunti e conoscenza: come organizzarli per “pensare fuori dal cervello”
Strumenti AI per il Second Brain
Costruire flussi informativi affidabili: integrazione tra email, riunioni, PDF e Google Calendar
Esercitazione: mappa del proprio ecosistema informativo
Obiettivo: imparare a costruire la base dati e la struttura del proprio cervello digitale.
Modulo 3 – L’uso in sicurezza e personalizzato di ChatGPT come Second Brain
Introduzione a ChatGPT Plus: differenze tra modelli e versioni
La privacy in ChatGPT: gestione della memoria, impostazioni, limiti e trasparenza
La funzione “Memoria”: come addestrare l’AI al proprio stile e ai propri contenuti
I GPTs: creare assistenti su misura per attività manageriali (report, briefing, piani, riassunti)
Dal “BrainOS” alla personalizzazione psicografica: come far pensare ChatGPT come te
Esercitazione: progettare e testare un GPT-assistente personale
Fine tuning e validazione: tono, linguaggio e controllo delle risposte
Obiettivo: costruire un Second Brain operativo con ChatGPT, sicuro, personalizzato e capace di “ragionare” con il manager.
Giornata 2 – Decisioni, contenuti e automazione aumentata
Modulo 1 – Decision making aumentato
L’AI come amplificatore cognitivo: dal gut feeling alla decisione data-driven
Bias cognitivi e feedback loop: come riconoscerli e mitigarli con l’AI
I sistemi RAG (Retrieval Augmented Generation) per interrogare i propri contenuti aziendali
Gemini Notebook e Gemini: creare modelli conversazionali su base documentale
Dashboard cognitive: costruire una “scrivania decisionale” con fonti e insight personalizzati
Esercitazione: simulazione di decisione complessa con supporto AI (caso aziendale)
Obiettivo: imparare a usare l’intelligenza artificiale come strumento per prendere decisioni migliori, più rapide e basate sui dati.
Modulo 2 – Scrivere, rispondere e comunicare con Gemini
Introduzione ai Gems di Gemini: come crearli, allenarli e integrarli nei flussi di lavoro
Dallo stile al tono: costruire un gemello scrivente coerente con la propria identità manageriale
Prompt avanzati per scrivere e rispondere: email, comunicazioni interne, post LinkedIn, report
Esercitazione: costruzione di un Gem Writer personalizzato per la comunicazione corporate
Obiettivo: automatizzare la scrittura e la comunicazione manageriale mantenendo autenticità, precisione e tono personale.
Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa
Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2025/10/cover_second_brain.png10801920Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2025-10-26 09:32:562026-07-20 17:45:59Il secondo sé digitale dei manager (corso di 2 giornate)