Si definisce lo “sharing daddy”, ma tiene molto all’uso consapevole della tecnologia in famiglia e all’uso virtuoso di smartphone e schermi per stimolare la creatività dei ragazzi, senza danneggiarli o metterli in imbarazzo. All’anagrafe è Francesco Facchini e di mestiere fa il formatore sul tema del mobile journalism (è da anni che non usa un PC, ci tiene a sottolineare).
Ho intervistato Francesco per questa nuova puntata del podcast, mentre girava per le vie di Milano e proprio alla vigilia della partenza per le vacanze con il figlio, lo sharing kid. Mi ha raccontato di come userà lo smartphone con il ragazzo di sei anni durante il soggiorno in Slovenia, per esempio creando dei filmati con una app che si chiama Stop Motion Studio (qui disponibile per iOS). Poi ha dato alcune dritte per l’uso corretto e virtuoso della tecnologia in famiglia: un suo suggerimento, tra gli altri, è quello di creare uno scrigno digitale delle creazioni e dei file riguardanti i figli, senza condividerli (è contro quindi allo sharenting), e di consegnarli ai ragazzi quando avranno l’età per creare una loro identità digitale. Dal punto di vista degli strumenti, oltre a Stop Motion, ha suggerito di creare delle storie, girare i video e montarli usando iMovie in ambiente Apple e KineMaster in ambiente Android.
Per seguire Francesco puoi collegarti al suo sito personale sul mobile journalism, a Sharing Daddy oppure sostenere la sua attività professionale su Patreon.

Ascolta l’intervista direttamente qui:
Ascolta “#16 Come usare lo smartphone in vacanza: intervista allo sharing daddy Francesco Facchini” su Spreaker.

La foto profilo di LinkedIn contribuisce alla prima impressione che gli altri si fanno di te; come diceva il pluricitato Oscar Wilde:

Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

Peccato che sul social professionale alcuni sottovalutino questa cosa, e scelgano foto terrificanti. Prima di mostrarti le dieci peggiori, ti racconto come dovresti scegliere l’immagine.

Come dovrebbe essere una buona foto profilo di LinkedIn?

Bastano 100 millisecondi, un decimo di secondo, per farsi un’idea su qualcuno. Esistono delle regole per scegliere l’immagine giusta di LinkedIn. Prima di tutto, se l’obiettivo è quello di farti riconoscere, il volto dovrebbe occupare almeno il 70% della superficie dell’immagine. Secondo: lo sfondo dovrebbe essere omogeneo, altrimenti chi guarda si concentrerà sull’auto che si vede dietro o peggio sui bagnanti inquadrati. La foto dovrebbe anche essere un’immagine recente, non un reperto vintage: quando qualcuno ti incontra di persona, dovrebbe riconoscerti subito; pazienza per i chili in più e i capelli in meno (anche se mi è capitato di vedere anche il contrario). Un tizio una volta mi ha fatto notare che, siccome l’unica volta che è stato immortalato da un fotografo era al matrimonio, usava come foto profilo quella con il gessato e i chicchi di riso incastrati nelle sopracciglia. Ultima indicazione, che devi prendere senza sorbirti il pippone sui neuroni specchio, è: sorridi!
Per ulteriori indicazioni leggi questo articolo:

La galleria degli orrori

Qui di seguito troverai le peggiori foto profilo che ho scovato sul LinkedIn. Spiccano quello con la foto da pirla, l’impiegata che mette in mostra le sue qualità, quello che nasconde la faccia, la foto di coppia, l’anonymous, Babbo Natale e altri ancora.
Fai clic sulle immagini per ingrandirle.

 

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Sharenting è l’unione di due parole inglesi: “share”, condivisione, e “parenting”, genitorialità. Si tratta, in pratica, dell’abitudine dei genitori di condividere sui propri profili social notizie e sopratutto foto e video dei propri figli. Una vera emergenza: per questo ho deciso di spiegare in questa seconda puntata del videoblog “Genitori Tech” di Mumadvisor, i tre motivi per i quali le foto delle sue bambine non sono online. Buona visione:

Fai clic qui per vedere tutte le puntate di Genitori Tech

ll principio 80/20, ideato dall’economista Vilfredo Pareto, è illuminante: in pratica la regola è che l’80% dei risultati dipende dal 20% dei fattori (a volte si parla di 60/40 o addirittura di 90/10). È una regola universale, valida nei campi più disparati. Per spiegarlo in parole povere durante i miei corsi faccio questi esempi:
– usi il 20% dei tuoi vestiti l’80% delle volte;
– usi il 20% delle app installate sullo smartphone l’80% del tempo;
– il 20% dei tuoi clienti generano l’80% del fatturato.
Corollario a quest’ultima affermazione: se hai 30 clienti avrai la tentazione di trattare tutti allo stesso modo; eppure quasi certamente il 20% del business viene da uno solo di essi.
In questo articolo racconto come applicare questo principio al content marketing.

Una struttura ricorsiva

Ho recentemente letto il libro di Perry Marshall, “Il principio 80/20 per vendite e marketing”, che dà un ulteriore contributo alla discussione sul principio di Pareto. Marshall ha fatto una scoperta fondamentale: il principio 80/20 ha una natura frattale, si può applicare all’infinito. Se il 20% dei tuoi sforzi produce lo 80% dei risultati, all’interno di quel 20% ci sarà un altro 20% che produce l’80% dell’80% iniziale. In pratica: concentrati sul 4% del tuo investimento, economico e di tempo, per produrre il 64% dei risultati totali.

Puoi acquistare il libro su Amazon:

Il principio di Pareto applicato al content marketing

Il content marketing, detto anche inbound marketing, è il contrario dell’outbound marketing (telemarketing a freddo, invio di newsletter e DEM a contatti non profilati) e prevede la creazione e condivisione di contenuti editoriali (articoli, eBook, infografiche ecc.) al fine di acquisire clienti. Lo strumento principale per fare content marketing, per mia esperienza, è il blog.

Come si applica il principio di Pareto al blog? Il 20 delle keyword scelte per costruirci attorno gli articoli genererà l’80% del traffico. Come si scelgono quindi le keyword giuste, quelle vincenti? Personalmente uso diversi strumenti per l’individuazione delle parole chiave (ma il 20% di questi li uso nell’80% dei casi!) e non intendo necessariamente Google Adwords. Uno dei miei strumenti preferiti è Ubersuggest. Nel prossimo paragrafo vedrai come funziona.

Come funziona Ubersuggest?

Ubersuggest è uno strumento SEO, ideale quindi per l’ottimizzazione di articoli e siti affinché piacciano a Google (passami l’espressione). Più precisamente è definito un Google Suggest Scraper perché permette di elencare e organizzare tutti i consigli di Google presi dai suggerimenti di ricerca. In pratica individua le query che gli utenti hanno inserito in merito a una ricerca, quindi soprattutto le chiavi secondarie. Usarlo è assai semplice: nella schermata principale basta inserire keyword e lingua, poi premere “Look up”.

Come lo uso io? Se voglio scrivere un articolo su LinkedIn, scopro che molti cercano “Riepilogo LinkedIn”, e ancora più in dettaglio cercano “Riepilogo LinkedIn un esempio”. E infatti ho creato un articolo con quel titolo che mi sta dando molte soddisfazioni.


Perché puoi usare Ubersuggest per applicare il principio di Pareto alla ricerca delle keyword? Perché lo strumento restituisce anche i volumi delle ricerche, anzi puoi proprio ordinare le keyword per volumi. Devi concentrarti solo sulle parole chiave che genereranno più traffico: trova quel 20% di parole chiave che contano davvero.

Scrivimi per organizzare un corso sul content marketing

 

La quindicesima puntata del podcast “Genitorialità e tecnologia” è dedicata all’intervista con il professor Marco Gui (nella foto sopra), ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca. Ho intervistato Marco perché si occupa di sociologia dei media ed è un grande esperto di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Tra l’altro è l’autore di uno dei libri più interessanti che ho letto sul tema: “A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita”.

Il problema

Come si evince dall’intervista, breve (una decina di minuti in tutto) ma intensa, il tema del libro è la sovrabbondanza comunicativa permanente. In particolare Gui sostiene che l’obesità e la sovrabbondanza comunicativa colpiscano le fasce con meno risorse socio-culturali, quindi toccano chi ha meno strumenti per difendersi. Data l’analogia tra cibo e tecnologia, si parla quindi di dieta mediale.

Nel corso della puntata Gui ha precisato che le vere dipendenze (IAD, Smartphone addiction e dipendenza dai videogiochi) sono rare, ma sempre più spesso si verifica un sovra-consumo, un uso disfunzionale della Rete, che si associa a diversi problemi: di tipo relazionale, di rendimento nello studio o sul lavoro, di qualità del sonno o della capacità di godersi in modo rilassante momenti di svago.

I rimedi

Quali i rimedi? Gui suggerisce, soprattutto ai genitori, di avere un strategia nell’uso dei media, in modo da usare consapevolmente tutti gli schermi che ci circondano ma soprattutto per essere un esempio per i ragazzi. Prima di tutto occorre analizzare l’uso che si fa della tecnologia. Per questo possono essere utili strumenti come RescueTime.

L’intervista

Per ascoltare la puntata del podcast fai clic su Play qui:

Ascolta “#15 A dieta di media in famiglia: l’intervista a Marco Gui” su Spreaker.

Per contattare Marco puoi visitare la sua pagina sul sito dell’Università Bicocca, scrivergli a marco.gui@unimib.it oppure visitare il sito del suo progetto sul benessere digitale.

Se vuoi invece riascoltare tutte le puntate del podcast “Genitorialità e tecnologia”, fai clic qui:

Ascolta gratis il podcast "Genitorialità e tecnologia"

Dal mese di luglio 2018 è iniziata la mia collaborazione giornalistica con il noto sito per genitori Mumadvisor. Invece dei “soliti” articoli, ho proposto di lanciare un videoblog: “Genitori tech“. Mi sono messo davanti alla telecamera e, grazie alle riprese e al montaggio dell’amico Renzo Zonin, ho realizzato la prima puntata del videoblog, dedicata a tutto quello che i genitori si sono sempre chiesti su questi benedetti nativi digitali.

Puoi guardare il filmato, caricato da Mumadvisor su Youtube e sulla pagina Facebook, direttamente qui. Buona visione!

Se vuoi farmi delle domande o proporre dei temi per il videoblog, scrivimi:

Scrivimi

Quali giochi fare insieme in famiglia? Ho intervistato Paolo Paglianti, giornalista specializzato in videogame e ora parte del mondo dei videogiochi (lavora per Slitherine), per il mio podcast “Genitorialità e tecnologia“. Partendo dal fenomeno Fornite e della dipendenza da videogame (riascolta qui le puntate), Paolo ha dato una serie di indicazioni per videogiocare con i bimbi: alcuni titoli per console e per smartphone.
Di seguito trovi i link per approfondire o scaricarli!

Su console:
Unravel 2 (Xbox One,PS4 PC)

Questa la recensione su Mamamò del gioco.

Never Alone (PC, PS4, Xbox One, iPad)

Paolo ha suggerito anche una serie di giochi da fare con lo smartphone. Sotto alle immagini trovi i link per scaricarli sia per Android che per iOS.

Monument Valley

Si tratta di un puzzle game che si ispira all’artista Escher!

iOS

Android

Skyforce Reloades

È uno sparatutto spaziale.

iOS

Android

Lara Croft Go

Questo è stato il gioco dell’anno 2015 per iPhone, e si ispira chiaramente a Tomb Raider.

iOS
Android

Homo Machina

Questo gioco rende omaggio alle opere del dottor Fritz Kahn, il pioniere delle infografiche!

iOS e Android, questo il sito ufficiale.

Ascolta il mio podcast "Genitorialità e tecnologia"

Il tema delle fake news mi è particolarmente caro. Non solo perché è un’emergenza, soprattutto per un giornalista, ma anche per altri due motivi. Il primo è che, con tre colleghi di Ledizioni, ho firmato il testo “Manuale per difendersi dalla post verità” con tanto di cover trumpiana. Il secondo è che spesso tengo workshop nelle classi su questo tema.

Capirai quindi che quando ho visto sulla bacheca Facebook di una persona che stimo, Maria Cecilia Averame di Quintadicopertina (l’avevo intervista per la prima volta sei anni fa: qui il link), un testo dal titolo “Riconoscere le fake news in classe. Percorsi per una comunicazione consapevole in rete”, la prima cosa che ho pensato è stato: devo leggerlo! La seconda: devo intervistare Maria Cecilia per il mio podcast Genitorialità e tecnologia. E così è stato.

Lo scorso 22 giugno ho fatto una chiacchierata con Maria Cecilia. Si è presentata, ha parlato del suo lavoro e del suo blog, quindi del libro pubblicato da Pearson nella collana “Insegnare nel XXI secolo” (fai clic sulla cover per acquistarlo su Amazon):

Nella sinossi del libro si legge:

Nel Piano Nazionale Scuola digitale l’azione #14 si propone di indagare il rapporto fra competenze digitali necessarie per esercitare la propria cittadinanza, ed educazione ai media impartita nelle scuole. Lo studente, a partire dal termine del primo ciclo di scuola superiore, deve acquisire “buone competenze digitali, usare con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare ed analizzare dati e informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica e per interagire con soggetti diversi nel mondo”. Ma a questa naturalezza dell’approccio tecnologico spesso non segue una competenza nell’uso e nel discernimento di come questo flusso di dati arriva ai ragazzi. Quali sono le fonti che generano informazione? Come è possibile giudicare l’autorevolezza di questo o quel canale non ufficiale? Quali tecniche sono utilizzate in rete, consciamente o meno, per affermare la superiorità delle proprie idee a danno di quelle degli altri?

“Riconoscere le fake news in classe” è quindi un testo pratico. Questo l’indice:

Capitolo 1 La conversazione in rete
Capitolo 2 Cultura e creatività in rete
Capitolo 3 Pillole di web marketing
Capitolo 4 Psicologia e comportamento umano
Capitolo 5 Informarsi in rete
Capitolo 6 L’arte di costruire ragionamenti validi

Maria Cecilia mi ha spiegato, come puoi sentire nel podcast, che l’idea del libro parte da una considerazione: navighiamo in Rete per motivi utilitaristici e di svago. Queste sono cose fondamentali da spiegare agli insegnanti e ai genitori.

Bisogna spiegare anche che il Web va ben usato e la questione dell’informazione, e quindi il lato oscuro delle fake news, è cruciale: nel decalogo anti-bufale voluto per la scuola nel 2017 dall’ex Presidente della Camera Boldrini e dall’ex Ministro dell’Istruzione Fedeli vi era anche una voce sulle fonti. Una semplice indicazione che però, come fa notare Maria Cecilia, apre un mondo (per approfondimenti leggi anche i criteri e le domande guida per valutare l’affidabilità dell’informazione presente in una risorsa Web del professor Roberto Trinchero).

Il libro di Maria Cecilia dà una serie di strumenti pratici: tabelle di valutazione delle fonti e in generale materiali di aggiornamento e link (vedi ParoleOstili, Valigia Blu, Generazioni Connesse e schede di lavoro) per genitori e insegnanti.

Dopo tutta questa introduzione, ecco la puntata 12 del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” con Maria Cecilia Averame. Buon ascolto:

Ascolta il mio podcast "Genitorialità e tecnologia"

Mai mi sarei aspettato di scrivere un articolo come questo: un elenco di utili indicazioni sul mio lavoro, sul Web writing, pescate dalla biografia di uno scrittore horror che non risulta tra i miei preferiti. Eppure il libro di Stephen King “On writing”, una biografia camuffata da manuale di scrittura e viceversa, mi ha regalato alcuni spunti davvero interessanti.

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Nel libro ho trovato questa frase:

Giurate solennemente e all’istante che non utilizzerete mai “emolumento” al posto di “mancia” o “John si fermò a defecare” invece di “John si fermò a cagare”

Al limite, scrive King, se non vuoi essere volgare, usa il verbo “liberarsi”. L’indicazione è perfetta, tant’è che l’avevo ritrovata anche in un libro di Severgnini (“L’italiano. Lezioni semiserie”: illuminante, tra gli altri, l’indicazione di sterminare tutti i “che”) e in mille altri manuali di scrittura.

Se puoi usare una parola corta al posto di una lunga, non esitare. In generale, sottolinea King, la regola fondamentale del vocabolario consiste nell’usare la prima parola che ti viene in mente, se è adatta ed efficace.

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Sempre a proposito di scrittura efficace, King intima di eliminare la forma verbale passiva. Anche qui ritrovo un’indicazione sacrosanta. Secondo l’autore di IT forse gli scrittori timidi sono attratti da questi verbi proprio come gli amanti pavidi sono conquistati da partner indolenti. Perché correre rischi? Meglio non ficcarsi nei guai. Probabilmente Gli scrittori insicuri sono anche convinti che la forma passiva conferisca loro un’aurea di autorevolezza, magari addirittura di grandiosità. Forse non hanno torto, a patto di ritenere grandiosi pure i libretti di istruzioni e i documenti legali.
Non solo la forma passiva, ma anche l’avverbio non è tuo amico. Gli avverbi sono quelle parole che modificano verbi, aggettivi o altri avverbi e di solito terminano in “…mente”. Li usa l’autore che teme di non esprimersi chiaramente, di non comunicare adeguatamente: vedi come è pesante quest’ultima frase?

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Bisogna riflettere sul paragrafo, l’unità di testo formata da uno o più periodi. King propone un esperimento. Prendi un romanzo a casa, aprilo a metà. Studia la composizione della pagina, le caratteristiche tipografiche, i margini e concentrati sugli spazi bianchi. Vero che sei già in grado di stabilire, senza leggere, se il volume sarà facile o difficile? Se un libro ha paragrafi brevi, dialoghi corti e molti spazi vuoi è di facile fruizione. La stessa cosa dovrebbe accadere online, dove i paragrafi devono essere di quattro o cinque righe al massimo.

La struttura del testo è importante quanto il contenuto. Il lettore online, che spesso non si considera tale (ma un utente), non legge tutto il testo: lo scandaglia alla ricerca di quello che gli interessa. Guidalo con i titoli dei paragrafi e con le parole chiave in neretto.

Vuoi controllare la leggibilità del tuo testo? Usa questo strumento gratuito online.

Come vedi il paragrafo precedente ha leggibilità media: potrei fare di meglio! 🙂

Se i paragrafi devono essere brevi, le frasi devono essere leggibili. Anch’esse, quindi, brevi: non devono superare le 20 parole, come suggeriva il compianto Tullio De Mauro. Ancora De Mauro diceva che bisogna scrivere come si mangia. Gli fa eco King: il linguaggio non deve sempre presentarsi in giacca e cravatta. L’obiettivo non è la correttezza grammaticale, ma mettere a proprio agio il pubblico e raccontargli una storia, facendogli però dimenticare che la sta leggendo, quando possibile.

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A proposito di storytelling, si è sempre detto: “Show, don’t tell”: mostra, non raccontare. King spiega che non poteva scrivere che l’infermiera di Misery soffriva di disturbo bipolare e che avevi sbalzi d’umore. Se fosse toccato spiegare che quel giorno aveva un’aria felice, o fosse prossima al suicidio, avrebbe fatto cilecca. Invece ha mostrato una donna taciturna, con i capelli sporchi e che si strafogava di dolciumi: ha così lasciato al lettore la conclusione che la donna era in fase depressiva.

Si può fare una cosa del genere online, magari scrivendo un blog? Diamine, sì! Mi è capitato di leggere la storia in prima persona di un possessore di partita IVA che va dal benzinaio e scopre, con suo grande sconcerto, che le schede carburanti non funzionano più. Un ottimo espediente, quello dello storytelling, per raccontare qualcosa di noioso in modo accattivante.

Se vuoi seguire un mio corso di Web writing, scrivimi!

 

Questo articolo è stato pubblicato su Mamamò, a questo indirizzo.

In un recente articolo sul perché i ragazzi amano tanto i social, in cui sottolineavo il fatto che partecipare, confrontarsi con gli altri online e ricevere dei feedback positivi sia un loro bisogno, parlavo anche di selfie, come strumento per definire la propria identità e accrescere l’autostima. L’occasione per approfondire questo tema viene dalla lettura del libro Selfie. Narcisismo e identità di Giuseppe Riva.

Il libro di Riva, breve ma intenso, dà molti spunti. Ecco le quattro cose che un genitore deve sapere sui selfie.

Selfie: iniziamo dal nome

Selfie è il diminutivo di self-portrait, autoritratto, autoscatto tipicamente fatto con uno smartphone o una Webcam e condiviso sui social. Pare che il termine si sia diffuso a inizio secolo, come hashtag, sulla piattaforma di condivisione di foto Flickr. L’esplosione si è avuta nel 2010 quando si diffusero i primi smartphone con fotocamera anteriore. Fino a diventare, nel 2013, la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary. C’è anche una pagina dedicata sul sito dell’Accademia della Crusca, dove  si scopre che ormai è ufficiale l’uso al maschile e che esistono anche delle varianti: Delphie è il selfie mentre si guida, Welfie in palestra, Belfie del “lato b”.

La storia del termine o della tecnologia contano poco. Quello che conta è la data, 3 marzo 2014: durante la notte degli Oscar Ellen Degeneres scatta il selfie più condiviso della storia. Nello scatto si vedono diverse star come Meryl Streep, Jared Leto, Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie, Kevin Spacey e altri. Era una trovata pubblicitaria di Samsung ma in quel momento il selfie è diventato un comportamento socialmente desiderabile: se lo fanno anche i personaggi famosi… Seguiranno altri selfie VIP come quelli del papa o di Totti durante un derby.

Narcisismo, malattia dei nostri anni

Ivan Cotroneo ha scritto:

“Se negli ultimi 30 anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi sarà il narcisismo”.

Siamo tutti narcisisti?

Riva riprende il mito di Narciso per fare delle precisazioni. Nel mito il protagonista non cerca la propria immagine ma la subisce, invece il selfie è sempre un atto intenzionale, con il preciso scopo di condividere. Per Riva chi fa un selfie non è necessariamente un narcisista (ma certamente un narcisista si fa molti selfie).

Ma allora perché scattiamo i selfie? È una questione di definizione dell’identità. La nostra soggettività ha due facce: IO, come mi vedo da dentro (sé personale), e ME, come mi vedo e come mi vedono da fuori (sé sociale). Per chi sta ancora definendo la propria identità, come i preadolescenti, lo smartphone e i social permettono di entrare in contatto con il proprio ME. Definiscono la propria identità, anche nel confronto con gli altri. In questo contesto, i selfie stanno diventando uno degli strumenti più utilizzati dai ragazzi per definire ciò che sono e che vorrebbero diventare. Allo stesso tempo i social permettono di verificare la posizione degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere.

I tre paradossi dei selfie

Utili per definire la propria identità, i selfie però si portano appresso tre paradossi.

  • Primo paradosso: se i selfie sono un modo efficace per mostrarsi e raccontarsi agli altri, allo stesso tempo non sono in grado di rappresentarci in maniera completa. Anzi assumono vita propria, continuando a raccontarci nello stesso modo anche quando siamo cambiati (quella foto sbagliata alla festa ci può perseguitare).
  • Secondo paradosso: se attraverso i selfie possiamo modificare fugacemente la nostra identità sociale, è però vero che i nostri selfie possono anche essere utilizzati da altri per modificarla anche se non lo vogliamo (vedi l’uso ricattatorio del sexting).
  • Terzo paradosso: se attraverso i selfie possiamo scegliere quali caratteristiche sottolineare della nostra identità sociale all’interno delle diverse reti che frequentiamo, tutti i frammenti possono essere rimessi insieme per individuare la nostra vera identità (vedi i ragazzi che passano la prima selezione del personale per un buon CV o un preciso profilo LinkedIn ma poi vengono scartati per le foto che condividono su Facebook e Instagram).

I numeri dei selfie degli adolescenti

Veniamo infine ai numeri: Riva cita diverse ricerche sul tema selfie. In particolare mi ha colpito una ricerca dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti su 7000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Ci dà un’esatta dimensione del fenomeno selfie.

I ragazzi si scattano una media fra i 3 e gli 8 selfie al giorno, con punte di 100!

Il 31% degli adolescenti si fa i selfie per ricordo, l’11% per noia e l’8,5% per ridere. Il 15,5% condivide tutti i selfie sui social e WhatsApp, soprattutto le ragazze. Un adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette potenzialmente a repentaglio la propria vita, soprattutto i maschi (purtroppo esiste anche il fenomeno del killfie: il selfie letale).

Un’altra ricerca su 150 giovani, proprio di Riva per l’Università Cattolica e la fondazione IBSA, approfondisce il tema della relazione tra tratti della personalità e selfie. Ci sono i ragazzi estroversi e quelli coscienziosi. I primi usano i selfie per mostrarsi (fino ad arrivare all’oggettivazione del proprio corpo, usato come strumento per piacere), in particolare le donne sono molto sensibili ai commenti che i selfie scatenano sui social. Chi è coscienzioso usa i selfie in maniera più strategica per trasmettere una specifica immagine di sé, ed è meno interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano.

Ascolta la puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” sui selfie

Ascolta “1×10 I selfie: 4 cose che i genitori devono sapere” su Spreaker.