Il Comune di Sesto San Giovanni ha organizzato, per il giorno 16 aprile 2018 alle ore 21, presso la sala conferenze del Grand Hotel Barone de Sassj, una conferenza gratuita sui “Pericoli della rete”: cyberbullimo, privacy, sicurezza, dipendenza, rischi legali e altro ancora, per un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie. La risposta del pubblico è stata eccezionale: per una sala da 60 posti avevamo 100 iscritti.
L’evento è stato raccontato da diversi organi di informazione. Antonio Giovanditti di Sesto Daily News ha scritto:
Ieri sera presso il Grand Hotel Barone di Sassj si è tenuto l’incontro “I PERICOLI DELLA RETE“.
La sala conferenze alle 21 era piena in ogni ordine di posto per assistere al viaggio nel mondo della rete, tra opportunità e insidie, tra aneddoti divertenti e storie ai limiti dell’assurdo. Gianluigi Bonanomi (scrittore e giornalista, consulente social media ed esperto di internet) ha esposto in maniera chiara ed esaustiva (malgrado il tempo a disposizione fosse limitato alle due ore), utilizzando un linguaggio comprensibile (tralasciando tecnicismi alla moda e parole troppo english-oriented) e creando una bella interazione con i presenti.
Parlare dei pericoli della rete non è semplice perchè evidentemente (vista l’ampiezza della tematica e la sua continua evoluzione) necessiterebbe molto più tempo per essere affrontato in ogni sua singola sfumatura ma è stato molto interessante sentir parlare di nuovi mezzi di comunicazione, del modo in cui i ragazzi comunicano, dei cambiamenti legati al linguaggio.
Suggestivo e stimolante è stato l’uso di piccoli esercizi e piccoli “sondaggi” da parte di Gianluigi Bonanomi che ha testato i presenti riguardo il grado di conoscenza della rete. L’itinerario concettuale dell’incontro ha toccato molti punti cardine tra cui: i social visti come un bisogno (alla stregua del bisogno d’affetto o dell’autostima), il parental control, la dipendenza da internet, la FOMO (Fear of missing out : paura di essere tagliati fuori) che è un fenomeno che preoccupa i ragazzi), la pubblicazione (e la condivisione) di contenuti audio/video/foto sui social, bufale e fake news.
Le parole di Gianluigi Bonanomi hanno fatto riflettere quando ha virato il discorso sulla stretta attualità: Facebook e lo scandalo Cambridge Analitics, la triste realtà del cyberbullismo per approdare, a termine delle due ore di incontro, ai risvolti giuridici che devono essere conosciuti per poterli evitare.
A fine serata resta in testa una frase pronunciata dall’ottimo Gianluigi Bonanomi: “I ragazzi non devono percepirci come dei dinosauri che non sanno di cosa parlano”. Con questa frase si vuol riassumere il significato di una serata come quella di ieri dove è emersa l’importanza della conoscenza della rete da parte dei genitori che non devono alzare muri ideologici con i figli ma concordare con loro delle regole per l’utilizzo dei dispositivi in maniera avveduta e raggiungere una convivenza che possa sviluppare una mutua crescita.
Questo invece il resoconto di Stefano Nasrawi de Lo Specchio di Sesto San Giovanni:
Lunedì 16 aprile presso la sala conferenze dell’Hotel Barone di Sassj di Sesto San Giovanni, si è tenuto un incontro formativo in materia di tecnologia ed i pericoli che possono derivarne da un uso improprio. Grazie a Gianluigi Bonanomi, docente, formatore, giornalista e consulente aziendale in materia di nuove tecnologie ed utilizzo dei social media, sono stati affrontati e spiegati, ad un pubblico molto eterogeneo ma composto per lo più da genitori, bisognosi di comprendere il linguaggio e gli strumenti utilizzati dai propri figli, tematiche inerenti i pericoli che si possono celare dietro l’utilizzo di uno smartphone o di un qualsiasi dispositivo.
La tecnologia di per sé non andrebbe demonizzata, ma compresa e condivisa, in particolar modo con le fasce di età più deboli ma al tempo stesso più a loro agio con tutti gli strumenti oggi disponibili.
Gianluigi Bonanomi
Dopo una breve introduzione sui social media oggi esistenti ed i linguaggi più comuni e utilizzati tra gli adolescenti, il docente, si è soffermato e ha voluto far riflettere la platea, in particolare, sui contenuti che oggi circolano, vengono pubblicati e condivisi dai ragazzi. Facebook, ad esempio, con oltre 2 mld di utenti al mondo è uno strumento incredibile di comunicazione, ma al tempo stesso, rientra tra i bisogni sociali insiti nell’uomo. Avere una rete sociale fa parte della nostra persona, seppur, oggi, è cambiato totalmente il modo di intessere queste relazioni.
In tutta questa tecnologia, un adolescente si inserisce in modo prepotente e, se non seguito, il rischio che possano essere banalmente condivisi contenuti non appropriati è molto elevato. E’ bene quindi considerare che la tecnologia rappresenta uno status symbol e, aspetti come ad esempio la reputazione digitale o i dati (personali o sensibili) che noi condividiamo in rete, rischiano di essere molto dannosi per il nostro futuro.
In questo scenario, un genitore dovrebbe essere consapevole dei rischi (soprattutto penali) in cui potrebbe incorrere. Per queste ragioni il Dott. Bonanomi, ha suggerito di stilare regole condivise tra genitori e figli e si utilizzare strumenti di controllo delle attività dei propri figli sui dispositivi connessi alla rete. L’importanza di seguire un adolescente, carico delle sue insicurezze, in un mondo a volte illusorio, è quindi fondamentale e richiede molto impegno, ma permette di evitare situazioni di pericolo derivanti dall’uso della rete.
Queste invece le slide che ho usato durante l’intervento:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/Gianluigi_Bonanomi_Pericoli_Rete_Sesto_San_Giovanni2.jpg10801920Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-17 18:53:122025-12-12 17:51:21Serata sui pericoli della Rete a Sesto San Giovanni: articoli e slide
Qualche anno fa Nicholas Carr ha pubblicato un articolo (vedi foto) in cui si chiedeva se Google ci stesse rendendo stupidi seguito da un libro, sempre a firma di Carr. Il testo si intitola in modo provocatorio: “Internet ci rende stupidi?”. Era il 2011 e la tesi del libro spiazzò tutti:
“Nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti”.
In pratica l’uso di Internet e degli altri strumenti di comunicazione che teniamo in tasca sta modificando i neuroni del nostro cervello, sempre pronti ad adattarsi a nuove situazioni. La massa di informazioni in arrivo attraverso il Web, il telefono, le email sta cambiando non solo il modo con il quale ci informiamo, ma anche quello in cui pensiamo e reagiamo.
“Gli stimoli che riceviamo ormai senza interruzione provocano il rilascio di dopamina nel cervello, esattamente come fanno il cibo e il sesso: la dopamina crea dipendenza, e la sua assenza provoca una sensazione di vuoto e di noia. Sarà forse per questo che molte persone non riescono a tenere a bada quella voce inconscia che continua a ripetere di controllare le email o gli SMS, anche mentre si sta parlando con altri o si sta partecipando a una riunione. Quando ci svegliamo al mattino, le prime attenzioni vanno alle informazioni arrivate nella notte sul telefonino e solo una crisi di astinenza può spiegare le inutili telefonate che si fanno appena si scende da un aereo”.
Questo, a detta di Carr, ci porta a diventare pensatori superficiali, sempre più incapaci di concentrarci, di leggere un testo lungo o di connettere le informazioni che riceviamo. Per Spitzer, addirittura, si parla di “demenza digitale”.
Un paio di anni dopo, tuttavia, Howard Rheingold ha pubblicato “Perché la Rete ci rende intelligenti”, in risposta al testo di Carr. Sebbene anche Rheingold metta in luce tutte le problematiche legate alla nostra vita “always on”, sottolinea allo stesso tempo come con attenzione, partecipazione e condivisione possiamo rendere non solo migliore la nostra vita, ma anche quella degli altri. Ci vuole un uso corretto e accorto di questi strumenti: senza patente non si guida, bisogna imparare a usare in modo consapevole anche la Rete. Ci sono delle regole per essere “net smart”: la prima è quella dell’attenzione, che si può disciplinare e controllare. Esempi di usi virtuosi a livello celebrale sono anche i brain training.
Al solito, per dirla con Umberto Eco, ci saranno sempre gli apocalittici – chi pensa a Internet come a una sciagura, psicologicamente e socialmente – e gli integrati – chi pensa che la Rete sia la panacea di ogni male. Come sempre c’è una via di mezzo.
Questa domanda è una delle 100 del Prontuario per genitori di nativi digitali, che puoi acquistare su Amazon:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/Man-Stupid-Dumb-Face-Young.jpg7971200Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-15 11:32:382018-05-23 16:05:52Internet ci rende stupidi o migliora le nostre capacità celebrali?
Lo scorso 10 aprile 2018 ho partecipato a un convegno sul tecnostress in Bicocca con un intervento dal titolo “Soluzioni tecniche, cognitive e culturali per ridurre il tecnostress in azienda” (vedi qui sotto slide e commento).
Quali erano quelle soluzioni?
Le soluzioni per ridurre il tecnostress, e per andare verso un benessere digitale in azienda, sono di quattro tipi. Ipotizzando una matrice a quattro quadranti, da una parte dividiamo le soluzioni in individuali e collettive, dall’altra parte in tecniche e psicologiche o culturali. L’incrocio di queste voci dà origine, appunto, a quattro tipi di soluzioni. Nelle prossime righe riporterò un esempio per quadrante.
Soluzioni personali di tipo tecnico
Per combattere il tecnostress e focalizzarsi sul lavoro è possibile sfruttare la tecnica del pomodoro: ideata da Francesco Cirillo negli anni Ottanta, deve il suo nome a quel famoso timer a forma di pomodoro un tempo usato in cucina. Grazie al timer ci si concentra sul lavoro per 25 minuti, per poi fare cinque minuti di pausa. Ogni quattro cicli si fa una pausa più lunga, un quarto d’ora o mezz’ora. Esistono diverse app per questo metodo, ma basta il cronometro dello smartphone.
Allo stesso modo si possono usare filtri alle chiamate o la modalità aereo.
Soluzioni personali di tipo culturale
Fatevi un regalo: compratevi “Nudge. La spinta gentile” del premio Nobel dell’economia Thaler. Parla del nudging, il pungalamento: “rinforzi positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui”. Un esempio che si trova nel libro: invertendo le voci di menù di una mensa scolastica, i ragazzi mangiano più verdura.
Che cosa c’entra con il tecnostress? Provate a impostare il display del vostro telefono sulla scala di grigi. Vi passerà la voglia di usarlo, non più condizionati da stimoli visivi e dal design “diabolico” di sistema operativo e app.
Per approfondire il tema suggerisco di leggere l’articolo di State of Mind “Digital Detox: nudging e uso consapevole dello smartphone”.
Soluzioni collettive di tipo tecnico
Oltre alla tecnologia “imposta” dal datore di lavoro, ogni lavoratore porta in ufficio anche la propria. Il fenomeno è talmente rilevante da meritarsi un acronimo: BYOD (bring your own device). Mi capita spesso di visitare aziende dove ogni lavoratore usa strumenti personali, e app personali, per lavorare: WhatApp per inviare documenti, Gmail per ricevere preventivi e così via.
Una soluzione potrebbe essere quella di adottare piattaforme come Slack o Trello: strumenti unificati, dedicati ai gruppi di lavoro, per gestire posta, chat, flussi di lavoro, documenti condivisi e altro ancora. Strumenti indispensabili se vogliamo iniziare a parlare seriamente di smart working.
Soluzioni collettive di tipo culturale
Dal 2017 in Francia è scattato il “diritto di disconnessione”: una norma che obbliga le aziende con più di 50 dipendenti a negoziare con i lavoratori il diritto a non rispondere a mail e telefonate al di fuori degli orari di lavoro (vedi articolo su La Stampa).
Quando faccio consulenza nelle aziende per la comunicazione digitale, faccio fare due policy: una esterna, per regolare le interazioni dei clienti sui canali social dell’azienda, e una interna, per regolamentare l’uso degli strumenti di comunicazione digitale da parte dei dipendenti. Si potrebbe integrare la policy interna con una serie di norme che regolino l’uso degli strumenti digitali: non solo le mail, ma anche le chat, le conference call, i Web meeting e altro ancora.
Se vuoi organizzare un convegno sul tema o un corso sul benessere digitale e la gestione del tecnostress nella tua azienda, contattami:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/tecnostress_azienda.jpg166304Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-12 11:32:432025-12-12 17:51:21Tecnostress in azienda: quali soluzioni?
Lo scorso martedì 10 aprile, presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca di Milano, ho partecipato a un convegno dal titolo: “DIGITAL DETOX IN AZIENDA.QUALI SOLUZIONI PER UNA DIGITALIZZAZIONE SOSTENIBILE?”, organizzato dal Gruppo MaUnimib, nell’ambito dei Master in Management per lo sviluppo del Capitale Umano (MACU), il Master in Management e Digital Innovation (MADIM) e del Corso di Laurea Magistrale in Management e Design dei Servizi (MAGES).
Si partiva dal presupposto che il processo di digitalizzazione nelle organizzazioni rischia di portare con sé alcuni effetti collaterali, come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro, che possono tradursi in minor produttività aziendale e insoddisfazione dei lavoratori.
Nel corso del Seminario – che ha visto anche la partecipazione di Marco Gui (Ricercatore, Università degli Studi di Milano Bicocca), Marco Fasoli (Assegnista di Ricerca, Università degli Studi di Milano Bicocca) e Samanta Gubellini (Manager Area People&Change, SCS Consulting), ho tenuto un intervento dal titolo “Soluzioni tecniche, cognitive e culturali per ridurre il tecnostress in azienda“.
In questo video potete rivedere il mio intervento, con le mie slide:
Per informazioni sul tema del benessere digitale in azienda e per organizzare un convegno o corso sul tema, scrivimi.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/digital-detox-azienda.jpg464604Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-11 08:03:562025-12-12 17:51:21Digital Detox, tecnostress e benessere digitale in azienda: le soluzioni (convegno in Bicocca del 10/4/18)
Per molte persone, diversi genitori compresi, i social network sono solo una perdita di tempo, roba da “fannulloni”. Non si capacitano di come qualcuno possa passare tutto quel tempo a ficcare il naso nelle vite altrui.
Peccato che questi “presunti fannulloni” siano parecchi.
Basta un giretto su Internet Live Stats per scoprire che, nel momento in cui scriviamo, ci sono quasi due miliardi di iscritti a Facebook nel mondo, oltre trenta milioni solo in Italia. I social network sono un bisogno, anzi rispondono a più bisogni. Pensate alla piramide dei bisogni di Maslow:
Lo psicologo statunitense ideò nel lontano 1954 una gerarchia dei bisogni umani.
Alla base della piramide ci sono le esigenze fisiologiche, i bisogni primari come mangiare e dormire, subito dopo troviamo altri bisogni legali alla socialità e all’autorealizzazione. Questi ultimi sono soddisfatti, al giorno d’oggi, dai social.
“I social network possono aiutare i propri utenti a soddisfare le seguenti categorie di bisogni. Bisogni di sicurezza: nel social network le persone con cui comunico sono solo amici e non estranei. Posso scegliere chi è un amico, controllare che cosa racconta di sé e commentarlo. Bisogni associativi: con questi amici posso comunicare e scambiare opinioni, risorse applicazioni. Se voglio, posso perfino cercarci l’anima gemella. Bisogno di stima: io posso scegliere gli amici ma anche gli altri possono farlo. Per questo, se tanti mi hanno scelto come amico allora valgo. Bisogno di autorealizzazione: posso raccontare me stesso (dove sono e cosa faccio) come voglio e posso usare le mie competenze anche per aiutare qualcuno dei miei amici che mi ascolta”.
I social sono stati definiti anche come un “lubrificante sociale”, espressione un tempo usata per l’alcol.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/piramide_bisogni_maslow.jpg250399Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-06 16:21:082018-05-20 17:52:54Perché i ragazzi amano così tanto i social network?
“Internet addiction, quali sono le malattie connesse alla dipendenza da internet”: questo mio articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale, progetto del network Digital360 che aiuta imprese e pubbliche amministrazioni nella comprensione e nell’attuazione della trasformazione digitale e open innovation.
Internet addiction, quali sono le malattie connesse alla dipendenza da internet
Technostress, Nomo fobia, Nomo: che dice la letteratura scientifica in merito alle patologie o sindromi associabili alla internet addiction
di Gianluigi Bonanomi
a tempo si parla di dipendenza dalla Rete: Internet addiction (la sigla è IAD). Spesso però vi è da parte dei genitori una tendenza a drammatizzare, confondendo l’uso eccessivo, comunque problematico, con una vera patologia: malattia che riguarda una piccola minoranza degli utenti della Rete (tra l’1% e il 9%).
Le quattro caratteristiche dell’internet addiction
La dipendenza dalla Rete, a detta dello psicologo Jerald J. Block, è una patologia che si presenta con quattro caratteristiche ben precise.
Uso eccessivo associato alla perdita della cognizione del tempo e che finisce per far trascurare i bisogni fondamentali come l’alimentazione e il sonno.
Chiusura verso l’esterno, con sentimenti di rabbia, tensione e/o depressione quando il computer non è accessibile.
Persistenza, con richieste di nuove dotazioni tecnologiche, migliori software, più tempo per stare al computer.
Ripercussioni negative, come frequenti litigi con i familiari, facilità nel mentire, ridotta produttività professionale o scolastica, isolamento sociale, stanchezza.
La fascia di popolazione più a rischio è quella degli adolescenti. Raro che si arrivi a sintomi depressivi, però. Spesso si parla solo di “information overload” (qualcuno parla di “infobesità”) o, più prosaicamente, di “technostress”.
I dati sull’uso della rete da parte dei ragazzi
Ma quanto usano la Rete i nostri ragazzi? Possiamo rispondere a questa domanda con dei dati concreti. La ricerca “Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde”, condotta dal professore Marco Gui con alcuni colleghi nel 2013, ha fatto emergere un dato interessante: la permanenza online media giornaliera dei ragazzi di seconda superiore è di circa tre ore. Ma è inversamente proporzionale all’impegno richiesto dalla scuola: mentre i ragazzi dei licei navigano per circa 2 ore e 48 minuti in media, quelli degli istituti tecnici lo fanno per 3 ore e 5 minuti, quelli degli istituti professionali 3 ore e 10 minuti, quelli dei Centri di formazione professionale infine superano tutti gli altri con circa 3 ore e 15 minuti al giorno. Altro dato interessante: chi ha genitori stranieri immigrati in Italia naviga di più di chi ha entrambi i genitori italiani.
All’inizio della diffusione di Internet in Italia i risultati erano opposti: i ragazzi dei contesti sociali più avvantaggiati erano i maggiori utilizzatori delle nuove tecnologie. Evidentemente, fa notare Gui, la quantità di consumo di Internet non può più essere considerata un indicatore di inclusione sociale come si faceva all’inizio.
Le sindromi della dipendenza: Nomo e Fomo
Esistono altre malattie o patologie legate a Internet? Rispetto allo studio di Block citato prima, datato 2008, ci sono state due grossi cambiamenti: l’esplosione di connessioni in mobilità, grazie agli smartphone, e il boom dei social network. Esistono due sindromi connesse a questi fenomeni. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: sta per “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile) e la seconda è nota come FOMO(acronimo che sta per “fear of mission out”, la paura di perdersi qualcosa, di essere tagliato fuori).
La No.Mo.Fobia è quindi traducibile come “timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare”: colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni, con bassa autostima e problemi relazionali. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network: “L’abuso dei social network può portare all’isolamento – spiega Ezio Benelli, presidente del congresso e dell’International foundation Erich Fromm – l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può provocare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stesse e a alimentare la paura del rifiuto”.
Uno studio dell’ente di ricerca britannico Yougov mostra che oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (53%) tende a manifestare stati d’ansia quando rimane a corto di batteria, di credito o senza copertura di Rete. In generale l’abuso dello smartphone è un fenomeno diffusissimo: uno studio curato dal centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers’s rivela che, in media, si controlla il proprio telefono almeno 150 volte al giorno.
Collegata alla No.Mo.Fobia c’è anche la FOMO. Tra parentesi l’acronimo è entrato nell’Oxford Dictionary nel 2013. Secondo Annamaria Testa, “fa perdere il senso di sé. Ed è strettamente connesso con un accesso compulsivo ai social media: si va su Facebook appena svegli. Durante i pasti. E un’ultima volta appena prima di addormentarsi. L’unico modo per alleviare lo sconforto generato dal confronto sociale è presentare una versione della propria vita accuratamente editata. Ma c’è un risultato secondario: qualcun altro starà male sentendosi inferiore”.
Che cosa sappiamo della FOMO? Andrew Przybylski dell’università di Oxford, il primo a dare una definizione puntuale del fenomeno, evidenzia che i livelli di FOMO sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile. Bassi livelli di considerazione della propria vita coincidono con alti livelli di FOMO. La FOMO è sempre esistita, ma ora è aggravata da un rapporto ambiguo con i social media, che possono portare a vere crisi di astinenza.
Questa sindrome, che deriva quindi da bassa autostima, va combattuta ricreando un rapporto sano ed equilibrato con la tecnologia mobile, e con sé stessi. Circa la metà degli adolescenti ha la sensazione che i loro pari abbiano esperienze più gratificanti. Evidentemente non è così.
RIFERIMENTI
Jerald J. Block, “Issues for DSM-V: Internet addiction”, in American Journal of Psychiatry n. 165
“Allarme ‘nomofobia’, dipendenza da smartphone è malattia”, da www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2017/04/19/saluteallarme-nomofobiadipendenza-da-smartphone-e-malattia_65317299-8658-4fed-84ee-a925029e98e3.html
“Guardiamo il nostro smartphone 150 volte al giorno. Ogni sei minuti della nostra veglia”, da www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/13_maggio_30/occhi-smartphone-150-volte_e79633aa-c937-11e2-b696-db4a64575c16.shtml
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/03/internet_addiction_agenda_digitale.png5801009Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-03-21 08:44:522018-03-21 08:44:52Internet addiction, quali sono le malattie connesse alla dipendenza da Internet
Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:
FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”
Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.
Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.
Ma non è forse il segreto di Pulcinella?
“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.
Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?
“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.
L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg
Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?
“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.
Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?
“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.
Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/03/datagate_facebook_il24_intervista_Gianluigi_Bonanomi.jpg420620Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-03-20 16:54:572018-03-20 16:54:57Caso datagate, Facebook vende le nostre informazioni? La mia intervista a il24.it
Dopo aver raccontato, in questo articolo, perché il networking è un’attività indispensabile per chiunque – non solo per la ricerca (contingente o in prospettiva) di un lavoro – è il momento di concentrarsi sugli strumenti utili per essere efficaci quando si cura e si costruisce una rete professionale.
Il primo strumento NON è il curriculum o la lettera di accompagnamento! Sarebbe un autogol. In una riunione di networking lo strumento fondamentale è il biglietto da visita. Vecchio e superato nell’era di LinkedIn? Assolutamente no. È un link fisico che si crea durante l’incontro. Piuttosto occorre poi catalogarli: c’è chi usa dei contenitori diversi. Personalmente preferisco digitalizzarli: per esempio con un’app come CamCard.
Il secondo strumento – anche in questo caso qualcuno potrebbe vederlo come arcaico – è Excel. Organizzare i propri contatti in un database, per quanto grezzo, permette di aggiungere delle note, fare delle classificazioni, tenere tutto in ordine. Sul sito di Office puoi scaricare diversi modelli di file per gestire i contatti.
Excel è troppo vecchio? I più evoluti possono usare uno strumento come Rapportive, che da quando è stato acquisito da LinkedIn si presenta come Sales Navigator for Gmail: in pratica permette di estendere le funzionalità di Gmail per integrarvi, in corrispondenza di ogni contatto, le informazioni prese da LinkedIn.
Se vuoi invece usare un vero e proprio CRM (sistema per la gestione dei contatti, da customer relationship management), esistono diverse soluzioni, quasi tutte a pagamento. Segnalo però una risorsa gratuita (open source): Suite CRM. Non è in cloud, va scaricato e installato, occorre registrare un account gratuito.
A proposito di Gmail, uno strumento per me fondamentale è Google Calendar. Un planner per gli appuntamenti in cloud, che consente di integrarsi con la tua agenda su smartphone (con remainder e alert), è indispensabile per districarsi tra appuntamenti di lavoro, impegni personali e incontri di networking. In ogni caso rottama la tua agenda cartacea!
Finora abbiamo visto soluzioni per gestire i contatti, per fare networking serve molto altro. Prima di costruire la propria rete, occorre lavorare su sé stessi. Sul proprio personal branding. Ti consiglio quindi di scaricare il modello Personal branding canvas: uno strumento che permette di ragionare sulla tua identità, sulle competenze, sulla professione e sugli elementi differenzianti. Nonché sul modo più efficace per proporsi sul mercato.
A proposito di ripensamento della tua carriera, ti consiglio anche di dare un’occhiata alla strategia oceano blu (dall’omonimo libro): uno schema che permette di creare nuovi mercati o riposizionarsi, con un’opera in quattro fasi per eliminare e ridurre fattori della tua carriera, oppure per potenziarne o crearne di nuovi. Nel mio caso, quando ho smesso di fare il giornalista professionista per dedicarmi alla formazione, la strategia oceano blu mi è servita per sforbiciare o ridimensionare alcune attività non in focus (scrittura, consulenza) e per puntare forte sulla formazione, anche con proposte originali (corsi di navigazione familiare, workshop con esercizi scritti per l’uso strategico di LinkedIn).
Un altro strumento molto utile è la matrice SWOT. Questo strumento, solitamente utile per le aziende, serve per individuare i tuoi punti di forza e di debolezza, nonché le opportunità e minacce del contesto. In particolare, riguardo al networking, tante persone hanno un bel network, ma interno all’azienda per la quale lavorano. Appena però sono fuori dall’azienda, quanto vale quel network?
Quando analizzi il network per la SWOT, tieni ben presente il principio di Pareto, quello dell’80/20. Per la rete, potrebbe funzionare così: il 20% dei tuoi contatti produce l’80% dei risultati (dato da tener presente quando devi decidere come usare il tempo dedicato al networking). Ciononostante bisogna coltivare tutti i contatti, forti o deboli che siano, partendo dal principio cardine: donare prima di ricevere (nella BNI si parla di “givers gain”).
Un altro strumento fondamentale è l’executive summary. Solitamente con quest’espressione si indica un riassunto di un documento più lungo, per esempio un business plan o un piano di digital marketing, per chi ha poco tempo ma vuole farsi un’idea di un progetto. Tradotto in termini di network, è solitamente un testo, della lunghezza massima di venti righe (vedi per esempio il Riepilogo di LinkedIn), che spieghi a un lettore o interlocutore, chi sei, che cosa fai, in che mercato/settore operi, quali sono le tue competenze e, in versioni più articolate, anche un case study, che cosa vorresti fare e perché. Attenzione: non è la sintesi del CV!
Oltre all’executive summary, serve un “elevator pitch”. Con quest’espressione, nata nella Silicon Valley, si indica un brevissimo discorso – anche di trenta secondi o due minuti al massimo – che permette, nel breve arco di tempo trascorso in ascensore con qualcuno, di raccontargli la tua attività. Nato per trovare finanziatori, può essere usato anche a livello di personal branding per presentarsi in modo efficace. Occorre fare diverse prove, magari con gli amici.
Faccio continuamente corsi sui social network, ma ogni volta metto in guardia: i social non possono essere al centro di una strategia di comunicazione (vedi sotto il mio video sul modello “Hub & Spoke”). Al centro c’è il sito Web: se non altro perché il sito è mio e LinkedIn no (è di Microsoft). In ogni caso, se le condizioni e la professione lo consentono, un bel Website è un ottimo biglietto da visita per chi ti cercherà online.
In alternativa, se non si vuole un sito, si può usare uno strumento come About.me, una specie di landing page personale dove ci si presenta e si collezionano tutti i contatti social e non.
Ultimo, non certo per importanza, ho lasciato LinkedIn. Questo è il social del networking professionale per eccellenza. Nei miei corsi sull’uso strategico di questo strumento, racconto che LinkedIn è sia un ottimo social network (è l’incarnazione della teoria dei sei gradi di separazione nel mondo business) ma soprattutto un social media: strumento per pubblicare contenuti e per fare personal branding, nonché social selling. I contenuti devono essere al centro di una strategia di networking, perché consentono di rendersi autorevoli ma soprattutto di attirare nuovi contatti.
Stai cercando un lavoro? Se sì, questo articolo fa te. Se no, hai un problema. In tutti i corsi sulla ricerca del lavoro online che faccio, esordisco con questo monito: sei qui per trovarvi un lavoro e, appena l’avrai trovato, dovrai cercartene un altro. Bisogna sempre essere sul pezzo: non è possibile rimanere anni in un’azienda, immobile, senza conoscere le evoluzioni del mercato del lavoro, per poi stupirti se, nel momento del bisogno, sarai completamente spiazzato e inerme.
La prima cosa che dovresti fare è costruire una rete di relazioni professionali. Se è vero che due lavori su tre, in Italia, si trovano per conoscenza, va da sé che più è grande e forte questa rete, il tuo network, e meglio è.
In un bel libro pubblicato da Hoepli e firmato da Marco Vigini (Networking e lavoro), sono elencate le ragioni per cui chi cerca lavoro dovrebbe puntare sul networking. La principale è la seguente: quando nasce il bisogno di un nuovo collaboratore in azienda, si effettua un primo giro informale nel proprio network di conoscenze; solo in un secondo momento l’informazione si propaga fuori dell’azienda e ci si muove sul mercato del lavoro. Le migliori segnalazioni possono provenire dai dipendenti stessi dell’azienda, tant’è che in alcune multinazionali una segnalazione, se va a buon fine, può far guadagnare un bonus al dipendente segnalatore. Contare su un buon network vuol dire avere un vantaggio competitivo.
Falsi miti sul networking
Il networking, in realtà, non è indispensabile solo per chi cerca un lavoro. Questo è un falso mito, così come una stupidaggine è pensare che il networking sia per chi non ha altro da fare che scolarsi Prosecchi agli aperitivi, per chi brama raccomandazioni e che sia un’attività per chi ama fare il brillante in compagnia o voglia manipolare gli altri.
A chi altro serve il networking?
Il networking serve, in realtà, a tutti: per esempio al professionista che cerca persone qualificate per i propri progetti. A chi è a caccia di informazioni, vuole sapere che cosa succede nelle altre aziende, non necessariamente i competitor. È utile anche, direi soprattutto, per i liberi professionisti che cercano opportunità di lavoro e per gli imprenditori che cercano partner o investitori.
Gli strumenti del networking
In un articolo di approfondimento, ho elencato i dieci strumenti indispensabili per chi vuole fare networking a un alti livello. Si parla di strumenti per l’analisi della propria carriera, ma soprattutto tool per la gestione del proprio network. Per scoprirli, fai clic qui.
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Il 17 marzo 2018 il Giorno, storico quotidiano milanese e lombardo, ha dedicato al Prontuario per genitori di nativi digitali, e a un’intervista a noi autori, un’intera pagina. Eccola:
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