Sharenting: quando sono i genitori a mettere a rischio la privacy dei figli

Forse non avete mai sentito la parola “sharenting”, che al pari di sexting è la crasi di due parole inglesi di senso comune: share, condividere, e parenting, genitorialità. In pratica, come da definizione del Collins, si tratta dell’abitudine di condividere online foto e notizie dei figli da parte dei genitori.
Questo fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: “Secondo uno studio dell’associazione inglese Parent Zone, pubblicato nel 2015, ogni anno un bambino appare in media in 195 istantanee pubblicate sul Web dal genitore; al compimento dei 5 anni il bimbo sarà stato protagonista di circa 1.000 scatti. Un altro studio pubblicato nel 2010 da AVG indicava che circa il 92% dei bambini americani di due anni è presente online. Alcuni appaiono nel Web prima ancora di nascere, vista la moda di postare le immagini ecografiche, mese dopo mese, come scatti d’autore” (Sole24Ore).
Altri dati sulla diffusione del fenomeno: un’indagine condotta nel 2013 dal sito di photo-sharing Posterista su 2.367 persone rivelò come i due terzi dei nuovi nati finiscono sui social nel giro di un’ora dalla nascita (la media è 57,9 minuti). Nel 77% dei casi finiscono su Facebook, il resto su Instagram e Flickr. Nel 62% dei casi sono i genitori stessi a postarne la foto, nel 22% altri membri della famiglia, nel 16% dei casi gli amici.

Perché condividiamo le foto dei nostri piccoli?

Sul sito Adolescenza.it si cita una ricerca (Schoppe-Sullivan et al., 2016) che ha coinvolto un gruppo di 127 donne. I risultati rivelano la tendenza delle neomamme a postare con regolarità foto e video dei propri figli sui social. Quali le vere motivazioni? “L’uso di Facebook e la condivisione di post con foto o video dei propri bambini si sono dimostrati più frequenti nelle donne che avvertivano maggiormente la pressione sociale e l’esigenza di dover mostrare un’immagine positiva di sé come mamme. Alla base di tale comportamento sembrano esserci insicurezza e perfezionismo che si manifestano nella ricerca di approvazione attraverso i ‘mi piace’ e i commenti positivi degli altri: maggiore è il numero di like e approvazioni online, più ci si sente sicure di sé come madri”. In pratica lo stesso motivo che spinge tutti a sovraesporsi, per esempio con i selfie: la ricerca di una dose di autostima.
C’è chi, come il blog Cosadamamme.it, difende il diritto di pubblicare le foto dei piccoli online, adducendo queste motivazioni: condivisione degli scatti con amici e parenti lontani, non importa se rubano le foto dei figli, i pedofili esistono anche offline, le immagini dei bambini sono sempre circolate liberamente (per esempio nei film), prendiamo continuamente decisioni in vece dei nostri figli e così via.

Il pericolo pedopornografia

Il Garante della privacy Antonello Soro, durante la relazione annuale al Parlamento del 2016, fece rilevare che i numeri di ricerche su Internet riguardo la pedopornografia era in netta crescita. Solo in quell’anno sono state quasi due milioni le immagini censite: il doppio rispetto all’anno precedente. Secondo il Garante la fonte involontaria di questo “mercato nero” sono i genitori che pubblicano foto dei loro bambini. Evidenza rivelata anche dalla ricerca dell’Australia’s Children’s eSafety: metà delle fotografie trovate negli archivi dei pedofili sono quelle che le mamme e i papà condividono sui social network.

Altri due (grossi) rischi

Non solo il rischio pedopornografia, tra le conseguenze possibili del sharenting. Come riporta l’Huffington Post, Stacey Steinberg, docente di legge al Levin College of Law (Florida) e direttrice del Centro per i bambini e la famiglia, spiega quali possono essere gli altri rischi: mettere il nome del figlio con associata la data di nascita li espone al rischio di furto di identità e pubblicare i loro spostamenti a quello relativo alla sicurezza. Secondo Steinberg, per concludere, non bisogna condividere su Internet nulla che non mostreremmo in pubblico.

La catena di Sant’Antonio

Nel 2016 una catena di Sant’Antonio travolse Facebook, facendo leva sull’orgoglio materno: «Sfida delle mamme. Sono stata nominata da XXX per postare tre foto che mi rendano felice di essere mamma. Scelgo alcune donne che ritengo siano grandi madri. Se sei una madre che ho scelto, copia questo testo, inserisci le tue foto e scegli le grandi madri». Si chiamava “Mum Challenge” e chiedeva alle donne di dimostrare, con tre scatti, la bellezza e la gioia di essere genitore, dopo essere taggate da un’amica o una conoscente.
In Italia la catena divenne virale, tanto da mettere in allarme la polizia postale che, sul suo profilo Facebook «Una vita da social», consigliò di fare attenzione: «Mamme. Tornate in voi. Se i vostri figli sono la cosa più cara al mondo, non divulgate le loro foto in Internet. O quantomeno, abbiate un minimo di rispetto per il loro diritto di scegliere, quando saranno maggiorenni, quale parte della propria vita privata condividere». La polizia ricordò inoltre che nel 2015 hanno ricevuto 485 denunce e hanno effettuato 67 arresti per reati legati alla pedopornografia. Nello stesso anno 13.283 siti internet sono stati monitorati e quasi duemila sono stati inseriti nella black list.

Implicazioni legali

Come riporta il sito ZeusNews, secondo The Local in Austria e Deutsche Welle una ragazza austriaca di 18 anni ha avviato una causa legale contro i propri genitori perché pubblicano su Facebook le sue foto intime e imbarazzanti di quando era bambina e rifiutano di rimuoverle. Si tratta di oltre 500 foto, condivise con i 700 amici dei genitori a partire dal 2009, quando la ragazza aveva undici anni: “Non conoscono né limiti né pudore. A loro non importava se ero seduta sul gabinetto o nuda nel lettino: ogni momento veniva fotografato e reso pubblico”, dice la ragazza, che ha fatto ricorso alla legge perché è “stanca di non essere presa sul serio dai propri genitori, che hanno ignorato sia le sue richieste verbali sia quelle fatte tramite il social network. Secondo quanto riportato da The Local, le foto includono cambi di pannolino e sedute sul vasino.
Torniamo in Italia. Vale la pena citare un caso trattato dal Tribunale civile di Foggia: un padre separato aveva chiesto l’affido esclusivo della figlia minorenne perché riteneva la madre impossibilitata a occuparsi della piccola a causa della sua eccessiva dipendenza dai social network. In particolare il padre era contrario alla pubblicazioni delle foto di sua figlia sui social (soprattutto su Facebook) e ne chiedeva l’immediata rimozione. Il Tribunale di Foggia ha accolto la sua richiesta in relazione alla cancellazione delle foto della figlia minorenne dalle pagine Facebook dell’ex moglie, così argomentando in sentenza: “Attualmente non esiste una regolamentazione specifica sulla pubblicazione dei dati personali riferiti ai minori, né un divieto per i genitori per la suddetta pubblicazione che pertanto va ritenuta lecita. Ma ciò non vuol dire che il genitore può fare un uso smodato e indiscriminato delle immagini che ritraggono i loro figli. Il consenso alle esposizioni delle loro immagini deve essere espresso da entrambi i genitori esercenti la responsabilità fino al compimento del sedicesimo compleanno del minore medesimo. Ed è necessario l’accordo dei genitori per la pubblicazione online delle foto dei figli perché trattasi di una decisione che non ha carattere ordinario, ma straordinario” (Stato Quotidiano). Quindi il genitore che unilateralmente decide di pubblicare le foto del figlio (o della figlia) online, senza preventivamente acquisire il consenso dell’altro genitore, viola perciò le norme sull’esercizio della responsabilità genitoriale (vedi, oltre, la sentenza del tribunale di Mantova al riguardo). A maggior ragione se i genitori sono separati.
Vale la pena ricordare che, minori o meno, il nostro ordinamento vieta ogni pubblicazione di immagini o video altrui, in mancanza di preventivo consenso della persona ritratta.

Perché le foto delle mie due figlie non solo online?

Per concludere cito quello che racconto a ogni incontro sull’uso consapevole della tecnologia che faccio per i genitori di mezza Italia (vedi per esempio il corso sulla navigazione familiare). Le foto delle mie due bambine non si trovano online. Al di là delle questioni legali, i motivi sono sostanzialmente due. Primo: una volta che le foto sono pubblicate (ma anche inviate in privato su WhatsApp, sono perse; non ho più alcuna possibilità di controllarne la diffusione. Nell’era digitale i contenuti pubblicati hanno sostanzialmente quattro caratteristiche: i file che inviamo online rimangono potenzialmente per sempre (persistenti), sono copiabili senza limitazioni (replicabili), possono raggiungere un pubblico ampissimo (scalabili) e sono sempre trovabili grazie a parole chiave associate a foto e video (ricercabili).
Secondo: le mie bimbe sono persone, un domani avranno diritto a gestire la propria presenza online come meglio credono, senza essere associate alle foto che ho diffuso io. I nostri figli ci chiedono coerenza; come posso dire alle mie figlie di non sovraesposti e postare continuamente selfie se fino al giorno prima ho pubblicato io le sue immagini?

Se sei interessato a organizzare una serata o un workshop sull’uso consapevole della Rete per genitori e figli, scrivimi:

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