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Ogni mattina, in migliaia di caselle di posta, arriva la stessa email: tre risultati di Google Alerts, due dei quali duplicati e uno completamente fuori tema. Nel frattempo un agente AI potrebbe aver già letto centinaia di fonti, scartato il rumore e preparato una sintesi leggibile in trenta secondi. È la domanda che mi sento fare sempre più spesso da chi si occupa di comunicazione, SEO o brand reputation: ha ancora senso usare Google Alerts quando esistono motori di ricerca basati sull’intelligenza artificiale e veri agenti autonomi capaci di monitorare il web al posto nostro?

La risposta breve è: dipende da cosa dobbiamo monitorare, da quanto in fretta ci serve saperlo e da quanto siamo disposti a delegare. La risposta lunga richiede di capire come funziona oggi Google Alerts, dove si ferma, e che cosa cambia davvero con i motori AI e con gli agenti.

Che cos’è rimasto di Google Alerts nel 2026

Google Alerts nasce come strumento semplice: si imposta una query, si sceglie la frequenza (in tempo reale, una volta al giorno, una volta alla settimana) e si ricevono email quando compaiono nuovi risultati pertinenti su Ricerca Google. Il funzionamento, spiegato nella guida ufficiale di Google, non è cambiato di molto rispetto a quando lo strumento fu lanciato: resta gratuito, immediato da configurare, ma anche piuttosto rigido.

Negli anni Google ha investito pochissimo su questo prodotto. Non si integra con AI Overviews o con AI Mode, non distingue una menzione positiva da una negativa, non raggruppa le notizie per argomento, non impara dalle correzioni. È rimasto, di fatto, fermo a un’epoca precedente ai motori di ricerca conversazionali.

I limiti reali di Google Alerts oggi

  • Copertura parziale delle fonti. Fatica a coprire bene social network, forum verticali, gruppi Telegram o Facebook, marketplace: proprio i luoghi dove nascono molte crisi reputazionali.
  • Ritardo variabile. Anche in modalità “in tempo reale” possono passare ore o giorni prima che un contenuto già indicizzato generi una notifica.
  • Duplicati e rumore. La stessa notizia ripresa da decine di aggregatori riempie la casella di posta di link quasi identici.
  • Nessuna sintesi né priorità. Lo strumento non dice se una menzione è rilevante, virale o pericolosa: il lavoro di lettura e selezione resta interamente umano.
  • Nessuna azione. Si limita a notificare: non propone una risposta, non avvisa un collega, non aggiorna un foglio di lavoro, non apre un ticket.

Un esempio concreto: un’agenzia che monitora le menzioni di un brand riceve anche quaranta email al giorno, di cui solo tre davvero rilevanti, e nonostante questo si accorge in ritardo di una discussione nata su Reddit, perché quel tipo di fonte non viene intercettato con la stessa rapidità di una testata giornalistica.

Che cosa cambia con i motori di ricerca basati sull’AI

Con AI Overviews e AI Mode, Google non si limita più a restituire dieci link blu: costruisce una sintesi che cita le fonti. Strumenti come Perplexity vanno nella stessa direzione, ma capovolgono l’approccio di Alerts: invece di aspettare una notifica, si fa una domanda diretta e si ottiene una risposta aggiornata con le fonti citate. Nel mio articolo su come ho usato Perplexity per una ricerca mirata il principio è lo stesso applicato a un altro obiettivo: interrogare, non aspettare.

Questo cambiamento non riguarda solo come cerchiamo le informazioni, ma anche come veniamo trovati. Se le risposte AI sintetizzano il web al posto dell’utente, capire come il proprio brand o i propri contenuti vengono citati in quelle risposte diventa una nuova forma di monitoraggio, quella che nel mio approfondimento su SEO, GEO e AEO descrivo come necessità di ottimizzare non solo per l’algoritmo di ranking, ma per il modo in cui un modello linguistico riassume e cita le fonti.

Che cosa cambia davvero con gli agenti AI

I motori di ricerca AI rispondono a una domanda quando la facciamo. Un agente va oltre: lavora su un programma, consulta più fonti in autonomia, incrocia i dati, scarta il rumore, scrive una sintesi e, se lo abilitiamo, compie un’azione, come inviare un’email o aggiornare una tabella. È qui che la faccenda si fa interessante, e anche più delicata.

Più un agente passa dal “dire” al “fare”, più serve decidere quanto controllo umano mantenere. Nel mio articolo su human-in-the-loop e human-on-the-loop entro nel dettaglio di questa distinzione: per una sintesi giornaliera delle menzioni può bastare un supervisore che controlla a campione (on-the-loop), ma se l’agente deve rispondere pubblicamente a una recensione negativa, quel passaggio dovrebbe restare sotto approvazione umana (in-the-loop).

Quattro esempi pratici di monitoraggio con agenti AI

  • Rassegna stampa quotidiana automatica. L’agente legge decine di fonti ogni mattina, produce una sintesi con priorità e sentiment, e segnala alla persona solo le anomalie reali, invece di scaricare tutto il lavoro di lettura sull’utente.
  • Monitoraggio prezzi e attività dei concorrenti. L’agente controlla ogni giorno pagine e listini, e avvisa solo quando c’è una variazione significativa, non a ogni minima modifica del codice HTML.
  • Social listening esteso. L’agente copre Reddit, forum di settore, gruppi pubblici e community verticali che Google Alerts intercetta con difficoltà o in ritardo.
  • Monitoraggio della propria presenza nelle risposte AI. L’agente interroga periodicamente ChatGPT, Perplexity e AI Overviews con le domande tipiche del proprio settore, per verificare se e come il brand viene citato: un controllo che nessun Alert tradizionale può fare, perché non guarda “dentro” la risposta generata dal modello.

Per chi deve poi mettere in relazione documenti diversi raccolti durante il monitoraggio, come rassegne stampa, PDF e screenshot, uno strumento come Gemini Notebook può aiutare a incrociare fonti eterogenee invece di leggerle una per una.

Google Alerts, motori AI e agenti a confronto

Aspetto Google Alerts Motori di ricerca AI Agenti AI di monitoraggio
Copertura fonti Limitata, soprattutto su social e forum Ampia, ma legata al momento della domanda Ampia e programmabile su misura
Tempestività Da ore a giorni Immediata, ma solo su richiesta Continua, secondo la frequenza impostata
Sintesi e priorità Assente Buona sulla singola risposta Costruita su misura, con soglie e priorità
Azioni automatiche Nessuna Nessuna, resta conversazionale Possibili, da presidiare con attenzione
Costo Gratuito Gratuito o abbonamento Tempo di configurazione o costo del servizio
Controllo richiesto Minimo Minimo Da progettare (in-the-loop o on-the-loop)

Quando ha ancora senso usare Google Alerts

Non tutto merita un agente. Per un uso personale, per un tema poco competitivo, per un primo filtro gratuito su un argomento che non è ancora una priorità, Google Alerts resta uno strumento onesto: costa zero, si imposta in due minuti e, come rete a maglie larghe, qualcosa la intercetta comunque. Il problema nasce quando lo si usa come unico strumento per la reputazione di un brand, per la sicurezza di un’azienda o per capire in tempo reale una crisi in corso: lì il divario con motori AI e agenti diventa evidente, come racconto anche nella guida su come gestire la reputazione online, dove il monitoraggio è solo il primo passo di un processo più ampio.

Come costruire oggi un sistema di monitoraggio ibrido

  • Definire cosa conta davvero. Nome del brand, prodotti, dirigenti, hashtag, concorrenti diretti: non tutto merita lo stesso livello di attenzione.
  • Tenere Google Alerts come rete di base gratuita. Non va abbandonato, va ridimensionato al ruolo che può davvero sostenere.
  • Affiancare un motore AI per le domande puntuali. Utile quando serve una risposta rapida su un tema specifico, non una sorveglianza continua.
  • Costruire o adottare un agente per le fonti scoperte. Social, forum e community restano il punto debole di Alerts e il punto di forza di un agente ben configurato.
  • Scegliere il livello di supervisione giusto. Sintesi giornaliera in modalità on-the-loop, approvazione umana obbligatoria per ogni azione pubblica o sensibile.
  • Misurare che cosa si sarebbe perso. Confrontare periodicamente i risultati di Alerts con quelli dell’agente aiuta a capire quanto valore reale aggiunge il cambio di strumento.

Domande frequenti

Google Alerts è ormai inutile?

No, ma da solo non basta più per chi ha bisogno di rapidità, copertura ampia o sintesi. Resta valido come rete gratuita di base per temi a bassa priorità.

Gli agenti AI sostituiscono completamente Google Alerts?

Possono coprire molti dei suoi limiti, ma vanno progettati con attenzione: senza soglie, log e supervisione rischiano di generare falsi allarmi o azioni indesiderate.

Serve saper programmare per costruire un agente di monitoraggio?

Non sempre: esistono strumenti e piattaforme che permettono di collegare fonti, regole di sintesi e notifiche senza scrivere codice, anche se una configurazione più su misura richiede competenze tecniche.

Google Alerts copre bene i social network?

No, è uno dei suoi limiti più noti: social, forum e gruppi privati vengono intercettati in modo parziale e spesso in ritardo rispetto a siti di informazione indicizzati.

Qual è il rischio principale nel delegare il monitoraggio a un agente?

Perdere il controllo su ciò che l’agente fa in autonomia. Per questo conviene distinguere sempre tra un ruolo di supervisione (on-the-loop) e uno di approvazione obbligatoria (in-the-loop) per le azioni più delicate.

La domanda giusta non è più “Alerts sì o no”

Google Alerts non è morto, ma nel 2026 ha smesso di essere sufficiente da solo. Ha ancora senso quando serve un primo filtro gratuito su un tema semplice; ne ha molto meno quando in gioco ci sono la reputazione di un brand, la velocità di reazione o la comprensione di come l’intelligenza artificiale parla di noi. La domanda giusta non è più se usare Alerts, ma quale combinazione di motori AI, agenti e supervisione umana meriti la nostra attenzione, che resta la risorsa più limitata di tutte.

C’è una scena che si ripete sempre più spesso tra chi si occupa di contenuti online.

Qualcuno apre Google, vede una risposta generata dall’intelligenza artificiale, trova già una sintesi, magari qualche link, e a quel punto si chiede: “E adesso? Che fine fa il mio sito? Che fine fa la SEO? Dobbiamo inventarci un’altra sigla, tipo GEO, AEO, AIO, LLMO, o basta continuare a lavorare bene?”.

La domanda non è banale. Perché la ricerca online sta cambiando davvero. Le persone non digitano più solo due parole secche in un motore di ricerca. Fanno domande lunghe, chiedono confronti, vogliono risposte sintetiche, usano chatbot, leggono AI Overview, provano strumenti come Gemini, ChatGPT, Perplexity o Gemini Notebook (ex NotebookLM).

Come si ottimizza un sito per l’AI generativa di Google?

Per comparire meglio nelle esperienze di AI generativa della Ricerca Google, come AI Overview e AI Mode, non serve un trucco speciale. Secondo Google bisogna continuare a fare buona SEO: contenuti utili, originali, specifici, affidabili, pensati per le persone, tecnicamente accessibili, indicizzabili e ben organizzati. AEO e GEO possono essere etichette utili per ragionare, ma per Google l’ottimizzazione per la ricerca basata sull’AI resta, prima di tutto, SEO.

Perché se ne parla adesso

Google ha pubblicato una nuova guida ufficiale, aggiornata il 24 giugno 2026, dedicata proprio a questo tema: Ottimizza il tuo sito web per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca Google.

Non è una paginetta di circostanza. È un documento importante per chi scrive, pubblica, vende, forma, comunica, fa marketing o gestisce siti aziendali.

Google dice una cosa molto chiara: le persone stanno usando sempre di più esperienze basate sull’AI generativa per trovare informazioni. Questo può diventare un’opportunità, perché chi arriva al sito da queste esperienze potrebbe essere più motivato, più informato e più vicino a una conversione.

Tradotto: non basta più “posizionarsi”. Bisogna meritare di essere una fonte.

La SEO è ancora pertinente nell’epoca dell’AI?

La risposta di Google è secca: sì.

Le funzionalità di AI generativa della Ricerca Google si basano ancora sui sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca. Questo è il punto che molti dimenticano quando annunciano, con una certa allegria funebre, la morte della SEO.

Google spiega che queste esperienze usano tecniche come il Retrieval-Augmented Generation, spesso abbreviato in RAG. In pratica, il sistema recupera pagine pertinenti e aggiornate dall’indice della Ricerca e usa quelle informazioni per generare una risposta più affidabile, mostrando link cliccabili alle fonti.

Questa cosa dovrebbe suonarci familiare. Ne ho parlato anche a proposito del metodo LLM Wiki e del second brain: l’AI è molto più utile quando lavora su fonti reali, verificabili, organizzate. Non quando inventa nel vuoto cosmico.

La seconda tecnica citata da Google è il query fan-out. Il modello non si limita alla domanda originale dell’utente, ma genera più query correlate per raccogliere informazioni utili. Se una persona cerca “come sistemare un prato pieno di erbacce”, il sistema può interrogare anche ricerche collegate su erbicidi, prevenzione, rimozione naturale e così via.

Per chi fa contenuti, la conseguenza è interessante: non bisogna inseguire ogni micro-variazione della keyword. Bisogna coprire bene un tema, con competenza, struttura e utilità.

AEO, GEO, AIO: parole nuove per un problema vecchio

Negli ultimi mesi sono esplose sigle nuove.

  • AEO: Answer Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di risposta.
  • GEO: Generative Engine Optimization, ottimizzazione per i motori generativi.
  • AIO: AI Optimization, ottimizzazione per la ricerca e le risposte generate dall’intelligenza artificiale.

Google però mette un paletto: dal suo punto di vista, ottimizzare per la ricerca basata sull’AI generativa significa ottimizzare per l’esperienza di ricerca. Quindi, sempre SEO.

Questo non vuol dire che GEO e AEO siano parole inutili. Possono aiutare a ragionare su come rendere un contenuto più citabile, più chiaro, più estratto facilmente da un sistema generativo. Ma se diventano il pretesto per vendere trucchi magici, meglio fare un passo indietro.

Il punto non è “scrivere per l’algoritmo AI”. Il punto è scrivere così bene, in modo così utile e specifico, da diventare una fonte sensata anche per l’AI.

Che cosa conta davvero secondo Google

Nella guida ci sono molte indicazioni, ma si possono riassumere in quattro grandi aree.

1. Contenuti di valore, specifici e non generici

Google insiste su un concetto semplice: i contenuti generici non bastano più.

Un articolo intitolato “7 consigli per comprare casa” potrebbe essere scritto da chiunque, anche da un modello generativo senza esperienza. Un contenuto utile, invece, porta un punto di vista, un caso concreto, dati, esempi, esperienza diretta, competenza.

Questo è il nodo centrale. Se l’AI può produrre in cinque secondi un testo medio su un argomento, il valore non sta più nel testo medio. Sta nell’esperienza, nella selezione, nel metodo, nella capacità di collegare le cose.

Vale anche per il web writing con ChatGPT. Il problema non è usare o non usare l’AI per scrivere. Il problema è usarla per produrre contenuti fotocopia. Già qualche anno fa avevo proposto un prompt per il web writing con ChatGPT, ma oggi aggiungerei una postilla: il prompt non deve sostituire il pensiero, deve tirarlo fuori meglio.

2. Struttura leggibile per esseri umani

Google raccomanda pagine ben organizzate, con sezioni, paragrafi chiari, titoli utili. Sembra banale, ma è uno dei punti più sottovalutati.

Una pagina caotica non è solo fastidiosa per il lettore. È anche più difficile da interpretare, riassumere, collegare ad altre informazioni.

Per questo, quando si lavora a un contenuto destinato sia agli umani sia ai sistemi AI, conviene inserire:

  • una risposta breve all’inizio;
  • definizioni chiare dei concetti principali;
  • esempi concreti;
  • sezioni sui rischi e sui limiti;
  • FAQ finali, quando servono davvero;
  • link interni ed esterni pertinenti.

Non per “ingannare” l’AI. Per aiutare chi legge. Poi, guarda caso, anche i sistemi automatici capiscono meglio.

3. Base tecnica solida

Google ricorda una cosa poco spettacolare ma fondamentale: se una pagina non è indicizzabile, accessibile, scansionabile, veloce e comprensibile, la magia dell’AI non la salverà.

Per essere presa in considerazione nelle esperienze di AI generativa, una pagina deve essere idonea a comparire nella Ricerca Google con uno snippet. Non è una garanzia di visibilità, ma è il punto di partenza.

Qui entrano in gioco le solite cose, quelle noiose ma decisive:

  • contenuti accessibili a Googlebot;
  • uso sensato di titoli e sottotitoli;
  • attenzione a JavaScript e contenuti caricati in modo problematico;
  • riduzione dei duplicati;
  • buona esperienza su mobile;
  • monitoraggio con Google Search Console.

Insomma: prima di parlare di GEO, forse conviene controllare se il sito ha pagine indicizzate, titoli decenti e contenuti non duplicati. Meno sexy, più utile.

4. Immagini, video e contenuti multimediali

Google segnala anche il ruolo di immagini e video di qualità. Non è un dettaglio. Le risposte generate dall’AI possono includere o valorizzare contenuti multimediali, e molte persone cercano spiegazioni visive, esempi, screenshot, tutorial.

Questo vale moltissimo nel mondo AI. Un articolo su Gemini Notebook, per esempio, funziona meglio se mostra casi d’uso, schermate, video, esempi di fonti e risultati. Non a caso ho raccolto in una pagina i miei video YouTube su Gemini Notebook, proprio per rendere più navigabile un tema che cambia rapidamente.

I miti da evitare: Google smonta qualche scorciatoia

La parte più interessante della guida, almeno per chi sta vedendo nascere consulenze “AI SEO” di ogni tipo, è quella dedicata ai falsi miti.

Google dice esplicitamente che, per la Ricerca Google, non servono alcuni trucchi che stanno circolando online.

Il file llms.txt non serve per Google

Google chiarisce che non è necessario creare file leggibili dalle macchine, file testuali per l’AI, markup speciali o versioni Markdown dei contenuti per comparire nella Ricerca Google e nelle sue funzionalità di AI generativa.

Se vuoi creare un file llms.txt per altri sistemi, libero di farlo. Ma Google dice che lo ignora: non migliora né peggiora la visibilità nella Ricerca.

Non bisogna spezzettare i contenuti per farli capire all’AI

Altro mito: dividere tutto in blocchi minuscoli per facilitare la comprensione dei modelli.

Google dice che non serve. I suoi sistemi sanno comprendere sfumature e argomenti diversi anche dentro una pagina più ampia. La lunghezza ideale non esiste in astratto. Esiste la lunghezza giusta per il lettore, per il tema, per l’obiettivo.

Non serve riscrivere tutto “per l’AI”

Google spiega anche che non bisogna usare una forma linguistica speciale per la ricerca generativa. I sistemi comprendono sinonimi, contesto, significati generali.

Quindi no: non serve riempire un articolo con tutte le possibili long tail. Serve rispondere bene. Che è più difficile, ma anche più dignitoso.

Non bisogna inseguire menzioni artificiali

Le funzionalità AI possono mostrare cosa viene detto online di prodotti, servizi e brand. Questo non significa che abbia senso creare menzioni finte, recensioni forzate o contenuti sparsi solo per “farsi vedere” dall’AI.

Google ribadisce che i sistemi di ranking puntano sui contenuti di qualità e che altri sistemi bloccano lo spam. La reputazione non si costruisce con il polistirolo digitale.

I dati strutturati aiutano, ma non sono una bacchetta magica

Altro chiarimento utile: i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa e non esiste un markup schema.org speciale per “entrare nelle risposte AI”.

Restano però utili nella strategia SEO complessiva, per esempio per rendere il sito idoneo a risultati avanzati. Quindi: usarli quando servono, senza venerarli.

La parte nuova: gli agenti AI

Verso la fine della guida Google apre un tema che, secondo me, diventerà sempre più importante: le esperienze agentiche.

Gli agenti AI sono sistemi capaci di svolgere attività per conto delle persone: confrontare prodotti, analizzare pagine, prenotare, interagire con un sito, compilare passaggi. Google cita anche gli agenti del browser, che possono osservare il rendering visivo, ispezionare il DOM e interpretare l’albero di accessibilità.

Questo sposta l’attenzione da “il mio contenuto viene letto da una persona?” a “il mio sito può essere capito e usato anche da un agente?”.

Qui non parliamo solo di SEO. Parliamo di esperienza utente, accessibilità, dati, struttura, procedure, e-commerce, prenotazioni, moduli, confronto tra offerte. Google rimanda anche alle best practice per siti ottimizzati per gli agenti pubblicate su web.dev.

Per ora è un tema emergente. Ma vale la pena tenerlo d’occhio, soprattutto per e-commerce, siti di servizi, formazione, turismo, eventi, consulenze e piattaforme con percorsi complessi.

Che cosa dovrebbe fare adesso chi produce contenuti

Proviamo a tradurre tutto in una checklist concreta.

  • Scrivi per una domanda reale. Ogni articolo dovrebbe rispondere a un bisogno preciso, non a una keyword astratta.
  • Aggiungi esperienza. Casi, esempi, dati, osservazioni, errori visti sul campo, lezioni imparate.
  • Organizza bene la pagina. Titoli chiari, sezioni leggibili, risposta breve, esempi, FAQ quando utili.
  • Collega i contenuti tra loro. I link interni aiutano lettori e motori a capire il contesto del sito.
  • Verifica la parte tecnica. Indicizzazione, mobile, duplicati, performance, Search Console.
  • Non moltiplicare pagine inutili. Meglio una guida forte che dieci contenuti sottili sulle varianti della stessa domanda.
  • Usa l’AI come assistente, non come fotocopiatrice. Va benissimo farsi aiutare, molto meno pubblicare contenuti generici prodotti in serie.

Questo vale per chi fa marketing, per chi lavora in azienda, per chi gestisce un blog professionale, per chi pubblica corsi, per chi crea contenuti formativi.

E vale anche per la formazione interna. Nei percorsi sull’AI, come quelli legati alla formazione AI obbligatoria per aziende e AI Act, uno dei temi centrali dovrebbe essere proprio questo: usare l’intelligenza artificiale senza perdere metodo, responsabilità e qualità delle fonti.

Il vero rischio? La superficialità digitale

La guida di Google, letta bene, non è un manuale di trucchi. È quasi un invito alla sobrietà.

Il rischio non è che l’AI cambi la ricerca. Quello sta già succedendo. Il rischio è reagire nel modo peggiore: produrre più contenuti generici, inseguire sigle, comprare scorciatoie, riempire il sito di testi “ottimizzati per l’AI” che nessun essere umano leggerebbe volentieri.

La ricerca basata sull’AI premia, almeno nelle intenzioni, ciò che la buona SEO avrebbe sempre dovuto premiare: contenuti utili, affidabili, specifici, accessibili, ben collegati, pensati per persone vere.

La novità è che oggi la mediocrità costa di più. Perché un testo generico non compete solo con altri testi generici. Compete con una macchina che può produrne infiniti.

Il vantaggio competitivo, quindi, non sarà “usare l’AI per scrivere di più”. Sarà usare l’AI per capire meglio, organizzare meglio, verificare meglio, spiegare meglio.

In altre parole: meno fuffa, più metodo. Google, almeno questa volta, sembra dire proprio questo.

FAQ

La SEO è morta con l’arrivo dell’AI generativa nella Ricerca Google?

No. Google afferma che le best practice SEO continuano a essere pertinenti per AI Overview, AI Mode e le altre esperienze basate sull’AI generativa, perché si appoggiano ai sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca.

Che differenza c’è tra SEO, AEO e GEO?

SEO è l’ottimizzazione per i motori di ricerca. AEO indica l’ottimizzazione per i motori di risposta. GEO indica l’ottimizzazione per i motori generativi. Per Google, però, ottimizzare per la ricerca AI significa ancora ottimizzare l’esperienza di ricerca, quindi fare buona SEO.

Serve creare un file llms.txt per comparire nella Ricerca Google?

No. Google dice che per la Ricerca Google, incluse le funzionalità di AI generativa, non è necessario creare file llms.txt, markup speciali o versioni testuali pensate per l’AI.

I dati strutturati aiutano la visibilità nelle risposte AI?

Google chiarisce che i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa. Restano però utili nella SEO complessiva, soprattutto per l’idoneità ai risultati avanzati.

Qual è il consiglio più importante per chi crea contenuti?

Creare contenuti unici, utili, specifici e affidabili, basati su esperienza reale o competenza verificabile. I riassunti generici di cose già dette altrove sono sempre meno competitivi.

L’intelligenza artificiale sta cambiando le regole della ricerca online. Sempre più utenti usano ChatGPT per trovare risposte, prodotti e servizi, ma c’è un dettaglio che molti sottovalutano: i chatbot citano le fonti.

Quando ChatGPT risponde a una domanda inserendo un link verso il tuo sito, si genera un traffico prezioso e mirato. Ma come si fa a capire quali pagine stanno piacendo di più all’algoritmo di OpenAI? La risposta è dentro Google Analytics 4. Con pochi clic puoi isolare questo traffico e scoprire quali contenuti raddoppiare per scalare la SEO nell’era dei chatbot. Ecco i passaggi da seguire per configurare il report su GA4.

Identificare la sorgente di traffico ChatGPT

Il primo passo serve a capire se e quanto traffico arriva effettivamente dai chatbot. Per farlo, entra nel tuo pannello di Google Analytics 4 e segui questo percorso:

  • Clicca su Report nel menu a sinistra.

  • Seleziona la voce Acquisizione e poi Acquisizione traffico.

  • Nella tabella principale, individua la colonna Gruppo di canali principali della sessione e applica un nuovo filtro.

  • Modifica la dimensione selezionando Sorgente sessione.

  • Usa la barra di ricerca sopra la tabella e digita chatgpt.com.

In questo modo isolerai tutte le visite che sono passate direttamente da una conversazione su ChatGPT al tuo sito. Per me è stata una sorpresa. Sebbene le visite da ChatGPT non siano molte, anzi pochine, comunque ci sono. Eppure si muove, disse Galileo.

Che cosa dicono questi dati?

Ho chiesto a Claude di interpretare i dati. Ecco il suo responso: “Da gennaio a metà giugno 2026, ChatGPT ha generato 39 sessioni verso il sito, principalmente tramite traffico Referral (64%). Le visite Referral mostrano una qualità migliore, con un tasso di coinvolgimento del 48%, contro il 14% del traffico Unassigned. Nel complesso, il tasso medio di coinvolgimento è del 35,9%, in linea con la media del sito.
L’andamento del traffico è discontinuo, con alcuni picchi concentrati tra febbraio e marzo. Nei mesi successivi le visite risultano sporadiche e senza una crescita costante. Pur mostrando segnali positivi in termini di interesse degli utenti, il traffico da ChatGPT resta ancora limitato e non ha generato conversioni.”

Scoprire quali pagine vengono citate dall’intelligenza artificiale

Sapere che ChatGPT ti manda traffico è utile, ma sapere dove lo manda è strategico. Per trovare le singole pagine preferite dall’IA, la procedura cambia leggermente:

  • Nel menu a sinistra, sposta l’attenzione su Coinvolgimento e seleziona Pagine e schermate.

  • Sopra il grafico, clicca sul pulsante Aggiungi filtro.

  • Imposta la dimensione su Sorgente sessione, scegli il tipo di corrispondenza contiene e inserisci il valore chatgpt (o il dominio completo).

  • Applica il filtro.

La tabella si aggiornerà mostrandoti l’elenco esatto degli URL che gli utenti hanno cliccato all’interno delle chat. Ecco i miei risultati:

Come si evince, la pagina che ha ricevuto qualche attenzione a partire da ChatGPT è questa:

Perché questi dati cambiano la tua strategia di contenuti

Le pagine che appaiono in questo report sono quelle che ChatGPT considera più autorevoli, dense di valore e strutturate meglio per rispondere alle intenzioni di ricerca degli utenti. Non ignorare questi segnali.

Se noti che una specifica guida o un articolo del blog attira molto traffico da IA, significa che quel contenuto ha intercettato i parametri di scansione dei Large language model. Il consiglio in redazione è semplice: analizza la struttura di quelle pagine, aggiornale costantemente e crea nuovi contenuti che ricalchino lo stesso schema editoriale. Se l’algoritmo ha già dimostrato di apprezzare quel formato, la strada per ottimizzare il posizionamento è già tracciata.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Se segui i miei articoli, saprai certamente che ho una grande passione per LinkedIn, la principale piattaforma per far incontrare domanda e offerta in ambito business. Lo usano le aziende le cercare talenti, le persone per trovare un lavoro (o un nuovo lavoro), ma è anche uno strumento chiave per spingere i propri servizi B2B e per trovare nuove opportunità di business.

Non puoi però affidarti solamente a LinkedIn, per più motivi. Il primo è che non è detto che tutti lo usino e sono ancora tante le realtà che si limitano alle ricerche su Google (o altri motori di ricerca). Ma non trascurare un altro aspetto: se anche qualcuno ti trova (o trova la tua azienda) sul LinkedIn, la prima cosa che vorrà fare è andare sul tuo sito, o quello della tua azienda. Un sito curato, con contenuti di qualità, fa la differenza, esattamente come il modo in cui ti presenti la prima volta a un interlocutore: puoi essere un genio nel tuo settore, ma un aspetto dimesso e trasandato di certo non contribuirà a fare una buona impressione, e lo stesso vale per il sito.

Alcuni suggerimenti di questo articolo ti permetteranno anche di migliorare la qualità del tuo sito anche se il focus è un altro: in queste righe voglio infatti spiegarti come spiccare nelle ricerche su Google facendo leva sulla SEO, la Search Engine Optimization. Non temere, non ti riempirò la testa di tecnicismi: il mio obiettivo non è quello di insegnarti a spremere quell’1% in più di conversioni nelle vendite. Voglio invece darti alcune indicazioni e suggerimenti alla portata di tutti per aiutarti a “scalare” la SERP di Google e posizionarti meglio nelle ricerche.

Passa subito ad HTTPS se non l’hai ancora fatto

Ci sono due protocolli per erogare pagine web: HTTP e HTTPS. Il primo è obsoleto, il secondo va abbandonato quanto prima. Il fatto è che ancora oggi, navigando online, trovo tantissimi siti, anche di aziende di grandi dimensioni o di seri professionisti, che si appoggiano ancora al protocollo non cifrato HTTP, quindi meno sicuro. Certo, se non vendi prodotti online e quindi non chiedi ai tuoi utenti di inviare dati di pagamento ti potrà sembrare un problema da poco, ma in realtà è un problema enorme. Non solo Google e gli altri motori di ricerca abbasseranno il tuo Ranking Score, fatto che influenzerà il tuo posizionamento nella SERP (pagina dei risultati della ricerca), ma scoccerai anche gli utenti. Sì, perché quando useranno Chrome, verrà visualizzato il messaggio “Questo sito non è sicuro. Vuoi procedere?”. Al di là dell’avviso, che potrebbe preoccupare qualcuno, per raggiungerti un utente dovrà fare almeno un clic in più. Credimi, molti non lo faranno e si fermeranno all’avviso. Insomma, passa di corsa ad HTTPS. Se non sai come fare, chiedilo a chi ti gestisce il sito: è un lavoro semplice e veloce.

La velocità è tutto

L'aforisma: "Il milanese imbruttito ordina un caffè... - Comunicaffè

Viviamo tutti di corsa, c’è poco da fare, e la pandemia non ha fatto che accelerare il tutto. Chi cerca una risposta, la vuole immediatamente, non ha tempo è voglia di aspettare. La figura del Milanese Imbruttito, che ha già aperto la bustina dello zucchero mentre il barista gli sta ancora facendo il caffè, è più diffusa di quanto credi, e non solo aMilano (tutto attaccato, come lo scriverebbe un Imbruttito DOC). E mentre si beve il caffè, il classico Imbruttito tiene in mano lo smartphone e prosegue il business. Naturalmente, pretende che il sito carichi velocemente e devi assicurarti che il tuo sito sia sufficientemente reattivo se non vuoi che la gente lo abbandoni ancora prima che l’homepage sia caricata.

Ma come si giudica se un sito è veloce? Basta usare il servizio PageSpeed Insight di Google: inserisci l’URL del tuo sito per avere un’analisi tecnica. Dopo pochi secondi, ti verrà restituita una pagina contenente uno score e una serie di suggerimenti su come poter migliorare, se necessario, la velocità di caricamento, sia su mobile sia su desktop. Non impazzire per guadagnare un millisecondo: concentrati sui problemi principali, se PageSpeed ne individua qualcuno. Il resto sono piccole ottimizzazioni che possono fare la differenza su siti di enormi dimensioni, tipo Amazon. Se il tuo Score è superiore al 90, significa che hai fatto un ottimo lavoro. Se è inferiore, segui i suggerimenti e cerca di ottimizzare ulteriormente, magari chiedendo supporto a un esperto.

Il mobile prima di tutto

Se ancora concentri la maggior parte della tua attenzione su come si vede il tuo sito da desktop, stai sbagliando tutto. Seriamente. Da quasi 10 anni, infatti, le ricerche su mobile hanno abbondantemente superato quelle da desktop. Non ci credi? Dai un’occhiata alle statistiche del tuo sito e scoprirai che, a meno di casi particolarissimi, più dell’80% del tuo traffico sarà generato da dispositivi mobili. Non puoi non tenerne conto. “Mi stai dicendo che tutte le grafiche e animazioni superbelle che si vedono solo da mobile sono uno spreco di tempo?”. Dipende da quando le hai fatte, ovviamente: un tempo, facevano la differenza. E anche oggi, quegli utenti (pochi in percentuale) che si collegano da un computer potrebbero apprezzarle. Rimane il fatto che la maggior parte delle persone vedrà il tuo sito da smartphone, e devi far sì che l’esperienza da mobile sia snella e piacevole. Poi, se ti avanzano tempo e budget, potrai anchoe ottimizzare ulteriormente la parte desktop. Considera una cosa: non si tratta solo di esperienza utente, ma anche risultati nella ricerca. Dal marzo 2021, infatti, tutti i siti sono indicizzati da Google solo sulla base del mobile. Le tue ottimizzazioni desktop, insomma, non avranno alcun impatto sul ranking. Se vuoi scalare la SERP, insomma, ti tocca puntare tutto sul mobile. Anche se non ti piace.

Per controllare come si vede il tuo sito su diversi device puoi usare, tra gli altri, Screenfly:

Non trascurare i backlink

I backlink sono i collegamenti che da altri siti portano al tuo. Più ne hai, più il tuo sito acquisirà autorevolezza e, quindi, sarà “visto meglio” da Google che tenderà a farlo salire nella SERP. Alla fine, l’algoritmo di Google si è sempre basato su questo concetto e già dalla nascita di Big G il fattore che faceva la differenza nella SERP era quante pagine citavano uno specifico sito in base alle parole chiave usate. Attivati insomma per ottenere backlink, possibilmente puntando su siti autorevoli, non su officine di clic. Non mancano siti di bassa qualità che “vendono” i baclkink al tuo, ma ti assicuro che sono soldi spesi male, proprio perché queste realtà non hanno alcuna autorevolezza. E ti sconsiglio anche di mandare mail agli amministratori dei siti di riferimento del tuo settore chiedendo loro di “regalarti” un link: nella migliore delle ipotesi ti ignoreranno, nella peggiore, rischi di venire mandato a quel paese.
Come ottenerli quindi? Facile scegli i siti giornalistici di riferimento del tuo settore ed esplora la possibilità di includere articoli sponsorizzati (e naturalmente indicati come tali) che riportano al tuo sito. A seconda della realtà editoriale, potrebbero accettare un contenuto scritto da te o potrebbero preoccuparsi loro della stesura del pezzo. Naturalmente questa operazione ha un costo, costo che cresce con la popolarità del sito che ti linkerà, ma i risultati si vedranno.

Per verificare chi linka il tuo sito, puoi usare un “backlink checker“.

Tag, metatag, metadescription, immagini: tutto contribuisce alla SEO

Qualsiasi contenuto deciderai di pubblicare sul tuo sito, dovrà essere ottimizzato in ottica SEO. Che significa? Individuare le parole chiave relative alla tua attività e inserirle in tutte quelle parti rilevanti. Nel titolo, nel sottotitolo (la metadescription dell’articolo, nei tag, nelle dida e nei nomi delle immagini allegate e anche nell’url del pezzo. Se usi Worpress, sarà molto semplice inserirli e plugin come YOAST – quello che uso io – ti aiuteranno a ottimizzare ulteriormente, indicandoti se hai dimenticato qualcosa o se puoi fare di meglio.

Yoast SEO ‑ SEO for everyone - Increase organic traffic, technical SEO & get rich results! | Shopify App Store

Non prenderli come se fossero la Bibbia, soprattutto in italiano, ma come indicazioni di massima: non cercare a tutti i costi di avere tutti gli indicatori di Yoast verdi, insomma. Perché va bene ottimizzare in ottica SEO, così da far “piacere” il tuo pezzo a Google, ma non dimenticare che chi andrà a leggere i tuoi contenuti sarà un essere umano, non un bot. L’articolo dovrà essere piacevole alla lettura, scorrevole, non infarcito di ripetizioni ogni due righe.

Contenuti sempre aggiornati e di elevata qualità

Se non aggiorni il tuo sito dal 2020, difficilmente scalerai la SERP, questo anche se il tuo sito è eccellente. Per scalare la pagina dei risultati di Google, infatti, è necessario avere contenuti aggiornati di frequente. Quanto? Dipende dalle tue risorse e dalle tue ambizioni. Un nuovo articolo al giorno sarebbe l’ideale, ma comprensibilmente non tutti hanno il tempo e il budget per un piano editoriale così elaborato. Inizia valutando un contenuto a settimana, ottimizzato in ottica SEO come ti ho spiegato prima. Se hai già un catalogo enorme di articoli, non ti far la tentazione di ripubblicarli cambiando solo la data. Google non è fesso, e se ne accorgerebbe. Se i contenuti sono validi, però, va benissimo riprenderli, aggiornarli cambiando titolo e sottotitolo, ma anche aggiungendo ulteriori dettagli ed eliminando o modificando le parti che col tempo non sono attuali come quando le hai pubblicate la prima volta.

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Scrivimi

Creare un blog che converte è utile per aumentare l’autorevolezza del brand. Ma c’è di più. Infatti, con un blog ottimizzato puoi educare e fidelizzare i tuoi lettori in pochi passi. Il blog-post d’eccellenza attrae utenti sul sito e aumenta l’engagement. Infatti, un articolo di successo è intriso di unicità, empatia e fornisce consigli utili.

Un contenuto di qualità, però, merita di raggiungere quanti più utenti possibili. In questo modo sarà più facile acquisire rilevanza nel mercato e diventare influenti. Come fare dunque? Semplice, hai bisogno di alcuni alleati: i social media.

Infatti, un blog che converte usa i social per attirare nuovi utenti e fidelizzare i vecchi. In questo articolo ti mostrerò come supportare il tuo blog con Instagram e YouTube.

Crea un blog che converte: l’identikit del blog-post

Un blog che converte e che apporti benefici al lettore deve essere il tuo punto di arrivo. Ma come fare per creare contenuti di qualità e che convertono gli utenti in lead? Semplice, devi dedicare molto tempo ricerca.

  • Target. Il primo passo è comprendere cosa stanno cercando le tue buyer personas.
  • Keyword. Un contenuto di valore non raggiungerà la tua audience se non è ottimizzato. Una solida conoscenza della SEO e dei principali tools è indispensabile.
  • Una headline accattivante. Il titolo è l’elemento testuale di maggior importanza nell’attrarre nuovi utenti. Una headline di successo, infatti, cristallizza con poche parole i benefici dell’articolo. Se desideri un titolo attraente conosco usa il tool gratuito Free Headline Analyzer.
  • Contenuti verticali. Un blog di successo attira traffico e invoglia l’utente a fidarsi dell’azienda. Per farlo, però, bisogna mostrare fin da subito l’autorevolezza del brand. Infatti, in questa fase i contenuti rivestono un ruolo importante. Per renderli gradevoli da vedere e facili da consultare il tool perfetto è HemingwayApp. Inoltre, un contenuto originale e competitivo è ricco di statistiche e dati. Il miglior luogo dove reperire queste informazioni è il sito Statista.

Perché promuovere il blog con i social media?

I social media sono un potente amplificatore per diffondere contenuti e notizie. Integrandoli nella tua strategia di marketing riesci ad intercettare una nuova audience. La cosa più interessante è che la pubblicazione costante ti aiuta a costruire una community.

Affinché tu ci riesca, però, l’ingrediente imprescindibile è la pianificazione. Infatti, pianificazione dei contenuti strategici apporta diversi benefici come rafforzare la community. Inoltre, crei un percorso specifico per educare i potenziali clienti alla tua visione! Così facendo aumenti l’engagement e l’interesse dei tuoi utenti con contenuti utili e accattivanti. Ma non finisce qui! La pianificazione dei contenuti è utile per fidelizzare gli utenti usando empatia. Inoltre, favorirai lo scambio di opinioni.

4 Step per avere un profilo Instagram che supporta il tuo blog

Instagram è una piattaforma di content discovery. È un valido alleato per attrarre una nuova audience. A differenza di altri social, la pubblicazione costante è fondamentale. I contenuti pubblicati su Instagram hanno una durata breve nel feed degli utenti.

Purtroppo, buona parte dei contenuti organici non sempre vengono visualizzati dai followers. Infatti, per crescere sul social è necessario investire mensilmente in Instagram Advertising. In questo modo tuteli la notorietà del brand e l’engagement degli utenti.

Ecco cosa fare per avere un profilo professionale su Instagram:

  1. Usa immagini di altissima qualità per attirare l’attenzione. Per rendere il brand più genuino e autentico usa foto originali. In alternativa potresti trovare utilissimi siti royalty-free come Pexel e Unspalsh.
  2. Massimizza la tua bio. Online esistono siti che ti permettono di potenziare l’unico link messo a disposizione da Instagram. Uno dei migliori è senza dubbio LinkTree – è disponibile anche in versione gratuita.
  3. Aumenta la frequenza di pubblicazione e rendila standard. Instagram penalizza gli account che non pubblicano contenuti con scadenza regolare. La penalizzazione comporta una bassissima esposizione dei contenuti organici. Usa il calendario editoriale per supportare la pubblicazione dei contenuti. Aumenta l’esposizione dei post con la pubblicità a pagamento. 
  4. Dai valore a strumenti come Stories e Reels. Sono potentissimi per rafforzare il legame della tua audience e dare un tocco umano alla tua azienda. Usali per fare teasing sui contenuti. Oppure mostra i dietro le quinte sulla creazione degli articoli.

YouTube: Il motore di ricerca alternativo per spingere i contenuti del blog

YouTube è un incubatore di contenuti ed è un motore di ricerca vero e proprio. Trattandosi di una piattaforma di content consumption, YouTube è ricco di contenuti di approfondimento.

A differenza di Instagram, i contenuti pubblicati su YouTube performano per anni. Infatti, ciò accade grazie alla SEO e alla scelta delle keyword corrette.

Ecco perché YouTube è uno dei social migliori per far crescere un blog di successo:

  1. I video sono utili per alimentare la fase di Lead Nurturing tramite email marketing. Aumenti l’autorevolezza del brand, mostri le competenze e fidelizzi i vecchi clienti.
  2. Creare una community solida su YouTube è più facile. Ovviamente non accadrà in pochi mesi. Per far crescere un canale YouTube ci vogliono anni. Così come accade per un blog. Gli utenti appassionati alimentano il passaparola, commentano e condividono i video. Ciò favorisce l’esposizione dei contenuti ad una audience nuova. Ma esistono altri due vantaggi derivati dalla creazione di una community. Gli utenti che commentano aiutano l’algoritmo a mostrare i contenuti a nuovi utenti. Inoltre, i commenti sono ricchi di spunti e idee per creare contenuti mirati per il target.
  3. L’algoritmo è dalla tua parte. Headline e descrizione del video spiegano all’algoritmo i temi trattati. Infatti, includere le keywords in entrambe le parti è molto vantaggioso. Il motivo principale è che il video appare fra i primi contenuti della ricerca. Infine, una headline accattivante e una thumbnail graziosa attraggono l’utente.

Conclusione

Un blog che converte è sostenuto dai social media. Infatti, un profilo ben ottimizzato su queste piattaforme consente di attirare nuovi utenti e di coltivare una relazione che dura nel tempo.

Fra i social più consigliati per sostenere il blog, ci sono Instagram e YouTube. Ognuno di essi assolve ad un compito specifico: il primo attrae utenti nuovi, il secondo favorisce lo sviluppo della community. I contenuti video, inoltre, sono utilissimi per fidelizzare i nuovi clienti in fase di lead nurturing. Infatti, i contenuti in generali sono fantastici per sottolineare la professionalità e l’autorevolezza dell’azienda.

Nell’ultimi decennio Youtube ha mutato pelle, strizzando l’occhio sempre di più all’ecommerce. La piattaforma di Google è il secondo sito più visitato al mondo (indovina qual è il primo…) e il secondo motore di ricerca più usato (indovina qual è il primo…) e ha immense potenzialità non solo a livello di marketing. Infatti, Big G sta puntando a inserire a una sezione ad hoc per vendere i prodotti che ammiri nei video: basteranno un paio di clic per acquistare quello che desideri senza dover passare per altre piattaforme (vedi Amazon). Per ora il colosso di Mountain View si è limitato a monitorare i dati ottenuti chiedendo ai produttori di video di taggare i prodotti inseriti nei video. Il piano (neanche troppo nascosto) di Google è quello di creare una sorta di vetrina digitale/catalogo di prodotti in modo che gli utenti possano passare direttamente dai filmati all’acquisto degli articoli contenuti. L’azienda sta lavorando per integrare al meglio la piattaforma Shopify che dovrebbe permettere di vendere i prodotti direttamente tramite video, trasformando la piattaforma in una sorta di enorme catalogo. Pensata per il merchandising dei creator di contenuti, questa funziona per ora è stata provata su un numero limitato di canali video.

YouTube all’inseguimento di Twitch

YouTube non è altro che un gigantesco motore di ricerca: l’approccio richiesto è quello che si usa per i tradizionali search engine. Anche i video richiedono la stessa ottimizzazione che si utilizza per le normali pagine web. Durante la pandemia il formato video ha resistito all’attacco delle piattaforme di live streaming come Twitch, le preferite dalla cosiddetta Generazione Z. Di proprietà del colosso Amazon dal lontano 2014, la piattaforma è stata utilizzata negli ultimi anni soprattutto per lo streaming videoludico: milioni di videogiocatori si filmano in tempo reale mentre giocano e condividono le proprie partite con altre persone che guardano e interagiscono. Dai videogiochi Twitch si è via via aperto ad altri settori dell’intrattenimento, strizzando l’occhio al cinema, sport e musica e persino alla moda con sfilate di brand prestigiosi trasmesse live sulla piattaforma. L’intrattenimento per gli utenti su Twitch è gratuito, mentre chi trasmette in streaming può monetizzare le proprie dirette chiedendo agli spettatori di abbonarsi al proprio canale, promuovendo le cosiddette donazioni spontanee o sponsorizzando determinati prodotti. Le potenzialità di Twitch sono notevoli da un punto di vista commerciale ed è lì che YouTube e la stessa Google stanno puntando.

La parola d’ordine è ottimizzazione

Per monetizzare e aumentare il traffico web vale sempre la stessa regola: “ottimizzazione”. Ottimizzare i propri video significa salire più in alto nel famoso “PageRank” proposto da sua maestà Google. Sfruttando la SEO (Search Engine Optimization) puoi migliorare la visibilità e la posizione del sito Web nei risultati organici/puri (quelli non a pagamento) dei motori di ricerca, e per farlo è necessario seguire una serie di accorgimenti/tecniche. Oltre a ottimizzare la struttura del sito (vedi codice HTML), a migliorare i testi e i link presenti sul sito (specialmente i “backlink”) è necessario prestare molta attenzione nell’inserimento delle “parole chiave”. L’ottimizzazione dei video in YouTube funziona allo stesso modo: bisogna cercare le keyword ideali per il nostro settore e quelle che gli utenti tendono a utilizzare durante la ricerca di un prodotto o di un servizio simile al nostro. Per fortuna ci sono dei programmi che possiamo utilizzare per trovare le parole giuste: uno di questi è Google Keyword Planner.

Google Trends è un valido aiuto

Un’altra tecnica che puoi usare per trovare la “parola magica” è quella di analizzare i cosiddetti trend nel settore che più interessa. È consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e simili al tuo per trovare le informazioni che cerchi: le parole chiave e le “frasi target” che gli utenti digitano sul motore di ricerca di YouTube. La piattaforma di Google offre anche all’utente una funzione di completamento automatico per trovare le frasi giuste per il tuo target.

Un altro strumento che possiamo sfruttare per migliorare e rendere più efficiente la nostra lista di parole chiavi è quello di analizzare i trend del momento: con Google Trends si possono ricavare informazioni sugli interessi degli utenti che fanno ricerche analizzando le keyword più popolari e combinando una serie di dati. Basato su Google, il tool permette di conoscere la frequenza di ricerca sui principali search engine del Web di una determinata parola o frase: le informazioni sono disponibili per area geografica o nazione e per lingua e i risultati (le “tendenze” del momento) sono accompagnati da un grafico che ne sintetizza l’andamento (ricerca o visualizzazione). Google Trends si dimostra particolarmente utile quando occorre analizzare un elenco di parole chiave, soprattutto se bisogna scegliere quella giusta. Quando fai una semplice ricerca sul motore di Mountain View, tra i risultati spesso vengono forniti dei link a video di YouTube. La ricerca organica, ossia quei risultati che non derivano da una transazione economica, è un altro modo per individuare le parole chiavi: presta molta attenzione a quello che Google propone. Ottimizzando le keyword puoi migliorare le performance dei video sul motore di ricerca e le visualizzazioni.

Google Search per migliorare le ricerche organiche

Google Search Console è un servizio che permette di monitorare il proprio sito nei risultati proposti dal motore di ricerca di Montain View: questo strumento permette di comprendere e migliorare il modo in cui gli algoritmi di Google “vedono” il tuo sito. Per migliorare le performance puoi usare una serie di programmi chiamati Rank Tracker che permettono di scovare i video nelle ricerche organiche e trovare le keyword che permetteranno di scalare le classifiche del celebre algoritmo PageRank. Con un Rank Tracker devi semplicemente impostare YouTube come motore di ricerca preferito per avere accesso a una serie di classifiche e risultati attraverso il classico SERP (“Search Engine Results Pages”, le pagine dei risultati del motore di ricerca). Sono a disposizione più di una ventina di metodi di ricerca per trovare le parole chiave e scoprire quelle che permettono di macinare più visualizzazioni.

Il Machine Learnig è ovunque, anche su YouTube!

Il machine learning viene definito come un “sottoinsieme” dell’Intelligenza Artificiale che si occupa di creare sistemi che apprendono o migliorano le performance in base ai dati che utilizzano. Gli algoritmi sono il cuore pulsante del machine learning che ormai è utilizzato ovunque e per qualsiasi cosa. L’apprendimento automatico è utilizzato da Google già da parecchio tempo: grazie al machine learning, per esempio, YouTube può identificare gli oggetti presenti in un video e calcolarne la rilevanza in una possibile query di ricerca. Non puoi affidarti solo a questa tecnica per creare dei video virali: puoi ricorrere – come sempre – ai soliti vecchi e affidabili metadati.

I vecchi metadati funzionano sempre

Quando carichi un video su YouTube è importante ottimizzare i metadati sin da subito e trovare il titolo “giusto” per catturare l’attenzione degli spettatori. Una titolazione “acchiappa visualizzazioni” deve seguire due regole fondamentali: contenere le parole chiave utili a fare indicizzare il video e riassumerne l’argomento contenuto. Per avere qualche spunto è consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e a quelli della concorrenza: i titoli che funzionano bene sono quelli che totalizzano più visualizzazioni.

Devi preparare un titolo interessante che permetta agli utenti di “vedere” quello che hanno digitato: scrivere qualcosa di falso o caricarlo di un’eccessiva aspettativa non è mai una soluzione vincente. Un altro piccolo consiglio è quello di scrivere un titolo che non sia eccessivamente lungo: 50/60 caratteri sono più che sufficienti per attirare l’attenzione dei potenziali utenti. Un altro requisito essenziale è la descrizione dei video: bastano un paio di righe ben scritte (solitamente un centinaio di caratteri) per “colpire” il bersaglio, mentre non è necessario esaurire tutto lo spazio disponibile (circa un migliaio di caratteri). Ecco perché è importante posizionare nelle prime righe le parole chiave, inserire una CTA (Call To Action) per portare l’utente sul sito, oltre agli immancabili account social e così via.

Le immagini di anteprima

L’immagine di un’anteprima personalizzata può essere un’idea semplice e al tempo stesso vincente: le informazioni visuali sono percepite dalla nostra mente molto più velocemente di quelle testuali. È importante trovare l’immagine giusta per stuzzicare e attirare i potenziali utenti: il processo è simile a quello che avviene con la copertina di un libro. YouTube, per esempio, permette di scegliere tra una serie di “miniature” generate in modo automatico: non sempre quelle proposte dall’algoritmo di Big G si rivelano vincenti. È consigliabile prepararne qualcuna ad hoc. Innanzitutto, devi prestare attenzione a una serie di parametrici tecnici: le miniature, per funzionare in modo adeguato su PC e su tutti i dispositivi mobile, devono avere una risoluzione a 1280×720 pixel e nel formato 16:9. Le miniature devono essere inferiori ai 2 Mb mentre i formati supportati sono piuttosto limitati (.jpg, .gif, .bmp, o .png). È importante aggiungere del testo alla miniatura per renderla più informativa e accattivante.

Per progettare la parte grafica del canale e le miniature per il mio canale YouTube uso Canva, un programma molto versatile e ricco, capace di offrire una enorme selezione di template gratuiti (circa 250.000), immagini e tutto il necessario per personalizzare il tuo lavoro. Il programma è disponibile in versione gratuita e a pagamento tramite la sottoscrizione di un abbonamento mensile.

TubeBuddy per organizzare al meglio il nostro canale YouTube

Per aiutare gli utenti a scoprire i tuoi video, puoi usare i classici tag inserendoli direttamente nel codice sorgente. Sembra un’operazione piuttosto complicata ma non lo è, se usi lo strumento giusto. Con TubeBuddy, per esempio, puoi organizzare al meglio il tuo canale YouTube, spiando i competitor e migliorando l’efficienza dei tag.

TebeBuddy è un’estensione per browser che aggiunge una serie di funzioni utili che aiutano a risparmiare un po’ di tempo. Una delle feature più apprezzate è la possibilità di monitorare la concorrenza: TubeBuddy permette di controllare il posizionamento di un video velocemente, promuoverlo all’interno di altro, programmarne la pubblicazione, studiare i tag usati dai concorrenti, personalizzare e miniature, creare dei template per le schede finali e molto altro. Per ottimizzare il tutto è importante partire da tag specifici e lunghetti (del tipo “colorare la camera da letto di azzurro San Patrizio”) per arrivare ad altri un po’ più semplici e corti (“colorare la camera”) decisamente più efficaci. È importante poi ricordarsi di inserire anche i tag relativi ai brand o alle persone/testimonial presenti nei nostri video.

Gli immancabili hashtag arrivano anche su YouTube

Nei social network sono fondamentali e lentamente lo stanno diventando anche su YouTube. Per aumentare la visibilità dei nostri video possiamo usare i celebri hashtag (il famoso cancelletto “#”).

Servono per creare una sorta di comunità collegando video che trattano lo stesso argomento ma prodotti da persone diverse. Tutto quello che dobbiamo fare è inserirli nelle descrizioni dei video e questi verranno successivamente mostrati sopra il titolo del video stesso. Molti video vecchi non hanno gli hashtag: YouTube ha aggiunto questa funzione solo un paio di anni fa. Il mio consiglio è di aggiungerli assolutamente!

È importante ricordare che gli hashtag sono cliccabili e possono portare l’utente via dal canale per andare su quello altrui. Oltre a riproporre un hashtag in linea con il contenuto è importante non esagerare: la piattaforma di Google ha fissato il limite a 15 per un singolo video. Se il video piace, YouTube ti premierà. Per fidelizzare i tuoi utenti devi produrre dei contenuti di qualità, interagendo e coinvolgendo il potenziale pubblico. Il “tempo di visione” è la chiave del successo per scalare le classifiche di YouTube e trattenere le persone per un periodo di tempo più lungo è fondamentale per monetizzare. Per ottimizzare il tempo di visione, occorre analizzare i cosiddetti “Rapporti del Tempo di visualizzazione” che sono una fonte preziosa di informazioni e dati sul potenziale pubblico. In questo modo è possibile capire il grado di coinvolgimento degli spettatori e scoprire cosa piace e cosa no. Per promuovere un canale è importante creare delle playlist che trattano argomenti simili e che verranno riprodotti automaticamente ogni volta che qualcuno guarda un video della serie. Un altro modo efficace per coinvolgere gli spettatori è quello di inserire una domanda diretta nel video: in questo è possibile interagire con il pubblico tramite i classici commenti.

YouTube Studio e tutti i suoi strumenti

Per capire in quali aree migliorare il video, si può usare YouTube Studio (nello specifico il programma “Analytics”) che mette a disposizione una serie di strumenti per vedere quali video generano le iscrizioni e le cancellazioni al canale, l’area geografica in cui un particolare contenuto video è più popolare e altre preziose informazioni riguardanti le abitudini di visualizzazione degli spettatori e scoprire da dove proviene il traffico. È importante ricordare che avere molti “Mi piace” e un gran numero di iscrizioni permette di salire in alto nel gradimento degli algoritmi di YouTube: con molti iscritti i video possono scalare le classifiche delle visualizzazioni facilmente. È importante tenere a mente che YouTube è prima di tutto un motore di ricerca: ciò significa che molti utenti troveranno il video/canale tramite una normale ricerca oppure o il “suggerimento” di altri video.

L’importanza delle “schede” di YouTube

Uno degli strumenti più sottovalutati per chi crea contenuti dell’intero pacchetto offerto da YouTube sono le famose schede (“Card” in inglese): non sono altro che dei banner che appaiono solo per qualche istante (o per un determinato periodo di tempo da noi impostato) per proporre un canale, link, sondaggio, playlist, merchandising e crowdfunding.

Le schede hanno lo scopo di integrare i video e migliorare l’esperienza dello spettatore con informazioni specifiche e pertinenti (tramite l’aggiunta di trailer, per esempio). Un altro prezioso aiuto può arrivare dalle “schermate finali” che possono essere aggiunte negli ultimi 5-20 secondi di un video. Si possono usare per promuovere altri video, invitare gli spettatori a iscriversi e molto altro. Le opzioni per la personalizzazione della schermata finale sono molteplici: si possono applicare modelli, aggiungere nuovi elementi modificandone i tempi di visualizzazione, decidere in quali aree del video debbano essere visualizzati e così via.

Aggiungere sottotitoli e didascalie può rivelarsi utile, se consideri che più dell’80% dei video presenti su Facebook, per esempio, viene visualizzato senza volume. Può essere un’arma vincente se punti a far conoscere i video anche a chi non parla la nostra lingua o a chi ha problemi di udito.

YouTube in HD

È importante produrre i video nel formato giusto: le produzioni in HD sono molto apprezzate e ricercate, se consideri che quasi il 70% dei video in prima pagina su YouTube sono in alta definizione. Durante la pandemia la piattaforma di Big G ha fatto delle modifiche agli standard di classificazione dei video per andare incontro alle richieste dell’Unione Europea: l’Alta Definizione è passata dai classici 720p ai 1080p, mentre l’UHD è rimasta inchiodata ai 4K (2160p).

Promozione tramite i social

Dopo avere ottimizzato il video, per ottenere visualizzazioni extra e monetizzare occorre fare un po’ di promozione. I social network sono il luogo ideale per far conoscere i contenuti: se hai un buon seguito di follower (tu o la tua azienda) puoi sfruttare i soliti Twitter, Instagram e Facebook; se hai un blog o un sito, come nel mio caso, basta copiare il link sulla pagina, o embeddare il video, per metterlo a disposizione degli utenti. Per esempio, i link contenenti dei video vengono inoltrati sei volte più spesso di quelli con foto.

Per monitorare la visibilità dei contenuti puoi utilizzare una serie di strumenti come Awario, Mention o Brandwatch. I social network hanno molta influenza sull’algoritmo di YouTube e sul cosiddetto ranking. Grazie a questi tool puoi ottenere una serie di importanti informazioni sui video, analizzare la presenza sui social e l’efficacia delle strategie di promozione. Puoi raccogliere anche dati sulla concorrenza e sulle strategie da loro adottate. Con un programma come Awario, per esempio, basta inserire l’URL del video per studiarne l’efficacia tramite i social media e gestire i “Mi Piace” e i commenti e tutti gli altri aspetti di YouTube.

Non trascurare i blog

Un’altra strategia di promozione che sembra funzionare molto è quello di sfruttare i blog. Mettere dei video nei post funziona, soprattutto se metti i contenuti in quei blog dedicati alle Q&A (Question and Answer). Mettere un video in Quora, per esempio, può essere una buona idea, soprattutto se lo posizioni alla fine di una risposta.

Non c’è solo la community di Quora per promuovere i contenuti: puoi cercare forum o altri blog in cui sono richieste risposte agli argomenti che tratti. E non dimenticare le “vecchie” newsletter: basta un semplice link per aggiungere un video su come utilizzare il prodotto o sul perché sia migliore di quello dei concorrenti e così via.

L’importanza del SEO in YouTube

Il formato video è quello che funziona meglio: quando fai una normale ricerca su Google (o su qualsiasi altro search engine) sei più propenso a cliccare su un risultato che include un video anziché su uno senza. Gli utenti sono maggiormente attratti dai video e preferiscono guardare e ascoltare anziché leggere. I video sono in costante evoluzione (nei prossimi anni la comunicazione online con i video supererà l’80%) e le aziende li utilizzano sempre di più per promuovere i propri prodotti o servizi. Se vuoi che i video funzionino devi seguire una serie di regole e utilizzare i giusti strumenti.

Marco Maltraversi, Davide Prevosto e Giovanni Sacheli hanno pubblicato con l’editore LSWR il testo “Seo audit avanzato – Strategie e tecniche di ottimizzazione dei siti web sui motori di ricerca“. Ho voluto fare quattro chiacchiere con loro sulla SEO Audit: per semplificare è l’insieme di tecniche, analisi e verifiche da applicare a un sito web per valutarne la solidità a livello SEO; si studiano gli aspetti di un sito che, sia dal punto di vista tecnico sia da quello contenutistico, possono impattare sulla visibilità nei motori di ricerca.

 

Prima di entrare nel merito, faccio un passo indietro. La prima domanda riguarda la SEO in generale, spesso sottovalutata durante la realizzazione di un sito Web: come mai è un errore?

Costruiresti una casa senza aver prima progettato con cura le fondamenta, l’impianto elettrico e il sistema di riscaldamento? Realizzare un sito web senza tenere conto dell’enorme potenziale offerto dalla SEO è un errore madornale, in quanto si rinuncia da subito a sfruttare una lunga serie di opportunità. Ma non solo. Se in futuro si volesse mettere mano allo scenario SEO del proprio progetto, si potrebbe essere costretti ad apportare delle modifiche importanti e investire quindi ulteriore tempo e denaro.

Per questo motivo è essenziale definire la strategia SEO nella fasi di sviluppo di un sito web: curare tutti gli aspetti tecnici on-site, focalizzarsi sulle performance e analizzare il modo in cui gli utenti ricercano la tipologia dei servizi offerti sono la base per realizzare un ottimo prodotto, apprezzato dalle persone e dai motori di ricerca.

SEO Audit può essere una nuova professione del web: che cosa bisogna studiare per fare questo mestiere?

Diciamo che la SEO è una professione, l’Audit SEO è una delle operazioni che un SEO deve conoscere per individuare possibili problematiche e risolvere situazioni critiche. Se dobbiamo fare una similitudine il SEO è l’ingegnere civile, mentre l’audit SEO è lo studio di come poter ristrutturare un’abitazione analizzando ogni criticità per farla ritornare al suo vecchio splendore (se non di più).

La SEO sta div

entando una disciplina molto tecnica per questo è necessario un costante aggiornamento: in primis abbiamo creato il libro SEO Audit Avanzato con questo scopo: dare un punto di vista tecnico, strategico completo sulle attività fondamentale e imprescindibili della SEO.

Ci sono inoltre diversi corsi online che possono prepararti a questa disciplina, uno di questi è www.deepseo.it in cui si illustrano step by step i passi da fare per imparare questa disciplina complessa.

Infine tanta tanta pratica che ti permetterà di capire effettivamente come ragionano i motori di ricerca e applicare tutto quello che puoi apprendere sui libri o corsi online.

Che consigli si trovano nel vostro libro per chi vuole fare SEO audit?

Nel nostro manuale per professionisti il processo di auditing di un sito web viene sviscerato e diviso in micro-controlli che, come avrà modo di constatare che acquisterà il libro, sono specifici ma anche molto differenti l’uno con l’altro. Si devono analizzare i testi delle pagine e valutare la qualità e profondità dei contenuti, ma è anche necessario verificare aspetti tecnici come il robots.txt, la sitemap, le intestazioni http e molto altro ancora. Un bravo SEO deve essere poliedrico e deve quindi avere i giusti equilibri tra competenze differenti:

  • deve conoscere il markup HTML e magari qualche linguaggio web aggiuntivo (PHP,
  • JavaScript, Python, CSS, …)
  • se vuole ottimizzare i contenuti deve essere bravo a scrivere
  • deve anche essere analitico per navigare nel mare magnum di dati che gli strumenti del
  • mestiere forniscono
  • deve essere curioso di natura e avere voglia di studiare, perché per fare una buona SEO è
  • necessario rimanere aggiornati

Insomma, la SEO è un gran bel lavoro e per massimizzare i propri risultati risulta utile un profilo con il giusto mix di competenze tecniche ed umanistiche.