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Una volta l’OSINT sembrava una cosa da investigatori con tre monitor, mappe piene di fili rossi e caffè freddo. Oggi, invece, una parte del lavoro parte da una domanda molto più banale: che cosa è già pubblico online?

Profili social, nickname riutilizzati, indirizzi email, vecchi forum, marketplace, repository, immagini, leak, metadati, commenti, recensioni: il problema non è solo trovare informazioni. Il problema è capirle, collegarle, verificarle e non scivolare oltre il confine etico e legale.

È il tema che ho affrontato nel libro Il nuovo petrolio (online). OSINT e intelligenza artificiale: a caccia di dati pubblici nell’era dei chatbot, scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026. Il titolo dice già molto: i dati pubblici sono una risorsa, ma senza metodo diventano rumore. E senza responsabilità diventano un rischio.

Sul sito ho già raccontato perché OSINT e AI stanno cambiando il valore delle informazioni online. Qui faccio un passo più pratico: vediamo tre strumenti open source, uno per uno.

Copertina del libro Il nuovo petrolio online su OSINT e intelligenza artificiale
Il nuovo petrolio (online), il libro su OSINT e intelligenza artificiale scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026.

Che cosa cambia con l’AI nell’OSINT?

L’AI rende l’OSINT più veloce, ma non automaticamente più vera. Può aiutare a riassumere pagine, confrontare profili, estrarre entità, costruire timeline, tradurre contenuti, classificare risultati e generare ipotesi investigative. Però deve lavorare su fonti verificabili. Se l’AI inventa collegamenti, confonde omonimi o interpreta male un dato pubblico, il risultato può essere elegante e sbagliato. Nell’OSINT il valore nasce da tre cose: fonti, metodo e controllo umano.

Che cos’è l’OSINT, in pratica

OSINT significa Open Source Intelligence: raccolta, analisi e interpretazione di informazioni disponibili da fonti aperte. Non vuol dire “spiare”. Non vuol dire violare account. Non vuol dire forzare password. Vuol dire lavorare su dati pubblici, accessibili, osservabili, documentabili.

Il punto è che il web ha reso le fonti aperte enormi e disordinate. Una persona può usare lo stesso nickname per anni. Un’azienda può lasciare tracce in documenti, sottodomini, offerte di lavoro, comunicati, profili LinkedIn, PDF indicizzati, repository e social. Una notizia può essere confermata o smentita incrociando archivi, immagini, mappe, date e testimonianze.

Qui entra l’intelligenza artificiale: non come bacchetta magica, ma come assistente per leggere, filtrare e organizzare. Il lavoro serio resta quello umano: fare domande buone, separare fatti e ipotesi, controllare le fonti, rispettare privacy e normativa.

Perché se ne parla adesso

Nel 2026 l’OSINT è diventata una competenza utile ben oltre la cybersecurity. Serve a giornalisti, aziende, comunicatori, HR, formatori, consulenti, enti pubblici, associazioni e professionisti che vogliono capire meglio il contesto in cui si muovono.

Tre cambiamenti hanno accelerato tutto:

  • l’esplosione dei dati pubblici: ogni piattaforma lascia tracce, spesso frammentate;
  • la disponibilità di strumenti open source: molti tool automatizzano ricerche prima molto lente;
  • l’AI generativa: chatbot e modelli linguistici aiutano a sintetizzare, confrontare e formulare ipotesi, purché non vengano trattati come oracoli.

Nel libro Il nuovo petrolio (online) insistiamo proprio su questo: cercare non basta più. Bisogna trasformare dati pubblici in conoscenza utile, verificabile e responsabile.

Il flusso corretto: prima il metodo, poi gli strumenti

Prima di usare Maigret, Trape, Blackbird o qualsiasi altro strumento, conviene impostare un piccolo protocollo. Sembra noioso. In realtà evita molti errori.

  1. Definisci l’obiettivo: che cosa vuoi capire davvero?
  2. Stabilisci il perimetro: persona, azienda, dominio, nickname, evento, periodo, fonte.
  3. Raccogli solo ciò che serve: il fatto che un dato sia pubblico non significa che sia necessario.
  4. Annota le fonti: URL, data di accesso, screenshot, contesto.
  5. Distingui fatto, inferenza e ipotesi: “ho trovato questo profilo” non equivale a “è sicuramente la stessa persona”.
  6. Usa l’AI per organizzare, non per inventare: chiedile sintesi, tabelle, timeline, ma verifica sempre.
  7. Rispetta legge, consenso e finalità: l’OSINT non è una scusa per molestare, profilare o danneggiare qualcuno.

Tool 1: Maigret, il dossier da un nome utente

Maigret è uno strumento OSINT open source che cerca un nome utente su migliaia di siti e produce report consultabili. Il repository ufficiale lo descrive come un tool capace di raccogliere un dossier partendo da un solo username, senza richiedere API key.

Esempio di report HTML generato da Maigret per una ricerca OSINT su username
Un esempio di report HTML di Maigret: i risultati vengono organizzati per rendere più leggibile la ricerca su uno username.

Come funziona Maigret

Maigret parte da un identificatore, di solito un nickname. Poi controlla se quel nome utente compare su piattaforme diverse: social network, forum, siti tecnici, servizi fotografici, community, portali locali, piattaforme di gaming e altri archivi pubblici.

Il principio è semplice: molte persone riutilizzano lo stesso username in contesti diversi. Questo permette di ricostruire una possibile impronta digitale. Ma attenzione alla parola “possibile”: uno username trovato su due siti non prova automaticamente che dietro ci sia la stessa persona.

Le funzioni più interessanti sono:

  • ricerca su oltre 3.000 siti, con una selezione predefinita dei più rilevanti;
  • esportazione in formati utili per l’analisi, come HTML, PDF, CSV, JSON e grafi;
  • filtri per categorie, Paesi e tag;
  • interfaccia web per esplorare i risultati;
  • modalità AI opzionale per sintetizzare i risultati, usando un’API compatibile con OpenAI.

Dove entra l’AI

Con Maigret l’AI può aiutare soprattutto dopo la raccolta. Può riassumere un report, estrarre pattern, evidenziare account probabilmente collegati, costruire una tabella con piattaforma, URL, indizi e livello di confidenza.

Un uso sensato dell’AI non è: “dimmi chi è questa persona”. Un uso sensato è: “riassumi questi risultati separando dati certi, collegamenti deboli e ipotesi da verificare”. La differenza sembra piccola, ma è enorme.

Quando usarlo

Maigret è utile per audit della propria presenza online, verifica di brand impersonation, ricerca su nickname pubblici, analisi reputazionale e controllo di tracce lasciate nel tempo. È meno adatto quando mancano identificatori stabili o quando il rischio di omonimia è alto.

Tool 2: Trape, il caso delicato del tracciamento web

Trape è il più delicato dei tre strumenti citati. Nel README ufficiale viene presentato come tool OSINT di analisi e ricerca per tracciare persone su Internet e studiare dinamiche di social engineering in tempo reale. È stato presentato anche a Black Hat Arsenal Asia nel 2018.

Schermata del progetto Trape per OSINT e tracking pubblicata nel README ufficiale
Trape è uno strumento storico e controverso: interessante per capire il tracciamento web, ma da trattare con grande cautela etica e legale.

Come funziona Trape, in modo difensivo

Trape aiuta a capire una cosa importante: un browser comunica molte informazioni. Quando una persona visita una pagina, il sito può osservare elementi tecnici come indirizzo IP, user agent, sistema operativo, browser, lingua, risoluzione, referrer, tempi di visita, sessioni e altri segnali. In alcuni casi, combinando script, link e pagine-esca, si possono creare scenari di tracciamento molto invasivi.

Qui bisogna essere chiari: non è uno strumento da usare contro persone inconsapevoli. Il suo valore, in un articolo divulgativo, è far capire come funzionano certe tecniche di tracking e social engineering, in modo da difendersi meglio.

Dal punto di vista concettuale, Trape lavora su tre livelli:

  • pagina osservata: una pagina web controllata dall’operatore riceve visite e raccoglie segnali tecnici;
  • pannello di analisi: le informazioni vengono mostrate in una dashboard;
  • azioni lato browser: il progetto documenta funzioni che possono diventare molto invasive se usate male.

Proprio per questo non ha senso trasformare Trape in una guida operativa passo passo. È molto più utile usarlo come caso studio per parlare di consenso, consapevolezza, sicurezza dei browser, link sospetti, permessi di geolocalizzazione, fingerprinting e formazione anti-phishing.

Cosa può insegnare a un’azienda

Trape è utile, in contesti autorizzati di formazione e security awareness, per mostrare perché non bisogna cliccare link ricevuti fuori contesto, perché i permessi del browser contano, perché la geolocalizzazione non va concessa con leggerezza e perché una pagina apparentemente innocua può raccogliere segnali tecnici.

La lezione pratica non è “usa Trape”. La lezione pratica è: capisci come vieni tracciato, così riduci la tua superficie esposta.

Tool 3: Blackbird, username, email e profili AI

Blackbird è un tool OSINT open source per cercare account collegati a username ed email su centinaia di piattaforme. Il progetto dichiara l’integrazione con WhatsMyName, una base dati molto usata per ridurre falsi positivi nella ricerca di username.

Schermata dimostrativa di Blackbird con analisi AI dei risultati OSINT
Blackbird integra anche una funzione AI per trasformare risultati grezzi in una prima lettura comportamentale e tecnica.

Come funziona Blackbird

Blackbird prende in input un nome utente o un indirizzo email e controlla se esistono account pubblici associati a quel dato. La logica è simile a quella di altri strumenti di username enumeration, ma con due elementi interessanti: la ricerca su molte piattaforme e la possibilità di generare output più leggibili, anche in PDF o CSV.

La funzione AI, secondo la documentazione del progetto, analizza i siti in cui un username o un’email vengono trovati e produce un profilo comportamentale e tecnico. Il README precisa anche un dettaglio importante: vengono inviati solo i nomi dei siti, non dati sensibili.

In pratica Blackbird può aiutare a rispondere a domande come:

  • questo nickname compare su molte piattaforme?
  • ci sono account potenzialmente collegati a una stessa identità pubblica?
  • quali categorie di siti emergono: developer, gaming, social, forum, marketplace?
  • il pattern sembra coerente o pieno di falsi positivi?
  • quali risultati meritano verifica manuale?

Dove entra l’AI

Blackbird mostra bene la differenza tra raccolta e interpretazione. La raccolta dice: “ho trovato risultati su questi siti”. L’interpretazione prova a dire: “questi risultati suggeriscono un certo profilo di attività”.

Qui il rischio è evidente: l’AI può trasformare segnali deboli in conclusioni troppo forti. Per questo, anche quando il report è ben scritto, conviene aggiungere sempre un livello di confidenza e una colonna “da verificare”.

Maigret, Trape e Blackbird a confronto

Tool Input principale Output Uso consigliato Attenzione
Maigret Username Dossier, report, grafi, esportazioni Audit di impronta digitale e ricerca su nickname Omonimie e falsi collegamenti
Trape Visita a pagina controllata Segnali tecnici e tracking Formazione difensiva e consapevolezza Consenso, legalità, rischio abuso
Blackbird Username o email Account trovati, export, profilo AI Ricerca rapida e reportistica Interpretazioni AI da verificare

Come usare l’AI senza farsi ingannare dall’AI

Il modo migliore per usare l’AI nell’OSINT è darle un compito da analista ordinato, non da indovino.

Un prompt utile può essere questo:

Analizza questi risultati OSINT.
Separa:
1. fatti verificabili;
2. collegamenti probabili;
3. ipotesi deboli;
4. falsi positivi possibili;
5. informazioni da non usare perché irrilevanti o troppo invasive.

Per ogni elemento indica:
- fonte;
- livello di confidenza;
- motivo della classificazione;
- controllo manuale consigliato.

Non identificare persone reali se le fonti non lo dimostrano.
Non trasformare coincidenze in certezze.

Questo tipo di richiesta costringe il modello a rallentare. Ed è una buona cosa. Nell’OSINT la fretta produce errori, e gli errori possono danneggiare persone.

Video per approfondire

Per approfondire i tre strumenti e il contesto OSINT, ecco alcuni video utili. Come sempre, guardali con spirito critico: i video tecnici invecchiano, i tool cambiano, e non tutto ciò che è dimostrabile è anche opportuno da fare.

Maigret: ricerca OSINT da username

Blackbird: username, email e ricerca account

Trape: caso studio su tracking e consapevolezza

OSINT e AI: quadro generale

I rischi da evitare

L’OSINT con l’AI è potente proprio perché sembra semplice. Inserisci un nickname, ottieni un report, chiedi al chatbot di riassumere. Il problema è che la semplicità dell’interfaccia nasconde la complessità del giudizio.

I rischi principali sono:

  • falsi positivi: due persone diverse possono usare lo stesso nickname;
  • profilazione eccessiva: raccogliere più dati del necessario può essere scorretto o illegale;
  • allucinazioni dell’AI: il modello può inventare collegamenti plausibili;
  • doxing: pubblicare o diffondere dati personali può causare danni reali;
  • effetto tunnel: una prima ipotesi sbagliata può guidare tutta l’indagine;
  • strumenti obsoleti: molti tool OSINT dipendono da siti che cambiano interfacce, blocchi e policy.

Da dove iniziare in modo responsabile

Il miglior primo esercizio non è investigare sugli altri. È fare OSINT su se stessi o sulla propria azienda, con finalità difensiva.

Puoi partire così:

  1. scegli un tuo nickname pubblico;
  2. cerca dove appare;
  3. controlla quali informazioni emergono dai profili;
  4. verifica vecchi account dimenticati;
  5. rimuovi o aggiorna ciò che non vuoi più lasciare pubblico;
  6. documenta le fonti e chiedi all’AI solo una sintesi ragionata;
  7. ripeti l’audit ogni sei mesi.

Questo esercizio ha un vantaggio: ti insegna a usare gli strumenti senza trasformare l’OSINT in curiosità invasiva. Ed è anche un buon modo per capire quanto siamo trasparenti online senza accorgercene.

In sintesi

Maigret, Trape e Blackbird mostrano tre facce diverse dell’OSINT. Maigret lavora bene sui nickname e sui report. Blackbird aggiunge ricerca su username ed email con una componente AI. Trape, invece, è un caso da trattare con cautela: utile per capire il tracking e difendersi, pericoloso se usato senza consenso.

L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista. Lo aiuta a leggere meglio, ordinare meglio e porsi domande migliori. Ma nell’OSINT, più che altrove, vale una regola semplice: un’informazione trovata non è ancora una verità. È solo l’inizio del lavoro.

Per approfondire il metodo, i casi d’uso e i confini etici, trovi il libro Il nuovo petrolio (online) sul sito di Ledizioni.

FAQ

Che cos’è l’OSINT?

L’OSINT, Open Source Intelligence, è la raccolta e analisi di informazioni disponibili da fonti aperte: siti, social, archivi pubblici, documenti, immagini, mappe, repository e altre fonti accessibili legalmente.

L’AI può fare OSINT da sola?

No. L’AI può aiutare a riassumere, classificare, tradurre e collegare informazioni, ma deve essere guidata da fonti verificabili e controllata da una persona. Può sbagliare o inventare collegamenti.

Maigret e Blackbird sono simili?

Sì, entrambi cercano tracce pubbliche collegate a username. Maigret è molto orientato ai dossier e ai report su nickname; Blackbird lavora su username ed email e include una funzione AI per sintetizzare i risultati.

Trape è sicuro da usare?

Trape va trattato con molta cautela. È utile come caso studio difensivo sul tracking web e sulla social engineering awareness, ma usarlo contro persone inconsapevoli può violare privacy, legge ed etica professionale.

Qual è il rischio principale dell’OSINT con l’AI?

Il rischio principale è trasformare segnali deboli in certezze. L’AI può rendere un report più leggibile, ma può anche amplificare errori, falsi positivi e collegamenti non dimostrati.

Da dove conviene iniziare?

Conviene iniziare con un audit personale o aziendale: cercare i propri nickname, verificare profili pubblici, documentare le fonti e usare l’AI solo per organizzare i risultati, non per trarre conclusioni non verificate.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Hai trenta secondi liberi?

Vai su LinkedIn. Clicca sulla tua foto profilo. Entra in Impostazioni e privacy, poi in Privacy dei dati e infine in Come LinkedIn usa i tuoi dati.

Troverai una voce chiamata “Dati per il miglioramento dell’AI generativa”.

Se è attiva, LinkedIn può utilizzare alcuni dei tuoi dati e contenuti pubblici per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei propri sistemi di intelligenza artificiale.

Puoi disattivarla con un semplice clic.

Perché dovresti farlo? Per una ragione molto semplice: la maggior parte delle persone non sa nemmeno che questa impostazione esiste. Non si tratta di allarmismo. Non significa che LinkedIn stia facendo qualcosa di illegale o nascosto. L’opzione è documentata e modificabile. Il punto è un altro: la consapevolezza.

Ogni giorno condividiamo post, commenti, articoli, esperienze professionali e informazioni sul nostro lavoro. Sono dati che raccontano chi siamo, come ragioniamo, quali competenze possediamo e quali problemi risolviamo.

L’intelligenza artificiale si nutre di dati. E quando un servizio ci offre la possibilità di scegliere se contribuire o meno all’addestramento e al miglioramento dei modelli, vale la pena sapere che quella scelta esiste.

La vera domanda non è se lasciare attiva o disattivare l’opzione. La vera domanda è: quante altre impostazioni simili abbiamo accettato senza leggerle?

Negli ultimi mesi l’AI generativa è entrata nelle aziende con una velocità impressionante. ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude e decine di altri strumenti sono diventati parte della quotidianità lavorativa.

Molti dipendenti li utilizzano convinti che siano semplicemente una versione più evoluta di Google. Non è così.

Domani parleremo proprio di questo: perché alcuni strumenti di AI che sembrano innocui possono rappresentare un rischio per la privacy aziendale, quali informazioni vengono realmente condivise e che cosa il datore di lavoro può vedere o monitorare quando utilizzi determinate piattaforme.

Nel frattempo, controlla quella impostazione su LinkedIn. Trenta secondi. Un clic. E una maggiore consapevolezza digitale.

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Inviaci email

C’è una scena che ormai vedo ovunque nei corsi: qualcuno carica un PDF su ChatGPT o su un altro strumento di intelligenza artificiale e dice “fammi un riassunto”. Domanda: cosa c’era dentro quel PDF? Nome, cognome, codice fiscale, partita IVA, email, indirizzi, magari dei clienti. E a quel punto non stai più usando l’AI: stai regalando dati personali.

Anonimizzare documenti e PDF prima di caricarli su ChatGPT, Copilot o altri strumenti AI non è un optional: è un passaggio fondamentale per proteggere la privacy, ridurre i rischi GDPR e lavorare in modo consapevole con l’intelligenza artificiale. In questa guida pratica scopri come farlo, quali dati rimuovere, quali strumenti usare e quando conviene lavorare in locale.

Il problema non è l’AI. È come la usi

L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Ma ha una caratteristica che spesso ignoriamo: non distingue tra dato utile e dato sensibile. Se carichi un documento “sporco”, lei lo elabora comunque. E tu sei responsabile di ciò che hai condiviso.

Come dici: chi diavolo lo fa?

L’intelligenza artificiale entra sempre più nelle aziende, ma non sempre viene utilizzata in modo sicuro. Secondo il Report 2025 di Cyberhaven, citato da Federprivacy, il 77% dei lavoratori copia e incolla dati aziendali sensibili in ChatGPT e altri chatbot AI. Tra le informazioni condivise figurano documenti interni, dati dei clienti e contenuti riservati. Un comportamento che può esporre le organizzazioni a rischi di violazione della privacy, perdita di proprietà intellettuale e problemi di conformità normativa. Per questo gli esperti sottolineano l’importanza di formazione, policy aziendali e strumenti di governance dedicati all’uso dell’AI generativa.

Ecco i rischi principali di caricare documenti non anonimizzati su piattaforme AI:

  • violazioni del GDPR (Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali)
  • perdita di controllo sui dati personali e aziendali
  • condivisione involontaria di informazioni riservate
  • esposizione di clienti, fornitori, dipendenti e collaboratori

Non è paranoia. È igiene digitale di base per chiunque usi l’intelligenza artificiale in modo professionale.

Quali dati personali rimuovere prima di usare l’intelligenza artificiale

Prima di caricare qualsiasi documento su un sistema AI, dovresti sempre rimuovere o oscurare questi elementi:

  • Nomi e cognomi di persone fisiche
  • Email e numeri di telefono
  • Codici fiscali e numeri di partita IVA
  • IBAN e dati bancari
  • Indirizzi e riferimenti geografici precisi
  • Dati sanitari e informazioni sulla salute
  • Segreti aziendali e informazioni riservate

Questa è la regola aurea dell’anonimizzazione: prima anonimizzi, poi usi l’AI. Dovrebbe essere una procedura standard, come lavarsi le mani prima di operare.

Come anonimizzare un PDF online con redactpdf.io

Dalle ricerche che ho condotto emerge uno strumento interessante: redactpdf.io. Si tratta di un servizio online progettato per anonimizzare documenti e PDF in modo rapido e sicuro.

Funziona così:

  • carichi il documento
  • il sistema individua automaticamente i dati sensibili
  • tu verifichi le modifiche proposte
  • scarichi il PDF anonimizzato

Semplice ed efficace.

Nella versione gratuita puoi caricare un documento alla volta (fino a 25 pagine), con una dimensione massima di 5 MB.

È sicuro usare redactpdf.io?

Lo strumento dichiara espressamente:

  • crittografia dei documenti durante il trattamento
  • elaborazione lato browser o in ambiente sicuro
  • nessun uso di AI di terze parti per l’elaborazione
  • server situati in Europa (infrastruttura EU-compliant)
  • cancellazione immediata dei file dopo il download
  • nessun account richiesto per utilizzare il servizio

Tradotto: privacy by design. Un approccio che mette la protezione dei dati al centro del processo di anonimizzazione.

Il punto critico che molti ignorano

“Uso uno strumento sicuro, quindi sono a posto”.

Non è così.

Il vero problema non è lo strumento. È il processo. Se tu:

  • carichi il file sbagliato
  • dimentichi un dato sensibile
  • non controlli l’output prima di usarlo

hai già perso. L’AI aiuta, ma non sostituisce la responsabilità umana. Anonimizzare documenti per l’AI richiede sempre una verifica finale da parte tua.

OpenAI lancia Privacy Filter

C’è una novità che merita attenzione da parte di chi usa l’intelligenza artificiale in azienda, negli studi professionali o nella Pubblica Amministrazione: OpenAI ha presentato Privacy Filter, un modello open-weight progettato per individuare e oscurare dati personali nei testi prima che vengano elaborati da altri sistemi di intelligenza artificiale.

Secondo OpenAI, il modello può funzionare anche in locale, senza inviare contenuti nel cloud. Questo aspetto è cruciale per settori delicati come sanità, legale, HR, finanza e pubblica amministrazione.

Come funziona? Si scarica il modello dalla pagina ufficiale di OpenAI o dal repository indicato e si installa in ambiente locale tramite Python, usando librerie come Transformers o vLLM. Un approccio che mette il controllo dei dati nelle mani dell’utente, non del fornitore del servizio.

Microsoft Presidio: la soluzione per anonimizzare dati in locale

Se lavori con dati sensibili (aziende, PA, sanità), la domanda è un’altra: ha senso usare strumenti online? Spesso la risposta è no.

Qui entra in gioco un approccio più solido, come quello di Microsoft Presidio, un framework open source progettato per:

  • rilevare dati personali (PII) nei testi e nei documenti
  • anonimizzare testi e documenti in modo automatizzato
  • lavorare su dati strutturati e non strutturati
  • funzionare in ambienti controllati, anche on-premise

Non è plug-and-play come redactpdf.io. Ma è molto più governabile. E quando gestisci dati veri, la governance vale più della comodità.

Workflow sicuro per usare documenti con l’intelligenza artificiale

Ti propongo una procedura concreta, replicabile subito:

  1. Classifica il documento
    • contiene dati personali?
    • contiene dati sensibili?
    • contiene segreti aziendali?
  2. Scegli il livello di protezione
    • basso rischio → tool online
    • medio rischio → tool verificati + revisione manuale
    • alto rischio → solo strumenti locali
  3. Anonimizza
    • automatico (AI o tool dedicati)
    • manuale (controllo umano)
  4. Verifica
    • rilettura completa del documento
    • ricerca di pattern (email, numeri, nomi)
  5. Solo ora usa l’AI

Questo è il punto: l’AI è l’ultimo passo, non il primo. Il workflow sicuro per documenti con l’AI parte sempre dall’anonimizzazione.

Una domanda scomoda (ma necessaria)

Se quel documento finisse online domani, cosa succederebbe?

Se la risposta è “nulla”, sei tranquillo.

Se la risposta è “un problema”, allora devi cambiare processo.

FAQ sull’anonimizzazione dei documenti per l’intelligenza artificiale

Come anonimizzare un PDF prima di caricarlo su ChatGPT?

Prima di caricare un PDF su ChatGPT, conviene rimuovere o oscurare nomi, email, numeri di telefono, codici fiscali, IBAN, indirizzi e altri dati personali. Puoi farlo con strumenti di redazione automatica come redactpdf.io oppure manualmente, ma è sempre importante controllare il file finale prima di usarlo con l’AI.

Quali dati personali vanno rimossi da un documento prima di usare l’AI?

In generale vanno rimossi tutti i dati che identificano direttamente o indirettamente una persona: nome e cognome, email, telefono, indirizzo, codice fiscale, partita IVA, IBAN, dati sanitari, riferimenti geografici precisi e informazioni aziendali riservate.

È sicuro usare strumenti online per anonimizzare documenti?

Dipende dal tipo di documento e dal livello di rischio. Per file poco critici può avere senso usare tool online verificati con infrastruttura europea e policy GDPR-compliant. Per contenuti sensibili o riservati è preferibile lavorare in locale o in ambienti controllati con strumenti come Microsoft Presidio o OpenAI Privacy Filter.

Che cos’è OpenAI Privacy Filter?

OpenAI Privacy Filter è un modello open-weight pensato per individuare e oscurare informazioni personali nei testi prima che vengano elaborati da altri sistemi AI. Secondo la documentazione ufficiale, il modello può funzionare anche in locale, senza inviare contenuti nel cloud. È particolarmente indicato per settori come sanità, legale, HR, finanza e pubblica amministrazione.

Microsoft Presidio serve per anonimizzare documenti?

Sì. Microsoft Presidio è un framework open source usato per rilevare e anonimizzare PII (Personally Identifiable Information) nei testi e in altri contenuti. Si integra bene in flussi di lavoro aziendali e può funzionare anche on-premise, offrendo un controllo maggiore rispetto ai semplici tool online.

Qual è il metodo più sicuro per usare documenti con l’intelligenza artificiale?

Il metodo più prudente è questo: classificare il documento in base al livello di rischio, scegliere il livello di protezione adeguato, anonimizzare i dati personali, verificare manualmente il risultato e solo alla fine usare l’AI. L’intelligenza artificiale deve essere l’ultimo passo, non il primo.

Gli algoritmi, spesso, sono programmati per fare cose a noi poco comprensibili. È il caso di una piattaforma come Instagram che sembra prediligere le foto di uomini e donne in costume da bagno o, comunque, poco vestiti (come evidenziato da questo articolo di Open). Le preferenze dell’algoritmo di proprietà di Meta, purtroppo, possono influenzare non solo il comportamento delle principali star della piattaforma (influencer e creatori di contenuti) ma anche il destino di aziende che si affidano a Instagram per vendere i propri prodotti.

È il caso di Marco (nome fittizio), un piccolo imprenditore che vive in una grossa città del Vecchio Continente e promuove i prodotti creati dalla sua azienda attraverso i canali social. Di che cosa si occupa la piccola impresa di Marco? La sua azienda produce delle barrette energetiche studiate appositamente per gli sportivi. Il reparto marketing di Marco utilizza le piattaforme social per attirare nuove clienti e per fidelizzare quelli più affezionati. In Europa i social network di proprietà di Mark Zuckerberg la fanno da padrone e una presenza su questi canali è fondamentale per il successo della propria azienda. Instagram, in particolare, punta tutto su foto e video. Marco e i suoi responsabili del reparto marketing hanno scoperto che “solo” alcuni dei numerosi post pubblicati hanno raggiunto gli oltre 100.000 follower della propria azienda. In particolare, è stato notato che le foto e i video che hanno funzionato meglio sono quelle che avevano come soggetto alcune modelle in bikini o in attillate tute sportive. Giovanna, autrice di una serie libri di successo, ha dichiarato che le foto più apprezzate dai suoi fan sono quelle che la ritraggono in costume di bagno o con addosso qualche sexy minigonna.

Purtroppo, l’algoritmo di Instagram sembra essere attratto da uomini e donne poco vestiti: per chi si affida alla piattaforma di Meta per lanciare le proprie campagne marketing è un problema non da poco. E, soprattutto, proporre foto e video di questo tipo per un’azienda potrebbe essere qualcosa che va contro i propri valori.

Come funziona l’algoritmo di Instagram?

Per capire come funziona l’algoritmo di Instagram e come vengano effettuate certe scelte, un organismo come l’European Data Journalism Network e un sito come AlgorithmWatch hanno condotto un interessante esperimento. Sono stati selezionati 26 volontari a cui è stato chiesto di installare un’estensione per il browser e di seguire un certo numero di influencer/creatori di contenuti. Nello specifico, sono stati selezionati 37 personaggi (di cui 14 uomini) provenienti da 12 diversi paesi che utilizzano Instagram per pubblicizzare marchi o acquisire nuovi clienti per le loro attività, principalmente nei settori food, viaggi, fitness, moda e bellezza.

L’estensione aggiunta al browser ha permesso di controllare automaticamente l’home page di Instagram a intervalli regolari, monitorando i post visualizzati in cima ai newsfeed. In questo modo i ricercatori hanno potuto avere una panoramica dettagliata di quello che l’algoritmo considera rilevante per ogni utente che ha partecipato all’esperimento. Nell’arco di tre mesi sono stati analizzati qualcosa come 1.737 post (contenenti 2.400 foto):

Il 21% del materiale pubblicato conteneva immagini di donne in bikini o in biancheria intima o di uomini a torso nudo.

In particolare, nei feed dei partecipanti all’esperimento i post con immagini di questo tipo arrivavano al 30% (alcuni contenuti sono stati mostrati più di una volta). In particolare, i post che contenevano immagini di donne con indumenti intimi o in bikini avevano il 54% di probabilità in più di apparire nel feed delle notizie degli utenti partecipanti all’esperimento. I post contenenti immagini di uomini a torso nudo, invece, avevano il 28% di probabilità in più di essere mostrati; quelli con cibo o paesaggi avevano circa il 60% in meno di probabilità di essere visualizzati nel feed delle notizie.

A Instagram piacciono i costumi da bagno

La “propensione” di Instagram verso i corpi umani poco vestiti potrebbe non essere applicabile a ogni contesto e a ogni utente presente sulla piattaforma: la personalizzazione e altri fattori possono arginare/amplificare questo fenomeno. Interpellata sulla questione, Meta ha sostenuto che la ricerca condotta fosse viziata in partenza, ribadendo che la classificazione sulle sue piattaforme funziona in base ai contenuti per i quali un utente mostra interesse, e non per la presenza di qualche sexy costume da bagno. Senza avere accesso ai dati ufficiali di Meta è difficile trarre delle conclusioni anche se c’è la forte convinzione tra i ricercatori che i risultati ottenuti siano abbastanza “rappresentativi” del funzionamento generale di Instagram.

In ogni caso, grazie ai whistleblower, sappiamo che Meta è consapevole dei danni che sta facendo sui teenager:

La metrica del coinvolgimento

Gli ingegneri di Meta hanno più volte affermato (le informazioni sono state recuperate attraverso i brevetti presentati) che l’algoritmo di Instagram analizza ogni immagine pubblicata sulla piattaforma assegnandogli una “metrica per misurare il coinvolgimento” che tiene conto dei comportamenti degli utenti. Per esempio, se a una persona piace un brand particolare e una foto mostra un prodotto di quello stesso marchio, la metrica di coinvolgimento aumenta. Altri parametri come il sesso, la provenienza e lo stato di vestizione delle persone in una foto possono influenzare il calcolo di questo parametro.

Sulla piattaforma, però, viene specificato che l’elenco dei contenuti proposto viene organizzato in base agli interessi degli utenti. Nel brevetto registrato da Facebook (ora Meta) nel 2015 veniva spiegato come l’algoritmo fosse in grado di classificare i contenuti in base a quello che potesse interessare agli utenti presenti sulla piattaforma.

Le immagini pubblicate possono essere visualizzate nei newsfeed di uno o più utenti in base al loro storico (i comportamenti tenuti finora) ma anche prestando attenzione alle preferenze stesse di Instagram, che può decidere arbitrariamente quello che può essere coinvolgente per i frequentatori della sua piattaforma. Facebook, per esempio, analizza automaticamente le immagini con un software specifico prima che il suo algoritmo decida quali mostrare nel newsfeed di un utente. L’intelligenza artificiale è stata addestrata attraverso migliaia di immagini che sono state analizzate manualmente: questa modalità tende a influenzare il modo in cui Instagram assegna le priorità nei feed di notizie.

Tutta colpa dell’IA?

Questo sistema, purtroppo, non è esente da problemi come sanno benissimo programmatori e ingegneri informatici: si possono verificare delle correlazioni spurie o fallaci. Per esempio, un algoritmo allenato a riconoscere lupi e cani attraverso una serie di immagini specifiche, non sempre riuscirà a identificare questi animali con la precisione di un essere umano. È possibile che consideri un lupo qualsiasi altro animale presente su uno sfondo con neve.

I dati che alimentano gli algoritmi nella maggior parte dei casi non sono di grande qualità (principalmente per una questione economica) e spesso vengono tralasciati dettagli e variabili che potrebbero fare la differenza nei sistemi automatizzati. Le conseguenze, alle volte, possono essere spiacevoli: lo scorso anno un artista brasiliano ha visto bloccati alcuni post su Instagram perché conteneva dei contenuti ritenuti violenti; peccato che le immagini raffigurassero il sette volte campione del mondo della F1 Lewis Hamilton e un ragazzino. Entrambi avevano la pelle scura. Un’insegnante di yoga di asiatica-americana è stata protagonista di un altro episodio particolare: una foto che la ritraeva nella posizione della gru laterale è stata bloccata perché secondo l’algoritmo di Instagram era volgare. Le linee guida di Instagram affermano che la nudità “non è consentita” ma la piattaforma sembra favorire quei post che mostrano centimetri e centimetri di pelle umana. La differenza tra quello che è lecito e quello che non lo è davvero sottile: il rischio di essere cacciati dalla piattaforma è sempre dietro l’angolo.

Giovanna, Marco e molti altri imprenditori che si affidano a Instagram per le loro campagne marketing avevano il terrore di parlare con i media. La maggior parte dei creatori di contenuti professionisti teme ritorsioni da parte di Meta sotto forma di cancellazione dell’account o divieti nascosti (per esempio i post mostrati a pochissimi follower o a nessuno!): una vera e propria condanna a morte per loro attività.

L’introduzione in Europa del GDPR sulla protezione dei dati nel 2018 e la promulgazione del Regolamento europeo Platform to Business (P2B) nel 2020 hanno obbligato i servizi di intermediazione online a rendere noti i principali parametri che determinano il ranking algoritmico. Purtroppo, nessuna autorità, a livello europeo o all’interno degli stati membri, ha il potere o gli strumenti necessari per controllare quello che fanno Meta, Google, Microsoft, Amazon e compagnia bella. Sebbene la discriminazione basata sul genere sia vietata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non esistono attualmente vie legali che permettano a un utente di avviare un procedimento contro la piattaforma di Meta.

Alcune organizzazioni/sindacati combattono per i diritti dei creatori indipendenti sui social media: sono già partite una serie di azioni collettive contro Google per chiedere una maggiore equità e trasparenza sulle politiche attuate su YouTube. Instagram, per ora, non è stato toccato: gli imprenditori e le imprenditrici sono costretti a rispettare le regole stabilite dagli ingegneri di Facebook se vogliono avere la possibilità di guadagnarsi da vivere…

LinkedIn offre numerose opzioni per modificare la privacy e la visibilità del tuo profilo, così da consentire a ogni utente di personalizzare la propria esperienza. Ci sono per esempio persone che preferiscono non dare l’e-mail a tutti, ma solo alle persone della propria rete, così come altre che preferiscono far apparire solamente l’iniziale del cognome agli utenti al di fuori delle proprie cerchie. I più attenti alla privacy preferiranno non far vedere agli altri quando sono connessi al social. Alcuni vorranno informare il proprio network di ogni modifica apportata, incluso il cambio della foto del profilo, altri al contrario desiderano evitare di bombardare i contatti di notifiche. Le opzioni sono davvero tantissime e permettono a tutti di trovare il giusto equilibrio fra la massima visibilità e una maggiore riservatezza.

Per accedere a queste impostazioni, entra nel tuo profilo, clicca sull’immagine e poi dal menu a tendina seleziona Impostazioni e Privacy.

Visibilità del tuo profilo e rete

Quando visiti il profilo di una persona, questa verrà avvisata della tua visita, anche se si trova al di fuori della tua cerchia. Ovviamente, anche tu puoi fare lo stesso cliccando sulla voce Chi ha visitato il tuo profilo? Questo dettaglio è estremamente utile, dal momento che ti consente di sapere chi è venuto a cercarti e, soprattutto, come: nei dettagli infatti viene specificato se ti ha trovato tramite la ricerca o l’homepage. Solitamente, è consigliabile tenere attiva questa funzione perché dà una notevole spinta alle possibilità di interagire con nuovi profili ed espandere la tua rete professionale. Ci sono però casi in cui preferiresti poter fare ricerche in maniera totalmente anonima, senza lasciare tracce. Per farlo, clicca su Opzioni di visualizzazione del profilo e cambia l’impostazione.

Quella predefinita mostrerà ai profiili che visiti tutti i dettagli su di te, con tanto di link al profilo. Puoi scegliere anche di condividere solo alcune caratteristiche generiche, e quindi i visitatori vedranno qualcosa del tipo “Giornalista nel settore Media online – Milano”, oppure essere totalmente anonimo, e in tal caso verrà visualizzato Membro anonimo di LinkedIn.

Se decidi di non aprirti del tutto, però, dovrai pagare uno scotto: non avrai più modo di vedere chi ha visitato il tuo profilo, indipendentemente dalle impostazioni del visitatore. A questo puoi porre rimedio passando a un abbonamento di tipo Premium, che ti darà accesso completo alle info di chi ha visitato il tuo profilo negli ultimi 90 giorni (sempre che quest’ultimo non abbia deciso a sua volta di restringere la visibilità del suo).

Lo stesso vale per le Storie, una funzione recentemente introdotta da LinkedIn che strizza l’occhio all’omonima funzione di Instagram e Facebook. Nell’impostazione predefinita, quando visualizzi una storia il creatore ti vedrà nell’elenco dei viewer, ma puoi decidere di dare informazioni generiche oppure vederla come membro anonimo di LinkedIn.

Come ti vedono gli altri?

Come forse sai, i profili di LinkedIn sono indicizzabili dai motori di ricerca. Chiunque può vederlo, anche senza essere iscritto al social del business. Puoi però decidere di avere un profilo pubblico differente da quello che vedranno i search engine e le persone non loggate sulla piattaforma. Cliccando su Modifica il tuo profilo pubblico potrai decidere cosa far indicizzare a Google & Co e quali sezioni vedrà chi non è iscritto alla piattaforma: potresti per esempio decidere di mostrare i gruppi a cui sei iscritto, le pubblicazioni e le esperienze precedenti solo agli utenti loggati, per esempio.

La tua foto, invece, merita un discorso a parte: puoi infatti decidere di renderla pubblica, così come di mostrarla solo agli utenti di LinkedIn o, restringendo ulteriormente, solo ai collegamenti di primo grado. Nome, numero di collegamenti e area geografica, invece, devono essere obbligatoriamente pubblici.

Un dato ancora più sensibile della foto è l’indirizzo e-mail e alla voce Chi può vedere o scaricare il tuo indirizzo email puoi decidere se mostrarla a tutti, ai soli collegamenti di primo grado, a tutti i tuoi collegamenti o, in generale, a qualsiasi utente di LinkedIn. Un dettaglio molto interessante è che, pur lasciandola visibile, puoi decidere di impedire che venga inclusa negli export di dati effettuati dagli utenti.

Alla voce Collegamenti, invece, puoi scegliere se chi fa parte della tua rete può vedere anche i tutti i tuoi collegamenti. Se decidi di disattivarla, in ogni caso, gli utenti del social potranno vedere i collegamenti che avete in comune così come quelli che hanno confermato le tue competenze sul tuo profilo.

Il cognome è mio e non te lo mostro

Navigando su LinkedIn avrai notati che ci sono numerosi profili dove il cognome viene abbreviato con la sola iniziale, tipo Mario R. o Christiane F. Se anche tu desiderassi per qualche motivo farlo, puoi andare alla voce Chi può vedere il tuo cognome così che solo chi fa parte della tua rete lo visualizzi in maniera completa. Chi fa una ricerca utilizzando il tuo nome e cognome, però, potrà trovarti lo stesso.

Ricerca del profilo tramite e-mail e numero di telefono

LinkedIn ti permette di andare alla ricerca dei tuoi contatti personali accedendo alla rubrica delle e-mail o del telefono. Fondamentalmente, vede se ci sono profili associati a questi dati e te li propone come collegamenti: una funzione molto utile per i nuovi iscritti al social, che possono così automatizzare l’invio di richieste di collegamento con le persone che già conoscono. Puoi evitare che accada agendo sulle impostazioni di Ricerca del profilo con email/numero di telefono, specificando se possono trovarti in questa maniera tutti, nessuno o i solo contatti di 1° grado.

Visibilità della tua attività su LinkedIn

LinkedIn ti permette di avere controllo sulla visibilità della tua attività. Alla voce Gestisci il tuo stato di connessione puoi decidere chi può vedere quando sei online, mentre Condividi gli aggiornamenti del tuo profilo con la rete potrai decidere se la tua rete riceverà notifiche in caso di modifiche al profilo (posizione lavorative, ruolo, foto…) e di anniversari lavorativi. Se stai facendo esperimenti sull’ottimizzazione del tuo profilo, ti consiglio di disattivarla, almeno momentaneamente: rischieresti di mandare un’infinità di notifiche poco utili.
La voce Fai sapere ai collegamenti quando il tuo nome è menzionato nelle notizie, come suggerisce il nome, invierà notifiche alla tua rete quando vieni menzionato su un post o su un articolo Pulse: ti consiglierei di lasciarla attiva, e di fare lo stesso alla voce Menzioni o Tag. Potresti infatti decidere di non dare agli altri utenti la possibilità di taggarti, ma dal mio punto di vista non è molto intelligente farlo, dato che limiterebbe di molto la tua visibilità.

Ultimo cenno è relativo alla visibilità di quello che posti: alla voce Follower puoi decidere se i tuoi aggiornamenti sono visualizzabili pubblicamente da tutti gli utenti LinkedIn o solo dai tuoi collegamenti. Anche in questo caso, consiglierei di renderli pubblici: se pubblichi un contenuto, del resto, vuoi raggiungere il maggior numero di persone possibili.

La gestione delle comunicazioni su LinkedIn

Nella sezione Comunicazioni delle impostazioni di LinkedIn puoi cambiare le impostazioni delle notifiche, sia quelle sulla piattaforma sia quelle inviate via mail. Se hai un’attività intensa, limita queste ultime, perché potresti seriamente venire subissato di e-mail ogni pochi istanti. Idem per i pop-up sui dispositivi mobile. Le impostazioni sono piuttosto granulari, così da permetterti in ogni caso di ricevere quelle che ritieni più importanti.

Nell’area Chi può contattarti, invece, puoi porre un freno a chi può inviarti inviti a connettersi (ma a meno che ti chiami Elon Musk te lo sconsiglio: il tuo obiettivo è quello di espandere la rete il più possibile, non certo di limitarla) e quali inviti puoi ricevere dalla tua rete. Personalmente, ho preferito evitare di ricevere inviti a seguire pagine e organizzazioni su LinkedIn e di non avere inviti alle newsletter. Il motivo? Troppe richieste, la maggior parte delle quali non in tema con le mie attività.

In Messaggi puoi infine decidere se ricevere o meno messaggi e messaggi InMail, oltre a messaggi sponsorizzati. Vale lo stesso discorso fatto poche righe sopra: sei su un social network e il tuo obiettivo è quello di espandere la tua rete, creando nuove connessioni e interagendo coi tuoi contatti. Non ricevere messaggi o Inbox limiterebbe enormemente la tua attività, dal momento che potresti chattare solo coi tuoi collegamenti di 1° grado. Puoi invece disattivare senza alcun impatto i messaggi sponsorizzati.

Altri profili consultati: un’opzione da disattivare

Nella voce Preferenze Account, nella sezione Preferenze sito, c’è una voce poco nota, attiva di default e che io ti consiglio di disattivare. Sto parlando di Altri profili consultati, che suggerisce a chi visita il tuo profilo ulteriori contatti LinkedIn cui potrebbero essere interessati. È molto utile per LinkedIn, che in questa maniera stimola gli utenti a continuare la navigazione, ma rischia di avere un impatto negativo sul tuo profilo: il tuo obiettivo è far sì che i visitatori spendano più tempo sulla tua pagina che a visitare altri profili. Togliendo il segno di spunta, eliminerai questa potenziale “distrazione”.

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Questa intervista è stata pubblicata su Startup News il 27 settembre 2021

Il mantra che ormai tutti abbiamo imparato a memoria è semplice: “Se su Internet qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”. Prendi per esempio un social come Facebook: iscrizione e uso sono a costo zero, ma in realtà si tratta di un baratto, hai una vetrina e uno strumento di relazione ma in cambio loro si prendono i tuoi dati. Una logica diffusissima, non solo nel mondo social, ma che evidentemente non sta bene a tutti. Bablyo non funziona così: questa nuova piattaforma di servizi social è a pagamento e non usa i dati per fare business. Quando l’ho scoperto ho subito voluto conoscere chi ha avuto questa idea. Allora ho scambiato quattro chiacchiere con Gianluca Brenelli, Ceo di Teiasoft Srls, e con Alessandra Saponaro, vice presidente di Teiasoft e responsabile del progetto Bablyo.

Gianluca e Alessandra, come è nata l’idea di Bablyo?

Gianluca: l’idea di un social a pagamento mi è venuta qualche anno fa, osservando le dinamiche delle piattaforme tradizionali. Era evidente come, in contro tendenza rispetto agli inizi del periodo 2004/2006, queste avessero basato il loro business model esclusivamente sulla vendita di pubblicità, portando l’utente (e il suo tempo) a diventare il prodotto da vendere agli inserzionisti. Nel 2019 abbiamo quindi deciso che i tempi erano maturi per iniziare a lavorare sul progetto. Stavano infatti cominciando ad emergere le prime avvisaglie di quei problemi nel mondo dei social che oggi sono noti a tutti. Parlo ad esempio della viralità delle fake news, i danni e i rischi per la salute mentale degli adolescenti (secondo una recente inchiesta del Wall Street Journal, Instagram avrebbe un effetto negativo, rispetto alla percezione di sé e del proprio corpo, su una parte delle teenager, ndr), e molti altri ancora. Abbiamo poi iniziato a lavorarci giornalmente in concomitanza con l’inizio della pandemia e finalmente da pochi giorni siamo presenti sullo Store di Google in versione beta.

Qual è il modello di business?

Gianluca: il nostro modello di business rovescia completamente il paradigma dei social tradizionali. L’utente non è più il prodotto da vendere agli inserzionisti, ma è il nostro cliente.

Alessandra: questa è probabilmente la vera rivoluzione, se mi passi il termine. Dal momento in cui l’utente paga un abbonamento mensile si aspetta in cambio un servizio e, soprattutto, che questo rispetti veramente la sua privacy.

Gianluca: questo cambio di paradigma ci ha dato la libertà di creare un luogo virtuale che rispondesse a poche semplici domande: “Questa feature è utile per il Cliente? Il nostro servizio è di qualità?”. Noi non cerchiamo di far stare le persone il più a lungo possibile dentro Bablyo, non abbiamo inserzionisti ai quali mostrare i dati delle persone che hanno visto la loro inserzione pubblicitaria.

Alessandra: questo è un altro aspetto fondamentale. Non avendo pubblicità al nostro interno, trattiamo i dati dei nostri clienti solo per le finalità di erogazione del servizio, ovvero per far funzionare Bablyo.

Quali sono le principali caratteristiche di Bablyo?

Gianluca: la feature più importante per noi sta nella gestione dei minorenni all’interno della piattaforma. Ti faccio un esempio: in Bablyo non ci si può iscrivere se minorenni, ma io posso iscrivere i miei figli creando fino a quattro account “child” (compresi nel costo dell’abbonamento mensile). Come account “padre” manterrò il controllo della password e avrò una serie di opzioni configurabili.

Alessandra: alla fine ci saranno due social distinti in Bablyo. Uno dedicato ai minorenni e uno agli adulti. Le opzioni configurabili permetteranno punti di contatto tra i due mondi e saranno a carico dell’account padre.

Gianluca: essendo una piattaforma di servizi social, la scelta dei contenuti da vedere è a carico del cliente, che noi affettuosamente chiamiamo Bablyer. Venendo a mancare il concetto di amicizia o follower (almeno, nel modo in cui tradizionalmente li si intende), in Bablyo sono i contenuti, e gli argomenti che li definiscono, ad essere seguiti. Se io sono un appassionato di modellismo, configurerò gli argomenti e i contenuti che intendo seguire attraverso l’inserimento nell’apposita sezione di argomenti relativi al mondo del modellismo.

Alessandra: tra gli incentivi che pensiamo essere tossici, abbiamo anche eliminato la risposta ai commenti. Abbiamo notato infatti come troppo spesso sotto contenuti anche di qualità si aprano thread di commenti infiniti che esulano dal contenuto stesso.

Quali problemi e sfide avete affrontato durante lo sviluppo?

Alessandra: una volta raccolta l’idea ci siamo posti il problema di come strutturare Bablyo, sia da un punto di vista filosofico e conseguentemente tecnico. Possiamo dire che abbiamo lavorato per sottrazione. Studiando le piattaforme tradizionali ci siamo chiesti quali potessero essere quegli incentivi tossici che andavano eliminati, cosa portare al centro della piattaforma e cosa lasciare in disparte.

Gianluca: non è stato facile infatti scegliere di non avere, ad esempio, i like sui contenuti. Può sembrare una sciocchezza, ma in realtà ha un peso enorme nell’economia generale di una piattaforma social. Diciamo quindi che le sfide maggiori sono state più concettuali che tecniche.

Quali saranno i prossimi passi?

Gianluca: termineremo a breve la fase beta e, spero per fine anno, usciremo sull’Apple Store. Parallelamente ci concentreremo sulla ricerca di investitori che credano nel progetto. Non è facile, soprattutto in Italia, ma siamo sicuri della nostra idea e convinti che la risposta del pubblico sarà sicuramente premiante.

Alessandra: ovviamente svilupperemo tutte le idee che abbiamo in mente, e sono davvero molte. Vogliamo infatti fare di Bablyo uno strumento che possa essere utile anche nella vita reale.

 

L’intervista a Rachele Zinzocchi

Che cosa si intende per educazione civica digitale? L’ho chiesto a Rachele Zinzocchi, professionista del digitale e animatrice del laboratorio di digital education. Qui trovi la presentazione del progetto:

L’educazione civica digitale

Nel corso dell’intervista Rachele ha tenuto a sottolineare che digital education si traduce appunto con “educazione civica digitale”, intesa come utilizzo responsabile e consapevole delle nuove tecnologie, della Rete e dei social. Abbiamo parlato di privacy, di sicurezza, del rischio violenza ma anche di questioni più filosofiche (Rachele è laureata in filosofia!) come per esempio il tradimento della promessa originaria di Facebook di connettere il mondo: il rischio invece è disconnettersi completamente.

Telegram e i ragazzi

Rachele è anche l’autrice di un libro su Telegram che si intitola “Telegram perché”. Ne ho approfittato quindi per chiederle se i ragazzi, in fuga da strumenti “vecchi” come i blog e Facebook, stanno approdando anche lì. La sua risposta è stata: sì. Perché si tratta di uno strumento nuovo, versatile ma soprattutto sicuro (i messaggi sono davvero blindati, non come su WhatsApp). Forse troppo sicuro: il rischio è che la possibilità di scambiare immagini che si autodistruggono, come inizialmente prometteva SnapChat, porti al diffondersi del sexting e del revenge porn. Rachele ha poi citato due canali Telegram meritevoli: quello per la diffusione della divina commedia e quello della Pastorale Giovanile di Molfetta. Suggerisce di seguire anche ilsito del suo mentore per quanto riguarda Telegram: bot di Piersoft.

Come contattare Rachele

Rachele Zinzocchi Telegram

Puoi trovare Rachele ovviamente su Telegram. La sua mail è rachelezinzocchi@gmail.com e il numero di telefono 392/9856823. Questo invece il link al gruppo Facebook sulla digital education.

 

Ascolta l’intervista qui

Puoi ascoltare la puntata 17 del podcast Genitorialità e tecnologia, con l’intervista a Rachele sull’educazione civica digitale, direttamente qui oppure su Spreaker:

Ascolta “#17 Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi” su Spreaker.

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Facebook sta correndo ai ripari. Ha messo a disposizione di tutti uno strumento per verificare se le proprie informazioni sono state in qualche modo travisate: si trova a questo link. Intervistato sul tema da Il24.it, ho però fatto notare che il problema è un altro, anzi di tratta di una vera emergenza.

Finora però le evidenze di questo uso politico in Italia sono di là da venire. “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso” sottolinea Gianluigi Bonanomi, esperto di social media sentito da il24.it, “Le informazioni che condividiamo ci stanno danneggiando più dal punto di vista della reputazione” nel senso che “Ci stiamo scandalizzando per Cambridge Analytica” e sull’uso politico che si potrebbe fare dei nostri dati “ma in realtà, nella vita di tutti i giorni magari stiamo perdendo il posto di lavoro”. Infatti, secondo i dati forniti da Adecco “l’88% dei recruiter lavorativi – personale specializzato nell’assunzione e gestione delle risorse umane – dopo aver dedicato 8-9 secondi di attenzione al tuo CV vanno a vedere chi sei dal punto di vista umano su Facebook, e una persona su tre non arriva ai colloqui per quello che i recruiter trovano sui loro social”.  Nonostante Facebook metta in campo diversi dispositivi per tutelare la privacy degli utenti “i likes, i commenti, le immagini profilo, quelle di copertina ed altre cose sono pubbliche e può vederle chiunque”, sottolinea Bonanomi, compreso un eventuale datore di lavoro. Ma il problema non è solo Facebook in sè. “Noi – sottolinea Bonanomi – stiamo condividendo informazioni anche senza accorgercene. Esiste ad esempio l’app “Runtastic” che monitora le performance sportive, gratuitamente, registrando calorie e percorso effettuato facendo jogging, per poi incoraggiarti a condividere su Facebook”. Se una banale attività sportiva come questa è un abitudine consolidata, condividendo un’ informazione simile faccio sapere a tutta una rete di persona da che ora a che ora non sono in casa. Insomma, i ladri ringrazieranno. “Va bene lo scandalo per CA – continua Bonanomi – ma il ragionamento è ancora più basilare: ogni volta che c’è un problema di privacy, quel problema sta tra la tastiera e la sedia. Basterebbe un po’ più di cultura e di consapevolezza nell’utilizzo di questi strumenti”.

Per leggere altre mie interviste, fai clic qui.

Perché i nostri dati sono così preziosi? Quando e come li cediamo? Come proteggerli? Venerdì 23 marzo 2018 ho avuto il piacere di partecipare alla puntata di Nessun Dorma su Espansione TV dedicata al tema Privacy insieme a Riccardo Saporiti, giornalista collaboratore di Wired Italia, Gianluca Lombardi di Mondoprivacy,  e Luca Ganzetti, responsabile dell’azienda di sicurezza informatica Waylog, con cui abbiamo dato risposta a queste e altre domande.

Il video del mio intervento

In particolare ho parlato di nativi digitali, sharenting, social network e privacy, reputazione online, bufale, digital detox, fomo e rischi legali. Qui puoi vedere il video con i miei interventi:

Il link all’intera puntata

Ecco il link alla puntata intera: https://goo.gl/WSuZmk

Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:

FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”

Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.

Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.

Ma non è forse il segreto di Pulcinella?

“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.

Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?

“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.

L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg

Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?

“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.

Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?

“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.

Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.