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L’intelligenza artificiale può alleggerire una parte della fatica mentale: riordinare informazioni, preparare bozze, confrontare documenti, svolgere passaggi ripetitivi. Ma dedicare il tempo recuperato ad attività intellettualmente più stimolanti richiede una scelta. Il chatbot può aiutarci a finire prima un lavoro. Non decide che cosa faremo dopo.

La promessa era affascinante: come le macchine avevano moltiplicato la forza delle nostre braccia, l’AI avrebbe moltiplicato le possibilità della nostra testa. Meno incombenze, più idee. Meno copia e incolla, più ragionamento. Meno tempo a mettere in ordine le informazioni, più tempo a capire che cosa significano.

Poi arriva una domanda meno comoda: se risparmio un’ora grazie all’AI, quell’ora serve per pensare oppure per infilare altri venti compiti nella giornata?

Il rischio è ritrovarsi con una catena di montaggio cognitiva. Con un’interfaccia molto gentile, naturalmente.

La rivoluzione industriale ci ha davvero liberato dalla fatica?

Il paragone funziona, ma va corretto. La rivoluzione industriale non ha cancellato lo sforzo fisico e non ha liberato tutti, subito. La meccanizzazione ha permesso di affidare alle macchine operazioni prima dipendenti dalla forza umana o animale. Ma la fabbrica è stata anche un luogo di lavoro durissimo.

Basta guardare i documenti sul Factory Act del 1833 conservati dai National Archives britannici: si parla di limiti al lavoro dei bambini e di ispezioni per verificare il rispetto delle regole. Le macchine c’erano già. Le tutele dovevano ancora essere costruite e fatte rispettare.

Questo precedente suggerisce una lezione per il presente: la capacità tecnica di risparmiare fatica non garantisce che il beneficio arrivi a chi lavora. Contano anche l’organizzazione, le regole e la distribuzione dei vantaggi.

Trasportata nell’ufficio di oggi, la questione diventa molto concreta. Se un’attività richiede meno tempo, possiamo migliorare il servizio, dedicare attenzione a un problema trascurato, ridurre il sovraccarico. Oppure aumentare soltanto il numero di attività richieste.

Sono scelte diverse. Non le troviamo già selezionate nelle impostazioni del software.

AI e fatica mentale: quale sforzo vogliamo ridurre?

Quando diciamo che l’AI dovrebbe liberarci dalla fatica mentale, rischiamo di mettere nello stesso sacco attività molto diverse.

C’è lo sforzo di uniformare cinquanta descrizioni di prodotto. C’è quello di capire perché un cliente non compra. C’è lo sforzo di cercare una clausola in un documento. E c’è quello di imparare a interpretarla.

Tutte queste attività impegnano la testa. Ma non hanno lo stesso significato.

Per usare bene l’AI propongo una distinzione operativa:

  • Fatica esecutiva: trasformare formati, riordinare appunti, preparare una prima struttura, estrarre informazioni da verificare.
  • Fatica di comprensione: ricostruire un problema, collegare cause ed effetti, valutare spiegazioni concorrenti.
  • Fatica di giudizio: decidere quali criteri usare, quali compromessi accettare e di che cosa assumersi la responsabilità.

È una griglia pratica, non una classificazione scientifica. Serve a evitare una delega indiscriminata.

Posso affidare al chatbot una prima tabella comparativa. Ma scegliere le colonne della tabella significa già decidere che cosa conta. Se confronto tre fornitori soltanto sul prezzo, ho incorporato una scelta prima ancora di leggere la risposta.

Alleggerire il lavoro mentale dovrebbe permetterci di scegliere meglio dove impegnarlo.

Che cosa mostrano gli studi sulla produttività

I benefici su alcuni compiti sono documentati. Nell’esperimento di Shakked Noy e Whitney Zhang pubblicato su Science nel 2023, l’uso di ChatGPT in attività di scrittura professionale ha ridotto il tempo medio del 40% e aumentato del 18% la qualità valutata dei risultati.

Sono risultati relativi ai compiti e alle condizioni dell’esperimento. Non significano che qualsiasi professionista possa lavorare il 40% in meno, né che ogni testo generato sia migliore.

Un’altra ricerca, Generative AI at Work di Erik Brynjolfsson, Danielle Li e Lindsey Raymond, ha studiato l’introduzione di un assistente AI nel servizio clienti. La versione del working paper del 2023 riportava un aumento medio del 14% dei problemi risolti per ora, con benefici maggiori per gli operatori meno esperti.

Il punto è che l’aiuto dell’AI non si distribuisce necessariamente allo stesso modo tra persone e attività. Per alcuni può rendere accessibili procedure che prima padroneggiavano con difficoltà. Per altri può offrire un vantaggio più limitato.

E soprattutto, misurare la produttività non equivale a misurare quanto il lavoro sia diventato interessante. Risolvere più richieste in un’ora e avere più spazio per ragionare sono due risultati distinti.

Il paradosso: deleghiamo la parte che ci piaceva

Immaginiamo un professionista della comunicazione. Affida all’AI l’idea della campagna, il testo, le immagini e le varianti. Alla fine della giornata ha passato ore a controllare il materiale, correggere imprecisioni e uniformare lo stile.

Ha prodotto molto. Ma si è divertito a lavorare? Ha imparato qualcosa? Ha esercitato le competenze che voleva sviluppare?

Non è la descrizione di uno studio: è uno scenario possibile, utile per valutare come progettiamo la delega.

Lo stesso problema può riguardare un formatore. Posso farmi preparare rapidamente una scaletta, delle slide e un quiz. Se però delego anche la scelta del percorso didattico, rinuncio a una parte del lavoro che per me ha più valore: decidere come aiutare qualcuno a capire.

La domanda da farsi prima di automatizzare è questa: quale parte del mio lavoro voglio fare meglio grazie al tempo che recupero?

Se non ho una risposta, rischio di automatizzare il lavoro interessante e tenermi la revisione delle bozze. Una promozione a correttore di robot.

Meno sforzo non significa automaticamente più pensiero critico

Una ricerca presentata a CHI 2025, con autori di Microsoft Research e Carnegie Mellon University, ha raccolto le risposte di 319 lavoratori della conoscenza e 936 esempi d’uso dell’AI. Lo studio sul rapporto tra AI generativa e pensiero critico rileva un’associazione tra maggiore fiducia nell’AI e minore esercizio dichiarato del pensiero critico.

Attenzione alla parola “dichiarato”: si tratta di un’indagine basata sulle risposte dei partecipanti. Non dimostra che l’AI provochi un deterioramento dell’intelligenza. Segnala però un problema da prendere sul serio: una risposta convincente può spingerci ad abbassare la guardia.

Ho affrontato un tema vicino nell’articolo sull’illusione di sapere quando usiamo l’intelligenza artificiale. Ricevere una spiegazione ben scritta e averla compresa sono esperienze diverse.

Per questo, nella formazione, suggerisco di distinguere l’obiettivo di produzione dall’obiettivo di apprendimento. Se devo consegnare una bozza, l’AI può accelerare il lavoro. Se devo imparare a costruire un’argomentazione, farmela consegnare già pronta può saltare proprio il passaggio che volevo esercitare.

Come trasformare il tempo risparmiato in lavoro più interessante

Ecco alcuni esempi di progettazione del lavoro. Sono proposte operative, non risultati garantiti.

Attività Supporto da affidare all’AI Dove reinvestire l’attenzione
Preparare un corso Ordinare i materiali e proporre una scaletta Costruire esercizi adatti ai partecipanti e anticipare le loro difficoltà
Scrivere un articolo Organizzare appunti e segnalare passaggi da chiarire Sviluppare una tesi originale, verificare le fonti, scegliere gli esempi
Preparare un preventivo Comporre una bozza da dati e condizioni approvati Capire il bisogno del cliente e motivare il valore della proposta
Confrontare fornitori Estrarre dai documenti le informazioni per una tabella Definire i criteri, verificare i dati mancanti e valutare i compromessi
Gestire una riunione Trasformare una trascrizione autorizzata in una bozza di verbale Chiarire decisioni, responsabilità e divergenze ancora aperte

In tutti questi casi resta necessario controllare il risultato. Anche la verifica richiede tempo: va conteggiato, altrimenti il risparmio è immaginario.

Propongo un piccolo esperimento: per una settimana scegliere un’attività ricorrente, annotare il tempo normalmente impiegato e confrontarlo con quello necessario usando l’AI, includendo preparazione e correzioni. Poi destinare esplicitamente una parte del tempo recuperato a un’attività precisa: studiare un caso, progettare un laboratorio, parlare con un cliente.

“Mi dedicherò a cose strategiche” è troppo vago. “Userò mezz’ora per capire perché questa proposta non convince il cliente” è già un impegno verificabile.

Un prompt per farsi aiutare senza delegare tutto

Anche la richiesta al chatbot può essere costruita per mantenere attivo il nostro ragionamento:

Aiutami a lavorare su questo problema: [descrizione]. Il risultato che voglio ottenere è [obiettivo]. Prima di proporre soluzioni, chiedimi quali criteri considero importanti. Poi organizza le informazioni che ti fornisco, distinguendo fatti documentati, ipotesi e dati mancanti. Proponi tre alternative con vantaggi, limiti e condizioni in cui potrebbero fallire. Non inventare informazioni o fonti. Infine fammi tre domande che mi aiutino a formulare e motivare la mia decisione.

Questo prompt non garantisce risposte corrette. È un modo per impostare un’interazione in cui il chatbot ci aiuta a esaminare il problema, lasciando a noi la scelta e la verifica delle premesse.

La qualità del risultato dipende anche dal contesto che forniamo e dalla nostra capacità di riconoscere ciò che manca.

Il tempo liberato deve avere una destinazione

L’Organizzazione internazionale del lavoro, nella sua analisi del 2023 sugli effetti potenziali dell’AI generativa, indicava come esito prevalente il supporto e la trasformazione delle occupazioni, più che la loro completa automazione. Si tratta di una valutazione del potenziale tecnologico, non di una garanzia sul destino del singolo posto di lavoro. Lo studio richiama anche la qualità del lavoro e le politiche necessarie per gestire la transizione.

È qui che collocherei il confronto con la rivoluzione industriale. La macchina rende possibile un cambiamento. La forma concreta di quel cambiamento dipende dalle decisioni che prendiamo.

In azienda, oltre a chiedere quante ore l’AI abbia fatto risparmiare, proporrei di chiedere: che cosa abbiamo potuto fare meglio? Quale problema abbiamo finalmente affrontato? Quanto tempo abbiamo dedicato a imparare? Le persone hanno più autonomia oppure devono soltanto verificare più risultati in meno tempo?

E lascerei spazio anche a un beneficio meno celebrato: finire la giornata meno stanchi. Non ogni minuto recuperato deve essere reinvestito nella produzione di qualcos’altro.

La promessa dell’AI che mi interessa è questa: poter spendere la testa sulle cose che meritano davvero attenzione. Capire, immaginare, scegliere. Anche fare fatica, quando quella fatica ha un senso.

Se abbiamo inventato una macchina capace di aiutarci a scrivere, confrontare e riordinare, sarebbe un peccato usare tutto il tempo guadagnato per produrre documenti che nessuno ha tempo di leggere.

La domanda da portare nella prossima riunione sull’AI è semplice: che cosa vogliamo finalmente avere il tempo di pensare?

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Dal sapere Treccani è nata Edulia Masterclass, la piattaforma di e-learning dedicata a chi vuole imparare sempre qualcosa di nuovo. Anche io ho preso parte al progetto realizzando il corso Migliorare la comunicazione a lavoro con l’intelligenza artificiale.

Il nuovo corso sulla comunicazione con l’AI

La comunicazione all’interno di un’azienda è essenziale per il successo dell’organizzazione, ma può anche essere un’attività impegnativa e complessa. Fortunatamente, l’AI può offrire nuovi strumenti per semplificare e migliorare la comunicazione professionale.

Descrizione del corso

Vuoi conoscere un nuovo strumento utile per il lavoro? Hai bisogno di rendere più efficiente la comunicazione all’interno dell’azienda? In questo corso, indirizzato a chi lavora, potrai comprendere come utilizzare l’intelligenza artificiale per facilitare e migliorare le comunicazioni che ogni giorno metti in atto con tecniche e strumenti tradizionali all’interno o all’esterno dell’azienda. L’obiettivo del corso è quello di fornire una panoramica sui modi in cui l’AI può aiutare a comunicare in modo più efficace, riducendo gli errori e aumentando l’efficienza.

  • Durata: 8 micro-moduli per il totale di un’ora di corso
  • Corso fruibile da ogni device in formato video e podcast
  • Certificato di completamento

L’accesso con lo sconto

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Nell’ottobre 2021 sono stato invitato a Roma all’evento “Campus Psichiatria” di Angelini. Il mio compito era quello di parlare agli specializzandi di comunicazione digitale. Dopo una fase preparatoria di un mese, con contenuti sul personal branding (eBook e videopillole su LinkedIn) e due speech (uno online e uno in presenza sulla comunicazione online), il 12 e 13 ottobre si sono svolti i workshop in presenza. In particolare abbiamo progettato e organizzato due workshop:

  • Divulgare contenuti scientifici su LinkedIn
  • La caccia alla fake news

Per rendere più coinvolgente i workshop abbiamo pensato di introdurre l’elemento ludico (gamification).

Il gioco della creazione di un post LinkedIn di divulgazione scientifica

Gli 80 partecipanti al workshop, dopo aver seguito due mie relazioni su “7 errori da non commettere su LinkedIn” e “LinkedIn come social media: l’uso strategico dei contenuti (e la lotta alle bufale online)”, sono stati divisi in gruppi. Nelle quattro sale, i partecipanti sono stati divisi ulteriormente in altri quattro gruppi. Quindi vi erano 16 gruppi in tutto.

Il primo esercizio che hanno affrontato era sulla creazione di un post LinkedIn. Il comitato scientifico, composto da professori e direttori delle scuole di specializzazione di psichiatria, hanno selezionato quattro articoli scientifici, uno per saletta, sui seguenti argomenti: depressione, schizofrenia e disturbo bipolare. Ecco un esempio di articolo:

I ragazzi dovevano leggere l’articolo e trasformarlo in un post per LinkedIn di massimo 1.000 battute (in italiano). I post, caricati su una piattaforma online creata ad hoc, sono poi stati valutati tecnicamente (efficacia del messaggio, tecnicismi LinkedIn come hashtag, menzioni e call to action, ecc.) per poter sceglierne uno solo per sala: questo sarebbe poi stato valutato nuovamente, in plenaria, da comitato tecnico e comitato scientifico, grazie a schede di valutazione con diversi criteri e punteggi. Tra i quattro post finalisti, dopo presentazione da parte dei ragazzi e commento degli addetti ai lavori, è stato poi scelto il migliore per premiare il gruppo vincitore.

Il gioco della caccia alle bufale

Sempre nelle salette, i diversi gruppi si sono poi cimentati nel gioco della caccia alle bufale. Il comitato scientifico aveva scelto quattro notizie, pescate in Rete, sui social, su riviste non specializzate. Per esempio questa:

Durante la plenaria ho spiegato il metodo Trinchero per l’individuazione e l’analisi delle fake news. Consiste in dieci criteri di valutazione:

  1. Accuratezza sito
  2. Aggiornamento, data
  3. Chiarezza. Si capisce a chi è rivolto?
  4. Coerenza interna. Cita le fonti? Sono attendibili o di parte?
  5. Coerenza esterna. I dati citati sono confermati anche da altre fonti siti giornali? Almeno 3
  6. Completezza. Le informazioni sono esaurienti complete o scarse?
  7. Controllabilità. I fatti sono separati da opinioni?
  8. L’autore. È conosciuto? È esperto dei temi trattati?
  9. Trasparenza. L’autore è rintracciabile? C’è un responsabile del sito
  10. Valore aggiunto. Le informazioni sono pertinenti col tema trattato utili per i lettori

I ragazzi dovevano compilare una scheda anzitutto dicendo se la notizia era vera o falsa, e soprattutto motivare il perché. Il comitato tecnico e quello scientifico hanno poi giudicato l’accuratezza dell’esposizione e soprattutto le fonti citate. Anche in questo caso, dopo la presentazione in plenaria, è stato premiato il gruppo che ha fatto il lavoro migliore sia dal punto di vista formale che sostanziale.

 

Contattami per un evento

La prima volta che ho proposto di tenere un corso LinkedIn per chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro, studenti e laureandi, i responsabili della formazione di scuole e università mi hanno regalato uno sguardo perplesso: a che cosa serve un social network professionale per chi non ha ancora una professione?

Qui viene il bello. LinkedIn serve a uno studente per tre motivi diversi:

  1. La costruzione della propria carriera professionale inizia prima di entrare nel mondo del lavoro
  2. Chiunque, anche un under 20, ha una reputazione digitale da monitorare e, spesso, da costruire da zero
  3. Molto spesso i recruiter, in alcuni settori, cercano risorse talmente junior che non sono ancora laureate o diplomate (succede per esempio con informatici, programmatori, ingegneri, tecnici e così via)

Per questi motivi, insegnare le basi della comunicazione e reputazione digitale, declinati come corso sull’uso strategico di LinkedIn, è fondamentale.

Il corso sull’uso strategico di LinkedIn per laureandi da 3 ore

Il corso può avere durate diverse:

  • Un solo incontro di tre ore
  • Tre incontri di tre ore

Nel primo caso, un solo incontro, i temi sono i seguenti:

• Introduzione al tema della reputazione digitale
• Introduzione a LinkedIn
• Uso strategico di LinkedIn e posizionamento professionale degli specializzandi
• Ottimizzazione del profilo
• LinkedIn SEO: posizionamento dei profili con le keyword giuste
• Ampliare la rete di collegamenti
• Ricerca del lavoro online

Il corso sull’uso strategico di LinkedIn per laureandi da 3 incontri

Nel caso del corso che prevede tre incontri, eventualmente da organizzare anche online, i temi sono i seguenti:

1° INCONTRO: RICERCA DEL LAVORO ONLINE E REPUTAZIONE DIGITALE

La selezione del personale nel mondo del lavoro è completamente cambiata con la digitalizzazione e l’esplosione dei social: temi quali software di recruiting (ATS), social recruiting, digital reputation sono ormai imprescindibili. Il corso si concentra sul tema della reputazione online: saranno mostrati casi di studio, strumenti e indicazioni pratiche.

2° INCONTRO: L’USO STRATEGICO DI LINKEDIN

LinkedIn è ormai usato da 15 milioni di professionisti italiani. Come usarlo per posizionarsi correttamente e come usarlo per fare networking, pubblicare e risultare appetibili (e autorevoli) sul mercato del lavoro pur non avendo ancora iniziato la propria carriera? L’incontro si basa sul metodo LinkedIn10C.

3° incontro: CONTENUTI LINKEDIN + CHECK-UP DEI PROFILI + DOMANDE & RISPOSTE

Il terzo incontro, dopo aver affrontato il tema di come pubblicare su LinkedIn per rendersi interessanti, serve per raccogliere le domande degli studenti e per controllare il lavoro fatto sui profili LinkedIn.

L’esempio del corso per la facoltà di Scienza del Materiali dell’Università di Padova

Nel settembre 2021 la facoltà di Scienza del Materiali dell’Università di Padova mi ha coinvolgo nel percorso “Il Lavoro degli Scienziati dei Materiali: Orientamento e Networking Alunni-Alumni”:

Ecco il volantino dell’iniziativa:

 

LinkedIn per neolaureati: 10 dritte

I corsi possono essere molto utili anche per chi ha appena concluso gli studi. In questo articolo si trovano dieci dritte per l’ottimizzazione del profilo LinkedIn di un neolaureato:

Scrivimi per organizzare un corso LinkedIn nella tua scuola o università

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In collaborazione con l’associazione Impara Digitale di Dianora Bardi ho realizzato un corso di scrittura per il Web e per i social per insegnanti (di ogni ordine e grado). Il corso dà diritto alla certificazione per 20 ore.

 

Il corso è in offerta fino alla fine di agosto 2020:

Il corso mira a far acquisire le seguenti competenze:

  • Comprendere le differenze tra la  lettura e la scrittura su carta e  sul web
  • Comprendere i livelli di attenzione e cosa sottende alla lettura si un testo sul web
  • Acquisire strumenti per scrivere correttamente sul web (social, blog, siti etc..)
  • Comunicare con nuovi linguaggi
  • Imparare a interagire, organizzare, programmare
  • Imparare le regole che sottendono ad Internet
  • Sviluppare creatività

Argomenti:

  • La lettura e la scrittura sul cartaceo e sul web: un po’ di letteratura
  • Analisi delle positività e delle criticità della scrittura e lettura su carta e sul digitale
  • Caratteristiche del Web writing
  • Suggerimenti per una scrittura online efficace
  • Come si scrive un titolo che spacca
  • Come si scrive per i social
  • I ferri del mestiere

PROGRAMMA DEL CORSO

Contenuti del corso 

  • Leggere e scrivere sul digitale e sul cartaceo: idee e ricerche a confronto
  • Perchè questo corso potrà essere utile nella didattica
  • Come si legge online
  • Le caratteristiche della scrittura online
  • Le regole di Miller
  • Le altre regole della scrittura online
  • Spunti psicologici e di copywriting
  • I titoli
  • Le mail: 5 cose da sapere
  • Scrivere per i social
  • I ferri del mestiere per scrivere online
  • Bibliografia

A margine della presentazione del percorso “Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business” che terrò presso la Sesvil University di Brescia, sono stato intervistato sul tema “Comunicazione digitale e social, servono davvero alle aziende?”.
Ecco l’intervista integrale pubblicata sul sito di Sesvil University.

[INTERVISTA]: COMUNICAZIONE DIGITALE E SOCIAL, SERVONO DAVVERO NELLE AZIENDE?

Non ci sono temi così attuali per le aziende come quelli della comunicazione digitale e dell’uso dei social per sviluppare il business aziendale. E’ evidente come l’era della digitalizzazione abbia trasformato le abitudini delle persone, che oggi passano oggi molto tempo sul web e sui social; per intercettare la loro attenzione le aziende devono saper “governare” l’uso dei canali di comunicazione .

Purtroppo, però, molte aziende non stanno ancora investendo le risorse giuste, tra cui quelle nella formazione, per poter usare al meglio le opportunità del web e dei social. Approfondiamo questo tema nell’intervista a Gianluigi Bonanomi, Brand Journalist, Autore, Formatore del percorso Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business di Sesvil University a Brescia.

  1. Si parla molto di comunicazione digitale e di social per sviluppare il business aziendale: ma parliamo di strategie e strumenti davvero utili per le aziende e in che modo?

La comunicazione digitale, inclusa quella social, è ormai una priorità per le aziende da diversi punti di vista e per diversi reparti. Può essere utile per posizionarsi sul mercato (brand positioning), farsi pubblicità (digital advertising), acquisire nuovi clienti (lead generation e social selling), comunicare con i clienti già acquisiti (nurturing e retention), gestire la reputazione digitale (brand reputation), ricevere feedback sui prodotti e servizi e governare le critiche (monitoring e social customer care), coinvolgere dipendenti (brand advocacy) e trovare nuovi talenti (employer branding).

È chiaro che c’è modo e modo di fare comunicazione digitale. Quando è improvvisata, senza una strategia (per esempio un piano editoriale) e tattiche conseguenti, rischia di essere inefficace, a volte addirittura controproducente.

 

  1. La Comunicazione Digitale è dunque essenziale per l’azienda, se gestita in modo adeguato. Parliamo del percorso progettato con Sesvil University: cosa lo rende unico e diverso?

Il percorso proposto con Sesvil University è stato progettato per lavorare su un doppio binario: da una parte dare delle competenze personali, dall’altro delle competenze aziendaliQuesto perché quando si parla di comunicazione digitale, e soprattutto di social, al centro ci sono sempre le persone.

Per esempio, se si cerca un’azienda su LinkedIn, prima si trovano le persone che vi lavorano. Se queste hanno un pessimo profilo personale, fanno danno a sé ma anche all’azienda. Quindi, per restare sul discorso LinkedIn, ci sarà una parte di ottimizzazione dei profili (con il metodo originale “LinkedIn10C”) e una parte di comunicazione corporate sulla pagina aziendale.

Per questi motivi il percorso è utile sia per chi lavora in azienda, ma anche per liberi professionisti. Direi che può risultare fondamentale anche per chi si occupa di comunicazione digitale in agenzie di P.R. o consulenti marketing.

Altra cosa che caratterizza il percorso è il lavoro su tre aspetti:

  1. strategia
  2. contenuti
  3. misurazione dei risultati

In ogni caso la comunicazione digitale oggi è diventata una skill fondamentale per qualsiasi professionista.

  1. Il primo modulo del percorso, Strategie di Comunicazione Digitale d’Impresa, si focalizza sulla scelta dei migliori canali web e sulla realizzazione di un piano editoriale efficace: ci puoi spiegare meglio a chi può servire questo modulo e come?

La strategia è fondamentale, perché lavorare solo su azioni tattiche, senza obiettivi chiari e raggiungibili, rischia di essere una perdita di tempo.

A volte titolari di impresa mi dicono: “Voglio andare su Instagram (o peggio, ultimamente, TikTok)!”. Io rispondo, provocatoriamente: “Perché?”. La contro-risposta è spesso desolante: “Perché ci sono i miei concorrenti”.

Tutto questo non ha alcun senso. Prima si parte dagli obiettivi, poi si stabiliscono quali sono i mezzi (per esempio il piano editoriale, cosa ben diversa dal calendario editoriale che ne è la realizzazione pratica), quindi i canali, per raggiungerli.

A proposito useremo la parte iniziale del percorso per raccontare il perché mettere al centro della propria strategia di comunicazione un social network è un errore.

 

  1. Il percorso prevede l’opportunità di sperimentare ciò che si apprende con esercitazioni pratiche ed anche la possibilità di approfondire i propri casi aziendali con sessioni formative extra one-to-one. Puoi darci qualche anteprima? Quanto queste modalità didattiche possono aiutare negli obiettivi della formazione?

La teoria senza pratica non ha alcun senso, figuriamoci in un corso di comunicazione digitale dove potremmo parlare per ore di algoritmi e best practice di Apple e simili senza che i partecipanti, poi, sappiano dove mettere le mani. Facciamo un esempio: esiste un metodo, chiamato C.A.R.P., per rispondere alle critiche online. Ma senza la prova pratica, l’applicazione sul campo, che senso avrebbe?

Altro esempio: che utilità avrebbe un corso sul public speaking senza dare la possibilità alle persone di preparare una propria presentazione e misurarsi con un discorso di fronte alla classe?

L’obiettivo formativo fondamentale è quello di rendere il più possibile autonomi i partecipanti al corso: devono mettersi in gioco. Dobbiamo metterci in gioco tutti.

Contatta Sesvil per Info: info@sesviluniversity.it | 0302942447

Grazie alla partnership tra Corsi Primopiano e 24ORE Business School, da settembre partiranno alcuni miei nuovi corsi tra Milano e Roma.
Ecco le prime date.

Corporate Storytelling
20/9 ROMA
8/10 MILANO

Scheda corso Corporate Storytelling

Il corso fornirà ai partecipanti una vera e propria “cassetta degli attrezzi” del corporate storyteller digitale, tra testi e multimedia, partendo dalla teoria e mettendo subito in pratica gli strumenti, le strategie e i tool più efficaci. Si affronteranno i seguenti argomenti:
•   Che cos’è lo storytelling aziendale?
•   Storie che funzionano
•   Esempi di storytelling corporate
•   Mission, vision e valori: la corporate identity
Esercitazioni pratiche su:
•   Mission e vision
•   Valori dell’azienda
•   Pagina “Chi siamo”
•   Gli archetipi
•   Tono di voce

WebWriting
26/9 MILANO
3/10 ROMA

Scheda corso Web writing

PROGRAMMA

Il corso affronterà i seguenti argomenti:
  • Differenze tra scrittura offline e online
  • Come si scrive per l’online
  • Il layout dei testi
  • La scrittura efficace con al centro il lettore
  • La scrittura persuasiva
  • Come si scrivono titoli efficaci
  • I modelli di titoli che funzionano
  • Le immagini a supporto dei testi
  • Call to action e conversioni
  • Evitare il click baiting
  • Gli errori da evitare
  • Lo storytelling
  • Scrivere per Facebook
  • Scrivere un tweet
  • Scrivere su Instagram
  • I testi su YouTube
  • Esercitazioni pratiche

Salvatore Nascarella è un instructional designer. In pratica si occupa di progettazione della formazione ed è un esperto di e-learning. Per questo ho pensato a lui quando mi sono chiesto: ma LinkedIn Learning che cos’è e a che cosa serve? Queste le cinque risposte che ha dato alle mie domande.

Ciao Salvatore, da professionista dell’e-learning e della progettazione della formazione a distanza, come giudichi il progetto LinkedIn Learning?

Linkedin Learning è un contenitore di formazione di ottimo livello. Stiamo parlando di oltre 250.000 attività formative. Come si dice, tanta roba… Io mi occupo di e-learning e devo dire che ho sempre trovato corsi ben fatti, che si possono seguire facilmente anche quando si hanno pochi minuti liberi. Le unità didattiche in media durano meno di 10 minuti, il tempo di prendere un buon caffè o poco più, e spesso hanno uno stile simile per grafica e impostazione. Questo aspetto con il passare del tempo rende un percorso di apprendimento famigliare. Non devo imparare ogni volta cosa devo fare e come devo muovermi nell’ambiente.

In cosa differisce questo servizio dai MOOC o da piattaforme come, per esempio, Udemy?

Di sicuro la maggiore differenza è l’orientamento al lavoro e al mondo professionale di Linkedin Learning. Quando mi sono iscritto ho dovuto inserire le mie competenze lavorative e quali argomenti mi interessasse approfondire. Diciamo che Linkedin Learning è un sistema di apprendimento che tiene conto di quel che mi potrebbe servire per lavorare meglio. D’altra parte stiamo parlando del social network professionale per eccellenza. I docenti dei corsi sono professionisti davvero apprezzabili. Vengono selezionati e “addestrati” da Linkedin: per diventare un “instructor” bisogna avere l’OK. Non c’è improvvisazione. Detto questo, ci sono un paio di cose che, soprattutto per il mercato italiano, si potrebbero migliorare. Per esempio, al momento non vengono rilasciati attestati, neanche a pagamento, e non esistono corsi nella nostra lingua.  Se penso al vantaggio che potrebbe trarne chi deve ricollocarsi…

A chi potrebbe risultare utile questo servizio?

La formazione serve a tutti e ha un valore. Linkedin lo ha capito. Senza formazione non si rimane competitivi. Dato che è un elemento fondamentale, Linkedin, che ha capito il possibile business, include nella formula Premium, che è a pagamento. Credo che chi ha poco tempo da dedicare al proprio aggiornamento o non riesce a organizzarsi, può trovare una soluzione il Linkedin Leaning. Le pillole di pochi minuti consentono di ritagliarsi il tempo necessario per formarsi senza distrazioni. Non c’è davvero scusa per dire “Non ho tempo”.

Il servizio promette una personalizzazione della formazione proposta per ogni studente o professionista: funziona davvero?

La formazione è totalmente personalizzata e libera: questo è un vantaggio e uno svantaggio allo stesso tempo. Nessuno corre dietro per ricordare che c’è un’attività formativa da finire. Spetta a ciascuno di noi darsi da fare. D’altra parte in molte aziende oggi è così, e in questo modo viene valutata anche la capacità di darsi da fare, di mettersi in gioco e mostrare la volontà di crescere professionalmente.
Io ho scoperto una miniera. Ho iniziato a seguire corsi sulla formazione a distanza, attività che occupa buona parte del mio tempo lavorativo, e poi mi sono spostato su altri temi che mi interessano, come il digital marketing e le risorse umane. Ho acquisito nuove competenze, o per lo meno, i corsi che ho seguito mi son serviti per capire cosa accade nel mondo del lavoro fuori dalla mia zona di comfort…  Da considerare inoltre che ci sono diversi livelli di corsi, dal principiante all’esperto, e che a catalogo non ci solo corsi “tecnici”, ma anche creativi e legati al business. Insomma, una possibilità formativa davvero ampia.

Può essere usato efficacemente anche per vendere corsi?

Be’, i corsi sulle tecniche di vendita non mancano… Scherzi a parte, credo che non sia al momento lo strumento giusto. Avere un profilo Linkedin non è sufficiente per diventare formatori o vendere i propri corsi. Credo che al momento la politica di Linkedin sia gestire e la formazione in autonomia, in modo anche di tutelare i propri utenti con un controllo alla fonte su docenti e argomenti.

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

Faccio moltissima formazione in azienda e, come si suol dire, insegnare è prima di tutto imparare: anzi, come diceva Joubert, è imparare due volte. Ma mi capita raramente che una discente, per mettere in pratica quanto discusso in aula, produca un contenuto che poi studio  a mia volta e che sia fonte di ispirazione per i corsi successivi. Mi è capitato oggi, quando sono stato taggato nell’articolo Pulse (su LinkedIn) scritto da Alice Goddi, incontrata durante un corso di formazione di tre giorni che ho tenuto presso la sua azienda, Tecniche Nuove.

Alice scrive che:

Gli elementi determinanti l’efficacia e il successo di un corso di formazione sono due: contenuti e docenti.

Il contenuto: solo un contenuto a valore aggiunto arricchisce la cultura professionale dei discenti e consente di mantenere i livelli di attenzione sufficienti ad apprendere nuovi concetti anche in breve tempo. È fondamentale tenere sempre presente l’obiettivo di fornire “youtility” al proprio target.

Il docente: deve essere caratterizzato da competenza e professionalità, ma anche da significative doti di public speaking, per coinvolgere e mantenere una relazione costante, bidirezionale e riadattabile (nel senso di “adjustable”) con i discenti.

Ringrazio poi Alice per i complimenti che fa a me e al partner PrimoPiano: questo il link all’articolo originale su LinkedIn.

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