Giovedì 26 marzo la direttrice di Varese Mese Chiara Milani mi ha intervistato sul tema della comunicazione digitale al tempo del Coronavirus (e sul tema della resilienza): l’intervista è andata in onda su Rete 55, stazione del varesotto.

Qui puoi rivedere l’intervista:

Dopo aver scritto un articolo (e girato un video) sulla gamification nella comunicazione online (leggi qui l’articolo “Gamification nella comunicazione digitale: 5 esempi”) sono andato a caccia di esempi di gamification nel mondo offline. E ho trovato un esempio molto interessante: una escape room in un museo. Si tratta dell’iniziativa del Museo Africano di Basella di Urgnano, in provincia di Bergamo. Ho fatto alcune domanda al direttore Flavio Pessina.

Come è nata l’idea di associare l’escape room, solitamente associata ai giochi e al team building, al tuo museo africano?

Il nostro museo dispone di due modelli indipendenti di escape room: una fisica e una virtuale.

Il gioco nasce dalla consapevolezza che la sala arte e la didattica digitale annessa è poco appetibile per le scuole primarie e secondarie in visita, se messa a confronto con i giochi di ruolo nel villaggio. D’altro canto la settantina di opere esposte richiede un’innovazione di prodotto se si vuole dar loro vita suscitando maggior interesse da parte dei visitatori. Infine è determinante l’incontro con Giuliano Gaia di Invisible Studio, che alla vista del villaggio esclama entusiasta: “Questi scenari sarebbero l’ideale per attività di team building”.

Tutti questi fattori mi portano, nella tarda estate dello scorso anno, a raccogliere nel Web materiale informativo e a preparare la prima escape room. Avendo maturato un’esperienza quasi ventennale di attività di didattica museale per le scuole dell’obbligo e di centri estivi, mi viene spontaneo partire da loro e complicare poi enigmi e percorsi anche  per giovani ed adulti.
D’altro canto il museo dispone di due soli ampi spazi espositivi da 225 mq, tra loro comunicanti, quindi capisco che, a differenza delle classiche escape room a 5-8 giocatori, posso e devo progettare un gioco per gruppi di partecipanti, corrispondenti a quelli delle altre attività nelle due sale, vale a dire 40-45 persone.
In questa logica non ci sarà una squadra vincente, ma sarà tutto il gruppo a riuscire o fallire nel tentativo di uscire dal museo nel tempo prestabilito. I/le partecipanti, divisi in squadre da 4-5 persone ciascuna, sono chiamati a risolvere enigmi per scoprire il legame tra gli oggetti esposti e le storie “verosimili” di 10 personaggi archetipi del villaggio o del mondo africano: la vasaia, la sacerdotessa, la consigliera, la guaritrice, l’ostetrica, il cantastorie, il capo villaggio, il re, il commerciante, lo scultore.

Ogni enigma/oggetto è legato a sei diversi fasi della vita: nascita, infanzia, giovinezza, età adulta, età anziana, oltre la morte. La narrazione e le domande risposte sono dei moduli Google da fruire attraverso i tablet e la rete wifi del museo.
Trovi un esempio in questo post di Linkedin (è una prima versione ora migliorata)

Al termine dei sei passaggi ogni squadra deve sbloccare uno scrigno contenente una parola che, combinata con tutte le altre, formano un proverbio. Il proverbio, inserito correttamente nel lucchetto digitale, mostra come sbloccare la porta radar di uscita dal museo.
Abbiamo già giocato con gruppi di 4° e 5° con 40-45 giocatori in contemporanea, con scuole medie e prima del blocco per Covid19 eravamo pronti al primo test della versione per adolescenti, adulti e giovani.

E la seconda modalità, quella virtuale?

L’escape room virtuale del museo nasce da un progetto più ampio ancora in fieri: mettere in rete alcuni musei virtuali amici, sia italiani che africani.

Come nel film “I guardiani del destino” (con Matt Damon ed Emily Blunt) l’idea è quella di partire dentro ad un museo, ma aprendo porte virtuali attraverso lucchetti digitali (come quello presente nell’attuale versione in linea attivabile dall’hotspot chiamato USCITA), “saltare” a Bobo Dioulasso in Burkina Faso, a Milano al Museo Arte e Scienza, a Roma al museo Pigorini, a Douala o a Bafoussam in Camerun, al museo dell’Ifan di Dakar e così via.

Questo presuppone ovviamente la creazione di una partnership con questi musei, le foto panoramiche da parte loro, la redazione delle schede informative delle opere ed il montaggio del tour da parte mia.

Poi il blocco delle scuole mi ha portato a chiedermi: cosa può fare il museo africano per le scuole in questo periodo di Didattica A Distanza? Cosa posso fare io?

Ho quindi iniziato a realizzare una versione per scuole superiori che potete vedere qua: escape room virtuale per scuole superiori.

All’interno di questo tour si possono fare due cose:

  • esplorare virtualmente la sala arte del museo, leggere le info per ogni opera e, se si vuole saperne di più, continuare ad approfondire attraverso la guida on line guidamuseoafricano.it;
  • muoversi tra le sei diverse viste della sala per raccogliere i 12 indizi nascosti che formano la chiave finale per uscire dal museo.

Va da sé che il museo reale ha anche altri ambienti: il villaggio, in primis. Per quello ci sono già delle riprese panoramiche, ma al momento non è ancora stato costruito un tour che lo comprenda. Ci arriverò, ma il concept è sempre quello di informare e divertire, quindi sarà ancora attraverso un’escape room o una caccia al tesoro, vedremo… 

Torniamo per un momento al mio campo: lato comunicazione digitale, qual è il contenuto social che funziona di più per voi?

Sono attivo in LinkedIn da un paio di anni e insieme all’amico Marcello Cenati ci divertiamo a cercare e sperimentare soluzioni sempre innovative in ambito di didattica digitale. Diverse sperimentazioni diventano spesso delle innovazioni di processo e di prodotto delle attività di didattica museale, di cui rendo conto attraverso dei post. In altre parole: soluzioni per le scuole e per altri musei. La stessa cosa avviene nei gruppi tematici Facebook “Musei e social media”, “Museologia” e “Didattica museale”, ma in questo caso reach ed engagement sono più bassi. A molti partecipanti non interessa il confronto, ma solo promuovere le proprie attività. Per questo nell’ultimo anno sono ormai quasi stabilmente solo su LinkedIn.

Sabato 21 marzo 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema della navigazione familiare e delle attività da fare in famiglia, genitori e figli insieme.

Per riascoltare la puntata fai clic qui:

Le risorse citate:

Per approfondimenti sul tema della navigazione familiare:

Domenica 15 marzo 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dello smart working e delle riunioni a distanza.

Per approfondimenti sul tema guarda questo video:

Qui trovi le info sul corso sullo smart working:

Il 28 novembre 2019 sono stato ospite della trasmissione “L’Ora del Tech” su Sei La TV. La puntata 8 era dedicata a “Opportunità e pericoli del Web 2.0”. In studio mi ha intervistato il giornalista Roberto Bonin. Di seguito riporto i diversi spezzoni.

1. Come fare personal branding in Rete

In questo primo spezzone parlo di come fare comunicazione in Rete, anche per trovare lavoro e clienti.

 

2. Quali sono i canali social più in voga?

Si parla del maggiori canali social (Facebook, Instagram) ma anche delle nuove tendenze.

3. La reputazione digitale e la ricerca del lavoro

I social possono rappresentare un problema, se gestiti male.

4. Il lato oscuro dei social e della Rete

In questo spezzone parlo del lato oscure del Web: hater, grooming, cyberbullismo, hikikomori, dipendenza dalla Rete, vamping, emulazione, app per chat in anonimo, sesso online, età per dare lo smartphone.

Guarda qui la puntata di Sei La TV dedicata a tre miei libri:

Domenica 1 marzo la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dipendenza dallo smartphone. Puoi riascoltare l’intervista qui

Qui un approfondimento sul tema:

Questa intervista è stata pubblicata sul sito di Vertus il 28 febbraio 2020.

COLLABORAZIONE, ENGAGEMENT, UNITÀ D’INTENTI: ECCO PERCHÉ CURARE LA COMUNICAZIONE INTERNA

Comunicazione “corporate” e di prodotto, social media marketing, ufficio stampa, relazioni pubbliche e istituzionali, adv off e online: su questi elementi la maggior parte delle aziende sa di dover investire risorse per raggiungere clienti e stakeholder, per posizionarsi sul mercato, per rendere noto il proprio brand.

La stessa attenzione, però, non sempre viene dedicata alla comunicazione interna, fattore che, in realtà, incide significativamente sulla vita aziendale, sui rapporti tra management e dipendenti e, con un importante riflesso verso l’esterno, sull’immagine del brand che i dipendenti comunicano fuori dall’ufficio e sui loro profili social.

La comunicazione interna non coincide, però, con la trasmissione top-down, pur frequente e dettagliata, di disposizioni organizzative.

Come si può definire, quindi, la comunicazione interna?

Lo abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, formatore aziendale e consulente di comunicazione digitale, autore di diversi saggi e manuali su Internet, computer, smartphone e social media, direttore della collana “Fai da tech” di Ledizioni.

La comunicazione interna genera senso di appartenenza

Bonanomi parte da un’importante premessa sull’inevitabilità della comunicazione: “Le aziende, come gli umani, non possono non comunicare. Se non comunicano verso l’esterno e verso l’interno, stanno comunque comunicando qualcosa, e non è certo qualcosa di positivo”.
Anche non comunicare è un atto di comunicazione, che non gioca a favore dell’immagine aziendale.

Le aziende sono generalmente impegnate nel comunicare all’esterno. Perché dovrebbero occuparsi anche della comunicazione interna?

“La comunicazione interna è davvero importantissima per almeno un paio di motivi: per l’employer retention, ovvero la creazione di un senso di appartenenza nei propri dipendenti, e anche per fare il cosiddetto employer branding: attrarre nuovi talenti. Anche se quest’ultima comunicazione è rivolta all’esterno, la accomuno alla precedente”.

Quali competenze occorrono?
“Sempre più un comunicatore d’impresa deve allenare soft e hard skill. In pratica deve avere competenze comunicative spiccate, condite da creatività e capacità di comunicare in modo coinvolgente (digital storytelling), ma anche padroneggiare i nuovi strumenti della comunicazione digitale: non solo mail e web, ma sempre più social e analytics. Relazioni da una parte e dati dall’altra”.

Come si delinea una strategia di comunicazione interna?
“Bisogna anzitutto definire gli obiettivi della propria comunicazione, che possono andare dall’intrattenimento alla formazione, dal recruiting alla social responsibility. E solo di conseguenza si crea un piano editoriale, infine declinato come calendario editoriale (cosa pubblicare e quando)”.

Quanto può incidere la trasformazione digitale nei processi di comunicazione interna?
“Il digitale sta rivoluzionando ogni aspetto della comunicazione, e siamo solo all’inizio. Già ora buona parte del recruiting lo fanno gli algoritmi, grazie per esempio ai sistemi ATS (applicant tracking system).
A breve l’intelligenza artificiale si occuperà di tutta la comunicazione (gli algoritmi già scrivono post e interi libri), come sta per avvenire nel digital marketing finalizzato alla lead generation (la marketing automation permette all’umano di lasciar fare tutto a una macchina)”.

Gli strumenti e il ruolo del management

Quali sono quindi gli strumenti per favorire la partecipazione e l’interazione dei dipendenti?
“Per la mia esperienza gli strumenti più efficaci, con gradi diversi di coinvolgimento, sono quattro:

  • newsletter interna (a volte realizzata con contenuti forniti dai dipendenti stessi);
  • portale Intranet (mi è capitato più volte di fare progetti di brand journalism a scopo interno, per esempio web radio o podcast);
  • social network interno (in alcuni casi anche con app come Slack, ma anche Facebook si è mosso con Workplace; altre aziende, come Vodafone, hanno social proprietari);
  • social network (alcune aziende, per esempio, usano due canali Instagram, uno per il social media marketing, l’altro per la comunicazione finalizzata alle risorse umane)”.

Come coinvolgere i manager?
“I dirigenti dovrebbero anzitutto credere nei progetti di comunicazione interna, e devo dire che incontro sempre più spesso manager disposti a mettersi in gioco e, soprattutto, a investire. In una nota multinazionale bresciana il direttore HR mi ha chiesto un importante percorso per la formazione di un gruppo di una ventina di brand ambassador interni, puntando su temi quali la reputazione digitale e la creazione dei contenuti”.

Il ruolo del settore risorse umane?
“In queste dinamiche l’HR è fondamentale, perché interviene soprattutto nella fase di formazione: servono percorsi ad hoc per aiutare le persone, soprattutto i non più giovanissimi, ad acquisire le competenze per usare gli strumenti della comunicazione digitale”.

Quali gli errori più tipici?
“Gli errori che spesso si commettono nella comunicazione interna sono quattro:

  • non monitorare chi e cosa comunica;
  • non misurare la comunicazione (con gli strumenti di sentiment analysis si può mirare praticamente a qualsiasi cosa, anche all’impatto emotivo delle parole scelte in un post di Facebook);
  • non avere una strategia di comunicazione (per tutto quello che ci siamo detti prima);
  • non formare le persone all’uso del digitale (molti dipendenti, con la loro comunicazione sguaiata, possono danneggiare anche l’azienda, non solo sé stessi, inconsapevolmente)”.

Sabato 22 febbraio la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema del vamping. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Per approfondire il tema del vamping fai clic qui:

A margine della presentazione del percorso “Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business” che terrò presso la Sesvil University di Brescia, sono stato intervistato sul tema “Comunicazione digitale e social, servono davvero alle aziende?”.
Ecco l’intervista integrale pubblicata sul sito di Sesvil University.

[INTERVISTA]: COMUNICAZIONE DIGITALE E SOCIAL, SERVONO DAVVERO NELLE AZIENDE?

Non ci sono temi così attuali per le aziende come quelli della comunicazione digitale e dell’uso dei social per sviluppare il business aziendale. E’ evidente come l’era della digitalizzazione abbia trasformato le abitudini delle persone, che oggi passano oggi molto tempo sul web e sui social; per intercettare la loro attenzione le aziende devono saper “governare” l’uso dei canali di comunicazione .

Purtroppo, però, molte aziende non stanno ancora investendo le risorse giuste, tra cui quelle nella formazione, per poter usare al meglio le opportunità del web e dei social. Approfondiamo questo tema nell’intervista a Gianluigi Bonanomi, Brand Journalist, Autore, Formatore del percorso Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business di Sesvil University a Brescia.

  1. Si parla molto di comunicazione digitale e di social per sviluppare il business aziendale: ma parliamo di strategie e strumenti davvero utili per le aziende e in che modo?

La comunicazione digitale, inclusa quella social, è ormai una priorità per le aziende da diversi punti di vista e per diversi reparti. Può essere utile per posizionarsi sul mercato (brand positioning), farsi pubblicità (digital advertising), acquisire nuovi clienti (lead generation e social selling), comunicare con i clienti già acquisiti (nurturing e retention), gestire la reputazione digitale (brand reputation), ricevere feedback sui prodotti e servizi e governare le critiche (monitoring e social customer care), coinvolgere dipendenti (brand advocacy) e trovare nuovi talenti (employer branding).

È chiaro che c’è modo e modo di fare comunicazione digitale. Quando è improvvisata, senza una strategia (per esempio un piano editoriale) e tattiche conseguenti, rischia di essere inefficace, a volte addirittura controproducente.

 

  1. La Comunicazione Digitale è dunque essenziale per l’azienda, se gestita in modo adeguato. Parliamo del percorso progettato con Sesvil University: cosa lo rende unico e diverso?

Il percorso proposto con Sesvil University è stato progettato per lavorare su un doppio binario: da una parte dare delle competenze personali, dall’altro delle competenze aziendali. Questo perché quando si parla di comunicazione digitale, e soprattutto di social, al centro ci sono sempre le persone.

Per esempio, se si cerca un’azienda su LinkedIn, prima si trovano le persone che vi lavorano. Se queste hanno un pessimo profilo personale, fanno danno a sé ma anche all’azienda. Quindi, per restare sul discorso LinkedIn, ci sarà una parte di ottimizzazione dei profili (con il metodo originale “LinkedIn10C”) e una parte di comunicazione corporate sulla pagina aziendale.

Per questi motivi il percorso è utile sia per chi lavora in azienda, ma anche per liberi professionisti. Direi che può risultare fondamentale anche per chi si occupa di comunicazione digitale in agenzie di P.R. o consulenti marketing.

Altra cosa che caratterizza il percorso è il lavoro su tre aspetti:

  1. strategia
  2. contenuti
  3. misurazione dei risultati

In ogni caso la comunicazione digitale oggi è diventata una skill fondamentale per qualsiasi professionista.

  1. Il primo modulo del percorso, Strategie di Comunicazione Digitale d’Impresa, si focalizza sulla scelta dei migliori canali web e sulla realizzazione di un piano editoriale efficace: ci puoi spiegare meglio a chi può servire questo modulo e come?

La strategia è fondamentale, perché lavorare solo su azioni tattiche, senza obiettivi chiari e raggiungibili, rischia di essere una perdita di tempo.

A volte titolari di impresa mi dicono: “Voglio andare su Instagram (o peggio, ultimamente, TikTok)!”. Io rispondo, provocatoriamente: “Perché?”. La contro-risposta è spesso desolante: “Perché ci sono i miei concorrenti”.

Tutto questo non ha alcun senso. Prima si parte dagli obiettivi, poi si stabiliscono quali sono i mezzi (per esempio il piano editoriale, cosa ben diversa dal calendario editoriale che ne è la realizzazione pratica), quindi i canali, per raggiungerli.

A proposito useremo la parte iniziale del percorso per raccontare il perché mettere al centro della propria strategia di comunicazione un social network è un errore.

 

  1. Il percorso prevede l’opportunità di sperimentare ciò che si apprende con esercitazioni pratiche ed anche la possibilità di approfondire i propri casi aziendali con sessioni formative extra one-to-one. Puoi darci qualche anteprima? Quanto queste modalità didattiche possono aiutare negli obiettivi della formazione?

La teoria senza pratica non ha alcun senso, figuriamoci in un corso di comunicazione digitale dove potremmo parlare per ore di algoritmi e best practice di Apple e simili senza che i partecipanti, poi, sappiano dove mettere le mani. Facciamo un esempio: esiste un metodo, chiamato C.A.R.P., per rispondere alle critiche online. Ma senza la prova pratica, l’applicazione sul campo, che senso avrebbe?

Altro esempio: che utilità avrebbe un corso sul public speaking senza dare la possibilità alle persone di preparare una propria presentazione e misurarsi con un discorso di fronte alla classe?

L’obiettivo formativo fondamentale è quello di rendere il più possibile autonomi i partecipanti al corso: devono mettersi in gioco. Dobbiamo metterci in gioco tutti.

Contatta Sesvil per Info: info@sesviluniversity.it | 0302942447

Sabato 8 febbraio la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dell’uso consapevole della tecnologia in famiglia. Puoi riascoltare l’intervista qui: