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Ti confesso una cosa: non sopporto le frasi motivazionali. Quelle scritte su sfondo arancione, con il tramonto e il carattere corsivo. Quelle che ti dicono che “il successo è un viaggio, non una destinazione” mentre tu sei lì, alle sette di sera, con la scadenza di domani e zero idee. E non sopporto nemmeno la maggior parte dei libri di self-help: 250 pagine per dirti, in fondo, due cose che potevano stare in un post-it (e spesso nemmeno vere).

Eppure adoro le citazioni.

Ti chiederai come faccia a tenere insieme queste due cose. Te lo spiego con un esempio concreto: una frase motivazionale ti vuole convincere di qualcosa, qui e ora, possibilmente mentre scorri il feed. Una buona citazione, invece, ti racconta che qualcuno (in un momento preciso della sua vita, con la sua testa fatta in un certo modo) ha trovato le parole giuste per dire una cosa vera. Non per venderti un corso. Per fissare un pensiero.

È la differenza tra uno slogan e una scheggia di pensiero altrui che continua a lavorare dentro di te molto dopo che l’hai letta.

In questo pezzo raccolgo le mie citazioni preferite. Con tanto di fonte, perché da ex giornalista (nel Giurassico, quando le notizie si verificavano prima di pubblicarle, non dopo) una citazione senza fonte è solo un’opinione travestita da saggezza. E come vedrai, un paio di queste frasi celebri non sono nemmeno autentiche: te lo dico comunque, perché anche scoprire che una citazione è falsa è, a modo suo, una piccola lezione.

“Fatto è meglio di perfetto” — Mark Zuckerberg

Questa frase è diventata un mantra da startup, ma nasce in un posto preciso: la lettera agli investitori che Zuckerberg scrisse nel 2012, intitolata “The Hacker Way”. Diceva, più o meno, che avevano scritto sui muri degli uffici “Done is better than perfect” per ricordarsi di continuare a spedire prodotto, invece di rincorrere la versione perfetta che non arriva mai.

È un’idea che mi accompagna ogni volta che rimando la pubblicazione di qualcosa per “limarla ancora un po’” (e poi passano tre settimane).

Mark Zuckerberg’s Letter to Investors: “The Hacker Way” – WIRED

“Chi è più importante di cosa” — Ray Dalio

Da Principles (2017), il libro-mattone in cui Ray Dalio mette nero su bianco i principi che hanno guidato Bridgewater, uno dei fondi di investimento più grandi al mondo. Uno dei punti chiave recita: “Chi si prende la responsabilità è più importante di cosa va fatto”.

Sembra una banalità da risorse umane. Non lo è: è la differenza tra delegare un compito e scegliere la persona giusta a cui affidarlo.

“In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere” — Yuval Noah Harari

Questa arriva da 21 lezioni per il XXI secolo (2018), il libro in cui Harari prova a fare ordine nel presente invece che nel passato o nel futuro (i suoi territori abituali). E questa frase, in particolare, mi sembra scritta apposta per descrivere la sensazione di aprire il telefono la mattina.

Più informazioni non significa più chiarezza. Spesso è l’esatto contrario.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…” — Giacomo Leopardi

Sì, lo so: in mezzo a Zuckerberg e Dalio sembra un pugno in un occhio. Ma è proprio questo il punto. L’Infinito (1819) è arrivato fino a me attraverso la scuola (come a chiunque in Italia) eppure quei versi («questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude») restano la descrizione più precisa che conosco di cosa significhi desiderare qualcosa che non riesci a vedere.

Ogni tanto mi piace ricordare che la “cassetta degli attrezzi” per capire il mondo non è fatta solo di libri di marketing.

La legge di Amara “Tendiamo a sovrastimare gli effetti di una tecnologia nel breve periodo e a sottostimare gli effetti nel lungo periodo”. — Roy Amara

Roy Amara, presidente dell’Institute for the Future, ha formulato negli anni ’80 quella che oggi chiamiamo “Legge di Amara”: tendiamo a sopravvalutare gli effetti di una tecnologia nel breve termine, e a sottovalutarli nel lungo termine.

Pensaci: è praticamente la storia di internet, degli smartphone e — con ogni probabilità — anche dell’intelligenza artificiale generativa di cui ti parlo spesso. Ogni nuova tecnologia sembra “la rivoluzione di domani” e poi, qualche anno dopo, scopri che ha cambiato tutto senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

“Adesso mi guardo intorno e mi chiedo se mi piacciono loro” — Gary Oldman

Una citazione che gira parecchio online, attribuita a Gary Oldman: “Prima entravo in una stanza e mi chiedevo se piacevo alla gente. Ora mi guardo intorno e mi chiedo se mi piace la gente”. Non sono riuscito a rintracciarla in interviste verificabili dell’epoca (l’articolo di Esquire del 2012 spesso citato come fonte non la contiene), quindi prendila più come una frase “attribuita con insistenza” che come una citazione blindata.

Vera o no, descrive perfettamente cosa succede quando smetti di cercare l’approvazione e cominci, finalmente, a scegliere.


Due citazioni famose… che probabilmente non sono mai state dette

Visto che ho appena finito di dirti che una citazione senza fonte è un’opinione travestita da saggezza, sarei un ipocrita a nascondere quello che ho scoperto facendo le verifiche per questo pezzo. Due classici che giravano nella mia lista, alla prova dei fatti, scricchiolano parecchio.

  • “Never complain, never explain” — Benjamin Disraeli. Frase elegantissima, da gentiluomo inglese che non deve rendere conto a nessuno. Peccato che la prima attestazione scritta risalga al 1903, ben 22 anni dopo la morte di Disraeli, in una biografia di Gladstone scritta da John Morley. Nessuna fonte dell’epoca — discorsi, lettere, biografie pubblicate quando Disraeli era ancora vivo — la documenta. È, con ogni probabilità, apocrifa.
  • “Se hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela a testa. Ma se hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, abbiamo entrambi due idee” — George Bernard Shaw. Citazione meravigliosa per chi parla di condivisione della conoscenza (la uso anch’io, lo ammetto). Ma secondo Quote Investigator non esiste alcuna prova che Shaw l’abbia mai pronunciata: la traccia più antica è una pubblicità del 1917 per la rivista “System”, che parla di dollari, non di mele, e non cita Shaw.

Le ho lasciate in questa lista — con tanto di smentita allegata — perché trovo che la storia di “come una frase diventa famosa nonostante non sia vera” sia interessante quasi quanto la frase stessa. È un piccolo esperimento di psicologia collettiva: ci fidiamo di una citazione non perché è documentata, ma perché “suona” come qualcosa che quella persona avrebbe potuto dire.


Perché continuo a raccogliere le mie citazioni preferite

Non per riempire un cassetto. Le rileggo. Ogni tanto una di queste frasi torna a galla nella testa proprio nel momento in cui mi serve — mentre scrivo, mentre litigo con una scadenza, mentre decido se fidarmi di qualcuno o no.

Le frasi motivazionali ti dicono cosa pensare. Le citazioni buone ti lasciano lo spazio per pensarci tu.

E tu? Hai una citazione che porti con te da anni? Scrivimela nei commenti: potrebbe finire nella prossima puntata di questa raccolta.

Parto da una premessa: non mi piacciono gli allarmisti, spesso con secondi fini. Tipo i giornalisti che sparano titoli sull’estinzione della specie umana per colpa di ChatGPT… Non sto scherzando, eccone un esempio:

Oppure, molto più concretamente, si paventa la sopravvivenza ma senza lavoro:

Non amo questo approccio, e soprattutto sposo questa tesi di Luciano Floridi (dal libro “Etica dell’intelligenza artificiale“):

Alcune persone continueranno a vendere previsioni catastrofiche, con scenari distopici che hanno luogo in un futuro sufficientemente distante da garantire che tali Geremia non saranno più in circolazione per essere smentiti. La paura vende sempre bene, come i film sui vampiri o sugli zombie.

Che cosa dice Harari?

L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la storia umana, penetrando nel sistema operativo della nostra civiltà. Questo avanzamento, come sostiene lo storico e filosofo Yuval Noah Harari, già autore dei grandissimi libri “Sapiens” e “Homo Deus”, è il risultato della straordinaria capacità di manipolare e generare linguaggio di AI, che comprende parole, suoni e immagini.

Il linguaggio – sostiene Harari nell’articolo “Yuval Noah Harari argues that AI has hacked the operating system of human civilisation” – è l’elemento fondamentale di quasi tutte le culture umane. Diritti umani, divinità, e persino denaro sono artefatti culturali che abbiamo creato attraverso storie e leggi. Ma cosa succederebbe se un’intelligenza non umana diventasse più abile di un umano medio nel raccontare storie, comporre melodie, disegnare immagini e scrivere leggi e scritture?

Gli strumenti AI come ChatGPT stanno già mostrando il potenziale di produrre in massa contenuti politici, fake news e “scritture” per nuovi culti. Queste capacità potrebbero avere un impatto enorme sulle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti nel 2024, tra l’altro. Nel futuro, potremmo vedere i primi culti nella storia i cui testi sacri sono stati scritti da un’intelligenza non umana. Anche a un livello più prosaico, potremmo presto trovarci a condurre lunghe discussioni online su temi come l’aborto, il cambiamento climatico o l’invasione russa dell’Ucraina con entità che pensiamo siano umane, ma che in realtà sono Altro che test di Turing

Grazie alla sua padronanza del linguaggio, l’IA potrebbe anche formare relazioni intime con le persone e utilizzare il potere dell’intimità per cambiare le nostre opinioni e visioni del mondo. Questo potrebbe spostare il campo di battaglia per il controllo dell’attenzione umana, da social media alla creazione di relazioni intime di massa con milioni di persone.

Altra opinione interessante di Harari: le IA potrebbero diventare un oracolo onnisciente per le persone, rendendo superflui la ricerca su Google, la lettura di giornali o la visione di pubblicità.

La fine della storia (umana)

Tutto questo potrebbe portare alla fine della storia umana. Non la fine della storia in sé, ma la fine della sua parte dominata dall’uomo. Cosa succederà al corso della storia quando l’IA prenderà il controllo della cultura e inizierà a produrre storie, melodie, leggi e religioni? L’IA può creare idee completamente nuove, una cultura completamente nuova.

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Per me Harari, lo storico israeliano, è un genio.

L’ho scoperto grazie a Sapiens, ne ho avuto la certezza leggendo Homo Deus. In questo testo, e poi con accenni anche in 21 lezioni per il ventunesimo secolo, Harari parla del dataismo: una sorta di religione legata al fenomeno dei big data.

Per farla breve: inizialmente l’uomo aveva assegnato l’autorità sulla propria vita agli dei. Poi, per esempio durante l’Illuminismo, l’aveva ripresa. Ora deve fare un passo indietro, travolto da dati e algoritmi: la mole di informazioni da gestire è immensa e l’uomo non sa  più trasformarla in conoscenza (e saggezza).

Ne parlo in questo video, dove trovi alcune informazioni su animismo, big data, dataismo e altro. Buona visione!

L’intervista a Yugen Podcast

Ho parlato della mia passione per Harari anche in un’intervista al podcast Yugen:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

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