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Meta non sa letteralmente tutto di noi, ma può dedurre interessi, caratteristiche personali e importanza delle relazioni osservando la struttura della rete e i comportamenti digitali. Alcuni studi mostrano che Facebook può perfino riconoscere con buona accuratezza il partner romantico. Non esiste invece una ricerca che dimostri che sappia identificare con certezza un amante segreto.

Immagina di non aver mai dichiarato apertamente chi sia la persona più importante della tua vita.

Nessun post romantico. Nessuna fotografia insieme. Nessun cuoricino sotto una dichiarazione pubblica. Eppure un algoritmo potrebbe comunque riuscire a individuarla osservando soltanto la struttura della tua rete sociale.

Da qui nasce una frase che circola da anni: Facebook sa chi sono i tuoi amici più cari, il tuo partner e perfino la tua amante.

La prima parte ha basi scientifiche. L’ultima, quella dell’amante, è una provocazione efficace ma non è stata dimostrata da uno studio specifico. Eppure la questione resta inquietante: Meta non deve necessariamente leggere un contenuto esplicito per ricostruire una relazione. Può inferirla dai segnali che lasciamo.

Chi cerchiamo. Con chi interagiamo. Quali profili visitiamo. Chi compare in più cerchie della nostra vita. A quali contenuti reagiamo e quali ignoriamo.

Meta non deve leggere nella nostra mente. Le basta formulare previsioni sufficientemente accurate.

Come Meta usa i dati per costruire modelli su di noi

Quando pensiamo ai dati personali immaginiamo nome, età, indirizzo, fotografia, posizione e numero di telefono. È una visione ormai antiquata.

Il vero valore non si trova soltanto nei dati che dichiariamo, ma nelle informazioni che possono essere dedotte dai nostri comportamenti.

Esiste una differenza fondamentale tra ciò che comunichiamo esplicitamente, ciò che facciamo e ciò che un sistema può inferire mettendo insieme migliaia di segnali.

Meta stessa, spiegando come funziona il sistema di ranking del Feed di Facebook, parla di migliaia di segnali elaborati per prevedere quali contenuti troveremo più rilevanti e con quali avremo maggiori probabilità di interagire. Non si tratta di un unico algoritmo, ma di diversi modelli di machine learning che assegnano punteggi e probabilità ai contenuti.

Facebook non deve chiedermi: «Quanto è importante per te questa persona?».

Può osservare quanto spesso interagisco con lei, quali contenuti guardo, se rispondo ai suoi commenti, quali amici abbiamo in comune e in quali ambienti della mia vita compare.

In un mio precedente approfondimento sull’ingegnerizzazione e misurazione delle relazioni nei social network avevo già evidenziato questo meccanismo: misurare i legami permette alla piattaforma di decidere a chi mostrare un contenuto e quali conversazioni stimolare.

Il social network, quindi, non si limita a rappresentare le relazioni. Le trasforma in variabili.

Lo studio che permise a Facebook di riconoscere il partner

Nel 2013 Lars Backstrom, allora ingegnere di Facebook, e Jon Kleinberg della Cornell University pubblicarono lo studio Romantic Partnerships and the Dispersion of Social Ties, successivamente presentato alla conferenza ACM CSCW del 2014.

I ricercatori analizzarono un campione di circa 1,3 milioni di utenti Facebook che avevano dichiarato sul profilo una relazione sentimentale. L’obiettivo era capire se fosse possibile riconoscere il partner osservando soltanto la struttura della rete di amicizie.

Si potrebbe pensare che la persona più importante sia semplicemente quella con cui condividiamo più amici. Non è così.

I ricercatori introdussero un indicatore chiamato dispersione. Una relazione assume un valore strutturalmente particolare quando collega parti diverse della nostra vita.

Il collega conosce soprattutto altri colleghi. Il compagno di calcetto conosce gli amici della squadra. Il partner, invece, può essere collegato contemporaneamente ai familiari, agli amici d’infanzia, ai colleghi e ai vicini di casa.

Queste persone non si conoscono necessariamente tra loro, ma conoscono tutte il partner. È questa particolare distribuzione dei legami a renderlo riconoscibile.

Secondo i risultati riportati, l’algoritmo riusciva a identificare il coniuge nel 60% circa dei casi e un partner non sposato in quasi il 50% dei casi. Non era infallibile, ma era enormemente più efficace di una scelta casuale.

Facebook può scoprire un amante?

Qui serve una precisazione fondamentale: lo studio prendeva in esame utenti che avevano dichiarato la relazione. Non dimostrava che Facebook potesse scoprire un amante segreto.

Dire che «Facebook conosce la tua amante» è quindi un’estrapolazione, non un risultato scientifico. La ricerca dimostra qualcosa di più preciso: la geometria delle nostre relazioni può rivelare legami importanti anche senza analizzare il contenuto dei messaggi.

I tuoi Mi piace possono raccontare ciò che non hai dichiarato

Nel 2013 Michal Kosinski, David Stillwell e Thore Graepel pubblicarono su PNAS lo studio Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior.

Analizzando i Mi piace di oltre 58.000 volontari, i ricercatori mostrarono che le tracce digitali potevano essere utilizzate per stimare caratteristiche sensibili quali orientamento politico, religione, personalità, età, genere e orientamento sessuale.

L’aspetto più interessante non era la capacità di interpretare un like esplicito. Non serve un algoritmo sofisticato per dedurre le idee politiche di chi segue la pagina di un partito.

Le previsioni potevano basarsi anche su combinazioni di comportamenti apparentemente innocui e privi di un collegamento evidente con la caratteristica da individuare.

La privacy non riguarda soltanto ciò che pubblichiamo, ma anche ciò che può essere dedotto da quello che pubblichiamo.

Due anni dopo, un altro studio pubblicato su PNAS, condotto su 86.220 volontari, confrontò i giudizi sulla personalità elaborati dai computer con quelli espressi da colleghi, amici, familiari e partner.

Secondo i risultati, con circa 100 Mi piace il modello poteva superare il giudizio della persona media. Con 300 poteva risultare più accurato del coniuge nel descrivere alcuni tratti della personalità.

Sono dati provenienti da una fase precedente della storia di Facebook e non vanno trasferiti automaticamente agli algoritmi odierni. Il principio, però, rimane valido: una grande quantità di piccoli segnali può produrre inferenze che il singolo segnale non consentirebbe.

Dalla misurazione delle relazioni all’influenza sociale

Misurare un legame non serve soltanto a capire chi conosciamo. Serve anche a prevedere chi può influenzarci.

Nel 2012 uno studio pubblicato su Nature descrisse un esperimento realizzato durante le elezioni statunitensi del 2010, coinvolgendo circa 61 milioni di utenti Facebook.

I messaggi mostrati dalla piattaforma influenzarono, con effetti individuali piccoli ma misurabili, l’espressione politica, la ricerca di informazioni e il comportamento elettorale. Soprattutto, la trasmissione sociale avvenne prevalentemente attraverso gli amici più stretti.

Questo spiega perché la misurazione delle relazioni abbia un valore enorme.

Un messaggio pubblicitario può essere ignorato. Lo stesso messaggio, associato al comportamento di una persona di cui ci fidiamo, può diventare molto più persuasivo.

L’algoritmo non deve soltanto stabilire quale contenuto mostrarci. Deve capire anche quale relazione può renderlo più credibile.

L’esperimento di Facebook sul contagio emotivo

Nel 2014 Facebook fu coinvolta in uno degli studi più controversi della storia dei social media: Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks.

I ricercatori modificarono per una settimana il numero di contenuti positivi o negativi mostrati nel Feed di 689.003 utenti. Successivamente osservarono un piccolo ma statisticamente misurabile cambiamento nel tono dei post pubblicati dagli stessi utenti.

L’effetto rilevato era modesto. Sarebbe quindi scorretto dire che Facebook possa accendere o spegnere a piacimento le emozioni delle persone.

Lo studio dimostrò comunque un fatto rilevante: modificare la composizione del flusso informativo può produrre effetti osservabili sul comportamento di una popolazione enorme.

Non esiste un pulsante segreto chiamato «rendi triste Gianluigi». Variazioni minuscole, applicate a milioni o miliardi di persone, possono però avere conseguenze collettive significative.

La persuasione diventa personalizzata

Nel 2017 un ulteriore studio pubblicato su PNAS sulla persuasione psicologica analizzò tre esperimenti pubblicitari che raggiunsero oltre 3,5 milioni di persone.

Quando il messaggio veniva adattato a caratteristiche psicologiche come estroversione o apertura mentale, i ricercatori registrarono fino al 40% di clic in più e fino al 50% di acquisti in più rispetto ai messaggi non corrispondenti al profilo. Gli autori avvertivano anche del rischio di sfruttare le vulnerabilità psicologiche delle persone.

La sequenza diventa chiara:

  1. la piattaforma osserva il comportamento;
  2. ricostruisce interessi e caratteristiche probabili;
  3. misura la forza delle relazioni;
  4. seleziona il messaggio;
  5. decide quando e in quale contesto mostrarlo;
  6. misura la reazione e aggiorna il modello.

È un ciclo continuo di osservazione, previsione, intervento e verifica.

Nel mio articolo sul film Brexit: The Uncivil War e il microtargeting di Facebook raccontavo proprio questa trasformazione: non parlare a tutti, ma individuare gruppi specifici e mostrare a ciascuno ciò che ha maggiori probabilità di funzionare.

Un video per capire perché ogni dato può diventare sensibile

Nel TED Talk ufficiale What will a future without secrets look like?, Alessandro Acquisti, professore alla Carnegie Mellon University, mostra come informazioni pubbliche, riconoscimento facciale e modelli statistici possano essere combinati per ricostruire dati che una persona non aveva deciso di comunicare.

Facebook, Instagram e WhatsApp sanno tutti le stesse cose?

Occorre evitare un’altra semplificazione.

Facebook, Instagram, Messenger, Threads e WhatsApp appartengono allo stesso gruppo, ma questo non significa che tutti i contenuti confluiscano automaticamente in un unico calderone accessibile senza limiti.

Su WhatsApp, per esempio, i messaggi e le chiamate personali sono protetti dalla crittografia end-to-end. Secondo la documentazione ufficiale, nemmeno WhatsApp e Meta possono leggerne o ascoltarne il contenuto.

Questo non significa che WhatsApp sia privo di dati. Contenuto e metadati non sono la stessa cosa. Informazioni tecniche, dati dell’account e determinati segnali di utilizzo possono comunque avere valore operativo e relazionale, secondo le informative applicabili.

Per essere rigorosi, quindi, non bisogna dire che Meta legge tutte le nostre conversazioni WhatsApp. Non è ciò che dimostrano le fonti.

Ogni servizio digitale può però generare segnali e ogni segnale, combinato con altri, può contribuire a un modello probabilistico.

Questa è ingegneria sociale?

Nel campo della sicurezza informatica, l’espressione «ingegneria sociale» indica solitamente la manipolazione delle persone per ottenere informazioni, accessi o comportamenti.

Nel caso di Meta parlerei più precisamente di ingegnerizzazione dell’ambiente sociale.

Le piattaforme trasformano le relazioni in dati, attribuiscono un peso ai legami, prevedono quali contenuti genereranno una reazione, ordinano il nostro ambiente informativo e misurano gli effetti delle proprie scelte.

Non è necessario immaginare una stanza segreta piena di persone che decidono che cosa dobbiamo pensare. La forma più potente di influenza è automatizzata, statistica e impersonale.

Nessuno deve conoscere davvero Gianluigi Bonanomi. È sufficiente che il sistema sappia che utenti con un comportamento simile al suo tendono a fermarsi davanti a un certo contenuto, fidarsi di determinate persone o reagire a una specifica formulazione.

Profilazione non significa conoscenza

Gli algoritmi non costruiscono necessariamente un ritratto vero di noi. Costruiscono un ritratto utile ai loro obiettivi.

Una previsione può essere sbagliata sul singolo individuo e rimanere economicamente efficace su milioni di persone. La conoscenza cerca di capire chi sei. La profilazione cerca di prevedere che cosa farai.

Anche le autorità hanno contestato nel tempo alcune pratiche legate alla gestione e all’utilizzo dei dati. Nel 2019 la Federal Trade Commission statunitense impose a Facebook una sanzione da 5 miliardi di dollari e nuovi vincoli in materia di privacy. Nel 2023 lo European Data Protection Board intervenne sul trattamento dei dati personali di Meta per la pubblicità comportamentale nello Spazio economico europeo.

Sono vicende diverse, che non dimostrano l’esistenza di un’unica macchinazione. Dimostrano però che il modello basato sulla profilazione produce problemi concreti di trasparenza, consenso e controllo.

Non proteggere soltanto i dati: proteggi le inferenze

Possiamo evitare completamente la profilazione? Probabilmente no, a meno di rinunciare a molti servizi digitali.

Possiamo però ridurre la quantità e la qualità dei segnali disponibili:

  • controllare periodicamente le preferenze pubblicitarie;
  • limitare la sincronizzazione dei contatti quando non è necessaria;
  • verificare quali applicazioni sono collegate agli account;
  • eliminare autorizzazioni obsolete;
  • evitare di usare l’account Facebook o Instagram come chiave universale per altri servizi;
  • limitare posizione, microfono, fotocamera e accesso alla rubrica;
  • ricordare che anche un comportamento passivo, come soffermarsi su un contenuto, può diventare un segnale.

Non basta chiedersi: «Quali dati ho consegnato?».

Bisogna aggiungere una domanda più scomoda: «Che cosa può essere dedotto mettendo insieme questi dati?».

Forse Facebook non conosce davvero la tua amante. Potrebbe però accorgersi che una certa persona occupa, nella tua rete e nelle tue abitudini, una posizione molto diversa da tutte le altre.

E potrebbe farlo prima che tu abbia deciso di raccontarlo.

Domande frequenti

Meta può leggere i messaggi di WhatsApp?

I messaggi e le chiamate personali sono protetti dalla crittografia end-to-end. Secondo WhatsApp, né WhatsApp né Meta possono accedere al loro contenuto. Questo non equivale all’assenza completa di dati tecnici e di utilizzo.

Facebook può capire chi sono i miei amici più stretti?

Può stimarlo attraverso frequenza delle interazioni, struttura della rete, amici comuni, attività e altri segnali. Una stima algoritmica non coincide però con una conoscenza certa della relazione.

Facebook può scoprire una relazione sentimentale segreta?

Lo studio di Backstrom e Kleinberg dimostrò che la struttura della rete poteva identificare con buona accuratezza un partner dichiarato. Non dimostrò la capacità di individuare amanti o relazioni segrete.

Qual è la differenza tra dati raccolti e dati inferiti?

I dati raccolti derivano da azioni, contenuti e informazioni registrate. I dati inferiti sono previsioni prodotte combinando quei segnali, per esempio interessi, personalità probabile o importanza di una relazione.

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Il 31 ottobre 2022 è stato pubblicato su Agenda Digitale questo mio approfondimento sulla libreria delle inserzioni di Facebook.

Facebook Ads Library: cos’è e come usarlo per campagne marketing efficaci (e non solo)

Facebook Ads Library è un tool che permette di ricavare preziose informazioni dalle campagne attive all’interno dell’ecosistema di Meta. Molto utile per i professionisti del marketing, può esserlo anche per quegli utenti Facebook e Instagram alla ricerca di maggiore trasparenza in ambito politico e sociale

facebook ads

Le aziende sono sempre alla ricerca di nuove opportunità di business e strategie di marketing che permettano loro di ottenere risultati migliori. Uno degli strumenti più utilizzati dagli esperti di marketing e dai data analyst è Facebook Ads Library, un tool che permette di ricavare preziose informazioni dalle campagne attive all’interno dell’ecosistema di Meta.

Un vero e proprio paradiso per gli amanti dei dati: è possibile trovare informazioni su qualsiasi annuncio di Facebook attualmente attivo, incluso chi lo ha creato, quando è stato pubblicato e altro ancora. Grazie a questo strumento le aziende possono fare ricerche sulla concorrenza, scoprire quale tipo di inserzione funzioni per davvero e utilizzare queste idee per creare annunci e campagne marketing di successo.

Facebook Ads Library garantisce assoluta trasparenza e permette a tutti gli utenti di accedere ai dati riguardanti gli annunci che si possono trovare ogni giorno sulla piattaforma di Meta. Per chi si occupa di marketing il tool è fondamentale per migliorare la qualità delle inserzioni pubblicitarie (un post, una pagina o un evento che l’utente può promuovere investendo del denaro).

Che cos’è Facebook Ads Library

Facebook Ads Library è sostanzialmente uno sconfinato database in cui è possibile eseguire ricerche dettagliate sulle inserzioni pubblicitarie attive su Facebook e sulle altre piattaforme di Meta (è possibile avere accesso anche a tutti gli annunci presenti negli ultimi 7 anni). È stato sviluppato dalla stessa Facebook/Meta qualche anno fa per garantire una maggiore trasparenza (in relazione a contenuti di natura politica e a temi d’interessa nazionale) e sicurezza dopo lo scandalo Cambridge Analytica che aveva travolto Mark Zuckerberg e soci. La prima versione di Facebook Ads Library è apparsa nel 2018 e permetteva di analizzare solo gli annunci relativi a temi politici o sociali: l’ultima release offre la possibilità di vivisezionare in un unico portale tutte le inserzioni attive al momento della ricerca. Oltre a essere uno strumento completamente gratuito, Facebook Ads Library offre la possibilità di raccogliere i dati non solo sugli annunci a pagamento pubblicati su Facebook ma anche quelli relativi alle altre piattaforme dell’ecosistema di Meta come Instagram. Viene utilizzato principalmente per monitorare la concorrenza e per valutare i progressi delle campagne pubblicitarie.

Che cosa offre Facebook Ads Library

La possibilità di vedere le inserzioni pubblicate in tutto mondo e di avere accesso agli annunci della concorrenza: questo è quello che mette sul piatto Facebook Ads Library. Il tool è stato sviluppato per essere facile ed è accessibile a chiunque, anche a chi non dispone di un account Facebook. Come funziona? Questa libreria di inserzioni pubblicitarie assomiglia a un normale motore di ricerca e il suo funzionamento è simile. Si digita il nome della pagina Facebook che si vuole analizzare, si filtrano i risultati per area geografica e si visualizzano i risultati ottenuti. Si può anche utilizzare una parola chiave: i risultati filtrati mostreranno gli annunci effettivamente attivi. Dopo aver cliccato sul risultato desiderato si avranno a disposizione una serie di informazioni riguardanti la data di creazione della pagina selezionata, le modifiche compiute, il numero di amministratori e il loro paese di residenza. Verranno mostrate le pagine più rilevanti ed è possibile controllare gli annunci di una specifica azienda (o pagina) oppure tutti quelli disponibili. Per avere dei risultati globali è necessario selezionare nell’apposito filtro l’opzione “tutti i paesi”, mentre per studiare un inserzionista specifico basta semplice cliccare sul nome della pagina per avere accesso a tutte le informazioni disponibili. Se si è alla ricerca di inserzioni pubblicate in una specifica zona geografica o città, è consigliabile digitare il nome al posto di una parola chiave. Anche i tag utilizzati negli annunci vanno monitorati e alcuni possono essere usati nella creazione dei propri.

È possibile visionare i risultati relativi a inserzioni attive e no, così come il budget utilizzato: si possono ricavare dati sulle modalità di finanziamento utilizzate, le impression ricevute, i dati demografici relativi al pubblico a cui sono state mostrate (età, sesso e posizione geografica) e capire quello che funziona e no. La maggior parte delle informazioni sono riportate anche nell’apposita sezione dedicata ai report.

Un tool gratuito per analizzare i competitor

Con Facebook Ads Library è possibile ottenere informazioni dettagliate sulle campagne attive dei propri competitor, studiare i loro punti di forza e utilizzarli per migliorare la propria strategia online. È uno strumento fondamentale per capire quale tipologia di contenuti utilizzare (immagini, video, stile grafico, testi e hashtag) e per comprendere il pubblico a cui indirizzare le campagne (comprese anche le tempistiche). I dati dei concorrenti, infatti, si rivelano una fonte preziosa di informazioni per elaborare una strategia vincente (compreso il budget da utilizzare o la sperimentazione di nuove inserzioni). Conoscendo gli orari in cui la concorrenza pubblica i propri contenuti, per esempio, è possibile adottare una strategia diversa e risparmiare anche del denaro. Facebook Ads Library permette di filtrare gli annunci per data, in modo da poter analizzare quello che stanno facendo i propri competitor: per esempio, se un’azienda sta organizzando un evento particolare è possibile studiarne uno simile e proporlo in un altro periodo/orario. L’analisi degli avversari permette anche di individuare anche i possibili vantaggi proposti alla loro clientela (per esempio, lo sconto applicato a un determinato prodotto o a una particolare promozione): copiare quello che fanno i competitor non sempre è una buona idea. Studiare il tono utilizzato nella creazione di un’inserzione pubblicitaria è utilissimo, così come analizzare il contenuto visuale proposto: si tratta di aspetti che possono fare la differenza in una campagna che funziona su Facebook. Non bisogna, però, limitarsi a copiare quello che fanno i propri competitor: è importante anche proporre qualcosa di nuovo.

Facebook Ads Library funziona anche sulle altre piattaforme di Meta

Questo strumento può essere utilizzato sulle principali piattaforme che fanno parte dell’ecosistema di Meta: Facebook, Instagram, Audience Network e Messenger. Permette di analizzare la concorrenza (dare un’occhiata alle landing page proposte è sempre una buona idea) per sviluppare nuove offerte o per individuare i trend del momento, soprattutto sui canali social. Facebook Ads Library può aiutare a capire se la piattaforma di Meta sia quella giusta per operare: Facebook, infatti, potrebbe non essere il canale giusto per sviluppare la propria attività (se non ci sono i propri competitor il dubbio è più che lecito…).

Questo strumento è stato sviluppato per migliorare la trasparenza delle piattaforme gestite da Meta e per recuperare la fiducia dei suoi utenti. Per gli esperti di marketing Facebook Ads Library è – senza dubbio – una miniera d’oro di informazioni e può essere utilizzato per studiare le inserzioni pubblicitarie della concorrenza (come gestiscono i budget e quali strategie funzionano meglio) e ottenere idee nuove idee e suggerimenti per le proprie. Ci sono diversi modi per spiare la concorrenza ma Facebook Ads Library lo fa in modo semplice e utile: gli inserzionisti, infatti, sanno quanto può essere serrata la concorrenza sulla piattaforma di Menlo Park e anche il più piccolo dettaglio può fare la differenza quando si tratta di Facebook Ads. Non è solo un tool indispensabile per i professionisti del marketing ma può essere estremamente utile anche per quegli utenti di Facebook e Instagram che sono alla ricerca di una maggiore trasparenza in ambito politico e sociale.

Sono anni che Facebook condiziona, nel bene e nel male, le nostre vite. Ho voluto quindi realizzare una serie di video per spiegare questo fenomeno da diversi punto di vista: quello numerico, i dati, la profilazione, l’algoritmo, i comportamenti sconvenienti, le fan page e altro ancora. Buona visione!

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Parlando di targetizzazione, come fa Facebook a sapere l’età dei tuoi figli se non glielo hai mai detto? Lo racconto in questo video, andato in onda in Late Tech Show.

Per vedere l’intera puntata 16 di Late Tech Show:

Sabato 23 maggio 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema degli atteggiamenti insopportabili su Facebook, tratti dal mio libro “Non mi piace“.

Non Mi Piace – Il Contromanuale di Facebook (Ledizioni)

Puoi riascoltare l’intervista qui:

Qui puoi riascoltare le altre mie interviste a Radio Capital: https://www.gianluigibonanomi.com/radiocapital/

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Facebook sta correndo ai ripari. Ha messo a disposizione di tutti uno strumento per verificare se le proprie informazioni sono state in qualche modo travisate: si trova a questo link. Intervistato sul tema da Il24.it, ho però fatto notare che il problema è un altro, anzi di tratta di una vera emergenza.

Finora però le evidenze di questo uso politico in Italia sono di là da venire. “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso” sottolinea Gianluigi Bonanomi, esperto di social media sentito da il24.it, “Le informazioni che condividiamo ci stanno danneggiando più dal punto di vista della reputazione” nel senso che “Ci stiamo scandalizzando per Cambridge Analytica” e sull’uso politico che si potrebbe fare dei nostri dati “ma in realtà, nella vita di tutti i giorni magari stiamo perdendo il posto di lavoro”. Infatti, secondo i dati forniti da Adecco “l’88% dei recruiter lavorativi – personale specializzato nell’assunzione e gestione delle risorse umane – dopo aver dedicato 8-9 secondi di attenzione al tuo CV vanno a vedere chi sei dal punto di vista umano su Facebook, e una persona su tre non arriva ai colloqui per quello che i recruiter trovano sui loro social”.  Nonostante Facebook metta in campo diversi dispositivi per tutelare la privacy degli utenti “i likes, i commenti, le immagini profilo, quelle di copertina ed altre cose sono pubbliche e può vederle chiunque”, sottolinea Bonanomi, compreso un eventuale datore di lavoro. Ma il problema non è solo Facebook in sè. “Noi – sottolinea Bonanomi – stiamo condividendo informazioni anche senza accorgercene. Esiste ad esempio l’app “Runtastic” che monitora le performance sportive, gratuitamente, registrando calorie e percorso effettuato facendo jogging, per poi incoraggiarti a condividere su Facebook”. Se una banale attività sportiva come questa è un abitudine consolidata, condividendo un’ informazione simile faccio sapere a tutta una rete di persona da che ora a che ora non sono in casa. Insomma, i ladri ringrazieranno. “Va bene lo scandalo per CA – continua Bonanomi – ma il ragionamento è ancora più basilare: ogni volta che c’è un problema di privacy, quel problema sta tra la tastiera e la sedia. Basterebbe un po’ più di cultura e di consapevolezza nell’utilizzo di questi strumenti”.

Per leggere altre mie interviste, fai clic qui.

Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:

FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”

Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.

Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.

Ma non è forse il segreto di Pulcinella?

“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.

Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?

“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.

L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg

Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?

“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.

Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?

“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.

Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.

 

 

 

L’avv. Marisa Marraffino è esperta di reati informatici e dei rischi della Rete in generale, collabora a progetti contro il cyberbullismo nelle scuole, a Master universitari e con la sezione “Norme e Tributi del Sole 24 Ore”. È anche, con me, docente a Primopiano per i corsi (di dentologia) per i giornalisti.
In questa breve intervista si parla di social media, e in particolare degli aspetti legali legati alla gestione di una fan page di Facebook. Secondo l’avvocato Marraffino, gli illeciti che si possono commettere gestendo una pagina Facebook sono sostanzialmente tre:

  • violazioni della legge sul diritto d’autore;
  • sostituzione di persona;
  • diffamazione aggravata, per commenti con frasi denigratorie.

Per guardare un’altra intervista dell’avvocato Marraffino (su social, genitorialità e minori) fai clic qui.

L’Eco di Bergamo, prestigioso quotidiano orobico, mi ha intervistato in merito alla questione “Facebook e privacy”, citando “Non mi piace“. L’autore dell’articolo è Bruno Silini.


Social network – La grande guerra della privacy

Sicurezza. Gli Stati chiedono accesso ai messaggi privati, Facebook e Apple si rifiutano di fornire i dati

Se il filosofo Eraclito vivesse ai nostri giorni, al suo motto «tutto scorre» forse aggiungerebbe «nei social». Nelle maglie di Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram (solo per citare i più popolari) c’è molto di noi, nel bene e nel male.
È incontestabile una contaminazione di noi stessi nei social, tantoché che se si volesse saperne di più sulla nostra privacy essi costituirebbero, per eventuali inquirenti, una ricca miniera di informazioni. Qualche giorno fa il responsabile di Facebook Brasile, Diego Dzodan, è stato arrestato in seguito alle ripetute richieste della giustizia affinché la sua società rendesse disponibili informazioni riguardanti scambi di messaggi via Whatsapp tra trafficanti di droga. Un giudice federale di Los Angeles ha ingiunto ad Apple di fornire assistenza tecnica per ricavare informazioni utili dall’iPhone di uno dei due attentatori della sparatoria di San Bernardino.
Vicende che sollevano in maniera radicale il problema della privacy digitale. Si sa che un bisturi può salvare una vita, ma può  anche essere l’arma di un delitto. Dipende dall’uso che ne facciamo. Così è anche per Facebook. Si rivela un ottimo alleato per tenersi in contatto con gli amici, per condividere interessi, per aggiornarsi oppure per pubblicizzare attività e organizzazioni.
Tutte cose buone che la web revolution ha permesso. Ma, se non opportunamente compreso, il social network può diventare un mezzo di autolesionismo della nostra identità e del nostro benessere, una piattaforma per veicolare truffe o anche un modo per attuare progetti criminali. È necessaria una maggiore consapevolezza. In questa prospettiva «Non mi piace. Il contromanuale di Facebook: 101 cose da non fare sul social network di Zuckerberg » può essere una guida opportuna per scrollarsi di dosso le insidie di questo angolo affollato della rete. A scriverlo è Gianluigi Bonanomi, giornalista e docente lecchese, fondatore di ClasseWeb, direttore della collana eBook «Fai da tech» e assidua presenza in Bergamasca in fatto di nuovi media, clouding e gestione on line della reputazione.
Sulla cronaca di questi giorni Bonanomi ha le idee chiare: «Zuckerberg non è un filantropo e Facebook ci invita a usare la sua piattaforma (gratuitamente) per farci i fatti altrui solo perché, ogni volta che ci colleghiamo a qualcuno o qualcosa, diamo informazioni commerciali preziosissime. Questo però non giustifica il fatto che la multinazionale possa infischiarsene delle legislazioni nazionali. A mio parere quei dati andavano forniti alle autorità ».
«Intendiamoci: io amo Facebook» continua Bonanomi. «Tuttavia buon senso e prudenza dovrebbero sempre accompagnarci nella gestione di un profilo. Poiché i primi a fare le spese di un uso sconsiderato siamo noi. Troviamo ogni sorta di manuali che spiegano come usare Facebook. Questo libro fa esattamente il contrario, elencando le cose da non fare assolutamente: falsa modestia, post furbetti per catturare i “like”, sovraesporre i figli con centinaia di immagini, tsunami di spam e continui lamenti… ». E ancora: creare una pagina per un animale domestico, un profilo «di coppia», lasciare aperta la bacheca alla possibilità che ognuno possa scrivere qualunque cosa. Adesso c’è la moda dei selfie, ma non tutti sono adeguati. Si vedono cose che lasciano perplessi: ragazze in bagno con labbra a canotto, pronostici di una partita di calcio scritti sul décolleté e foto di sé oppure dell’ex senza veli: «Una sorta di vendetta per aver tagliato una relazione. È un fenomeno diffuso tra i ragazzi e colpisce nel 90% dei casi le donne. Non c’è da scherzare: il 47% delle vittime di gesti del genere ha avuto pensieri suicidi e quasi la metà ha subito episodi di stalking on line».
Una fotografia (ogni anno vengono pubblicate in Facebook centinaia di miliardi di immagini) può segnare un  destino:
«Se siamo alla ricerca di un lavoro, una foto sbagliata può mandare in fumo un colloquio. L’88% dei responsabili del personale usa i social network per indagare sui candidati prima di fissare un appuntamento; nel 55% dei casi vengono scartati a priori per i
contenuti trovati in rete. Quindi è meglio evitare di pubblicare foto di noi con un sorriso ebete e un boccale di birra in mano. Lo stesso vale per altri contenuti sconvenienti su politica e religione o che mostrano atteggiamenti aggressivi. Parafrasando Benjamin Franklin possiamo dire che ci vogliono molti sforzi per costruirsi una buona reputazione on line, ma basta una foto su
Facebook per distruggerla».
Una pratica decisamente da evitare è aggiungere troppi amici: «Accumularli come se fossero punti dell’Esselunga non ha molto senso, se pensiamo che lo scienziato Dunbar fissò a 150 il limite delle persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili».
Per ultimo, se una persona «amica» vi infastidisce non fatevi scrupoli ad eliminarla dalla vostra cerchia. Meglio un amico in meno che una maggiore dose di stress da sopportare.