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La AI FOMO è la paura di restare indietro mentre gli altri sembrano usare l’intelligenza artificiale meglio, prima e più di noi. Può spingerci a provare strumenti interessanti, ma anche a collezionare abbonamenti, tutorial e sensi di colpa. Il mio suggerimento è partire da un problema concreto, scegliere un esperimento e misurarne il risultato.

Apri LinkedIn. Qualcuno ha automatizzato un reparto. Un altro ha costruito un agente durante la pausa pranzo. Un terzo ti spiega che, se usi ancora lo strumento di ieri, sei praticamente un reperto archeologico. Tu volevi soltanto scrivere una mail.

Questa scena, volutamente caricaturale, descrive bene il tema. L’AI promette di farci risparmiare tempo. Rincorrere tutto quello che viene raccontato sull’AI può diventare un secondo lavoro. Non retribuito, naturalmente.

AI e FOMO: che cosa significa avere paura di restare indietro

FOMO è l’acronimo di Fear of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa. Nel paper Motivational, emotional, and behavioral correlates of fear of missing out, pubblicato nel 2013 su Computers in Human Behavior, Andrew K. Przybylski, Kou Murayama, Cody R. DeHaan e Valerie Gladwell studiano il timore che altri stiano vivendo esperienze gratificanti da cui siamo esclusi, insieme al desiderio di restare continuamente connessi a ciò che fanno.

Quella ricerca riguardava la FOMO in generale, non l’attuale generazione di chatbot. Applicarla all’AI richiede quindi un passaggio interpretativo: l’esperienza che temiamo di perderci può essere una competenza, un vantaggio professionale, un’opportunità.

Ne avevo già parlato nell’articolo su FOMO e nomofobia. Qui il centro della riflessione è il lavoro: «E se tutti avessero già imparato a fare in dieci minuti quello che a me richiede un pomeriggio?».

Uso l’espressione AI FOMO per descrivere questo fenomeno, senza trasformare il disagio di fronte a una novità in un’etichetta clinica.

Il paper sulla AI FoMO nel lavoro

Il collegamento fra intelligenza artificiale e paura di restare indietro è diventato anche un oggetto di ricerca esplicito. Mariano Méndez-Suárez, Maja Ćukušić e Ivana Ninčević-Pašalić hanno firmato AI FoMO (fear of missing out) in the workplace, apparso online nel 2025 e nel volume 84 di Technology in Society del 2026, DOI 10.1016/j.techsoc.2025.103052.

Lo studio utilizza dati dell’OCSE sull’AI nei luoghi di lavoro. L’abstract descrive combinazioni di fattori legati alla FOMO: la percezione che le proprie competenze perdano valore, la riduzione dell’autonomia e le preoccupazioni per la supervisione tramite AI. Gli autori richiamano comunicazione trasparente, formazione continua e coinvolgimento dei lavoratori.

È una prospettiva utile perché amplia il problema oltre il nuovo chatbot. Una persona può domandarsi se la sua esperienza conterà ancora o se avrà voce nelle decisioni. Qui riassumo quanto verificabile dall’abstract: non lo presento come una prova sperimentale che uno specifico strumento provochi ansia, né come una misura della diffusione della FOMO in Italia.

Quando l’aggiornamento diventa una corsa senza traguardo

Per riconoscere la differenza tra esplorazione e rincorsa, propongo alcune domande. Sono uno strumento di riflessione, non un test psicologico.

  • Sto cercando una soluzione o una rassicurazione? Voglio migliorare un’attività, oppure sentirmi al passo?
  • Ho applicato ciò che ho imparato? Ho completato un lavoro con lo strumento precedente prima di passare al successivo?
  • So spiegare il vantaggio? Riesco a indicare un miglioramento concreto, oltre all’effetto sorpresa?
  • Sto confrontando condizioni equivalenti? Una demo preparata e il mio lavoro quotidiano hanno davvero gli stessi vincoli?
  • Posso rimandare? Questa novità cambierebbe qualcosa nella mia settimana, se la studiassi oggi?

Un criterio che trovo utile: se dopo un’ora di aggiornamento ho soltanto altre venti schede aperte, mi manca ancora il passaggio dalla raccolta all’applicazione.

Il catalogo mentale dei tool può crescere senza che cresca la capacità di usarli. Sapere che esiste un agente capace di organizzare documenti non equivale a saper definire quali documenti, con quali permessi e con quale verifica finale.

Che cosa dicono gli altri studi: autonomia e pensiero critico

Le indagini OCSE: benefici e timori possono convivere

Il rapporto di Marguerita Lane, Morgan Williams e Stijn Broecke, The impact of AI on the workplace: Main findings from the OECD AI surveys of employers and workers (2023), esamina le esperienze di imprese e lavoratori. Le indagini del 2022 riguardano manifattura e finanza in sette Paesi: il perimetro è specifico e precede l’attuale diffusione della GenAI.

L’OCSE segnala possibili benefici, ma anche preoccupazioni legate al lavoro. Nella sintesi dell’Employment Outlook 2023 emerge la distanza tra valutazioni dell’uso attuale e paure per il futuro, insieme a rischi su privacy, intensità del lavoro e bias.

La mia lettura operativa: se una persona teme di perdere controllo, aggiungere un’altra licenza non basta. Occorre chiarire che cosa cambierà nel suo lavoro e quali decisioni continuerà a prendere.

Lo studio sul pensiero critico: attenzione alla fiducia automatica

La ricerca The Impact of Generative AI on Critical Thinking, presentata a CHI 2025 e firmata da Hao-Ping Lee e colleghi, raccoglie le risposte di 319 lavoratori della conoscenza e 936 esempi d’uso della GenAI.

Una maggiore fiducia nell’AI risulta associata a un minore sforzo di pensiero critico dichiarato. Sono autoriferimenti: lo studio non dimostra che i chatbot abbiano ridotto l’intelligenza dei partecipanti. Richiama però l’attenzione sulla verifica dei risultati e sulla fiducia che accordiamo allo strumento.

Non è uno studio sulla FOMO. Il collegamento che propongo è pratico: quando sperimentiamo per paura di essere superati, dovremmo proteggere proprio il tempo dedicato ai controlli. La velocità ha valore se il risultato regge.

Due video per ragionare meglio su scelte e AI

Ho scelto due interventi complementari. Sono contenuti divulgativi, da tenere distinti dalle evidenze dei paper.

Patrick McGinnis: How to make faster decisions

Nel video TED di Patrick McGinnis il tema è la FOBO, Fear of Better Options: il timore che esista un’opzione migliore, capace di bloccare una decisione. È un concetto vicino alla FOMO, ma diverso.

La domanda con cui guardarlo: sto ancora confrontando strumenti perché mi manca un’informazione decisiva, oppure perché vorrei la certezza di aver scelto il migliore in assoluto? Applicato all’AI, il rischio è rimandare continuamente l’esperimento in attesa del prossimo modello.

▶ Guarda il video sul sito TED

Sal Khan: How AI could save (not destroy) education

Nel TED Talk del 2023 di Sal Khan, il fondatore di Khan Academy presenta possibili applicazioni dell’AI come tutor per gli studenti e assistente per gli insegnanti. Il video include dimostrazioni di Khanmigo ed esprime una visione ottimista; non è una valutazione indipendente dell’efficacia del prodotto.

La domanda con cui guardarlo: quale attività di apprendimento voglio migliorare e come saprò se ci sono riuscito? È un cambio di prospettiva utile anche fuori dalla scuola: scegliere un bisogno rende la sperimentazione più concreta.

▶ Guarda il video sul sito TED

Un metodo pratico contro la AI FOMO: un problema, un esperimento, una verifica

Propongo un piccolo protocollo di lavoro. È una mia indicazione operativa, non un metodo clinico validato. Puoi provarlo per due settimane e adattarlo al tuo ruolo.

1. Scrivi il problema prima del nome del tool

«Voglio imparare l’ultimo agente» è un’intenzione vaga. «Voglio confrontare tre preventivi e individuare le voci mancanti» è un compito. Nel secondo caso puoi stabilire quali dati servono e verificare se il risultato è corretto.

2. Parti da uno strumento già disponibile

Prima di aprire un nuovo account, verifica se una soluzione già autorizzata e accessibile copre il bisogno. Un nuovo servizio può essere utile, ma dovrebbe risolvere una carenza riconoscibile. Familiarità, compatibilità con i documenti e possibilità di controllo contano quanto la brillantezza della demo.

3. Definisci il confronto

Annota come svolgi oggi il lavoro e quanto tempo richiede. Poi prova la procedura assistita. Nel tempo totale includi preparazione, istruzioni, verifica e correzione. Se il risultato arriva subito ma va rifatto, il cronometro deve continuare a girare.

Dimensione Che cosa osservare
Tempo Minuti complessivi fino a un risultato utilizzabile
Qualità Errori, omissioni e correzioni necessarie
Controllo Possibilità di ricostruire fonti e passaggi
Ripetibilità Utilità su altri compiti analoghi
Costo Licenza, apprendimento e manutenzione della procedura

4. Crea una lista delle novità da valutare

Quando incontri un nuovo strumento, registra tre cose: che cosa promette, per quale tuo problema potrebbe servire e quale prova ti convincerebbe. Poi torna al lavoro in corso. Dedica alla lista un momento programmato: l’orario serve a proteggere l’attenzione, non è una prescrizione universale.

5. Decidi che cosa smettere di fare

Alla fine dell’esperimento scegli: adottare, approfondire oppure archiviare. Anche scoprire che uno strumento non ti serve è un risultato. Puoi smettere di inseguirlo senza dover dimostrare che sia inutile per tutti.

Un prompt per scegliere che cosa imparare

Puoi usare questo prompt per strutturare il ragionamento. Inserisci solo informazioni che puoi condividere con lo strumento scelto.

Agisci come un tutor di apprendimento professionale. Il mio ruolo è [ruolo]. Le attività che mi occupano più tempo sono [elenco]. Gli strumenti già disponibili sono [elenco]. Ho [tempo] alla settimana per sperimentare.

Aiutami a scegliere una sola attività su cui fare una prova con l’AI. Prima fammi le domande necessarie a capire frequenza, difficoltà, dati coinvolti e risultato atteso. Poi proponi un esperimento di due settimane con criteri di successo, controlli umani e condizioni per interromperlo.

Non proporre nuovi abbonamenti senza spiegare quale limite degli strumenti disponibili risolverebbero. Distingui informazioni verificate, ipotesi e informazioni mancanti. Se non conosci le funzioni attuali di uno strumento, dichiaralo. Concludi indicando quali novità posso ragionevolmente rimandare.

Che cosa dovrebbero fare aziende e formatori

Ai responsabili aziendali suggerisco di rendere esplicite le aspettative. Quali competenze servono davvero? Quali strumenti sono approvati? Quanto tempo è disponibile per imparare? Chi aiuta a valutare un risultato sbagliato?

Una frase come «dovete usare di più l’AI» lascia aperte troppe domande. Una consegna più utile potrebbe essere: «Scegliamo una procedura ricorrente, proviamo a migliorarla e condividiamo risultati ed errori». È un esempio di impostazione, non il resoconto di un caso aziendale.

Anche chi fa formazione dovrebbe interrogarsi sul linguaggio. Annunciare che domani saremo tutti obsoleti può catturare attenzione; preferisco aiutare le persone a individuare il prossimo passo che sono in grado di compiere e verificare.

Domande frequenti su AI e FOMO

Devo conoscere tutti gli strumenti di intelligenza artificiale?

Per lavorare con metodo puoi scegliere quelli coerenti con i tuoi compiti e imparare competenze trasferibili: definire obiettivi, fornire contesto, valutare risposte, controllare fonti e stabilire quando serve un intervento umano.

Ignorare le novità è una soluzione?

Propongo un aggiornamento selettivo: seguire le novità pertinenti e riservare tempo per metterle alla prova. Una buona domanda è: «Quale cambiamento merita un esperimento nel mio lavoro?».

Come capisco se sto imparando davvero?

Prova a documentare un’attività che ora sai svolgere meglio, gli errori che sai riconoscere e i limiti che sai spiegare. È una verifica più concreta del numero di strumenti che hai aperto.

La prossima volta che un post ti farà sentire in ritardo, chiudi per un momento il catalogo delle meraviglie e apri un tuo lavoro reale. Parti da lì. La competenza si vede anche dalla capacità di scegliere che cosa merita attenzione.

Fonti e approfondimenti

I collegamenti ai paper, ai rapporti e ai video sono distribuiti nei paragrafi pertinenti. Riferimenti bibliografici principali: Przybylski et al. (2013), Computers in Human Behavior, DOI 10.1016/j.chb.2013.02.014; Méndez-Suárez et al. (online 2025, volume 2026), Technology in Society, DOI 10.1016/j.techsoc.2025.103052; Lane, Williams e Broecke (2023), OECD Working Paper 288; Lee et al. (2025), CHI. I video di McGinnis e Khan sono approfondimenti divulgativi.

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Apri un chatbot e scrivi: “Oggi è stata una giornata terribile”. La risposta arriva in pochi secondi: riconosce la fatica, non interrompe, non guarda il telefono e magari formula proprio la domanda che avresti voluto sentirti rivolgere da una persona.

È questa la forza dell’empatia algoritmica: un sistema di intelligenza artificiale può produrre parole che ci fanno sentire ascoltati, pur senza provare emozioni, avere un corpo o condividere davvero la nostra esperienza. La sensazione può essere autentica; l’empatia della macchina, invece, è una simulazione linguistica.

Il tema è stato rilanciato il 17 luglio 2026 da un intervento pubblicato su Il Fatto Quotidiano: forse, sostiene l’autore, dovremmo preoccuparci non soltanto del lavoro che l’AI trasformerà, ma anche del vuoto relazionale che gli algoritmi stanno riempiendo. È una provocazione utile. Ma per capirla bisogna evitare due scorciatoie: dire che “la macchina ci comprende davvero” e concludere che “la tecnologia ci rende automaticamente soli”.

Che cos’è davvero l’empatia algoritmica?

L’empatia umana comprende almeno due dimensioni. C’è una componente cognitiva: capire che cosa può provare un’altra persona. E c’è una componente affettiva: risuonare emotivamente con quell’esperienza. A queste si aggiungono la relazione, la responsabilità e la possibilità di agire nel mondo.

Un modello linguistico non vive nulla di tutto questo. Analizza le parole e il contesto, riconosce schemi ricorrenti e calcola quale risposta sia più plausibile e appropriata. Se scrivo “non dormo da tre notti e non riesco più a concentrarmi”, può associare il messaggio a stanchezza, stress o preoccupazione e rispondere con tono premuroso. Non significa che senta la mia stanchezza.

In pratica, l’empatia algoritmica combina tre capacità:

  • riconoscimento: individua segnali emotivi nel linguaggio e, in alcuni sistemi, nella voce o nelle immagini;
  • risposta: genera una frase coerente con lo stato emotivo ipotizzato;
  • personalizzazione: usa il contesto della conversazione e, quando previsto, ricordi e preferenze per rendere la risposta più vicina all’utente.

È una performance relazionale molto convincente. Ed è proprio per questo che va capita, non demonizzata.

Perché un chatbot può farci sentire ascoltati

Le persone non cercano soltanto informazioni. Cercano conferma, attenzione, parole per nominare ciò che provano. Un chatbot offre alcune condizioni che nelle relazioni quotidiane spesso scarseggiano: è disponibile a qualunque ora, non sembra impaziente, non interrompe e non teme il silenzio imbarazzante.

Uno studio pubblicato nel 2024 su Proceedings of the National Academy of Sciences ha mostrato che messaggi generati dall’AI potevano far sentire i destinatari più ascoltati rispetto a messaggi umani. Ma c’era un paradosso: quando le persone sapevano che la risposta proveniva da una macchina, la valutavano meno positivamente.

Il risultato non dimostra che l’AI “prova più empatia” delle persone. Suggerisce qualcosa di più concreto: un sistema addestrato a riconoscere emozioni e a formulare risposte di sostegno può essere molto disciplinato nel validare ciò che legge. Noi umani, invece, tendiamo spesso a offrire subito consigli, minimizzare o raccontare la nostra esperienza: “Capita a tutti”, “Vedrai che passa”, “Sai cosa è successo a me?”.

Il vuoto relazionale esiste, ma l’AI non ne è l’unica causa

La tesi proposta da Il Fatto Quotidiano coglie un punto importante: quando la risposta più paziente della giornata arriva da un software, dovremmo interrogarci anche sulla qualità delle nostre relazioni, dei luoghi educativi e del lavoro.

Non abbiamo però prove per ridurre un fenomeno complesso a una sola causa. Solitudine, ansia, precarietà, ritmi di lavoro, isolamento domestico, piattaforme social e indebolimento delle comunità si intrecciano. L’AI può essere contemporaneamente:

  • uno specchio di bisogni già presenti;
  • un ponte che aiuta a preparare una conversazione difficile;
  • un amplificatore dell’isolamento, se sostituisce progressivamente le persone;
  • un prodotto progettato per massimizzare tempo, attenzione e coinvolgimento.

La domanda utile non è quindi “chatbot sì o chatbot no?”, ma: questa interazione mi sta riportando verso il mondo oppure mi sta chiudendo in una relazione senza reciprocità?

Cosa ci dice la ricerca più recente

1. La qualità della risposta può essere utile

Lo studio PNAS citato sopra conferma che un testo generato dall’AI può usare tecniche comunicative efficaci: riconoscere l’emozione, validarla e non saltare subito alla soluzione. È un promemoria interessante anche per noi: ascoltare meglio non richiede effetti speciali, ma attenzione e metodo.

2. Più uso non significa automaticamente più benessere

Nel 2025 OpenAI e MIT Media Lab hanno avviato uno studio longitudinale controllato sull’uso dei chatbot. La ricerca, aggiornata e resa disponibile come preprint, ha coinvolto 981 persone per quattro settimane e analizzato oltre 300.000 messaggi. Le condizioni sperimentali non hanno prodotto da sole effetti significativi; le persone che usavano volontariamente di più il chatbot mostravano però risultati peggiori su indicatori come dipendenza emotiva e uso problematico. Anche una maggiore fiducia e attrazione sociale verso l’AI erano associate a rischi più elevati.

È importante dirlo bene: un’associazione non prova che sia stato il chatbot a causare il malessere. È possibile che chi si sentiva già più solo cercasse più spesso il sistema. Proprio per questo servono studi più lunghi e prudenza nelle conclusioni.

3. Un sistema clinico non è un chatbot generalista

Nel 2025 un trial randomizzato pubblicato su NEJM AI ha valutato un chatbot generativo progettato specificamente per il trattamento della salute mentale. È un filone promettente, ma non autorizza a considerare ChatGPT, Gemini o un “AI companion” equivalenti a uno psicologo.

Un prodotto clinico viene costruito per uno scopo preciso, testato, monitorato e inserito in protocolli di sicurezza. Un assistente generalista può sbagliare, assecondare un’interpretazione distorta o rispondere con sicurezza anche quando dovrebbe fermarsi. Ho approfondito questo confine nell’articolo “L’AI come psicologo: una rivoluzione silenziosa che non possiamo ignorare”.

Quando il supporto diventa sostituzione

Un chatbot può aiutarmi a riordinare i pensieri prima di parlare con un collega, chiedere scusa a un familiare o preparare le domande per un professionista. In questi casi l’AI funziona come una palestra.

Il problema nasce quando la palestra diventa l’unico luogo in cui entro. Alcuni segnali meritano attenzione:

  • preferisco sistematicamente il chatbot alle persone, anche quando una relazione umana è disponibile;
  • provo ansia o irritazione se il servizio non risponde o cambia personalità;
  • condivido informazioni intime senza considerare privacy, conservazione dei dati e possibili usi commerciali;
  • lascio che il sistema confermi decisioni importanti senza cercare un confronto esterno;
  • nascondo ad amici e familiari quanto tempo trascorro con l’AI;
  • uso la conversazione per evitare, anziché preparare, un incontro reale.

Un altro rischio è la compiacenza. Il chatbot impara rapidamente il tono che preferiamo e può restituirci una versione elegante delle nostre convinzioni. È la stessa dinamica che è chiamata “epistemia”: confondere una risposta convincente con una conoscenza verificata. In campo emotivo l’errore può diventare ancora più subdolo: confondere la conferma con la comprensione.

Ragazzi e AI companion: vietare non basta

Per un adolescente un chatbot può essere meno minaccioso di un adulto: non arrossisce, non punisce e usa lo stesso linguaggio delle piattaforme digitali. Questa accessibilità può facilitare una prima richiesta di aiuto, ma aumenta anche il rischio di attribuire al sistema autorevolezza, intenzioni e riservatezza che non possiede.

Genitori e insegnanti dovrebbero evitare sia l’allarmismo sia l’indifferenza. Servono domande concrete:

  • Quale applicazione stai usando e chi la gestisce?
  • Ricorda le conversazioni? Come usa i dati?
  • Ti invita a parlare con persone reali quando la situazione è seria?
  • Ti senti meglio anche dopo aver chiuso l’app, oppure vuoi tornarci subito?
  • La useresti per prepararti a chiedere aiuto a un adulto di fiducia?

L’educazione digitale dovrebbe includere anche l’alfabetizzazione relazionale: capire perché una macchina ci appare premurosa, quali leve usa e dove finisce la sua competenza. È lo stesso approccio che propongo nei percorsi per famiglie, come il corso sull’intelligenza artificiale per genitori, e nei progetti di uso consapevole dei chatbot a scuola.

Empatia algoritmica ed emotion recognition non sono la stessa cosa

C’è poi una distinzione spesso ignorata. Un chatbot che risponde a una frase triste non è necessariamente un sistema che misura in modo affidabile lo stato emotivo di una persona. Deduciamo le emozioni da parole, voce, volto e comportamento, ma questi segnali cambiano tra culture, individui e situazioni.

Non a caso l’AI Act europeo include tra le pratiche vietate, salvo eccezioni limitate, il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni educative. I divieti sono applicabili da febbraio 2025. Il principio è semplice: non possiamo trasformare un’inferenza incerta in una diagnosi automatica della persona, soprattutto quando c’è uno squilibrio di potere.

Come usare l’AI senza delegarle le relazioni

Propongo un controllo in cinque domande. Prima o dopo una conversazione emotivamente importante con un chatbot, chiediamoci:

  1. Scopo: sto cercando parole, informazioni, conforto o una decisione?
  2. Limite: che cosa il sistema non può sapere della situazione, del mio corpo e delle altre persone coinvolte?
  3. Verifica: quali affermazioni devo controllare con una fonte o un professionista?
  4. Ponte: questa conversazione mi aiuta a fare un passo verso qualcuno?
  5. Privacy: sarei tranquillo se il contenuto venisse conservato o rivisto?

Un prompt utile potrebbe essere:

“Aiutami a mettere ordine in ciò che provo. Non fare diagnosi e non darmi automaticamente ragione. Fammi tre domande, indicami quali informazioni ti mancano e aiutami a preparare una conversazione con una persona reale.”

È un piccolo cambio di prospettiva: l’AI non come destinazione della relazione, ma come strumento per rientrare meglio nelle relazioni.

La vera sfida è tornare a essere disponibili

L’empatia algoritmica non è empatia umana. Ma il fatto che funzioni, almeno in parte, ci offre una lezione scomoda: molte persone non chiedono una risposta perfetta; chiedono di non essere interrotte, giudicate o liquidate in trenta secondi.

Possiamo imparare qualcosa dalla disciplina comunicativa dei chatbot senza attribuire loro una coscienza. Fare domande prima di consigliare. Riconoscere un’emozione senza appropriarsene. Dire “non lo so”. Restare presenti anche quando non abbiamo una soluzione.

Il rischio non è soltanto che le macchine diventino troppo umane. È che noi accettiamo di diventare meno disponibili perché una macchina può occuparsi dell’ascolto al posto nostro.

Domande frequenti sull’empatia algoritmica

Che cos’è l’empatia algoritmica?

È la capacità di un sistema di AI di riconoscere segnali emotivi e generare risposte percepite come comprensive. Non implica che la macchina provi emozioni o possieda coscienza.

ChatGPT prova empatia?

No. Può simulare molto bene il linguaggio dell’ascolto e del sostegno, ma non vive l’esperienza dell’utente e non prova sentimenti.

Un chatbot può ridurre la solitudine?

Può offrire conforto momentaneo o aiutare a preparare una conversazione. Gli effetti dipendono dalla persona e dal tipo d’uso; se sostituisce stabilmente le relazioni, può aumentare dipendenza e isolamento.

Un chatbot può sostituire uno psicologo?

No. Esistono sistemi clinici sperimentali progettati e valutati per scopi specifici, ma un chatbot generalista non offre diagnosi, responsabilità professionale, continuità terapeutica e gestione sicura delle emergenze.

Qual è il principale rischio degli AI companion?

L’eccessiva fiducia: attribuire al sistema comprensione, riservatezza e competenza che non possiede, fino a preferirlo alle persone o delegargli decisioni importanti.

Come possono intervenire genitori e insegnanti?

Chiedendo quali servizi vengono usati, spiegando come funzionano memoria e personalizzazione, concordando limiti e trasformando il chatbot in un ponte verso adulti e professionisti affidabili.

Fonti

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Non conta solo la quantità di tempo che si passa online (screen time) ma anche cosa si fa, e come lo si fa. In Rete ci sono tante tentazioni e diversivi che rendono più difficile restare fedeli ad un obiettivo che ci si è prefissati. Gli adolescenti hanno, inoltre, fisiologicamente meno possibilità di resistere agli stimoli attrattivi della rete. D’altra parte, in rete ci sono anche tante risorse da poter sfruttare per progetti anche significativi. Allora come fare? È importante abituarsi a pianificare il tempo, soprattutto quello online. Interessante è la cosiddetta “tecnica del pomodoro”, un metodo di gestione del tempo ideato alla fine degli anni ’80 da Francesco Cirillo, sviluppatore software ed imprenditore di origini italiane.

Il nome deriva da quei timer a forma di pomodoro, spesso utilizzati in cucina per tenere sott’occhio i tempi di cottura. La tecnica prevede delle sessioni di lavoro da 25 minuti, seguite da una pausa di 5 minuti. La pausa è molto importante per garantire la continuità dell’attenzione durante le sessioni. Ogni 4 di queste sessioni, la pausa può diventare più lunga (15-30 minuti). Questo vale per gli adulti; per i bambini occorre fare un adeguato adattamento, ma l’idea di sessioni seguite da pause resta consigliabile.

Il video sulla gestione del tempo online

Ho dedicato a questa tecnica, e ad altre indicazioni, questo video (realizzato con il progetto Benessere Digitale dell’Università Bicocca di Milano):

Nell’ambito dello stesso progetto avevo girato anche quest’altro video:

Domenica 24 novembre ho tenuto un incontro di Navigazione familiare presso l’auditorium della sede milanese di Fastweb alla presenza di molte famiglie: una settantina di genitori (dipendenti di Fastweb e non) e figli. L’incontro era il terzo di un ciclo organizzato con l’Università Bicocca di Milano a tema “Benessere digitale”.

Questa la presentazione dell’evento:

Incontro di navigazione familiare – 24 novembre 2019 dalle ore 10 alle 12 (dedicato a genitori e figli insieme)

La tecnologia è spesso motivo di scontro in famiglia. Questo workshop va nella direzione opposta: genitori e figli devono ragionare insieme e confrontarsi sui temi della privacy, reputazione, sicurezza, pericoli della dipendenza e altro, ma soprattutto devono stilare insieme delle regole di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Anche usando la tecnologia stessa (uno smartphone è sufficiente) e le vecchie carta e penna!

Durante l’incontro genitori e figli si eserciteranno insieme in alcuni esercizi (scritti) sulla privacy e sulle regole di uso consapevole della tecnologia con l’ausilio di smartphone o tablet.

L’incontro è pensato per genitori e figli (dagli 8 anni ai 14 anni).

Le regole d’uso della tecnologia in famiglia

Durante l’incontro le coppie di genitore e figlio/a sono stati invitati a stilare le regole d’uso della tecnologia in famiglia, con particolare focus sulla privacy. Al termine dell’esercizio i partecipanti hanno letto le loro regole e la platea ha eletto il decalogo della mattinata. Questo:

I presenti si sono affrettati, prima di rincasare, a fotografare le regole da portare a casa:

L’evento sui social

Mentre si svolgeva l’evento nell’auditorium di Fastweb, se ne parlava anche online:

Lo scorso 10 aprile 2018 ho partecipato a un convegno sul tecnostress in Bicocca con un intervento dal titolo “Soluzioni tecniche, cognitive e culturali per ridurre il tecnostress in azienda” (vedi qui sotto slide e commento).

Quali erano quelle soluzioni?
Le soluzioni per ridurre il tecnostress, e per andare verso un benessere digitale in azienda, sono di quattro tipi. Ipotizzando una matrice a quattro quadranti, da una parte dividiamo le soluzioni in individuali e collettive, dall’altra parte in tecniche e psicologiche o culturali. L’incrocio di queste voci dà origine, appunto, a quattro tipi di soluzioni. Nelle prossime righe riporterò un esempio per quadrante.

Soluzioni personali di tipo tecnico

Per combattere il tecnostress e focalizzarsi sul lavoro è possibile sfruttare la tecnica del pomodoro: ideata da Francesco Cirillo negli anni Ottanta, deve il suo nome a quel famoso timer a forma di pomodoro un tempo usato in cucina. Grazie al timer ci si concentra sul lavoro per 25 minuti, per poi fare cinque minuti di pausa. Ogni quattro cicli si fa una pausa più lunga, un quarto d’ora o mezz’ora. Esistono diverse app per questo metodo, ma basta il cronometro dello smartphone.
Allo stesso modo si possono usare filtri alle chiamate o la modalità aereo.

Soluzioni personali di tipo culturale

Fatevi un regalo: compratevi “Nudge. La spinta gentile” del premio Nobel dell’economia Thaler. Parla del nudging, il pungalamento: “rinforzi positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui”. Un esempio che si trova nel libro: invertendo le voci di menù di una mensa scolastica, i ragazzi mangiano più verdura.
Che cosa c’entra con il tecnostress? Provate a impostare il display del vostro telefono sulla scala di grigi. Vi passerà la voglia di usarlo, non più condizionati da stimoli visivi e dal design “diabolico” di sistema operativo e app.
Per approfondire il tema suggerisco di leggere l’articolo di State of Mind “Digital Detox: nudging e uso consapevole dello smartphone”.

Soluzioni collettive di tipo tecnico

Oltre alla tecnologia “imposta” dal datore di lavoro, ogni lavoratore porta in ufficio anche la propria. Il fenomeno è talmente rilevante da meritarsi un acronimo: BYOD (bring your own device). Mi capita spesso di visitare aziende dove ogni lavoratore usa strumenti personali, e app personali, per lavorare: WhatApp per inviare documenti, Gmail per ricevere preventivi e così via.
Una soluzione potrebbe essere quella di adottare piattaforme come Slack o Trello: strumenti unificati, dedicati ai gruppi di lavoro, per gestire posta, chat, flussi di lavoro, documenti condivisi e altro ancora. Strumenti indispensabili se vogliamo iniziare a parlare seriamente di smart working.

Soluzioni collettive di tipo culturale

Dal 2017 in Francia è scattato il “diritto di disconnessione”: una norma che obbliga le aziende con più di 50 dipendenti a negoziare con i lavoratori il diritto a non rispondere a mail e telefonate al di fuori degli orari di lavoro (vedi articolo su La Stampa).
Quando faccio consulenza nelle aziende per la comunicazione digitale, faccio fare due policy: una esterna, per regolare le interazioni dei clienti sui canali social dell’azienda, e una interna, per regolamentare l’uso degli strumenti di comunicazione digitale da parte dei dipendenti. Si potrebbe integrare la policy interna con una serie di norme che regolino l’uso degli strumenti digitali: non solo le mail, ma anche le chat, le conference call, i Web meeting e altro ancora.

Se vuoi organizzare un convegno sul tema o un corso sul benessere digitale e la gestione del tecnostress nella tua azienda, contattami:

Scrivimi

Lo scorso martedì 10 aprile, presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca di Milano, ho partecipato a un convegno dal titolo: “DIGITAL DETOX IN AZIENDA. QUALI SOLUZIONI PER UNA DIGITALIZZAZIONE SOSTENIBILE?”, organizzato dal Gruppo MaUnimib, nell’ambito dei Master in Management per lo sviluppo del Capitale Umano (MACU), il Master in Management e Digital Innovation (MADIM) e del Corso di Laurea Magistrale in Management e Design dei Servizi (MAGES).

Si partiva dal presupposto che il processo di digitalizzazione nelle organizzazioni rischia di portare con sé alcuni effetti collaterali, come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro, che possono tradursi in minor produttività aziendale e insoddisfazione dei lavoratori.

Nel corso del Seminario – che ha visto anche la partecipazione di Marco Gui (Ricercatore, Università degli Studi di Milano Bicocca), Marco Fasoli (Assegnista di Ricerca, Università degli Studi di Milano Bicocca) e Samanta Gubellini (Manager Area People&Change, SCS Consulting), ho tenuto un intervento dal titolo “Soluzioni tecniche, cognitive e culturali per ridurre il tecnostress in azienda“.

In questo video potete rivedere il mio intervento, con le mie slide:

Per informazioni sul tema del benessere digitale in azienda e per organizzare un convegno o corso sul tema, scrivimi.

Scrivimi