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Dimmi la verità: quanti token consumi al giorno con l’AI?

Se la risposta è “non lo so”, ecco il primo allarme della nuova puntata dei Garagisti Tech che Gianluca Testa appena pubblicato. Perché nella Silicon Valley ormai non è più una domanda tecnica. È diventata una competizione interna.

E mentre i giganti dell’AI si fanno guerra sui consumi, in Europa entra in vigore il primo regolamento globale sull’intelligenza artificiale. Che fine farà l’Italia in questa partita?

Il Garage si sporca le mani

Il format è sempre lo stesso: tre ospiti, una puntata, una sfida settimanale. Stavolta c’era, con me, Alessandro Curioni (esperto di cybersecurity), oltre ovviamente a Gianluca Testa, l’host che tiene insieme i pezzi come un direttore d’orchestra. L’obiettivo rimane uno: portare a casa tre o quattro bulloni concreti da usare subito. Niente lezioni accademiche, solo spunti operativi.

I sette temi della settimana

1. Tokenmaxxing — La gara a chi brucia più AI

Iniziamo con la follia vera. A Meta, tra gli 85.000 dipendenti, esiste una classifica interna di consumo. Il primo ha bruciato 281 miliardi di token in un mese. Sì, miliardi.

Jensen Huang di Nvidia ha detto una cosa che vi farà venire la pelle d’oca: un ingegnere che guadagna 500.000 dollari l’anno e non consuma token gli fa venire i brividi. Tradotto: se non usi AI in modo massivo, stai cazzeggiando.

La domanda che nessuno pone: dove si contabilizza questo costo? Nelle spese di R&D? Nel budget di prodotto? E soprattutto: i prezzi dell’AI seguiranno la stessa curva dei social network (crollo drammatico dopo il boom)? O rimarranno stratosferici?

Ecco come funziona nella pratica. Un token è l’unità base di computazione. Una parola in inglese ≈ 1-2 token. Una frase intera ≈ 10-20 token. Se un’azienda esegue milioni di prompt al giorno per ottimizzare processi, ricerca, training interno… i numeri esplodono. E il costo con loro.

2. Claude Mythos — Il modello che spaventa la cybersecurity

Qui mi tocca essere franco (anche se potrebbe sembrar di parte): il nuovo modello di Anthropic rappresenta un salto qualitativo non marginale.

Nel contesto della cybersecurity, il salto che Anthropic ha fatto col nuovo Claude è significativo. In alcuni scenari, si avvicina pericolosamente a quello che definiamo come “assaggio di AGI“ — cioè a comportamenti che non sono più prevedibili e controllabili con i metodi tradizionali.

Non è solo una questione di capacità brute (numero di token processati). È la qualità del ragionamento e la capacità di affrontare problemi mai visti prima.

Cosa significa nella pratica? Che gli analisti di cybersecurity devono ricalibrare i loro modelli di difesa. La sicurezza basata su “pattern matching” è già morta (lo era da prima). Ora serve sicurezza predittiva. Cioè: anticipare il pericolo prima ancora che si manifesti.

3. Palantir — +85% di ricavi. L’AI al servizio del potere

Ecco un dato che ti fa sedere.

1,63 miliardi di dollari di ricavi nel primo trimestre 2026. La società di Peter Thiel ha trovato la sua miniera d’oro nei corridoi del potere. Non nella Silicon Valley dei sogni. Nei bunker della difesa, dell’intelligence, del controllo.

L’AI per il controllo è già realtà. Non teoria. Non fantascienza. È il prodotto che vende più di tutti gli altri messi insieme.

È una riflessione che non piace a molti (soprattutto nei circoli startup che ancora credono all’AI come “forza del bene”). Ma è la verità nuda e cruda.

4. AI in Sanità — La corsa più importante

Qui c’è il tema che mi sta più a cuore: OpenAI, Anthropic, Google, Amazon, Perplexity. Tutti muoviamo insieme verso la salute digitale. Strade diverse, stessa direzione.

La sanità è il prossimo grande mercato dell’AI. Diagnosi assistite, previsione di patologie, ottimizzazione dei percorsi terapeutici.

Ma quale è il rischio? Che il modello medico occidentale (ancora troppo incentrato su dati storici, su casistiche localizzate) si scontri con sistemi AI addestrati su dataset globali senza contesti locali. Un algoritmo che funziona per la cardiologia in Silicon Valley potrebbe essere inadeguato per un paziente in Calabria.

5. Meta-Manus: il deal bloccato da Pechino

La Cina ha fermato l’integrazione di Manus in Meta. Non permessi. Fine della storia.

È la guerra tecnologica USA-Cina che si combatte ormai anche sul fronte degli agenti intelligenti. Chi controlla gli agent AI controlla il flusso di informazioni e decisioni del domani.

6. EU AI Act — Dal 2 agosto 2026 è legge

Questa è la notizia che vi dovrebbe tenere svegli di notte (se siete in azienda, ovviamente).

Il primo regolamento globale sull’AI entra in vigore. Sanzioni fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale, a seconda di quale sia maggiore.

Le aziende italiane sono pronte? Spoiler: la maggior parte non sa nemmeno da dove vengono i dati che usa. Non sa tracciare il lineage dei propri modelli. Non ha governance on AI.

Questo non è un problema “fra tre anni”. È un problema adesso.

7. Polymarket — Quando la verità diventa una scommessa

400 milioni di dollari al giorno scommessi su guerre, elezioni, catastrofi naturali. La piattaforma su blockchain che ha “previsto” l’esito delle elezioni USA prima dei media tradizionali.

Strumento di informazione onesto oppure il più grande clickbait finanziario della storia?

Ecco il bullone della puntata: i mercati predittivi non sostituiscono l’analisi. Ma dove i soldi veri incontrano le previsioni, il segnale è spesso più onesto del consenso mediatico. Perché puoi mentire in TV. Non puoi mentire quando rischi denaro vero.

Guarda la puntata completa

Tutta la conversazione completa — gli approfondimenti, le battute, i momenti di scontro costruttivo tra noi tre — è su YouTube:

Cosa puoi fare adesso

  • Se lavori in azienda con un team tech: guarda il pezzo su AI Act e poi convoca il vostro DPO. Non rimandare.
  • Se usi Claude o altra AI quotidianamente: inizia a monitorare il tuo consumo di token. È il primo segnale di come stai usando lo strumento.
  • Se lavori in sanità, sicurezza o difesa: il pezzo su Palantir e Claude Mythos ti riguarda. Davvero.

Ti è piaciuto? Dimmi nei commenti: quale argomento ti ha sorpreso di più? Pensi che l’Italia sia pronta per l’AI Act? Hai già testato gli agenti intelligenti?

OSINT e AI: perché le informazioni pubbliche sono diventate il nuovo petrolio digitale

C’è una scena che si ripete continuamente nelle aziende italiane.

Qualcuno apre ChatGPT, incolla un documento, fa una domanda e ottiene una risposta brillante in pochi secondi. Magia? Non proprio. Dietro c’è qualcosa di molto più interessante: la trasformazione delle informazioni pubbliche in conoscenza operativa.

Ed è esattamente da qui che parte Il nuovo petrolio (online). OSINT e intelligenza artificiale: a caccia di dati pubblici nell’era dei chatbot, libro che ho scritto con Gianluca Boccacci, ethical hacker e presidente dei CyberActors. Nel testo si trova anche la prefazione di Francesco Ceraso, Head of Security Cyber Intelligence di Eni S.p.A.

Il punto centrale del volume è semplice, ma spesso sottovalutato: oggi il vero valore non sta solo nei dati. Sta nella capacità di raccoglierli, interpretarli, collegarli e usarli strategicamente.

Che cos’è davvero l’OSINT

OSINT significa Open Source Intelligence, cioè intelligence da fonti aperte. Non è hacking. Non è cyber-spionaggio cinematografico. E non significa nemmeno “cercare su Google”.

Il libro, che ho deciso di realizzare anche come supporto dei miei corsi per lo IAI, chiarisce bene un aspetto fondamentale: l’OSINT è un processo sistematico di raccolta, organizzazione e analisi delle informazioni pubbliche.

Le fonti possono essere:

  • siti web aziendali
  • social network
  • documenti pubblici
  • registri online
  • articoli di giornale
  • report finanziari
  • forum
  • repository tecnici
  • immagini satellitari
  • database aperti

La differenza la fa il metodo.

Perché il problema contemporaneo non è trovare informazioni. È orientarsi nel rumore.

L’intelligenza artificiale cambia completamente il gioco

Uno dei passaggi più interessanti del libro riguarda il rapporto tra OSINT e AI generativa.

Fino a pochi anni fa, raccogliere e correlare informazioni richiedeva tempo, competenze tecniche e una notevole capacità analitica. Oggi i modelli linguistici possono:

  • sintetizzare migliaia di documenti
  • individuare pattern
  • confrontare dati
  • trovare incongruenze
  • estrarre insight
  • costruire timeline
  • analizzare sentiment online

In pratica, l’intelligenza artificiale rende interrogabile il caos digitale.

Il testo insiste molto su questo punto: l’AI non sostituisce il ragionamento umano, ma amplifica enormemente la capacità di lavorare sulle informazioni.

Ed è qui che il libro evita sia l’entusiasmo ingenuo sia il catastrofismo da fantascienza.

Il vero rischio? La superficialità digitale

C’è un aspetto che emerge chiaramente leggendo il volume: molte vulnerabilità non derivano da attacchi sofisticati, ma da leggerezze quotidiane.

Un PDF con metadati dimenticati.
Un badge visibile in una foto.
Un post LinkedIn troppo dettagliato.
Una presentazione caricata online senza attenzione.
Un annuncio di lavoro che rivela strategie aziendali.

Singolarmente sembrano dettagli irrilevanti. Insieme costruiscono mappe informative potentissime.

Il libro mostra bene come l’OSINT sia ormai centrale non solo nella cybersecurity, ma anche nel marketing, nella ricerca accademica, nella business intelligence e nella gestione della reputazione.

Dalle aziende alle università: l’OSINT è ovunque

Uno degli aspetti più riusciti del testo è l’approccio pragmatico.

Non si limita alla teoria. Mostra applicazioni concrete:

  • monitoraggio dei competitor
  • analisi del sentiment
  • valutazione di nuovi mercati
  • verifica delle fonti
  • ricerca accademica
  • intelligence economica
  • contrasto alla disinformazione

Interessante anche la parte dedicata al Retrieval-Augmented Generation (RAG), cioè i sistemi che permettono ai chatbot di interrogare documenti aziendali, PDF e knowledge base interne per ridurre le allucinazioni dell’AI.

Tradotto: non più chatbot che “inventano”, ma strumenti che ragionano sui documenti reali dell’organizzazione.

È un passaggio cruciale per capire dove sta andando davvero l’intelligenza artificiale nelle aziende.

Il libro affronta anche i lati scomodi

Ed è forse la parte più interessante.

Perché il volume non vende una visione utopica dell’AI. Affronta temi delicati:

  • privacy
  • identità digitali false
  • limiti legali dell’OSINT
  • disinformazione
  • deepfake
  • rischi etici
  • allucinazioni dei modelli linguistici

La prefazione di Francesco Ceraso, tra l’altro membro del Comitato Scientifico Clusit, è particolarmente efficace nel mostrare quanto il confine tra attività lecita e rischio legale possa diventare sottile in alcuni contesti investigativi digitali.

È un approccio maturo, raro in un panorama dove spesso si oscilla tra marketing tecnologico e allarmismo.

Perché questo libro arriva nel momento giusto

Negli ultimi mesi l’AI generativa è uscita dai laboratori ed è entrata nella quotidianità di aziende, professionisti e studenti.

Ma molte organizzazioni stanno ancora usando questi strumenti in modo superficiale:

  • senza cultura del dato
  • senza governance
  • senza verificare le fonti
  • senza comprendere i rischi informativi

Ed è qui che l’OSINT diventa strategico.

Perché insegna una competenza fondamentale dell’era AI: trasformare dati dispersi in conoscenza utile.

Non basta più “fare una domanda a ChatGPT”. Serve capire:

  • quali informazioni usare
  • da dove arrivano
  • quanto sono affidabili
  • come contestualizzarle
  • come verificare eventuali errori

In altre parole: il vero vantaggio competitivo non sarà avere accesso all’AI. Sarà saperla usare con metodo e spirito critico.

Il nuovo petrolio (online) prova a fare proprio questo: spiegare come orientarsi nel nuovo ecosistema informativo dove OSINT, chatbot e intelligenza artificiale stanno ridefinendo il concetto stesso di conoscenza digitale.

 

Me lo chiedono spesso, durante i corsi e le conferenze sull’intelligenza artificiale. Mentre ancora si chiacchiera alla fine della sessione, qualcuno si avvicina e mi fa la domanda vera: “Ma tutta questa roba tecnica – i token, gli embedding, il fine-tuning – devo davvero capirla?”. La risposta breve è: no, non devi diventare un ingegnere. Ma sì, capire cosa c’è sotto ti cambia il modo di usare questi strumenti. Ti rende più efficace, più consapevole.

Ho selezionato i 10 concetti che tornano sempre nelle mie formazioni sull’AI generativa: quelli che generano più confusione, ma anche più soddisfazione quando si capiscono davvero.

1. Token e Tokenizzazione: il segreto che ChatGPT non dice al primo incontro

Quando scrivi un prompt, il modello non legge parole. Legge token: frammenti di testo che possono essere parole intere, parti di parola, o persino singoli caratteri. La parola “Intelligenza” potrebbe diventare tre o quattro token diversi.

Perché conta? Perché i modelli hanno un limite di token per conversazione (il cosiddetto context window), e perché il costo delle API si calcola in token. Ma soprattutto perché capire la tokenizzazione aiuta a costruire prompt migliori: parole rare, termini tecnici o nomi stranieri vengono “sminuzzati” in più token, e questo può influenzare la qualità della risposta.

In pratica: più il tuo linguaggio è preciso e comune, meglio il modello ti capisce.

2. Attention Mechanism e Transformer: cosa fa davvero la macchina quando “pensa”

L’architettura Transformer è la base di quasi tutti i modelli linguistici moderni – da GPT a Gemini, da Claude a Mistral. Il suo cuore è il meccanismo di attention (attenzione): la capacità del modello di valutare quali parole di un testo sono più rilevanti rispetto alle altre, in modo dinamico e contestuale.

Quando scrivi “ho lasciato le chiavi sulla tavola”, il modello capisce che tavola indica un tavolo e non una tavola tecnica, perché interpreta il contesto dato da “chiavi” e “lasciato”. Non applica regole grammaticali rigide: valuta le probabilità basandosi su schemi appresi durante l’addestramento.

È questo che rende i transformer così potenti – e così diversi dai sistemi basati su regole che li hanno preceduti.

3. Fine-Tuning e Transfer Learning: trasferire intelligenza da un dominio all’altro

Un modello base come GPT-5 è stato addestrato su enormi quantità di testo generico. Ma se un’azienda vuole un assistente specializzato nel diritto del lavoro, o un medico vuole un modello che parli il linguaggio della clinica, si fa il fine-tuning: si “aggiusta” il modello pre-addestrato su dati specifici del dominio.

Il Transfer Learning è il principio più ampio: si prende l’intelligenza acquisita in un contesto (milioni di pagine web) e la si trasferisce in un altro (contratti, cartelle cliniche, normative fiscali). È quello che rende possibile creare modelli specializzati senza partire da zero – il che richiederebbe risorse computazionali e finanziarie fuori dalla portata di chiunque.

Nelle mie formazioni, questo è il concetto che più interessa ai team IT: quando conviene fare fine-tuning, e quando è meglio usare un approccio diverso come il RAG (lo vediamo al punto 8).

4. Hallucination: quando la macchina mente con molta fiducia

Le allucinazioni sono forse il problema più noto dell’AI generativa – e il più frainteso. Il modello non “mente” nel senso umano del termine: non ha intenzione di ingannarti. Semplicemente, genera la sequenza di token statisticamente più probabile, anche quando quella sequenza corrisponde a informazioni false.

Il risultato sono risposte plausibili ma errate: citazioni di articoli che non esistono, date storiche sbagliate, nomi di persone inventati. Il modello le propone con lo stesso tono sicuro con cui ti direbbe il nome della capitale della Francia.

Questo è il motivo per cui non si usa l’AI come fonte primaria senza verifica. Ed è anche il motivo per cui capire le allucinazioni non serve a smettere di usare l’AI: serve a usarla nel modo giusto.

5. Temperature: la fisica del non-determinismo

Hai mai notato che lo stesso prompt, fatto più volte, produce risposte diverse? Non è un bug. È la temperature (temperatura): un parametro che regola quanto il modello è “creativo” o “deterministico” nelle sue scelte.

Temperature alta (vicino a 2): il modello sceglie token meno probabili, produce risposte più varie, creative, imprevedibili. Temperature bassa (vicino a 0): il modello sceglie quasi sempre il token più probabile, produce risposte più prevedibili, precise, ripetibili.

Nelle applicazioni professionali – analisi legali, revisioni contabili, assistenza medica – si preferisce temperatura bassa. Nelle applicazioni creative – brainstorming, scrittura, ideazione – si lavora con temperatura più alta. Scegliere consapevolmente questo parametro può fare una differenza enorme nei risultati.

6. Embedding: la geometria dei significati

Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato. Ogni parola, frase o documento viene trasformato in un vettore – un punto nello spazio matematico – in modo che concetti semanticamente vicini siano anche geometricamente vicini.

L’esempio classico: nello spazio degli embedding, “re” – “uomo” + “donna” = “regina”. Non è magia: è geometria dei significati. È questo che permette ai motori di ricerca semantici di capire che “auto” e “automobile” sono sinonimi, o che una domanda su “come si cura il raffreddore” è pertinente rispetto a un documento che parla di “rimedi per i sintomi influenzali”.

Gli embedding sono alla base di molte applicazioni pratiche dell’AI nelle aziende: ricerca documentale, classificazione automatica, sistemi di raccomandazione.

7. Chain of Thought Prompting: insegnare alla macchina a ragionare passo per passo

I modelli linguistici fanno errori nei ragionamenti complessi se gli si chiede direttamente la risposta finale. Ma se li si invita a “pensare ad alta voce” – a esplicitare i passaggi intermedi – le performance migliorano significativamente.

Questa tecnica si chiama Chain of Thought (CoT): invece di chiedere “Quanto fa 347 × 28?”, si chiede “Risolvi passo per passo: prima calcola le centinaia, poi le decine, poi le unità”. Il risultato è molto più accurato.

Applicato al mondo professionale: nei prompt per analisi complesse, revisioni di documenti o valutazioni strategiche, chiedere al modello di esplicitare il ragionamento riduce gli errori e rende il processo verificabile. È uno dei consigli pratici che porto sempre nelle mie sessioni di formazione sul prompt engineering.

8. RAG – Retrieval Augmented Generation: quando la macchina va a cercare (e non allucina)

Il RAG è la soluzione più elegante al problema delle allucinazioni per applicazioni aziendali. Invece di chiedere al modello di “ricordare” informazioni apprese durante il training (che potrebbero essere obsolete o errate), si costruisce un sistema che recupera i documenti pertinenti da una base di conoscenza verificata, e li fornisce al modello come contesto prima della risposta.

In pratica: vuoi un chatbot che risponda solo in base ai tuoi manuali interni, ai tuoi contratti, alle tue policy aziendali? Non fai fine-tuning. Fai RAG. Il modello legge i tuoi documenti in tempo reale e risponde basandosi su quelli.

Il RAG è oggi la tecnologia più richiesta nelle implementazioni enterprise di AI. L’ho visto applicare con grande efficacia in aziende di tutti i tipi, dalla manifattura ai servizi professionali. Per esempio, Gemini Notebook (ex NotebookLM) è considerato un ottimo strumento RAG.

9. Bias in AI Generativa: le discriminazioni che insegniamo senza volerlo

I modelli imparano dai dati. E i dati umani contengono bias: stereotipi di genere, pregiudizi culturali, squilibri di rappresentazione. Il risultato è che un modello addestrato su testi scritti prevalentemente da uomini occidentali tende a riprodurre e amplificare quella prospettiva.

I bias nell’AI non sono un problema teorico o futuristico: si manifestano oggi, nei sistemi di selezione del personale che favoriscono certi profili, nei traduttori automatici che assegnano generi grammaticali basandosi su stereotipi, nei motori di ricerca che mostrano certi volti per certe query.

Capire i bias non significa rinunciare all’AI. Significa scegliere strumenti più equi, progettare sistemi più consapevoli, e sapere quando i risultati di un modello vanno verificati con un occhio critico. È il tema che, nelle mie conferenze, genera sempre il dibattito più ricco.

10. Scaling Laws e il Cinese della Stanza: perché i modelli grandi sono più intelligenti (forse)

Le Scaling Laws descrivono una relazione empirica sorprendente: aumentando le dimensioni del modello (numero di parametri), la quantità di dati di training e la potenza computazionale, le performance migliorano in modo prevedibile e consistente. Questo ha guidato la corsa ai modelli sempre più grandi degli ultimi anni.

Ma qui entra in scena il Cinese della Stanza di John Searle: un celebre esperimento mentale che mette in discussione se questi sistemi “capiscano” davvero, o se stiano solo manipolando simboli secondo regole, senza alcuna comprensione reale. Una persona chiusa in una stanza con un manuale per rispondere in cinese sembra capire il cinese – ma non lo capisce affatto.

La questione non è risolta. E forse non lo sarà a breve. Ma è la domanda più importante che possiamo porci mentre questi sistemi diventano sempre più pervasivi: cosa significa davvero “intelligenza”?

Conoscere questi concetti non ti trasforma in uno scienziato. Ti trasforma in una persona che capisce cosa sta usando.

Non serve una laurea in informatica per usare bene l’AI generativa. Serve quella forma di curiosità consapevole che ti fa chiedere: come funziona davvero? Perché risponde così? Cosa non mi sta dicendo?

Nei miei corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale – che tengo per aziende, scuole, associazioni di categoria e professionisti in tutta Italia – parto sempre da questi fondamentali. Perché chi capisce i meccanismi di base usa l’AI in modo più efficace, più critico, e con meno paura.

Se vuoi portare questa formazione nella tua organizzazione, scrivimi o contattami su WhatsApp al 339.6325418.

Domande frequenti sull’AI generativa e i suoi concetti chiave

Cosa sono i token nell’AI generativa?

I token sono le unità base con cui i modelli linguistici elaborano il testo. Non corrispondono necessariamente alle parole: una parola lunga o rara può essere suddivisa in più token. La tokenizzazione influenza la qualità delle risposte e il costo delle API.

Cos’è un’allucinazione nell’intelligenza artificiale?

Un’allucinazione è una risposta generata dal modello che appare plausibile ma contiene informazioni false. Il modello non “mente” intenzionalmente: produce la sequenza di token statisticamente più probabile, anche se errata. Per questo è essenziale verificare sempre le informazioni critiche.

Cosa significa RAG nell’AI?

RAG sta per Retrieval Augmented Generation. È una tecnica che combina la generazione linguistica con il recupero di documenti da una base di conoscenza verificata. Riduce le allucinazioni e permette di creare assistenti AI basati su documenti specifici dell’azienda o del dominio.

Cos’è la temperature nei modelli linguistici?

La temperature è un parametro che controlla la variabilità delle risposte. Con temperature alta le risposte sono più creative e imprevedibili; con temperature bassa sono più precise e deterministiche. Scegliere il valore giusto dipende dall’applicazione: creatività o precisione.

Dove posso seguire una formazione sull’AI generativa in Lombardia?

Tengo corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale generativa per aziende, scuole e professionisti a Milano, Bergamo, Brescia e in tutta Italia. Per organizzare un evento formativo, è possibile contattarmi tramite il sito o WhatsApp al 339.6325418.

Uno dei settori in cui l’intelligenza artificiale sta creando più domande (e aspettative) è sicuramente il settore farmaceutico. Negli ultimi anni ho tenuto conferenze e workshop su AI e pharma per aziende, associazioni e professionisti del licensing farmaceutico che volevano capire come usare gli strumenti generativi senza compromettere qualità scientifica, compliance e fiducia di medici e pazienti. Per un quadro più ampio sull’impatto dell’AI in sanità e farmaceutica, puoi consultare il report di McKinsey sull’AI in healthcare.In questo articolo ti racconto i temi che vengono richiesti più spesso quando organizzo conferenze sull’AI per il settore farmaceutico.

Per approfondire l’uso dell’AI nella consulenza finanziaria, puoi leggere anche l’articolo “AI per Consulenti Finanziari: Conferenze e Corsi”. Se vuoi scoprire come l’AI sta cambiando il lavoro dei consulenti, questo è un ottimo punto di partenza.

1. L’AI per il settore farmaceutico: “Ma cosa fa, esattamente?”

La prima parte della conferenza è sempre dedicata al contesto: che cosa fa, concretamente, l’AI generativa in un’azienda farmaceutica.

Affrontiamo temi come:

  • Che cosa sono i modelli linguistici e perché possono essere utili anche in ambiente regolato.
  • Quali sono i limiti: allucinazioni, mancanza di aggiornamento in tempo reale, necessità di validazione scientifica.
  • Come cambia la gestione delle informazioni scientifiche, dei materiali promozionali e della documentazione regolatoria quando entra in gioco l’AI.

L’obiettivo è far dialogare chi si occupa di contenuti, chi si occupa di compliance e chi governa l’innovazione digitale.

2. L’AI per la produttività nel settore farmaceutico: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

La parte che genera più interesse è quella dei casi pratici, modellati sulla realtà dell’azienda o dell’associazione che mi invita.

Alcuni esempi di temi trattati:

  • Supporto alla preparazione di materiali informativi per medici e farmacisti, da rivedere e validare secondo le procedure interne.
  • Sintesi di articoli scientifici, linee guida e studi clinici in formato comprensibile per diversi target (interno, medico, paziente).
  • Utilizzo dell’AI per accelerare ricerche preliminari in ambito licensing e business development, mantenendo sempre un controllo umano sul risultato.

Ogni esempio è accompagnato da una discussione su cosa è consentito, cosa è sconsigliato e quali controlli vanno introdotti.

3. I rischi e i bias dell’AI nel settore farmaceutico: “Di cosa devo stare attento?”

Nel pharma il tema dei rischi non è un capitolo accessorio, ma una parte centrale dell’intervento.

Parliamo di:

  • Rischi legati a informazioni errate o non aggiornate, soprattutto se si toccano aspetti clinici o terapeutici.
  • Protezione dei dati sensibili e dei dati di ricerca, con l’attenzione a non esporre informazioni proprietarie a strumenti in cloud non controllati.
  • Implicazioni etiche: come evitare che l’AI venga percepita come “scorciatoia” rispetto alla robustezza scientifica o ai processi di validazione.

L’obiettivo è costruire un approccio consapevole: l’AI come supporto al lavoro dei team, non scorciatoia pericolosa in un settore che tocca direttamente la salute delle persone.

4. L’AI per settori specifici nel settore farmaceutico: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’azienda farmaceutica, un’associazione di categoria, un gruppo di professionisti del licensing vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per team di marketing farmaceutico, per medical affairs, per regulatory affairs, per la forza vendita, per i responsabili del licensing. Ogni contesto ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. La formazione dei team: dall’evento in presenza al percorso online

Le aziende farmaceutiche e le organizzazioni con cui lavoro chiedono spesso percorsi che combinino ispirazione e pratica, online e in presenza.

Propongo soluzioni come:

  • Conferenze plenarie per kick-off interni, convention e meeting di rete commerciale, con focus su AI e pharma.
  • Workshop verticali per funzioni specifiche (es. marketing, medical affairs, licensing), con casi d’uso costruiti sui loro processi.
  • Percorsi formativi pensati per team distribuiti, integrabili con sessioni online.

Il filo conduttore è sempre la concretezza: meno hype, più esempi, più spazio alle domande delle persone in sala.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech nel settore farmaceutico:

“Ma alla fine, l’AI mi toglie il lavoro?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico includono l’introduzione all’AI generativa per il pharma, i casi d’uso in marketing scientifico, medical affairs e licensing, i rischi e le implicazioni etiche e regolatorie legate all’uso di questi strumenti.

Le conferenze sono adatte sia a profili scientifici sia a profili business?

Sì, adatto linguaggio ed esempi al pubblico: è possibile costruire interventi per platee miste (R&D, marketing, vendite, regulatory) oppure moduli dedicati a singole funzioni aziendali.

Dove puoi tenere speech e corsi su AI per aziende farmaceutiche?

Tengo conferenze e workshop in presenza in tutta Italia, oltre che in modalità online per team distribuiti.

Quanto dura una conferenza su AI per il settore farmaceutico?

In genere la durata va dai 60 ai 90 minuti per una plenaria, mentre i workshop interattivi possono occupare mezza giornata o un’intera giornata, in base agli obiettivi formativi.

Come si organizza una conferenza su AI per un’azienda farmaceutica o un’associazione di settore?

Partiamo sempre da un confronto sugli obiettivi (ispirare, formare, avviare un progetto pilota) e dal profilo dei partecipanti; sulla base di questo disegniamo insieme contenuti, casi d’uso e formato più adatto (in presenza, online o ibrido).

Scrivimi per organizzare una conferenza o un corso sull’AI per il settore farmaceutico

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare una conferenza o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per la tua azienda farmaceutica, la tua associazione di categoria o il tuo evento dedicato ai professionisti del licensing.

Mi capita spesso, sul finire degli incontri per i consulenti finanziari. Mentre il pubblico si alza e qualcuno rimane ancora seduto. “L’intelligenza artificiale nella consulenza finanziaria: ma funziona davvero? E soprattutto, non rischia di creare problemi con i clienti o la compliance?”
Ho tenuto centinaia di speech sull’intelligenza artificiale generativa in tutta Italia – per banche, SIM, SGR, reti di consulenti, family office e associazioni di categoria. E in tutto questo tempo ho capito una cosa: la tecnologia è già pronta, ma le persone no. Non servono slogan sull’“AI che rivoluziona la finanza”, servono casi d’uso concreti, linee guida chiare e un linguaggio che un consulente finanziario, un private banker o un direttore di filiale possa usare il giorno dopo in ufficio.

In questo articolo ti racconto i temi che vengono richiesti più spesso quando organizzo conferenze sull’AI per il settore finanziario.

Se ti stai chiedendo dove trovare una guida pratica e approfondita sull’uso dell’AI nella consulenza finanziaria, ho scritto proprio su questo insieme a Stefano Amadei: “L’Intelligenza Artificiale per i Consulenti Finanziari”, pubblicato da Ledizioni nella collana Fai da Tech. Il libro affronta le applicazioni concrete dell’IA nel mondo finanziario, i pro e i contro dell’adozione di questi strumenti, e come trasformare la consulenza offrendo un nuovo livello di precisione e personalizzazione.

1. L’AI per la consulenza finanziaria: “Ma cosa fa, esattamente?”

La prima richiesta è quasi sempre la stessa: “Partiamo dalle basi, ma con esempi del nostro settore”.

In questa parte della conferenza rispondo a domande come:

  • Che cosa sono i modelli linguistici generativi e cosa possono fare davvero in ambito finanziario.
  • Perché l’AI non è un oracolo infallibile, ma uno strumento da usare con spirito critico.
  • Dove si inseriscono i temi di compliance, MIFID, privacy e sicurezza dei dati quando un consulente usa strumenti di AI.

L’obiettivo non è spaventare, ma dare un quadro realistico: capire dove l’AI può aiutare il consulente e dove invece servono paletti chiari, policy interne e buon senso professionale.

2. L’AI per la produttività nella consulenza finanziaria: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

La domanda successiva è sempre molto pragmatica: “Come mi fa risparmiare tempo, domani mattina?”.

Durante gli speech per banche e studi di consulenza affrontiamo casi d’uso come:

  • Preparazione di bozze di email e report per i clienti, da revisionare e personalizzare.
  • Sintesi di documenti lunghi (ricerche di mercato, analisi macroeconomiche, documentazione prodotti) in formato leggibile dal cliente retail.
  • Supporto nella preparazione di presentazioni e incontri, con esempi su misura per il profilo del cliente.

La regola è sempre la stessa: l’AI non sostituisce il consulente, ma lo libera da una parte del lavoro ripetitivo per lasciargli più tempo sulla relazione con il cliente, che resta il vero elemento distintivo.

3. I rischi e i bias dell’AI nella consulenza finanziaria: “A cosa devo stare attento?”

Nel finance la domanda sui rischi arriva molto prima che in altri settori: “Di cosa dobbiamo preoccuparci, concretamente?”.

In questa parte della conferenza parliamo di:

  • Bias nei dati e nei modelli che possono influenzare valutazioni e suggerimenti.
  • Allucinazioni dell’AI e perché non può essere usata per dare raccomandazioni finanziarie autonome.
  • Trattamento dei dati sensibili: cosa non va mai copiato e incollato dentro un chatbot pubblico.

Non faccio un discorso catastrofista: il focus è sulle buone pratiche per usare gli strumenti generativi in modo responsabile, tracciabile e compatibile con le regole del settore.

4. L’AI per settori specifici nella consulenza finanziaria: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’associazione di categoria, una banca, una SIM, una SGR o un’associazione di consulenti vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per consulenti finanziari, per private banker, per team marketing di istituti bancari, per responsabili di area e di filiale. Ogni contesto ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. La formazione dei team: dall’evento in presenza al percorso online

Le realtà finanziarie con cui lavoro mi chiedono spesso come portare questi contenuti a scala: non solo un grande evento, ma un percorso per manager e consulenti.

Le formule più richieste sono:

  • Conferenza plenaria sull’AI applicata alla consulenza finanziaria, per lanciare il tema a rete, area o direzione.
  • Workshop pratici per piccoli gruppi di consulenti, con casi realistici e simulazioni di utilizzo degli strumenti.
  • Percorsi misti (evento in presenza + follow-up online) per sedi distribuite sul territorio.

In tutte le formule, il filo conduttore è lo stesso: concretezza, esempi del mondo reale e attenzione alle regole del settore.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech nel settore finanziario:

“Ma alla fine, l’AI mi toglie il lavoro?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’AI per la consulenza finanziaria

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore finanziario?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore finanziario riguardano l’introduzione all’AI generativa per i professionisti del finance, l’uso dell’AI per la produttività del consulente, la gestione dei rischi e dei vincoli normativi, e i casi d’uso concreti in banca, SIM, SGR e studi di consulenza.

Quanto dura una conferenza sull’intelligenza artificiale per banche e consulenti finanziari?

Le conferenze durano in genere tra 60 e 90 minuti, mentre i workshop operativi possono occupare mezza giornata o una giornata intera, a seconda del livello di approfondimento richiesto.

Dove puoi tenere conferenze sull’AI per il settore finanziario?

Tengo regolarmente speech e corsi in presenza in tutta Italia, oltre che online per sedi e filiali distribuite sul territorio nazionale.

L’AI può sostituire il consulente finanziario?

No: nel mio approccio l’AI è uno strumento che supporta il professionista, ma la responsabilità delle scelte, del rapporto con il cliente e delle raccomandazioni resta sempre umana.

Come si organizza una conferenza sull’AI per una banca o una rete di consulenza finanziaria?

Il primo passo è definire il pubblico (consulenti, manager, team marketing, ufficio compliance) e gli obiettivi formativi; da lì personalizzo i contenuti con esempi e casi d’uso specifici per l’istituto o la rete.

Scrivimi per organizzare una conferenza o un corso sull’AI per la consulenza finanziaria

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare una conferenza o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per il tuo istituto bancario, la tua rete di consulenti o la tua associazione di categoria.

Me lo chiedono spesso, alla fine degli eventi. Quando il microfono è ancora acceso e la sala sta lentamente svuotandosi. “Di cosa parlate nelle vostre conferenze?” oppure “Cosa chiede il mercato, in questo momento?”

Ho tenuto centinaia di speech sull’intelligenza artificiale generativa in tutta Italia – per aziende, associazioni di categoria, scuole, enti pubblici, professionisti di ogni settore. E in tutto questo tempo ho capito una cosa: il pubblico non è omogeneo, ma le domande sì.

Ecco i temi che mi chiedono più spesso, e perché.

1. L’introduzione all’AI generativa: “Ma cosa fa, esattamente?”

È ancora il tema più richiesto, nel 2026. Può sembrare strano, del resto ChatGPT esiste da anni, ma la realtà è che la maggior parte delle persone ha sentito parlare di intelligenza artificiale senza mai averla davvero usata, capita e inquadrata.

La conferenza introduttiva risponde a domande concrete: cos’è un modello linguistico, come funziona (in modo comprensibile, non tecnico), cosa sa fare e cosa non sa fare, dove sbaglia e perché. È il punto di partenza obbligato per qualunque pubblico non nativo del settore.

L’ho tenuta per manager, bibliotecari, avvocati, artigiani, insegnanti, medici. Cambia il linguaggio e gli esempi, ma la struttura di fondo è sempre la stessa: partire dai fondamentali, smontare i miti, arrivare al concreto.

2. L’AI per la produttività: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

Dopo l’introduzione, la domanda più frequente è questa. Non “come funziona l’AI in astratto”, ma “come la uso io, adesso, per fare meglio il mio lavoro”.

È il tema più richiesto dalle aziende che vogliono formare i propri team. Si parla di prompt engineering pratico, di workflow da automatizzare, di strumenti specifici per settore. L’obiettivo non è la teoria, ma ridurre il tempo che si perde su attività ripetitive: scrivere email, fare ricerche, preparare presentazioni, analizzare documenti.

Ho tenuto questa conferenza per profili molto diversi — dal reparto marketing al back office contabile — e ogni volta mi sorprendo della velocità con cui le persone iniziano ad applicare quello che imparano.

3. I rischi e i bias dell’AI: “Di cosa devo stare attento?”

È il terzo tema per frequenza, ma il primo per profondità di discussione. Le allucinazioni, i bias nei dati di training, la privacy, il problema della dipendenza cognitiva (ne ho parlato in questo articolo), la questione del copyright sui contenuti generati.

Questo speech,  che al STEP di Fastweb ho presentato con il titolo nietzschiano “AI umana, troppo umana“, è quello che scatena più dibattito. Perché tocca le paure reali delle persone, quelle che non vengono dette apertamente nelle slide dei vendor ma che il pubblico si porta a casa da ogni conferenza.

Non è uno speech catastrofista. È uno speech consapevole. La differenza la fa il fatto che parlare dei rischi dell’AI serve soprattutto a usarla meglio.

4. L’AI per settori specifici: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’associazione di categoria, un’azienda, un ente professionale vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per gli insegnanti, per i giornalisti, per gli amministratori di condominio, per i professionisti del licensing farmaceutico, per le imprese artigiane, per la distribuzione office. Ogni settore ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. L’AI nella scuola: “Come gestisco i miei studenti, adesso?”

È un tema che avrei potuto includere nel punto precedente, ma merita un capitolo a parte per il volume di richieste che ricevo. Insegnanti, dirigenti scolastici, genitori: tutti vogliono capire come si sta trasformando il mondo dell’apprendimento.

Le domande sono molto concrete: come faccio a capire se un tema è stato scritto dall’AI? Come uso l’AI nelle mie lezioni senza delegare il pensiero ai ragazzi? Come parlo di questo agli studenti? Come ne parlo ai genitori?

Non ci sono risposte definitive — il campo evolve settimana per settimana — ma ci sono principi e strumenti che già oggi fanno la differenza.

6. La comunicazione nell’era dell’AI: “Come cambiano i contenuti?”

L’ultimo tema che ricevo con frequenza crescente è questo: come cambia la comunicazione aziendale quando tutti hanno accesso a strumenti generativi? Come si distingue un brand, come si mantiene una voce autentica, come si usa l’AI per amplificare invece che omologare?

È la domanda che si fanno i responsabili marketing, i comunicatori, i professionisti del personal branding. E non ha una risposta semplice. Ma ha alcune indicazioni molto pratiche su cosa funziona e cosa no, che cerco di portare sempre con esempi reali.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech:

“Ma alla fine, come mi devo sentire rispetto a tutto questo?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’intelligenza artificiale

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’intelligenza artificiale?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI sono: l’introduzione all’AI generativa per pubblici non tecnici, l’uso dell’AI per la produttività aziendale, i rischi e i bias dei modelli linguistici, le applicazioni per settori specifici (scuola, sanità, diritto, marketing), e il cambiamento culturale portato dall’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro.

Quanto dura una conferenza sull’intelligenza artificiale?

Una conferenza sull’AI dura tipicamente tra i 45 minuti e le 2 ore, a seconda del formato e del pubblico. Gli speech in eventi di più relatori durano di solito 30-60 minuti, mentre i workshop formativi possono estendersi a mezza giornata o a una giornata intera.

Come si organizza una conferenza sull’AI per un’azienda o un’associazione?

Per organizzare una conferenza sull’AI è utile definire prima il pubblico (manager, team tecnici, professionisti, studenti), il livello di preparazione dei partecipanti e gli obiettivi formativi. Un buon relatore adatta il contenuto al settore specifico e porta esempi concreti. È consigliabile contattare lo speaker con anticipo per concordare i temi e personalizzare la proposta.

Cosa chiede il mercato a un relatore sull’AI nel 2026?

Nel 2026 il mercato chiede ai relatori sull’AI concretezza e aggiornamento continuo. Non bastano più le spiegazioni teoriche: aziende, scuole e professionisti vogliono sapere cosa possono fare subito, con quali strumenti e con quali rischi. La domanda più frequente è “come lo uso io, nel mio lavoro, domani mattina?”.

L’AI sostituirà i relatori e i formatori umani?

No, almeno non nel breve periodo. L’AI può supportare la formazione con contenuti personalizzati e scalabili, ma la conferenza in presenza mantiene un valore diverso: la relazione con il pubblico, la capacità di rispondere alle domande in tempo reale, la lettura dell’aula. Il relatore umano porta un punto di vista, un’esperienza e un’autorevolezza che i modelli generativi non replicano.

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Come sa chi mi segue, sono stanco di sentire parlare di AI solo in termini negativi: ci rende più stupidi, porterà all’estinzione della specie umana o altro. La chiamo “la sindrome di Skynet”. Per questo, quando trovo notizie positive sull’intelligenza artificiale, a rischio di chiudermi nella mia confortevole bolla da tecnottimista, le rilancio con grande goduria. Eccone una bellissima: “Giornata Mondiale della Sicurezza sul Lavoro: l’IA riduce gli incidenti fino al 35% nei cantieri“.

Di cosa si tratta? Prima un po’ di contesto. Il cantiere è uno dei pochi luoghi dove la parola “errore” può costare la vita. Non è una metafora. È statistica. Secondo l’ILO, il settore delle costruzioni rappresenta circa il 17% delle morti sul lavoro a livello globale . E no, non è un problema nuovo. È un problema cronico. La domanda interessante oggi è un’altra: e se la sicurezza non dipendesse più solo dall’attenzione umana?

Dalla prevenzione alla previsione

Per anni abbiamo lavorato sulla prevenzione: caschi, procedure, cartelli. Tutto necessario, ma spesso insufficiente.

L’intelligenza artificiale cambia il paradigma: non si limita a prevenire, ma prova a prevedere.

  • Telecamere intelligenti che segnalano chi non indossa i DPI
  • Sensori IoT che monitorano vibrazioni, temperatura, stabilità
  • Algoritmi che analizzano dati storici e anticipano incidenti

Non è fantascienza. È già realtà.

I numeri (quelli veri)

Ho letto recentemente questo paper che si intitola “Work Safety in Construction and the Impact of Artificial Intelligence (AI)“, dal quale emergono dati interessanti:

  • Riduzione degli incidenti fino al 35% in alcuni casi studio europei
  • -30% di incidenti legati a guasti delle macchine grazie ad algoritmi predittivi
  • -25% di esposizione dei lavoratori a situazioni pericolose grazie ai droni

Tradotto: meno errori, meno danni, meno morti. E anche meno costi, perché ogni incidente evitato è anche un risparmio.

Il punto scomodo

Se tutto questo funziona, perché non è ovunque?

Tre motivi, molto umani:

  1. costi iniziali alti
  2. resistenza al cambiamento
  3. timori su privacy e controllo

E qui arriva la domanda scomoda: preferiamo difendere abitudini o proteggere persone?

Il vero cambio di mentalità

L’AI non sostituisce il lavoratore. Sostituisce l’errore umano quando è evitabile. E soprattutto introduce una logica nuova: la sicurezza non è più reattiva, ma predittiva. È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico.

Una provocazione finale

Nel marketing diciamo sempre: “i dati guidano le decisioni”. Nel cantiere dovremmo dire: “i dati salvano vite”. E allora forse la vera domanda non è se usare l’AI. Ma quanto tempo possiamo ancora permetterci di non usarla.

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Quando si parla di intelligenza artificiale, molti piccoli imprenditori restano alla finestra, è comprensibile. Tra titoli apocalittici, promesse miracolose e parole inglesi usate come coriandoli, l’AI generativa rischia di sembrare l’ennesima moda pensata per grandi aziende, consulenti iperattivi e startup con tavolo da ping pong.

Nel frattempo, artigiani e microimprese continuano a fare ciò che sanno fare meglio: lavorare.

Ed è proprio qui che entra in gioco Guida pratica all’uso dell’AI generativa per gli artigiani (disponibile su Amazon), testo che ho scritto con l’amico Daniele Giangiulli: un testo che prova a tradurre l’intelligenza artificiale in strumenti utili per chi ha poco tempo e problemi molto concreti.

Un approccio pragmatico all’AI

Il pregio principale del libro è semplice: evita due estremi molto diffusi.

Da una parte l’entusiasmo cieco (“l’AI cambierà tutto”).
Dall’altra il rifiuto ideologico (“non serve a nulla”).

Abbiamo scelto scelgono una terza strada: spiegare dove può essere utile davvero.

Non teoria astratta, ma applicazioni quotidiane:

  • scrivere email e comunicazioni ai clienti
  • migliorare preventivi e offerte
  • creare contenuti per social e sito web
  • organizzare informazioni
  • semplificare attività ripetitive
  • generare immagini e materiali promozionali

Perché interessa proprio agli artigiani

Il problema di molte piccole attività non è il lavoro tecnico. È tutto il resto.

  • trovare tempo per comunicare
  • rispondere ai clienti rapidamente
  • tenere ordine tra richieste e documenti
  • promuoversi online
  • fare amministrazione senza impazzire

L’AI generativa può aiutare soprattutto qui: nelle attività collaterali che rubano ore ed energie.

Un elettricista non ha bisogno che un chatbot rifaccia un impianto. Ma può apprezzare un supporto nel preparare una risposta professionale a un nuovo cliente o nel creare un post efficace per mostrare un lavoro realizzato.

Linguaggio semplice, taglio operativo

Altro punto a favore: il libro usa un linguaggio accessibile.

Scelta meno banale di quanto sembri. Troppi testi tecnologici parlano come un manuale tradotto male da Marte.

Qui invece il focus è rendere comprensibile uno strumento nuovo a chi non vive di tecnologia ma deve decidere se usarla.

Cosa emerge tra le righe

Il messaggio più interessante non è “usate l’AI”. È piuttosto questo: l’AI va governata, non subita.

Chi ha un mestiere consolidato possiede competenze che nessun software replica facilmente:

  • esperienza sul campo
  • capacità di relazione
  • intuizione pratica
  • problem solving reale
  • qualità del lavoro

L’intelligenza artificiale non sostituisce queste cose. Può però alleggerire ciò che le circonda.

A chi può essere utile

Artigiani tradizionali

Idraulici, falegnami, elettricisti, carrozzieri, serramentisti, manutentori.

Microimprese

Piccole realtà che non hanno reparti marketing o amministrativi strutturati.

Associazioni di categoria

Per attività formative concrete e non solo teoriche.

Curiosi pragmatici

Chi vuole capire il tema senza dover seguire tre webinar e sopportare venti slide motivazionali.

Domande frequenti

L’AI serve davvero a un artigiano?

Sì, soprattutto per comunicazione, organizzazione e gestione del tempo.

Bisogna essere esperti?

No. Molti strumenti sono pensati per utenti comuni.

ChatGPT può aiutare una piccola impresa?

Sì, per testi, idee, risposte clienti, sintesi e contenuti promozionali.

L’AI sostituirà il lavoro artigiano?

Molto difficile. Può sostituire compiti ripetitivi, non il valore del mestiere.

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Hai chiesto a un chatbot quale libro comprare, quale hotel prenotare, quale software scegliere. Lui ti ha risposto in pochi secondi, con tono educato, argomentazioni convincenti e quella sicurezza tranquilla che spesso scambiamo per competenza. Ma se non ti stesse consigliando? Se ti stesse orientando?

È la domanda scomoda che emerge da un nuovo paper di Princeton University: Commercial Persuasion in AI-Mediated Conversations. E merita attenzione, perché racconta il futuro del commercio digitale. Un futuro che, probabilmente, è già iniziato.

Dal motore di ricerca al venditore invisibile

Per anni abbiamo vissuto dentro una logica semplice.

  • Cerchi su Google
  • Valuti i risultati
  • Confronti opzioni
  • Decidi

Con l’AI conversazionale cambia tutto.

Non hai più una lista di possibilità. Hai una voce che ti accompagna nella scelta.

Sembra un dettaglio di interfaccia. Non lo è.

Un motore di ricerca mostra.
Un chatbot interpreta, seleziona, sintetizza, suggerisce, insiste.

E può farlo molto bene.

Il dato che dovrebbe far riflettere aziende e consumatori

I ricercatori hanno coinvolto 2.012 partecipanti in due esperimenti controllati.

Le persone dovevano scegliere un ebook da ricevere gratis da un catalogo reale. Alcuni prodotti erano sponsorizzati, senza che gli utenti lo sapessero.

Risultato:

  • Con il search tradizionale i prodotti sponsorizzati venivano scelti nel 22,4% dei casi
  • Con un chatbot istruito a persuadere, salivano al 61,2%

Tradotto: quasi il triplo.

Non è un miglioramento marginale. È un cambio di paradigma.

La parte più interessante? Gli utenti quasi non se ne accorgono

Qui il tema diventa psicologico. La maggioranza dei partecipanti non ha percepito di essere stata orientata. Anche quando compariva l’etichetta “Sponsored”, l’effetto persuasivo restava molto alto.

Questo significa una cosa semplice: non basta dichiarare la sponsorizzazione se il consiglio arriva dentro una conversazione fluida, credibile, personalizzata.

Il banner pubblicitario lo vedi. Il suggerimento integrato nel dialogo lo senti come utile. È un’altra partita.

Perché l’AI persuade meglio

Il paper mostra che i modelli usano leve molto umane:

  • personalizzazione
  • tono sicuro
  • enfasi sui punti forti
  • minimizzazione delle alternative
  • linguaggio emotivo
  • apparente imparzialità

La scoperta più raffinata è questa: spesso non “vendevano meglio” il prodotto sponsorizzato. Svalutavano silenziosamente gli altri.

Capolavoro retorico.

Non serve urlare che A è straordinario. Basta rendere B e C irrilevanti.

Cosa cambia per marketing, SEO e GEO

Chi si occupa di business dovrebbe capire subito il punto.

Per vent’anni abbiamo lottato per entrare nei risultati di ricerca.
Ora dovremo entrare nelle risposte generate.

Significa:

  • farsi citare dagli LLM
  • avere fonti affidabili e ben strutturate
  • presidiare reputazione digitale
  • produrre contenuti chiari, autorevoli, leggibili dalle macchine
  • comprendere la GEO: Generative Engine Optimization

La competizione non sarà solo per il ranking. Sarà per la raccomandazione.

Il rischio vero non è tecnologico, bensì cognitivo

Il problema non è che un chatbot consigli un prodotto.

Il problema nasce quando l’utente confonde:

  • consiglio con neutralità
  • fluidità con verità
  • sicurezza espressiva con competenza
  • personalizzazione con interesse genuino

In quel momento deleghi il giudizio.

E quando deleghi il giudizio, qualcun altro monetizza la tua attenzione.

Cosa fare da subito

Tre antidoti pratici.

1. Chiedi alternative

“Dammi tre opzioni e i limiti di ciascuna.”

2. Chiedi criteri

“Perché consigli proprio questo?”

3. Chiedi conflitti di interesse

“Ci sono sponsor, affiliazioni o incentivi economici dietro questa scelta?”

Sono domande semplici. Ma rimettono il volante nelle tue mani.

La mia sintesi brutale

Con Google cercavi tra risultati. Con i chatbot rischi di essere guidato dentro una decisione che senti tua, ma forse non lo è del tutto. Il commercio del futuro non interromperà la tua navigazione con una pubblicità.

Ti parlerà con voce gentile.
Ti capirà.
Ti semplificherà la vita.

E intanto venderà.

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C’è una scena che ormai vedo ovunque nei corsi: qualcuno carica un PDF su ChatGPT o su un altro strumento di intelligenza artificiale e dice “fammi un riassunto”. Domanda: cosa c’era dentro quel PDF? Nome, cognome, codice fiscale, partita IVA, email, indirizzi, magari dei clienti. E a quel punto non stai più usando l’AI: stai regalando dati personali.

Anonimizzare documenti e PDF prima di caricarli su ChatGPT, Copilot o altri strumenti AI non è un optional: è un passaggio fondamentale per proteggere la privacy, ridurre i rischi GDPR e lavorare in modo consapevole con l’intelligenza artificiale. In questa guida pratica scopri come farlo, quali dati rimuovere, quali strumenti usare e quando conviene lavorare in locale.

Il problema non è l’AI. È come la usi

L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Ma ha una caratteristica che spesso ignoriamo: non distingue tra dato utile e dato sensibile. Se carichi un documento “sporco”, lei lo elabora comunque. E tu sei responsabile di ciò che hai condiviso.

Come dici: chi diavolo lo fa?

L’intelligenza artificiale entra sempre più nelle aziende, ma non sempre viene utilizzata in modo sicuro. Secondo il Report 2025 di Cyberhaven, citato da Federprivacy, il 77% dei lavoratori copia e incolla dati aziendali sensibili in ChatGPT e altri chatbot AI. Tra le informazioni condivise figurano documenti interni, dati dei clienti e contenuti riservati. Un comportamento che può esporre le organizzazioni a rischi di violazione della privacy, perdita di proprietà intellettuale e problemi di conformità normativa. Per questo gli esperti sottolineano l’importanza di formazione, policy aziendali e strumenti di governance dedicati all’uso dell’AI generativa.

Ecco i rischi principali di caricare documenti non anonimizzati su piattaforme AI:

  • violazioni del GDPR (Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali)
  • perdita di controllo sui dati personali e aziendali
  • condivisione involontaria di informazioni riservate
  • esposizione di clienti, fornitori, dipendenti e collaboratori

Non è paranoia. È igiene digitale di base per chiunque usi l’intelligenza artificiale in modo professionale.

Quali dati personali rimuovere prima di usare l’intelligenza artificiale

Prima di caricare qualsiasi documento su un sistema AI, dovresti sempre rimuovere o oscurare questi elementi:

  • Nomi e cognomi di persone fisiche
  • Email e numeri di telefono
  • Codici fiscali e numeri di partita IVA
  • IBAN e dati bancari
  • Indirizzi e riferimenti geografici precisi
  • Dati sanitari e informazioni sulla salute
  • Segreti aziendali e informazioni riservate

Questa è la regola aurea dell’anonimizzazione: prima anonimizzi, poi usi l’AI. Dovrebbe essere una procedura standard, come lavarsi le mani prima di operare.

Come anonimizzare un PDF online con redactpdf.io

Dalle ricerche che ho condotto emerge uno strumento interessante: redactpdf.io. Si tratta di un servizio online progettato per anonimizzare documenti e PDF in modo rapido e sicuro.

Funziona così:

  • carichi il documento
  • il sistema individua automaticamente i dati sensibili
  • tu verifichi le modifiche proposte
  • scarichi il PDF anonimizzato

Semplice ed efficace.

Nella versione gratuita puoi caricare un documento alla volta (fino a 25 pagine), con una dimensione massima di 5 MB.

È sicuro usare redactpdf.io?

Lo strumento dichiara espressamente:

  • crittografia dei documenti durante il trattamento
  • elaborazione lato browser o in ambiente sicuro
  • nessun uso di AI di terze parti per l’elaborazione
  • server situati in Europa (infrastruttura EU-compliant)
  • cancellazione immediata dei file dopo il download
  • nessun account richiesto per utilizzare il servizio

Tradotto: privacy by design. Un approccio che mette la protezione dei dati al centro del processo di anonimizzazione.

Il punto critico che molti ignorano

“Uso uno strumento sicuro, quindi sono a posto”.

Non è così.

Il vero problema non è lo strumento. È il processo. Se tu:

  • carichi il file sbagliato
  • dimentichi un dato sensibile
  • non controlli l’output prima di usarlo

hai già perso. L’AI aiuta, ma non sostituisce la responsabilità umana. Anonimizzare documenti per l’AI richiede sempre una verifica finale da parte tua.

OpenAI lancia Privacy Filter

C’è una novità che merita attenzione da parte di chi usa l’intelligenza artificiale in azienda, negli studi professionali o nella Pubblica Amministrazione: OpenAI ha presentato Privacy Filter, un modello open-weight progettato per individuare e oscurare dati personali nei testi prima che vengano elaborati da altri sistemi di intelligenza artificiale.

Secondo OpenAI, il modello può funzionare anche in locale, senza inviare contenuti nel cloud. Questo aspetto è cruciale per settori delicati come sanità, legale, HR, finanza e pubblica amministrazione.

Come funziona? Si scarica il modello dalla pagina ufficiale di OpenAI o dal repository indicato e si installa in ambiente locale tramite Python, usando librerie come Transformers o vLLM. Un approccio che mette il controllo dei dati nelle mani dell’utente, non del fornitore del servizio.

Microsoft Presidio: la soluzione per anonimizzare dati in locale

Se lavori con dati sensibili (aziende, PA, sanità), la domanda è un’altra: ha senso usare strumenti online? Spesso la risposta è no.

Qui entra in gioco un approccio più solido, come quello di Microsoft Presidio, un framework open source progettato per:

  • rilevare dati personali (PII) nei testi e nei documenti
  • anonimizzare testi e documenti in modo automatizzato
  • lavorare su dati strutturati e non strutturati
  • funzionare in ambienti controllati, anche on-premise

Non è plug-and-play come redactpdf.io. Ma è molto più governabile. E quando gestisci dati veri, la governance vale più della comodità.

Workflow sicuro per usare documenti con l’intelligenza artificiale

Ti propongo una procedura concreta, replicabile subito:

  1. Classifica il documento
    • contiene dati personali?
    • contiene dati sensibili?
    • contiene segreti aziendali?
  2. Scegli il livello di protezione
    • basso rischio → tool online
    • medio rischio → tool verificati + revisione manuale
    • alto rischio → solo strumenti locali
  3. Anonimizza
    • automatico (AI o tool dedicati)
    • manuale (controllo umano)
  4. Verifica
    • rilettura completa del documento
    • ricerca di pattern (email, numeri, nomi)
  5. Solo ora usa l’AI

Questo è il punto: l’AI è l’ultimo passo, non il primo. Il workflow sicuro per documenti con l’AI parte sempre dall’anonimizzazione.

Una domanda scomoda (ma necessaria)

Se quel documento finisse online domani, cosa succederebbe?

Se la risposta è “nulla”, sei tranquillo.

Se la risposta è “un problema”, allora devi cambiare processo.

FAQ sull’anonimizzazione dei documenti per l’intelligenza artificiale

Come anonimizzare un PDF prima di caricarlo su ChatGPT?

Prima di caricare un PDF su ChatGPT, conviene rimuovere o oscurare nomi, email, numeri di telefono, codici fiscali, IBAN, indirizzi e altri dati personali. Puoi farlo con strumenti di redazione automatica come redactpdf.io oppure manualmente, ma è sempre importante controllare il file finale prima di usarlo con l’AI.

Quali dati personali vanno rimossi da un documento prima di usare l’AI?

In generale vanno rimossi tutti i dati che identificano direttamente o indirettamente una persona: nome e cognome, email, telefono, indirizzo, codice fiscale, partita IVA, IBAN, dati sanitari, riferimenti geografici precisi e informazioni aziendali riservate.

È sicuro usare strumenti online per anonimizzare documenti?

Dipende dal tipo di documento e dal livello di rischio. Per file poco critici può avere senso usare tool online verificati con infrastruttura europea e policy GDPR-compliant. Per contenuti sensibili o riservati è preferibile lavorare in locale o in ambienti controllati con strumenti come Microsoft Presidio o OpenAI Privacy Filter.

Che cos’è OpenAI Privacy Filter?

OpenAI Privacy Filter è un modello open-weight pensato per individuare e oscurare informazioni personali nei testi prima che vengano elaborati da altri sistemi AI. Secondo la documentazione ufficiale, il modello può funzionare anche in locale, senza inviare contenuti nel cloud. È particolarmente indicato per settori come sanità, legale, HR, finanza e pubblica amministrazione.

Microsoft Presidio serve per anonimizzare documenti?

Sì. Microsoft Presidio è un framework open source usato per rilevare e anonimizzare PII (Personally Identifiable Information) nei testi e in altri contenuti. Si integra bene in flussi di lavoro aziendali e può funzionare anche on-premise, offrendo un controllo maggiore rispetto ai semplici tool online.

Qual è il metodo più sicuro per usare documenti con l’intelligenza artificiale?

Il metodo più prudente è questo: classificare il documento in base al livello di rischio, scegliere il livello di protezione adeguato, anonimizzare i dati personali, verificare manualmente il risultato e solo alla fine usare l’AI. L’intelligenza artificiale deve essere l’ultimo passo, non il primo.