Immaginate di affidare un lavoro a un nuovo collaboratore. Gli spiegate benissimo che cosa deve fare, poi gli consegnate tre preventivi superati, una presentazione del 2022, un verbale senza data e una cartella chiamata “Definitivo_vero_ultimo”. Quando sbaglia, gli rimproverate di non aver capito la richiesta.

Con l’intelligenza artificiale rischiamo di fare qualcosa di simile. Dedichiamo molta attenzione alla frase da scrivere nella chat e meno ai materiali che dovrebbero permettere di svolgere il compito. Un’istruzione impeccabile, però, non risolve una contraddizione tra due documenti dei quali abbiamo dimenticato di indicare la validità.

Questa riflessione prende spunto dall’articolo Effective context engineering for AI agents, pubblicato da Anthropic il 29 settembre 2025. Il tema è la progettazione del contesto disponibile agli agenti AI: istruzioni, informazioni e risultati delle azioni, selezionati e aggiornati durante il lavoro.

Che cos’è il context engineering

Il context engineering riguarda la gestione delle informazioni che un modello riceve mentre svolge un compito. Il prompt engineering si concentra sulla formulazione delle istruzioni; il context engineering considera anche documenti, cronologia e strumenti. Anthropic lo presenta come un’evoluzione del prompting, particolarmente rilevante per gli agenti che eseguono più passaggi.

La mia lettura pratica è questa: quando delego all’AI, devo preparare un incarico completo. Che cosa deve produrre? Quali dati deve utilizzare? Quale documento prevale? Quali informazioni mancano? Come controllerò il risultato?

È una prospettiva che si collega al mio metodo G.O.L., Guidare, Obiettivo, Limiti. A quelle istruzioni affiancherei una verifica dei materiali: abbiamo fornito all’assistente ciò che gli serve per rispettarle?

Una finestra di contesto grande non garantisce una lettura perfetta

Il lavoro Lost in the Middle: How Language Models Use Long Contexts, di Nelson F. Liu e colleghi, ha mostrato che, nei modelli e nei compiti studiati, la posizione delle informazioni influenzava le prestazioni. Le risposte erano spesso migliori quando il dato utile si trovava all’inizio o alla fine dell’input, peggiori quando era nel mezzo.

Un altro studio, RULER: What’s the Real Context Size of Your Long-Context Language Models?, di Cheng-Ping Hsieh e colleghi, ha valutato capacità che vanno oltre il recupero di un singolo dettaglio. Nei modelli analizzati, l’allungamento del contesto poteva accompagnarsi a cali importanti delle prestazioni.

Si tratta di ricerche del 2023 e del 2024: non sono una pagella dei chatbot disponibili oggi. Suggeriscono però una precauzione sensata: verificare come il modello usa i materiali sul nostro compito, anziché dedurlo soltanto dalla quantità di testo che può accettare.

Questo non significa che dobbiamo accorciare tutto. Se chiediamo un confronto completo tra due contratti, eliminare le clausole più scomode per “fare pulizia” sarebbe un disastro. L’obiettivo che propongo è rendere riconoscibili le informazioni necessarie, conservando l’accesso agli originali.

Un esempio: preparare un corso aziendale senza confondere i documenti

Supponiamo di dover progettare un corso di tre ore sull’AI per un gruppo commerciale. Abbiamo una mail del cliente, gli appunti della call, un questionario e programmi di corsi precedenti.

La richiesta “Agisci come un formatore esperto e prepara un corso coinvolgente” lascia aperte troppe decisioni. Un programma precedente potrebbe prevedere una giornata intera, un pubblico diverso o strumenti che il nuovo cliente non usa.

Io preparerei il lavoro in questo modo:

MaterialeFunzione nel nuovo incarico
Brief confermato dal clienteStabilisce pubblico, durata, obiettivi e vincoli concordati.
Questionario dei partecipantiDescrive competenze iniziali e bisogni, senza modificare gli accordi commerciali.
Programma precedenteOffre esempi riutilizzabili; durata e condizioni appartengono al vecchio incarico.
Appunti della callSegnalano ipotesi e punti ancora da confermare.

La distinzione decisiva è tra un dato approvato e un’idea ancora in discussione. Se nella call qualcuno ha proposto cinque ore, ma il brief finale ne conferma tre, voglio che l’assistente segnali il conflitto e segua il brief. Non che faccia una media creativa di quattro ore.

Questo schema è una mia applicazione operativa del tema, da adattare al proprio lavoro: proposte commerciali, piani editoriali, report, procedure interne.

Archivio, recupero delle informazioni e contesto sono cose diverse

Un archivio può contenere tutto lo storico di un’organizzazione. Per preparare una proposta specifica, invece, vorrei recuperare i documenti pertinenti e capire quale versione usare.

Il paper Retrieval-Augmented Generation for Knowledge-Intensive NLP Tasks, di Patrick Lewis e colleghi, descrive un approccio che combina un modello generativo con il recupero di informazioni da una memoria esterna. È il riferimento originario della RAG, Retrieval-Augmented Generation.

In questa prospettiva, la RAG può contribuire a costruire il contesto, ma non esaurisce il problema: dopo aver trovato un documento, bisogna ancora decidere come utilizzarlo. Nel nostro esempio, recuperare il vecchio programma è utile per gli esercizi; copiarne le condizioni commerciali sarebbe un errore.

Per questo, nel mio archivio di lavoro, darei ai materiali una scheda essenziale: titolo, data, stato, progetto di appartenenza e funzione. Un nome come “Programma approvato, cliente X, ottobre 2026” offre un’indicazione molto più comprensibile di “File nuovo 7”.

Per gli agenti conta anche come funzionano gli strumenti

Quando l’assistente può cercare file o interrogare altri servizi, il contesto dipende anche dalle informazioni restituite da quegli strumenti. Nell’articolo Writing effective tools for AI agents, using AI agents, Anthropic raccomanda strumenti con scopi chiari e risposte pertinenti. Segnala inoltre che funzioni sovrapposte possono complicare le scelte dell’agente.

Applicato al nostro corso, vorrei una ricerca che restituisse il programma richiesto, la data e il suo stato. Se la risposta presenta soltanto un titolo, come distinguo una bozza da una versione approvata?

Prima di aggiungere un nuovo collegamento all’assistente, mi chiederei quindi: quale passaggio del lavoro rende possibile? Quali informazioni restituisce? Come verificheremo che siano quelle corrette?

Come mantenere il filo nei lavori lunghi

Per attività prolungate, Anthropic descrive tre strategie: compattare la conversazione, conservare note strutturate fuori dalla finestra di contesto e distribuire compiti mirati a sottoagenti. Sono approcci da scegliere in base al lavoro, non passaggi obbligatori per ogni richiesta.

Per il progetto del corso, io inizierei da una scheda di avanzamento: requisiti confermati, decisioni prese, dubbi aperti, documenti usati e prossimo passo. Se la durata cambia, aggiorno quella scheda e indico quale decisione è stata superata.

La farei controllare anche al responsabile del progetto. Una sintesi sbagliata, conservata con grande efficienza, rimane sbagliata.

Un prompt da provare subito

Ecco una richiesta da usare dopo aver allegato i materiali del nostro esempio:

Aiutami a progettare un corso di tre ore sull’AI per il team commerciale.

Prima di scrivere il programma, prepara una tabella con: documento, data indicata, informazioni utili, ruolo della fonte e possibili contraddizioni. Se data o stato non sono presenti, segnala “non indicato”.

Il brief confermato dal cliente stabilisce i requisiti. Usa il questionario per adattare il livello; i programmi precedenti sono esempi, senza valore per durata o condizioni del nuovo incarico. Gli appunti della call possono contenere proposte non approvate.

Non inventare informazioni mancanti. Fammi le domande necessarie a risolvere i dubbi che impediscono di costruire il programma.

Dopo il chiarimento, proponi una scaletta di 180 minuti, con obiettivo e attività per ogni modulo. Indica a quali materiali si collegano le scelte e distingui le tue proposte dai requisiti del cliente.

Questo prompt rende esplicite le regole del nostro incarico. Il suo valore va verificato sul risultato: riconosce le incongruenze? Rispetta il tempo disponibile? Inventa requisiti?

Un esercizio: stesso prompt, materiali organizzati diversamente

Per un laboratorio, proporrei di preparare due insiemi di documenti con le stesse informazioni. Nel primo lasciamo titoli vaghi e versioni indistinte. Nel secondo aggiungiamo date, stato e funzione delle fonti. Usiamo la stessa richiesta in conversazioni separate, con lo stesso modello e le stesse impostazioni disponibili.

Prima di partire, definiamo i criteri: requisiti rispettati, contraddizioni individuate, dati inventati e correzioni necessarie. Ripetiamo il confronto, perché una singola risposta riuscita non dimostra un vantaggio stabile. È un test pratico locale, non una prova scientifica generale.

Per accompagnare la riflessione sul prompting, qui trovi il mio intervento Tutti dobbiamo imparare a usare i prompt.

Prima di correggere il prompt, controlliamo il briefing

La competenza che mi interessa portare in azienda comprende anche questo: riconoscere le fonti, chiarire gli accordi e accorgersi di ciò che manca. Il context engineering offre un modo utile per ragionare su queste responsabilità quando lavoriamo con l’AI.

Alla prossima risposta insoddisfacente, suggerisco una verifica concreta: l’assistente aveva accesso al documento giusto? Sapeva che era quello approvato? Gli avevamo spiegato come trattare gli altri?

Magari il prompt va riscritto. Magari, prima, va sistemata la cartella “Definitivo_vero_ultimo”.

Vuoi sperimentare questo approccio con il tuo gruppo di lavoro? Scopri il mio corso di prompt engineering e contattami per costruire un laboratorio sui vostri casi reali.

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    Durante i miei corsi mi fanno spesso una domanda: «Perché ChatGPT nel pomeriggio sembra più lento?». La teoria è irresistibile: quando in Italia sono le 15 o le 16, negli Stati Uniti comincia la giornata lavorativa. Gli americani si collegano e noi restiamo in coda?

    Perché potrebbe essere vero

    Le risorse di calcolo non sono infinite. OpenAI riconosce esplicitamente che nelle ore di punta possono verificarsi rallentamenti. E il rapporto sull’incidente del 10 febbraio 2026 racconta di domanda superiore alla capacità disponibile, con conseguenti errori. Non è soltanto una metafora: quando le richieste aumentano, i sistemi devono distribuire il carico, accodare, limitare o rifiutare alcune richieste.

    Le linee guida ufficiali sui limiti delle API spiegano proprio che picchi di traffico possono mettere sotto pressione i server. Inoltre la differenza di fuso rende l’ipotesi plausibile: le 15 italiane corrispondono indicativamente alle 9 sulla costa orientale statunitense, salvo le settimane in cui cambiano gli orari legali in date diverse.

    Perché la teoria potrebbe essere sbagliata

    Non sappiamo se le richieste italiane e statunitensi siano instradate sulla medesima capacità di inferenza, né quale sia il carico effettivo per fascia oraria. L’infrastruttura è distribuita, il traffico viene bilanciato e la capacità può essere riassegnata. Un approfondimento tecnico di OpenAI descrive quanto contino bilanciamento del carico e gestione delle connessioni.

    Inoltre «più lento» non significa «meno intelligente». La velocità dipende dal modello, dalla lunghezza della risposta, dalla complessità della richiesta e dalle operazioni aggiuntive. La documentazione sulla latenza spiega perché la generazione dei token può richiedere tempi diversi. Una risposta inesatta, invece, non dimostra affatto che i server siano sovraccarichi.

    Gli incidenti possono anche dipendere da problemi software: il post-mortem del 2 giugno 2026 attribuisce rallentamenti ed errori a una modifica di configurazione che ha saturato una dipendenza condivisa, non a un risveglio collettivo degli americani.

    Che cosa dicono i documenti tecnici sui rallentamenti

    La guida ufficiale di OpenAI sulla lentezza di ChatGPT cita esplicitamente le ore di punta, ma raccomanda anche di controllare browser, cache, rete e pagina di stato. È quindi una conferma della possibilità di rallentamenti legati alla domanda, non della specifica teoria del pomeriggio italiano.

    Il rapporto OpenAI sull’incidente del 10 febbraio 2026 è ancora più istruttivo: una flotta di modelli aveva capacità insufficiente rispetto alle richieste e si sono verificati errori. È una prova concreta che il rapporto tra domanda e capacità conta.

    Attenzione però alle spiegazioni alternative: il rapporto sull’incidente del 12 febbraio 2026 attribuisce un disservizio a un aggiornamento software, mentre quello del 4 febbraio 2026 descrive una riduzione della capacità del database durante una manutenzione. Non tutti i problemi nascono da troppi utenti.

    Per capire come sistemi di inferenza AI possano distribuire le richieste tra risorse diverse, è utile anche l’architettura di riferimento Google Cloud per il model serving. Si tratta di una spiegazione generale, non di una descrizione dell’infrastruttura interna di ChatGPT.

    Come verificare la teoria: un piccolo esperimento

    Per due settimane, dal lunedì al venerdì, lanciamo lo stesso prompt in una nuova conversazione, sullo stesso modello e con le stesse impostazioni, alle 9, alle 12, alle 15, alle 17 e alle 21. Registriamo il tempo fino alla prima parola, il tempo totale, eventuali errori e il numero approssimativo di parole generate. Ripetiamo più volte ogni prova e confrontiamo le mediane. Annotiamo anche eventuali incidenti sulla pagina di stato.

    Per misurare la qualità, invece, prepariamo un insieme separato di quesiti con risposte verificabili e valutiamo gli errori senza sapere a quale orario appartenga ciascuna risposta. Non basta un’impressione dopo una giornata di lavoro.

    Domande frequenti su ChatGPT lento nel pomeriggio

    Perché ChatGPT è lento alle 15 o alle 16?

    Tra le possibili cause ci sono picchi di traffico, problemi temporanei del servizio, richieste complesse, connessioni locali lente e differenze tra modelli. Non esistono prove pubbliche sufficienti per attribuire sistematicamente i rallentamenti di quell’orario agli utenti statunitensi.

    Gli americani che si collegano possono rallentare ChatGPT in Italia?

    In teoria, una domanda globale elevata può incidere sulla capacità disponibile. Tuttavia non è pubblico il dettaglio necessario per dimostrare che il traffico statunitense provochi un rallentamento quotidiano degli utenti italiani.

    ChatGPT diventa meno intelligente quando i server sono sovraccarichi?

    Un servizio sotto carico può rispondere più lentamente o generare errori. Questo non dimostra un calo della qualità del ragionamento: per verificarlo servono test controllati con risposte valutabili.

    Come capire se ChatGPT ha problemi oggi?

    Controlla OpenAI Status, confronta una richiesta breve in una nuova chat e verifica la connessione. Un problema isolato non basta per concludere che esista un disservizio globale.

    Il verdetto provvisorio

    Sì, un picco di domanda può peggiorare la disponibilità e la velocità di un chatbot. No, non abbiamo prove che ChatGPT diventi sistematicamente meno capace nel pomeriggio italiano per colpa degli utenti americani. La teoria è una buona ipotesi da testare, non una conclusione dimostrata.

    La prossima volta che alle 15:30 ChatGPT sembra distratto, prima di accusare New York controllate lo stato del servizio, provate una nuova conversazione e confrontate la stessa richiesta in un altro momento. La scienza comincia quando smettiamo di confondere una sensazione con una misura.

    Ti è capitato? Scrivimi in quale fascia oraria e con quale chatbot: potremmo trasformare questa curiosità in un esperimento collettivo.

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      C’è chi al mattino manda fiori, glitter e tazzine di caffè. Io ho pensato di aggiungere tre notizie sull’intelligenza artificiale. Il nome della rubrica era praticamente scritto: Buongiornissimo AI. Sottotitolo: Tre notizie prima del caffè.

      L’idea è costruire un appuntamento quotidiano per Instagram, Facebook e LinkedIn: tre notizie recenti, spiegate in italiano, con un commento leggermente ironico e il mio avatar come protagonista. Una piccola redazione del mattino, con una tazzina al posto della riunione di coordinamento.

      La parte interessante è il percorso: dalla richiesta detta a voce alla definizione di un processo che comprende ricerca, verifica, scrittura, immagini, collegamenti ai social e programmazione. Ecco come l’ho impostato, comprese le correzioni fatte durante il lavoro.

      1. Sono partito dal risultato, detto a voce

      La prima richiesta era questa: ogni mattina alle sette trovare le tre migliori notizie delle ultime ventiquattro ore, soprattutto dagli Stati Uniti, e raccontarle con tre immagini con protagonista il mio avatar.

      Inizialmente pensavo a un reel. Avevo indicato pubblico, frequenza, contenuti, personaggio e destinazioni. Avevo anche chiesto proposte per il titolo della rubrica, suggerendo “Buongiornissimo AI”.

      Tra le alternative c’erano “Caffè corretto AI”, “AI, sveglia!” e “La notte porta algoritmi”. Ho confermato la prima idea. La sua ironia si abbina bene al tono che cerco anche nella mia rubrica Tecnorisate: tecnologia spiegata con un sorriso, senza rinunciare al senso critico.

      2. Ho cambiato il formato: dal reel al carosello

      A un certo punto ho corretto la richiesta: «Una variante non per fare il reel, ma per un carosello». Questo passaggio cambia il lavoro da svolgere. Il prodotto finale diventa una sequenza di immagini con testo leggibile, invece di un video da montare, sonorizzare e sottotitolare.

      Il formato approvato comprende quattro immagini in 4:5: una copertina e tre schede, una per notizia. La copertina rende riconoscibile la rubrica; le schede sviluppano i contenuti.

      La sequenza desiderata è semplice: che cosa è successo, perché conta e una breve osservazione ironica. Se la battuta occupa tutto lo spazio e la notizia scompare, abbiamo preparato una cartolina, non una rassegna.

      3. Ho chiesto ricerca online e verifica delle notizie

      La ricerca delle notizie è un passaggio distinto dalla loro riscrittura. Nel brief ho chiesto novità delle ultime ventiquattro ore, con attenzione particolare agli Stati Uniti e ai temi che seguo: AI generativa, chatbot, agenti, applicazioni concrete, lavoro e comunicazione.

      Il criterio editoriale prevede almeno cinque risorse autorevoli complessive: annunci originali, documentazione, studi e testate affidabili. Quando possibile, un annuncio aziendale va confrontato con una fonte indipendente.

      Ho inserito una regola fondamentale: distinguere la data dell’articolo dalla data dell’evento. Una notizia vecchia ripresa oggi resta una notizia vecchia. E se non emergono tre aggiornamenti solidi, il processo deve segnalarlo e preparare meno schede. Il numero tre è un formato editoriale, non una licenza per inventare.

      4. Ho dato all’avatar un’identità visiva precisa

      La richiesta per la grafica era molto concreta: il mio avatar che beve un caffè, con i simboli di ChatGPT, Gemini, Claude e altri strumenti visibili dentro la tazzina. Un’immagine volutamente illustrativa, che rende riconoscibile la rubrica.

      Il riferimento deve essere il mio avatar originale. L’obiettivo è conservare volto, abbigliamento e identità, cambiando la scena in funzione della notizia. La documentazione di OpenAI sulla generazione di immagini descrive sia la creazione sia la modifica di immagini: nel mio progetto, il riferimento visivo e gli esempi approvati servono a guidare questa continuità.

      Ho guardato le immagini una alla volta e, dopo aver approvato tutte e tre, ho indicato che lo stile doveva restare quello. Questa approvazione va tradotta in un riferimento stabile accessibile anche alle esecuzioni future: palette, composizione, carattere dell’avatar, posizione dei titoli e livello di dettaglio.

      Nel video seguente mostro un test collegato: come creo varianti del mio avatar con ChatGPT. È il contesto visivo da cui nasce anche questa rubrica.

      5. Ho chiesto di verificare i collegamenti ai tre social

      Sapevo di aver collegato Instagram e LinkedIn, mentre non ero sicuro di Facebook. Ho quindi chiesto una verifica tramite Composio. Nella conversazione il collegamento Facebook è passato attraverso un’autorizzazione aggiuntiva, che ho completato.

      Il ruolo di Composio è mettere a disposizione strumenti per agire sulle applicazioni collegate, come spiega la sua documentazione sul funzionamento delle sessioni e degli strumenti. La documentazione sull’autenticazione chiarisce il ruolo delle connessioni agli account. Per il mio flusso, occorre verificare anche quale profilo o Pagina verrà usato e quali operazioni sono effettivamente autorizzate.

      Le destinazioni previste sono Instagram @gbonanomi, il mio profilo LinkedIn e la Pagina Facebook “Gianluigi Bonanomi Formatore sulla Comunicazione Digitale”. Un account collegato è un prerequisito; la prova del risultato resta la pubblicazione riuscita, con il relativo link.

      Anche il formato va precisato: su Instagram voglio un carosello; su Facebook un post con più foto; su LinkedIn un post con più immagini. Microsoft documenta il formato MultiImage di LinkedIn. Un documento PDF è un’opzione diversa e non fa parte del formato confermato per questa prova.

      6. Ho approvato un esempio prima della ricorrenza

      Prima di chiedere la programmazione, ho voluto vedere il primo carosello. Ho approvato le immagini una alla volta e autorizzato la pubblicazione sui tre canali. Il registro del 12 ottobre conserva gli esiti separati: Instagram e Facebook risultano pubblicati e verificati; per LinkedIn la creazione è riuscita, mentre la lettura successiva ha restituito un errore di accesso. Quel limite non va confuso con una pubblicazione fallita e non giustifica un secondo invio.

      Questo test serve a valutare l’intero percorso: qualità della selezione, sintesi dei testi, riconoscibilità dell’avatar, leggibilità e resa sui social. La sola presenza di immagini convincenti non dimostra che tutti i passaggi successivi funzionino.

      Copertina Buongiornissimo AI con avatar e caffè.
      Scheda 1 del primo carosello Buongiornissimo AI del 12 ottobre 2026.
      Scheda 2 del primo carosello Buongiornissimo AI del 12 ottobre 2026.
      Scheda 3 del primo carosello Buongiornissimo AI del 12 ottobre 2026.

      7. Come impostare la programmazione quotidiana delle 7

      La richiesta finale è stata di aggiungere “Buongiornissimo AI” alle azioni già presenti, senza interrompere le altre. Il numero delle azioni disponibili va controllato nel pannello aggiornato; il conteggio riportato durante una conversazione non sostituisce quella verifica.

      La documentazione sulle attività programmate di ChatGPT distingue l’orario o l’evento che avvia il lavoro dal prompt che descrive cosa eseguire. Specifica inoltre che le attività compatibili possono usare skill e plugin. Nel mio caso occorre rendere disponibili ricerca, riferimento dell’avatar e strumenti di pubblicazione anche durante l’esecuzione programmata.

      I passaggi da completare sono questi:

      1. Salvare il brief editoriale e gli esempi visivi approvati.
      2. Verificare che i collegamenti ai tre canali siano utilizzabili dal contesto programmato.
      3. Misurare la durata di una prova completa, dalla ricerca alla pubblicazione.
      4. Impostare una ricorrenza quotidiana nel fuso Europe/Rome, con preparazione anticipata se l’obiettivo è l’uscita alle 7.
      5. Salvare nell’azione il prompt completo, le destinazioni e l’autorizzazione alla pubblicazione automatica.
      6. Controllare che l’azione risulti attiva e verificare le prime esecuzioni, con esito separato per ogni piattaforma.

      L’azione quotidiana è stata creata e attivata, con avvio della ricerca e produzione alle 7, nel fuso Europe/Rome, dal 13 ottobre 2026. I post vengono pubblicati al termine della preparazione. Avviare il lavoro alle 7 non garantisce un’uscita esattamente alle 7: ricerca e generazione richiedono tempo. Per una maggiore puntualità occorre misurare i tempi e anticipare la preparazione.

      Il prompt operativo per Buongiornissimo AI

      Ogni giorno prepara “Buongiornissimo AI”, sottotitolo “Tre notizie prima del caffè”, per Gianluigi Bonanomi.
      
      Obiettivo: avviare ricerca e produzione ogni mattina alle 7:00, fuso Europe/Rome, su Instagram @gbonanomi, sul profilo LinkedIn di Gianluigi Bonanomi e sulla sua Pagina Facebook verificata. Pubblica al termine della preparazione.
      
      Cerca online tre notizie distinte sull’AI delle ultime 24 ore rispetto alla ricerca, soprattutto dagli Stati Uniti. Consulta almeno cinque risorse autorevoli complessive. Verifica date, nomi, numeri e disponibilità; separa annunci, indiscrezioni e fatti. Evita ripetizioni usando lo storico accessibile. Se non trovi tre notizie solide, riduci il numero delle schede e segnala il motivo.
      
      Per ogni notizia prepara un titolo di massimo otto parole, una spiegazione breve, una frase sulla sua utilità e un commento ironico riconoscibile come tale. Italiano naturale, nessuna emoji, nessun trattino lungo.
      
      Crea quattro immagini separate: copertina più tre notizie, in 4:5 (1080 × 1350). Usa l’avatar originale e gli esempi visivi salvati. Mantieni lo stesso stile. La copertina deve rendere riconoscibili nome e data della rubrica. Se il riferimento non è accessibile, segnala il blocco senza inventare un avatar sostitutivo.
      
      Prepara una didascalia per Instagram e Facebook e una versione adatta a LinkedIn. Riporta le fonti con link e associazione alle notizie nella didascalia o in un commento accessibile, secondo le possibilità del canale.
      
      Verifica accuratezza, refusi, avatar, leggibilità, ordine e disponibilità dei file. Pubblica automaticamente sui tre canali autorizzati: carosello Instagram, post con più foto Facebook, post con più immagini LinkedIn.
      
      Controlla separatamente l’esito di ogni pubblicazione e restituisci i link. Non ripubblicare sui canali già riusciti se uno fallisce. In caso di risultato incerto, controlla prima di riprovare. Conserva materiali, notizie e identificativi per evitare duplicati. Non dichiarare riuscite operazioni prive di conferma.

      Le skill danno continuità al lavoro

      In questo progetto le funzioni da coordinare sono cinque: ricerca delle notizie, verifica editoriale, scrittura, generazione delle immagini e pubblicazione. La ricorrenza stabilisce quando attivarle.

      Una skill può raccogliere regole riutilizzabili: tono, criteri di selezione, struttura delle schede e controlli. In questa configurazione l’azione richiama Library per recuperare avatar, esempio approvato e registro; Composio per usare i canali collegati; la generazione immagini per produrre le nuove schede. Le istruzioni della rubrica sono salvate nel prompt dell’azione, senza attribuire alla prova una skill dedicata che non è stata creata.

      La cosa che volevo ottenere era questa: trasformare un’idea detta a voce in un appuntamento editoriale con regole chiare e uno stile riconoscibile. Il caffè può essere disegnato dall’AI. Le notizie, prima di servirle, vanno controllate.

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      Nei miei corsi lavoriamo su casi concreti come questo: definiamo obiettivi, fonti, stile e controlli, poi mettiamo alla prova il processo. Se vuoi capire come applicarlo alla tua attività, scrivimi.

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        Pagavo 60 euro su Fiverr per farmi realizzare delle varianti del mio avatar. A un certo punto ho provato ad affidare la stessa operazione a ChatGPT. Il risultato mi ha soddisfatto: per quella specifica esigenza ho ottenuto rapidamente ciò che cercavo, senza commissionare un’altra lavorazione.

        Da qui nasce il mio video “ChatGPT sta già sostituendo i grafici?”. Vi mostro il test e parto da una domanda che sento continuamente durante i miei corsi: l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? Non sono convinto che lo ruberà a tutti. Ma liquidare il problema con “la creatività umana è insostituibile” mi sembra altrettanto sbrigativo.

        Guarda il video: il mio test con ChatGPT al posto di Fiverr

        Prima di ragionare su professioni e scenari, guardate che cosa è successo in questo caso concreto. Nel video mostro l’operazione sul mio avatar e spiego perché ho smesso di acquistare quella specifica prestazione su Fiverr.

        Puoi anche guardare il video direttamente su YouTube. Tenete a mente una distinzione: ottenere una variante di un’immagine già definita e progettare un’identità visiva sono lavori con obiettivi e responsabilità diversi.

        Da 60 euro a un abbonamento: il risparmio va capito

        Nel mio caso, il confronto era tra una lavorazione da 60 euro e un abbonamento che, nel racconto del test, considero nell’ordine dei 20 euro al mese. È un confronto riferito alla mia esperienza, non un listino aggiornato di ChatGPT né una promessa di ottenere qualsiasi lavoro grafico a quel prezzo.

        Se una singola prestazione evitata vale più del costo mensile dello strumento, il vantaggio economico può essere immediato. Per valutare davvero il risparmio, però, bisogna considerare anche il tempo per dare istruzioni, selezionare le proposte e correggere eventuali difetti. Un risultato che giudico adatto alle mie slide non è automaticamente un file pronto per ogni impiego professionale.

        E la formula “perfetto in un secondo”? Rende bene lo stupore, ma non è un benchmark. La formulazione che preferisco è questa: un risultato rapidamente utilizzabile per la mia esigenza. Velocità e qualità vanno valutate sull’intero processo, non soltanto sul momento in cui compare l’immagine.

        AI e lavoro: distinguere le mansioni dalle professioni

        Un mestiere è composto da molte attività. Un grafico può discutere il brief, studiare il pubblico, progettare un sistema visivo, produrre varianti, verificare la coerenza e gestire revisioni. Automatizzare una di queste attività cambia il mestiere; non dimostra, da solo, che l’intera professione sia scomparsa.

        Il rapporto 2025 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), realizzato con NASK, stima che un lavoratore su quattro nel mondo sia in un’occupazione con qualche grado di esposizione all’AI generativa. Gli autori indicano la trasformazione del lavoro come esito più probabile, perché molte occupazioni comprendono attività che richiedono ancora un contributo umano. Esposizione non significa posti già persi.

        Non sarebbe corretto, però, trasformare questa distinzione in una rassicurazione universale. Se una parte consistente dei ricavi di un professionista arriva da prestazioni che i clienti iniziano a svolgere da soli, la perdita di incarichi può essere reale anche se il nome della professione continua a esistere. Nel mio piccolo, ho smesso di acquistare un servizio: per chi lo vendeva, quella domanda è venuta meno.

        Lo studio di Ole Teutloff e colleghi sulla domanda di freelance, pubblicato nel Journal of Economic Behavior & Organization, osserva su una piattaforma online un calo della domanda per alcune competenze sostituibili, come scrittura e traduzione, rispetto alla tendenza controfattuale. È un risultato circoscritto a quel mercato e a quelle attività: non misura tutti i grafici e non consente di generalizzare il mio test a un intero settore. Mostra però perché il problema degli incarichi va preso sul serio.

        Il valore del grafico: decidere che cosa deve comunicare un’immagine

        Continuo a vedere valore nel professionista che sa capire un problema di comunicazione, scegliere una direzione, motivarla e portarla fino alla consegna. Per esempio: a chi deve parlare quell’avatar? In quale contesto verrà usato? Deve trasmettere autorevolezza, ironia o vicinanza? Quali elementi devono restare riconoscibili nelle diverse versioni?

        Sono le domande che propongo di mettere al centro del servizio. L’AI può aiutare anche a esplorare idee e soluzioni, ma qualcuno deve stabilire criteri, valutare il risultato e assumersi la responsabilità della scelta. Vendere questa capacità richiede di renderla visibile al cliente, non soltanto di dichiararsi creativi.

        Il rischio riguarda anche attività meno ripetitive di quanto immaginiamo. Nello studio sperimentale di Fabrizio Dell’Acqua e colleghi, nella versione del 2023, i consulenti con GPT-4 miglioravano velocità e qualità su compiti compatibili con le capacità del sistema, ma su un compito esterno a quella frontiera producevano meno spesso una soluzione corretta. La ricerca riguarda quel modello e quei compiti: la lezione utile è imparare a valutare dove l’assistenza funziona e dove serve un controllo più attento.

        La creatività umana non è una polizza contro l’automazione

        Dire che la “vera creatività” resterà sempre esclusivamente umana può essere una posizione filosofica. Non la userei come garanzia economica. Un cliente può scegliere un risultato che considera utile e originale senza dover risolvere prima il dibattito sulla coscienza delle macchine.

        La ricerca di Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser, pubblicata su Science Advances nel 2024, aiuta a complicare il quadro: in un esperimento sulla scrittura di racconti, accedere a idee generate dall’AI migliorava le valutazioni di creatività, qualità e piacevolezza, soprattutto per gli autori inizialmente meno creativi. Al tempo stesso, i racconti assistiti risultavano più simili fra loro. Non è uno studio sul graphic design, ma suggerisce un’opportunità e un rischio: ottenere proposte migliori e finire tutti nella stessa zona delle idee.

        Per questo consiglio di usare l’AI anche come interlocutore creativo, continuando a cercare riferimenti, esperienze e scelte riconoscibili. La capacità di selezionare e modificare le proposte diventa parte del lavoro. Ho affrontato un cambiamento simile nell’articolo su come l’AI sta rivoluzionando le presentazioni: produrre più facilmente i materiali rende ancora più utile progettare bene il messaggio.

        Harari, il senso del lavoro e le scelte che restano nostre

        Il riferimento a Yuval Noah Harari invita ad allargare lo sguardo. Nelle FAQ pubblicate sul suo sito ufficiale, lo storico descrive sia scenari di esclusione dal lavoro sia scenari nei quali la tecnologia libera le persone da attività faticose e consente di sviluppare il proprio potenziale. Sottolinea che l’esito dipende dalle scelte umane, non da un destino tecnologico già scritto.

        La mia lettura è che il tempo risparmiato possa essere reinvestito nella progettazione, nella relazione con il cliente e nella qualità delle decisioni. Non attribuisco a Harari la formula “automatizzare l’esecuzione per concentrarsi sul senso” come se fosse una sua citazione: è il modo in cui io traduco questa riflessione nel lavoro quotidiano.

        E non avviene automaticamente. Un’azienda può usare il tempo guadagnato per formare le persone, migliorare il servizio oppure chiedere più produzione a parità di risorse. L’AI apre possibilità; la scelta organizzativa decide come distribuirne i benefici.

        Parti da una tua attività e guarda il test

        L’esperimento che suggerisco è semplice: scegliete una prestazione circoscritta, definite prima che cosa rende il risultato accettabile e confrontate il processo abituale con quello assistito dall’AI. Misurate tempo complessivo, qualità, correzioni e costo. Poi chiedetevi quali parti richiedano ancora la vostra competenza e come valorizzarle.

        Guardate il mio test nel video “ChatGPT sta già sostituendo i grafici?” e provate a riportarlo al vostro lavoro. Quale prestazione potrebbe smettere di essere acquistata? Quale competenza, invece, potreste offrire meglio grazie al tempo guadagnato?

        Guarda il video su YouTube e valuta il risultato del test.

        Vuoi sperimentare l’AI nel lavoro del tuo team?

        Nei miei corsi per aziende, professionisti ed enti partiamo da attività concrete, definiamo criteri di qualità e proviamo a capire dove l’AI può aiutare. Se vuoi organizzare un laboratorio su questi temi, scrivimi indicando il pubblico e le attività sulle quali vorresti lavorare.

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          Immaginate questa telefonata: «Papà, ho avuto un problema. Mi servono dei soldi subito. Ti prego, non chiamare nessuno». Dall’altra parte sentite una voce familiare. Oppure siete in amministrazione e arriva un messaggio vocale del titolare: «Fai questo bonifico adesso, poi ti spiego». Sono due scene esemplificative, non il racconto di episodi che mi sono accaduti. Ma pongono una domanda molto concreta: basta riconoscere una voce per sapere chi sta parlando?

          Con i deepfake vocali, la risposta è no. E una delle contromisure più accessibili consiste nel concordare in anticipo una parola segreta, o meglio una breve frase segreta, con i propri familiari. In azienda un accordo simile può aiutare, purché resti dentro una procedura di verifica. Mi piace questa soluzione perché si può spiegare senza aprire un manuale di informatica. Però va usata bene: una parola corretta non è un lasciapassare per un bonifico.

          Che cosa sono le truffe con deepfake vocali

          Un deepfake vocale è un audio sintetico o manipolato che imita la voce di una persona. La Federal Trade Commission, l’autorità statunitense per la tutela dei consumatori, spiega che un truffatore può sfruttare una breve registrazione, anche ricavata da contenuti pubblicati online, per simulare la voce di un familiare. Non esiste una durata magica dell’audio che renda ogni imitazione perfetta: la qualità dipende dallo strumento e dal materiale disponibile.

          Il messaggio può arrivare come telefonata o nota vocale. Non occorre immaginare sempre una conversazione generata in tempo reale: anche un breve audio preparato può servire a rendere credibile una richiesta. Nell’allerta del 15 maggio 2025, il Federal Bureau of Investigation (FBI) ha documentato una campagna di messaggi e audio generati con l’AI che impersonavano alti funzionari statunitensi. La clonazione della voce è dunque anche uno strumento per conquistare fiducia e ottenere accesso agli account.

          In famiglia: la falsa emergenza mette fretta

          Nel nostro esempio, una figlia dice di avere perso il telefono, di essere bloccata o di aver bisogno di un pagamento urgente. Il genitore prova ad aiutare. Il truffatore aggiunge fretta e isolamento: «Non dirlo alla mamma», «Non chiamarmi, questo telefono non riceve», «Manda subito». Il copione mira a far partire il pagamento prima della verifica.

          La FTC descrive proprio le false emergenze familiari rese più convincenti dalla clonazione vocale e raccomanda di contattare la persona usando un numero già noto. Se non risponde, suggerisce di cercarla attraverso altri familiari o amici. È un passaggio essenziale: l’impossibilità di raggiungerla subito non conferma la storia raccontata dal chiamante.

          Una parola segreta contro i deepfake vocali: come sceglierla

          La proposta non è una mia invenzione. Nell’avviso dell’Internet Crime Complaint Center dell’FBI del 3 dicembre 2024, tra le contromisure compare esplicitamente una parola o frase segreta familiare per verificare l’identità. Lo stesso documento descrive l’uso di audio sintetici per impersonare parenti in difficoltà.

          Ecco come propongo di trasformare quel consiglio in un’abitudine concreta:

          • Scegliete insieme una breve frase insolita e facile da ricordare. Evitate nomi, compleanni, scuole e informazioni che avete già pubblicato. «Il tostapane va in vacanza» è soltanto un esempio inventato per questo articolo: proprio perché è pubblico, non usatelo.
          • Concordatela in un momento tranquillo e riservato. Coinvolgete chi potrebbe ricevere una richiesta, compresi i nonni. Spiegate quando serve e fate una prova.
          • Tenetela separata dalle password degli account. Non riutilizzate credenziali, PIN o codici bancari. Non pubblicatela e non lasciatela in messaggi o documenti facilmente accessibili.
          • Chiedete la frase senza suggerirla. «Qual è la nostra frase?» è diverso da «La frase era il tostapane, vero?». Se la dite voi, avete appena regalato la risposta.
          • Cambiatela se viene esposta. Se l’avete pronunciata a un sospetto truffatore o temete che qualcuno l’abbia letta, concordatene una nuova attraverso un contatto verificato.

          Se la persona sbaglia o non ricorda, non concludete automaticamente che l’emergenza sia falsa: una persona davvero in difficoltà potrebbe confondersi. Fermate il pagamento e verificate per un’altra strada. La frase serve ad aggiungere un controllo, non a decidere se qualcuno meriti aiuto.

          La regola da ricordare: chiedi, chiudi, richiama

          Una richiesta urgente di denaro o dati dovrebbe attivare questa sequenza: chiedi la frase, chiudi la chiamata, richiama il numero che conosci già. Non usare quello indicato nel nuovo messaggio. Se non riesci a verificare, coinvolgi un altro contatto fidato. Anche se la frase è corretta, una richiesta insolita merita conferma.

          Il limite è semplice: un segreto può essere rubato, ascoltato o fatto rivelare con un inganno. Una volta noto, può essere pronunciato anche dalla voce falsa. Per questo considero la parola segreta un controllo in più, non una protezione infallibile. Non comunicate mai codici di accesso temporanei per “dimostrare chi siete”: l’FBI avverte anche del furto dei codici di autenticazione attraverso queste campagne.

          In azienda: il capo deve rispettare la procedura

          Torniamo al falso titolare. «Sono in riunione, non posso parlare. Paga questo nuovo fornitore». Una frase di verifica concordata con un gruppo ristretto può far emergere un problema, ma non dovrebbe autorizzare un’operazione. Se tutti in azienda conoscono lo stesso segreto e lo scrivono ovunque, quel controllo perde gran parte del suo valore.

          Nella guida al Business Email Compromise, le frodi che sfruttano comunicazioni aziendali apparentemente legittime, l’FBI raccomanda di verificare richieste di pagamento e cambiamenti delle coordinate attraverso un contatto diretto, prestando particolare attenzione alla fretta. Il consiglio riguarda le frodi via email, ma applicarlo anche alle richieste vocali è una precauzione organizzativa sensata.

          La procedura che suggerisco alle aziende prevede:

          • Richiamata su un recapito già verificato per richieste insolite e cambi di IBAN, usando la rubrica aziendale o l’anagrafica del fornitore.
          • Seconda approvazione per pagamenti rilevanti o fuori dalle modalità abituali, secondo soglie definite dall’organizzazione.
          • Conferma nel sistema previsto per i pagamenti, con verifica di beneficiario, importo e causale. Un audio non deve sostituire l’autorizzazione.
          • Possibilità di sospendere l’operazione senza rimproveri. La verifica deve essere consentita anche quando la richiesta sembra arrivare dall’amministratore delegato.

          La frase utile per chi lavora in amministrazione è: «Verifico attraverso il canale concordato e poi procedo». Questa può essere pubblica: è una regola di lavoro, non il segreto di autenticazione.

          Perché non basta cercare una voce metallica

          Accenti strani, pause e risposte incoerenti possono insospettire, ma non sono un test affidabile. Una cattiva connessione può rendere strana anche una chiamata autentica. Il National Cyber Security Centre britannico segnala che i contenuti sintetici diventano più difficili da distinguere e che gli strumenti di rilevamento possono essere inefficaci o inaffidabili. Affidare tutto all’orecchio, o a un’app che promette un verdetto definitivo, lascia quindi un vuoto nella verifica.

          Per vedere un esempio giornalistico del problema, questo servizio di NBC News del marzo 2023, in inglese, racconta il rischio delle chiamate che imitano la voce di un familiare. È un approfondimento d’archivio, non una misura della diffusione attuale delle truffe.

          Una prova da fare prima della telefonata

          Dedicate pochi minuti a una simulazione concordata, senza clonare voci e senza spaventare nessuno. Una persona interpreta una richiesta insolita di denaro; l’altra chiede la frase, interrompe e richiama il contatto già noto. Poi invertite i ruoli. In ufficio aggiungete il passaggio della seconda approvazione. Se durante la prova nessuno sa chi chiamare, avete trovato qualcosa da sistemare prima di una vera emergenza.

          Per chi vuole lavorare sul tema con i figli, nel mio corso sull’intelligenza artificiale per genitori con Fastweb Digital Academy c’è anche un modulo dedicato ai deepfake e alla verifica dei contenuti.

          Se avete già disposto un pagamento sospetto, contattate subito la banca o il servizio usato per pagare e chiedete quali interventi siano ancora possibili, senza dare per certo il recupero. Conservate messaggi e dettagli dell’operazione; in azienda avvisate immediatamente chi gestisce sicurezza e amministrazione. La tempestività nel contattare l’intermediario è raccomandata anche dalla guida dell’FBI alle frodi BEC.

          Il consiglio che lascio è molto pratico: concordate oggi una frase riservata e una procedura di richiamata. Non serve smettere di fidarsi dei familiari o dei colleghi. Serve dare alla fiducia un modo per verificare chi sta davvero chiedendo qualcosa. Una voce può essere imitata; la vostra procedura deve continuare a valere anche quando quella voce sembra perfetta.

          Vuoi organizzare un corso sull’AI e sui rischi dei deepfake?

          Organizzo corsi e workshop per aziende, enti e associazioni sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, con esempi pratici e simulazioni. Se vuoi approfondire questi temi con il tuo team o organizzare un incontro per famiglie e genitori, scrivimi usando il modulo qui sotto.

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            Puoi indicare il pubblico, il tema e il formato dell’incontro che hai in mente.

            Per anni la domanda è stata: l’intelligenza artificiale sa scrivere una riga di codice? Oggi la domanda è diventata più scomoda: può aiutare una persona a costruire un prodotto software intero, abbastanza buono da mettere in discussione il modello di business di chi vende software?

            La notizia di Tom’s Hardware Italia parla di un singolo sviluppatore che avrebbe ricostruito l’intera suite Adobe con Claude e l’avrebbe pubblicata gratis. È una storia perfetta per i titoli e per LinkedIn: un uomo, un’intelligenza artificiale, sette software e un colosso alle corde. Ma il fact checking racconta una vicenda più interessante, e meno cinematografica.

            Che cosa è successo davvero: sette progetti, non una nuova Creative Cloud

            Professionista creativo al lavoro su un computer con strumenti digitali
            Un flusso creativo passa sempre più spesso da applicazioni che dialogano con l’AI. Foto di litoon dev via Unsplash.

            Il progetto si chiama ArtCraft. Il suo gruppo ha pubblicato sette applicazioni open source: PhotoCraft per l’editing delle immagini, VectorCraft per la grafica vettoriale, FilmCraft per il video, LightCraft per lo sviluppo fotografico, EffectCraft per gli effetti, DesignCraft per l’impaginazione e PdfCraft per lavorare con i PDF. Sono riscritture in Rust, dichiarate “clean room”, cioè realizzate senza copiare il codice sorgente Adobe. Non sono prodotti Adobe e non sono una suite integrata che oggi sostituisce senza attriti Creative Cloud.

            La distinzione conta. Il repository di PhotoCraft documenta la compatibilità con file PSD, livelli, maschere e comandi richiamabili anche da riga di comando, JSON e MCP. È una direzione molto interessante: software progettato per essere usato sia da persone sia da agenti AI. Ma la pagina di stima della parità funzionale è un’autovalutazione del progetto, non una verifica indipendente. Dichiara il 100% di copertura dei menu di Photoshop, ma circa il 65% di corrispondenza visiva nei file PSD di test e stima all’86% la parità funzionale per i flussi di lavoro principali. La stessa pagina segnala lacune e approssimazioni, soprattutto nelle funzioni AI e nei casi complessi.

            Perciò “ha ricostruito tutta Adobe” è una formula giornalistica, non una descrizione tecnica precisa. Il risultato non è irrilevante: in pochi giorni un progetto piccolo ha messo sul tavolo una base software ampia, aperta e agent-ready. Ma non equivale ancora a Photoshop, Premiere, Illustrator, InDesign, Acrobat e Lightroom maturi, testati, accessibili e interoperabili come gli strumenti professionali Adobe.

            Un primo sguardo alle applicazioni ArtCraft, nel video del canale FUTC.

            Il fact checking: quali affermazioni reggono?

            Affermazione Esito del controllo
            È stato creato un insieme di alternative open source ai prodotti Adobe Sì: i repository ArtCraft elencano sette applicazioni distinte, scritte in Rust.
            Claude ha generato da solo una suite pronta a sostituire Adobe Non dimostrato. Il progetto è attribuito a uno sviluppatore esperto assistito dall’AI; la parità dichiarata è parziale e auto-valutata.
            Le applicazioni sono gratuite e open source I repository indicano licenze MIT e Apache-2.0. Questo non certifica da solo qualità, sicurezza o sostenibilità.
            PhotoCraft apre e salva file PSD Il repository lo dichiara e descrive test su un corpus di file. La fedeltà documentata è incompleta.
            I programmatori hanno una probabilità bassa di essere sostituiti Dipende dalla metrica. Will Robots Take My Job mostra un rischio calcolato più basso del voto degli utenti, ma le sue categorie e stime non sono una profezia sul singolo lavoratore.

            Anche il ruolo di Claude va descritto con precisione. Anthropic presenta Claude Opus 5.5 come un modello capace di affrontare attività di coding agentico e lavori lunghi su basi di codice. Questo rende plausibile che possa contribuire in modo sostanziale a un progetto software. Non consente però di concludere che abbia progettato, implementato, verificato e mantenuto in autonomia un prodotto complesso: repository, scelte architetturali, test e correzioni sono il risultato di un processo umano e tecnico più ampio.

            È SaaSmageddon? Sì, ma il bersaglio è il modello economico

            “SaaSmageddon” è un’etichetta efficace per descrivere la paura che l’AI renda superflui molti software in abbonamento. Il caso ArtCraft, da solo, non dimostra un’imminente fine del SaaS. Mostra però un cambiamento potenzialmente più profondo: il costo per costruire una prima versione di un software specializzato può scendere, mentre le interfacce e le funzioni diventano sempre più facili da delegare a un agente.

            Per Adobe non conta solo la lista delle funzioni. Un professionista paga anche per affidabilità, aggiornamenti, compatibilità, prestazioni, collaborazione, assistenza, ecosistema di plugin e continuità dei flussi di lavoro. Un clone può replicare molti comandi; replicare anni di abitudini, formati, integrazioni e responsabilità operative è un’altra cosa. Adobe stessa vende Creative Cloud come un ecosistema di app, servizi e funzioni generative, non come una collezione di pulsanti. I piani Creative Cloud confermano inoltre quanto l’abbonamento sia un elemento centrale della proposta commerciale.

            Il rischio per le aziende SaaS, allora, non è necessariamente che domani un solo sviluppatore faccia sparire un gigante. È che un utente chieda a un agente di svolgere il lavoro senza dover imparare o aprire tutte le applicazioni. Se l’agente può ritagliare immagini, impaginare un PDF, montare un video e trasferire i risultati tra strumenti, l’interfaccia software potrebbe diventare meno importante del servizio che risolve il problema. È lì che il modello “paghi ogni mese per usare questa applicazione” potrebbe dover cambiare.

            E i programmatori? Perché Will Robots Take My Job sembra rassicurante

            Progettazione di un prodotto digitale
            Il coding assistito dall’AI cambia le attività di sviluppo, con risultati che dipendono dal contesto. Foto di Mahmudul Hasan via Unsplash.

            Qui c’è una piccola sorpresa. La pagina Computer Programmers di Will Robots Take My Job, consultata il 9 ottobre 2026, riporta un rischio calcolato del 36%, classificato “Low Risk”, ma il voto degli utenti arriva al 78%, “High Risk”. Non è quindi corretto dire semplicemente che il sito assegna ai programmatori una bassa probabilità di sostituzione. La stima modellata è più contenuta; il sondaggio partecipativo è molto più pessimista.

            Lo stesso sito spiega che il suo punteggio tenta di stimare la sostituzione end-to-end di un’intera occupazione e non prevede che ogni persona perderà il lavoro entro una certa data. Inoltre, “computer programmer” è una categoria professionale ristretta: O*NET la descrive soprattutto come scrittura, modifica, test e manutenzione del codice sulla base di specifiche. I software developer, invece, analizzano bisogni, progettano soluzioni, definiscono requisiti e coordinano test e sviluppo. Nel linguaggio comune chiamiamo tutti “programmatori”, ma i lavori non sono identici.

            Un dato ufficiale statunitense aggiunge un’altra sfumatura: il Bureau of Labor Statistics prevede per i computer programmers una diminuzione occupazionale del 6% tra 2024 e 2034 e cita l’automazione di compiti ripetitivi, anche tramite AI. Per software developer, quality assurance analyst e tester, invece, la previsione pubblicata è di crescita del 10% tra 2025 e 2035. Le categorie e i periodi di riferimento sono diversi, quindi non vanno confrontati come se fossero la stessa professione. Ma il segnale è chiaro: automatizzare parte della programmazione non significa automaticamente eliminare ogni ruolo coinvolto nello sviluppo software.

            La ricerca non dà una risposta unica. Uno studio randomizzato di METR su 16 sviluppatori open source esperti e 246 attività, svolto con strumenti AI del 2025, ha rilevato un aumento medio dei tempi del 19% in quel contesto specifico. Al contrario, tre esperimenti sul campo con 4.867 sviluppatori Microsoft, Accenture e di una società Fortune 100, pubblicati su *Management Science*, hanno osservato un aumento medio del 26% nei compiti completati con assistenti di coding. Campioni, strumenti, attività e ambienti differiscono: nessuno dei due risultati autorizza a proclamare che l’AI renda sempre i programmatori più veloci o li sostituisca.

            L’Organizzazione Internazionale del Lavoro invita a ragionare sulle mansioni che compongono le professioni. Nel suo aggiornamento del 2025, stima che un lavoratore su quattro nel mondo operi in un’occupazione con qualche grado di esposizione alla GenAI, ma considera più probabile la trasformazione dei lavori che la loro completa eliminazione. Anche l’Anthropic Economic Index distingue tra automazione di singoli compiti e uso dell’AI per affiancare una persona: sono fenomeni diversi, spesso confusi nel dibattito pubblico.

            La domanda scomoda non è “l’AI scrive codice?”

            Il progetto ArtCraft mette in scena un paradosso: l’AI aiuta a costruire strumenti che possono automatizzare lavoro creativo e produttivo, ma per ora il salto di qualità arriva perché qualcuno sa che cosa costruire, conosce il linguaggio Rust, controlla il risultato e decide quali compromessi accettare. L’esperienza del programmatore non sparisce dal processo: cambia il punto in cui crea valore.

            La domanda utile diventa: quante persone serviranno per realizzare e mantenere software che prima richiedeva un team più ampio? E quante attività di sviluppo diventeranno accessibili a professionisti che non si definiscono programmatori? Il rischio non è solo che l’AI prenda il posto di chi scrive codice. È anche che cambi il prezzo, i tempi e le competenze necessarie per trasformare un’idea in un prodotto.

            È qui che il SaaSmageddon smette di essere una previsione apocalittica e diventa una domanda di strategia: se un agente può usare le applicazioni al posto mio, continuerò a pagare per l’applicazione, per l’agente, per il risultato o per l’intero flusso di lavoro? Adobe e le altre aziende software dovranno rispondere con prodotti più integrati, affidabili e capaci di collaborare con agenti. Gli sviluppatori dovranno spostare parte del proprio valore dal digitare codice al capire requisiti, architetture, sicurezza, test e conseguenze.

            Non siamo davanti alla prova che Claude abbia già rifatto Adobe. Siamo davanti a un esperimento pubblico che riduce la distanza tra idea e software utilizzabile. Per chi scrive codice, il rischio calcolato da un sito può anche apparire “basso”; per chi vende software, la domanda è più urgente: quanto vale un’applicazione quando un agente può costruirne una versione su misura, e quanto vale ancora quando quella versione funziona davvero?

            Per approfondire il rapporto tra AI e lavoro, ho raccolto alcune riflessioni anche in questa intervista su tecnologia, competenze e trasformazione delle professioni.

            Quando si parla di intelligenza artificiale, l’Italia sembra spesso il Paese che arriva alla festa quando stanno già sparecchiando. Gli altri costruiscono i modelli, noi discutiamo se sia opportuno usarli. Una rappresentazione efficace, soprattutto per un titolo. Ma quanto è corretta?

            La domanda da cui partire è molto concreta: esistono LLM italiani, cioè grandi modelli linguistici sviluppati da realtà del nostro Paese? Sì. Ci sono progetti universitari, modelli industriali e adattamenti di tecnologie internazionali. Per capire che cosa rappresentano, però, dobbiamo distinguere la ricerca dalla pubblicità e l’origine di un modello dalle prestazioni che riesce a dimostrare.

            Che cosa significa davvero “LLM italiano”

            Un LLM è il modello che elabora e genera linguaggio; un chatbot è uno dei modi con cui possiamo utilizzarlo. Un’interfaccia in italiano, magari con un nome evocativo e il tricolore nel logo, non basta a dimostrare che sotto ci sia un modello sviluppato in Italia.

            Per orientarsi, propongo di separare quattro domande: chi lo sviluppa? Su quali dati viene addestrato? Parte da un modello già esistente? Dove viene eseguito? Sono aspetti distinti, che possono combinarsi in modi diversi.

            Addestrare da zero significa costruire le capacità del modello attraverso il preaddestramento, anziché partire dai pesi già appresi da un altro LLM. Adattare un modello significa intervenire su una base esistente, per esempio con ulteriore addestramento o con esempi di istruzioni e risposte. Il paper scientifico su Minerva, presentato a CLiC-it 2024, affronta proprio questa distinzione e il controllo sui dati e sul vocabolario che il preaddestramento consente.

            Un progetto derivato può essere molto utile e richiedere competenze importanti. Basta descriverlo per quello che è. Anche il luogo di esecuzione è un’altra questione: un modello straniero può funzionare su un server italiano. Il passaporto del produttore e l’indirizzo del data center non sono la stessa informazione.

            LLM italiani: alcuni progetti documentati

            Quella che segue è una selezione di progetti verificabili, con caratteristiche diverse. Non è una classifica né un censimento completo. Le informazioni sono state controllate il 9 ottobre 2026; dove si parla di capacità dichiarate dai produttori, queste non vanno confuse con risultati di una mia prova comparativa.

            Minerva: dalla Sapienza a ChatMinerva

            Minerva nasce dal gruppo Sapienza NLP della Sapienza Università di Roma, guidato da Roberto Navigli. Il progetto coinvolge la Fondazione FAIR e utilizza il supercomputer Leonardo di CINECA. Il sito ufficiale di Minerva documenta una famiglia di modelli preaddestrati da zero su dati in italiano e inglese, con taglie da 350 milioni a 7 miliardi di parametri.

            C’è anche una distinzione utile per chi vuole provarlo: Minerva indica la famiglia di modelli; ChatMinerva è l’assistente che li porta dentro un’esperienza d’uso. Il sito presenta un percorso di industrializzazione con Babelscape e funzioni per lavorare con documenti e immagini. L’esistenza di questi servizi non rende automaticamente tutte le funzioni proprietà del solo modello linguistico di base.

            Velvet: modelli multilingue sviluppati da Almawave

            Velvet è la famiglia di LLM sviluppata da Almawave. La scheda tecnica ufficiale di Velvet-14B descrive modelli sviluppati da zero e addestrati sull’infrastruttura Leonardo di CINECA. Le taglie indicate sono 2 e 14 miliardi di parametri; le lingue comprendono italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

            La scheda indica una licenza Apache 2.0. È un elemento concreto per chi valuta integrazioni e personalizzazioni, ma non è una certificazione di qualità per ogni compito. La stessa documentazione riconosce possibili risposte inesatte e la necessità di verificare il comportamento nelle applicazioni specifiche.

            FastwebMIIA: modello e offerta per imprese e PA

            FastwebMIIA, Modello Italiano di Intelligenza Artificiale, è documentato nella model card ufficiale pubblicata da Fastweb. La versione descritta ha 7 miliardi di parametri ed è stata progettata e addestrata con attenzione alla lingua e al contesto culturale italiani.

            Qui la licenza merita attenzione: la distribuzione pubblica prevede condizioni per usi non commerciali e determinati usi interni; per gli impieghi commerciali è prevista una licenza distinta. La pagina dell’offerta aziendale FastwebMIIA presenta anche modalità on-premise e private cloud. Quindi esistenza del modello, accesso ai pesi e condizioni di impiego sono tre informazioni da controllare separatamente.

            LLaMAntino: adattare una base internazionale all’italiano

            LLaMAntino-3-ANITA mostra un’altra strada. Il paper di Marco Polignano, Pierpaolo Basile e Giovanni Semeraro descrive l’adattamento di Meta Llama 3 nella versione da 8 miliardi di parametri, con addestramento su dati italiani e inglesi e successivo allineamento delle risposte.

            È dunque un progetto di adattamento, non un modello preaddestrato da zero in Italia. Questa precisazione aiuta a capire da dove arrivano le capacità iniziali e quali dipendenze tecnologiche rimangono. Non sminuisce il lavoro: migliorare una base esistente può essere una scelta razionale.

            Domyn: modelli per contesti aziendali regolamentati

            Per Domyn conviene evitare elenchi fermi ai primi annunci. Il resoconto tecnico pubblicato il 15 aprile 2026 presenta Domyn-Large, da 263 miliardi di parametri, e richiama i precedenti Italia-10B e Colosseum-355B.

            Il documento spiega che Domyn-Large parte da Colosseum-355B e impiega compressione, ulteriore preaddestramento e fine-tuning, nel quadro della collaborazione con NVIDIA. Il progetto punta a compiti come generare interrogazioni per database e lavorare con informazioni aziendali strutturate. Queste sono capacità e risultati descritti dagli sviluppatori: per un acquisto vanno verificati sul proprio caso d’uso. Colosseum-355B è un modello; il nome Colosseum viene usato anche per un’infrastruttura di calcolo. Meglio non confonderli.

            EngGPT2: un altro esempio di sviluppo industriale

            Un rapporto tecnico del maggio 2026 su EngGPT2MoE-16B-A3B documenta il modello di Engineering e lo confronta con diversi LLM italiani e internazionali. L’architettura è di tipo Mixture of Experts: 16 miliardi di parametri complessivi, con 3 miliardi attivi.

            Il rapporto illustra risultati differenti secondo il benchmark, compreso quello italiano ITALIC. Essendo un preprint firmato da autori che includono gli sviluppatori, lo considero documentazione da esaminare, non una certificazione indipendente di superiorità. Ma è un ulteriore elemento concreto contro l’idea che in Italia non si sviluppino LLM.

            Un video per capire il contesto europeo

            Per approfondire il tema delle infrastrutture e dell’AI sovrana, propongo il keynote di Jensen Huang al GTC Paris 2025, richiamato anche nel resoconto tecnico di Domyn. È la prospettiva di NVIDIA, quindi va ascoltata tenendo presente il ruolo commerciale del relatore.

            https://www.youtube.com/watch?v=X9cHONwKkn4

            Esistere e guidare il mercato sono due cose diverse

            Questi progetti bastano a smentire l’affermazione “non esistono LLM italiani”. Non bastano a dimostrare che l’Italia guidi il mercato mondiale o che uno di questi modelli sia migliore di qualsiasi alternativa internazionale.

            Per sostenere un primato servono confronti aggiornati e riproducibili: stessi compiti, versioni dichiarate, impostazioni comparabili, costi e tempi di esecuzione misurati. Un numero di parametri più alto non è, da solo, una prova di maggiore utilità. E vincere un benchmark non equivale a rispondere correttamente alle domande dei dipendenti di un’azienda.

            Nel mio lavoro di formazione, la domanda che proporrei a un’organizzazione è più concreta: quale sistema svolge bene il compito che vogliamo affidargli, con un costo sostenibile e condizioni di gestione adeguate? Un assistente per cercare informazioni nei manuali di un’azienda e un chatbot generalista hanno esigenze diverse. Cercare un unico campione nazionale per entrambi rischia di essere un esercizio di tifo.

            L’Italia partecipa anche attraverso le infrastrutture

            La partita comprende anche la capacità di mettere calcolo e competenze a disposizione di chi sviluppa applicazioni. La scheda ufficiale EuroHPC dell’AI Factory italiana IT4LIA descrive un’iniziativa coordinata da CINECA, con servizi per preparazione dei dati, addestramento ed esecuzione dei modelli.

            Il comunicato EuroHPC del 22 aprile 2026 documenta la firma del contratto per potenziarne la capacità di calcolo. Lo stesso comunicato precisa che IT4LIA fornisce già risorse e servizi a PMI e startup dall’aprile 2025, sfruttando l’infrastruttura esistente, in particolare Leonardo. Il nuovo supercomputer è un potenziamento distinto: la firma del contratto non dimostra che sia già interamente operativo.

            Ne ho discusso anche nell’articolo “L’America crea, la Cina copia, l’Europa regolamenta?”: le formule geografiche sono comode per raccontare una competizione, ma rischiano di nascondere le collaborazioni e le diverse parti della filiera.

            Come valuterei un LLM italiano in azienda

            Propongo un test semplice da organizzare, anche durante un workshop. Prepariamo un piccolo insieme di documenti non riservati e una ventina di domande realistiche. Alcune devono avere una risposta nei documenti; altre devono essere volutamente senza risposta, per verificare se il sistema ammette di non sapere.

            Facciamo svolgere gli stessi compiti a più sistemi, distinguendo sempre il modello dall’applicazione che lo usa. Misuriamo correttezza, fedeltà ai documenti, rispetto delle istruzioni, qualità dell’italiano, tempi e costo. Registriamo anche quanto lavoro umano serve per correggere gli errori. È una proposta di valutazione pratica, non il resoconto di un test già svolto.

            Prima dell’impiego reale, chiederei inoltre al fornitore la versione del modello, la licenza applicabile e come vengono gestiti documenti, conversazioni e accessi. La nazionalità del produttore non sostituisce queste risposte. Un tricolore sul sito non è una scheda tecnica.

            La domanda utile: che cosa vogliamo costruire con l’AI?

            La mia lettura è che l’Italia abbia progetti credibili da conoscere e mettere alla prova, senza bisogno di raccontarli come campioni imbattibili. Ricerca, sviluppo industriale, adattamento di modelli e infrastrutture sono contributi diversi; riconoscerli permette di discutere opportunità e dipendenze con maggiore precisione.

            Per imprese e Pubblica Amministrazione, partirei dai processi da migliorare: documenti da trovare, informazioni da estrarre, richieste da gestire, attività da semplificare. Poi sceglierei il modello e il sistema più adatti, italiano o internazionale, sulla base delle prove.

            Gli LLM italiani esistono. La partita da giocare è trasformarli, insieme alle altre tecnologie disponibili, in strumenti utili e verificabili. Il rischio che vedo è fermarsi alternativamente al disfattismo o all’orgoglio da comunicato stampa. In entrambi i casi, il lavoro vero resta da fare.

            Se vi dicessi che per migliorare l’efficienza di un’azienda bisogna cominciare dal volante, probabilmente pensereste a una metafora da consulente. Nel caso di UPS, invece, il volante c’entra davvero.

            La storia è famosa: i furgoni marroni evitano di svoltare a sinistra. Una scelta apparentemente bizzarra, che nasconde una domanda interessante: il percorso che sembra più diretto è anche quello più conveniente?

            Prima, però, togliamo di mezzo un equivoco. “I furgoni UPS non girano a sinistra” funziona benissimo come titolo, ma è una semplificazione. UPS ha incorporato nella pianificazione dei percorsi criteri per ridurre le svolte a sinistra, soprattutto quando comportano rischi o inefficienze. Non si tratta di un divieto assoluto. Il resoconto del progetto pubblicato da INFORMS, l’associazione scientifica dedicata alla ricerca operativa e all’analisi dei dati, parla proprio di minimizzazione delle svolte, con una forte motivazione legata alla sicurezza.

            Già questa precisazione contiene una lezione: una buona regola operativa deve saper gestire le eccezioni.

            Perché UPS evita le svolte a sinistra

            Pensiamo a un incrocio in un Paese dove si guida a destra. Per svoltare a sinistra può essere necessario attraversare il flusso dei veicoli provenienti dalla direzione opposta. Occorre aspettare, valutare le distanze e trovare il momento giusto.

            Una strada può quindi apparire conveniente sulla mappa e diventare meno interessante quando consideriamo attese, manovre e condizioni reali.

            Nel paper UPS Optimizes Delivery Routes, pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica Interfaces, gli autori spiegano come abbiano penalizzato nel modello le svolte a sinistra e gli attraversamenti a zigzag su strade trafficate, per scoraggiare comportamenti potenzialmente meno sicuri.

            Attenzione: da questo non discende che fare tre svolte a destra sia sempre meglio che farne una a sinistra. Dipende dalla rete stradale, dal traffico, dai semafori e dalle consegne.

            La domanda utile diventa: quanto costa davvero questa scelta, considerando l’intero giro?

            ORION: dietro il volante c’è un problema matematico

            Il sistema protagonista di questa storia si chiama ORION, acronimo di On-Road Integrated Optimization and Navigation.

            Il suo compito è organizzare la sequenza delle consegne e dei ritiri tenendo conto dei vincoli operativi. Il paper del 2017 descrive un sistema di ottimizzazione basato su tecniche metaeuristiche: metodi che cercano soluzioni di buona qualità in problemi troppo complessi per essere affrontati enumerando ogni possibilità.

            La complessità nasce anche dalla necessità di rispettare orari e mantenere una certa coerenza nei percorsi quotidiani. Il giro matematicamente interessante deve poi essere praticabile da una persona, con un furgone carico, in una città reale.

            Un dettaglio raccontato da UPS rende bene l’idea. Nel comunicato del 2018 dedicato a UPSNav, l’azienda spiega che la navigazione deve arrivare anche alle baie di carico e agli accessi effettivi per le consegne, che possono trovarsi dalla parte opposta rispetto all’ingresso principale di un edificio.

            Chiunque abbia cercato l’ingresso merci di un capannone può capire il problema. Essere arrivati all’indirizzo giusto e trovarsi nel posto giusto sono due risultati diversi.

            Quanto ha risparmiato UPS? Evitiamo di mischiare i numeri

            Nel comunicato del 29 gennaio 2020 sull’evoluzione di ORION, UPS dichiarava risparmi di circa 100 milioni di miglia percorse e 10 milioni di galloni di carburante all’anno dall’introduzione del sistema.

            Sono dati aziendali, riferiti al periodo della comunicazione. E soprattutto riguardano l’intero sistema di ottimizzazione, non il solo fatto di evitare alcune svolte.

            Attribuire tutto il risultato alle svolte a destra sarebbe una scorciatoia narrativa. E, parlando di percorsi, sarebbe anche piuttosto ironico.

            Il valore nasce dalla combinazione di dati, pianificazione, sequenze di visita, navigazione e modalità operative. La svolta a sinistra è il dettaglio memorabile che permette di raccontare un lavoro molto più ampio.

            È intelligenza artificiale? Sì, ma non immaginiamoci ChatGPT al volante

            Qui conviene distinguere le tecnologie.

            Il paper scientifico del 2017 descrive soprattutto ricerca operativa e ottimizzazione matematica. Nel comunicato del 2020, UPS presenta ORION come una tecnologia che utilizza algoritmi avanzati, intelligenza artificiale e machine learning, annunciando la possibilità di ricalcolare i percorsi durante la giornata.

            Raccontare questo caso come se fosse nato da una domanda fatta a un chatbot sarebbe fuorviante.

            Per me, però, il collegamento con l’AI generativa è interessante sul piano del metodo: prima di chiedere a uno strumento di migliorare un’attività, dobbiamo capire che cosa vogliamo migliorare e come misureremo il risultato.

            “Fammi lavorare più velocemente” è una richiesta vaga. Ridurre i tempi di risposta mantenendo la qualità, evitare errori oppure diminuire i passaggi necessari sono obiettivi diversi. Possono richiedere interventi diversi.

            Quali sono le svolte a sinistra della nostra azienda?

            Propongo di usare questa storia come esercizio di osservazione.

            Una “svolta a sinistra”, in questa metafora, è un passaggio che sembra naturale perché lo abbiamo sempre fatto, ma il cui costo complessivo merita di essere verificato.

            Pensiamo a tre situazioni ipotetiche.

            Un preventivo passa da quattro persone. Possiamo chiedere all’AI di velocizzarne la stesura. Prima, però, chiediamoci dove si accumula il ritardo: nella scrittura, nella ricerca delle informazioni o nelle approvazioni?

            Una riunione produce un verbale che nessuno consulta. Trascriverla automaticamente può essere utile. Vale anche la pena verificare se il risultato necessario fosse un verbale completo oppure un elenco di decisioni, responsabili e scadenze.

            Una presentazione commerciale contiene quaranta slide. Possiamo utilizzare gli strumenti che ho raccontato nell’articolo su come creare presentazioni con l’AI. Ma potremmo prima domandarci quali informazioni servono davvero al cliente per decidere.

            Sono esempi da analizzare, non ricette universali. Un’approvazione può essere indispensabile; una riunione può prevenire un errore costoso. Per questo bisogna distinguere i vincoli reali dalle abitudini.

            Un prompt per trovare i passaggi da ripensare

            Ecco un esercizio che propongo a partire dal caso UPS. Scegliete un processo circoscritto e descrivetelo usando informazioni che siete autorizzati a condividere nello strumento scelto.

            Agisci come analista di processi aziendali. Aiutami a esaminare questo processo: [descrizione].

            L’obiettivo che voglio migliorare è: [obiettivo misurabile].

            Questi sono i passaggi attuali, i ruoli coinvolti, i tempi disponibili e i vincoli: [informazioni].

            Prima di proporre soluzioni, fammi cinque domande per individuare le informazioni mancanti.

            Poi identifica attese, duplicazioni, rilavorazioni e passaggi di consegne. Distingui i vincoli documentati dalle abitudini che sarebbe utile verificare.

            Proponi tre modifiche sperimentabili su piccola scala. Per ciascuna indica beneficio atteso, rischi, dati da raccogliere e condizioni che suggerirebbero di interrompere il test.

            Valuta dove potrebbero essere utili semplificazione organizzativa, automazione tradizionale o AI generativa. Non inventare tempi, costi o percentuali di risparmio. Presenta le tue proposte come ipotesi da verificare.

            Lo userei per preparare un confronto con le persone che svolgono quel lavoro. Le loro risposte potrebbero smentire la proposta apparentemente più brillante del chatbot. Sarebbe un risultato utile.

            Il cambiamento deve funzionare anche fuori dal software

            Un aspetto del caso UPS merita più attenzione del famoso incrocio.

            Lo studio di BSR sull’adozione di ORION, realizzato anche attraverso interviste al personale UPS, descrive le difficoltà nel portare il sistema dal laboratorio all’uso quotidiano. Servivano prove sul campo, formazione, comunicazione e cambiamenti nel modo di misurare il successo. Anche la qualità delle mappe richiedeva verifiche e correzioni.

            È una lezione che porterei in qualsiasi progetto aziendale sull’AI: nel piano di lavoro devono esserci anche il tempo per sperimentare, le persone coinvolte e i criteri con cui decidere se continuare.

            Per approfondire il caso originale, si può guardare la presentazione video del progetto UPS per il premio Franz Edelman 2016, pubblicata da INFORMS.

            https://www.youtube.com/watch?v=vyqIuXB_Qug

            La domanda che mi porto via da questa storia è semplice: quali passaggi del nostro lavoro continuiamo a considerare convenienti senza averne mai misurato il costo?

            Prima di accelerare con l’AI, dedicherei un po’ di tempo a rispondere. Potremmo scoprire che una parte del percorso non serve più.

            Un computer che bisogna anche tenere in vita. È questa l’immagine che mi ha fatto venire voglia di approfondire il tema suggerito dalla conversazione con Telmo Pievani a Supernova, il podcast di Alessandro Cattelan. La puntata “Evoluzione o distruzione?”, pubblicata l’8 ottobre 2026, offre lo spunto per una domanda che sembra uscita da un romanzo: il futuro dell’intelligenza artificiale potrebbe passare dai chip ai neuroni viventi?

            Per rispondere bisogna distinguere due strade: costruire circuiti elettronici ispirati al cervello e usare cellule nervose biologiche come parte di un sistema di calcolo. Possono incontrarsi, ma chiamarle entrambe “cervelli artificiali” nasconde più di quanto spieghi. Questo approfondimento ricostruisce la ricerca scientifica, senza attribuire a Pievani citazioni testuali del passaggio, del quale non ho potuto verificare una trascrizione.

            Che cos’è l’AI neuromorfica

            Nel calcolo neuromorfico l’ispirazione viene dall’organizzazione del sistema nervoso. Nel caso di processori come Loihi 2, i neuroni sono elementi elettronici: comunicano attraverso impulsi, detti spike, con elaborazione guidata dagli eventi. Memoria e calcolo sono integrati per ridurre gli spostamenti di dati. La documentazione di Intel su Hala Point descrive proprio questi principi.

            Un’analogia utile è il sensore che reagisce quando cambia qualcosa, anziché ricontrollare continuamente l’intera scena. Non descrive ogni architettura neuromorfica, ma aiuta a capire perché questo approccio interessa chi lavora su segnali in tempo reale e consumi energetici.

            Intel ha presentato Hala Point nel 2024: un prototipo di ricerca con 1.152 processori Loihi 2, capace di supportare fino a 1,15 miliardi di neuroni artificiali. Il numero non equivale all’intelligenza di un animale: contare i neuroni supportati non misura comprensione o coscienza. Inoltre i miglioramenti di efficienza dichiarati riguardano condizioni e compiti specifici, non qualsiasi applicazione AI.

            Neuroni viventi: che cosa cambia con l’intelligenza organoide

            Il secondo filone introduce materiale biologico. Nel paper del 2023 “Organoid intelligence (OI): the new frontier in biocomputing and intelligence-in-a-dish”, Lena Smirnova e colleghi propongono un programma di ricerca basato su colture tridimensionali di cellule cerebrali e interfacce con i computer.

            Un organoide cerebrale riproduce alcuni aspetti cellulari e organizzativi del tessuto nervoso. Non è un cervello umano completo in miniatura, con una persona dentro. L’obiettivo è studiare se reti biologiche possano elaborare informazioni e adattarsi agli stimoli in modi utili alla ricerca e al calcolo.

            Concretamente, un’interfaccia traduce gli input in stimolazioni elettriche, registra la risposta delle cellule e la rende utilizzabile dal software. Il sistema comprende quindi tessuto vivente, elettronica e programmi. Per parlare di prestazioni bisogna valutare questa combinazione, non soltanto la parte biologica.

            DishBrain: cellule nervose alle prese con Pong

            Un esperimento importante è DishBrain, descritto da Brett Kagan e colleghi su Neuron nel 2022. I ricercatori hanno collegato colture neuronali di origine umana o di roditore a una matrice di microelettrodi, inserendole in un ambiente simulato ispirato al videogioco Pong.

            La posizione della pallina diventava uno stimolo elettrico; l’attività della rete contribuiva a controllare la racchetta. Il feedback chiudeva il circuito: l’azione modificava l’ambiente e l’ambiente produceva nuovi segnali. Gli autori riportano segnali di apprendimento apparente entro cinque minuti, assenti nelle condizioni di controllo considerate.

            Il risultato è interessante perché mostra adattamento in un compito delimitato. Non significa che le cellule sapessero che cosa fosse un videogioco. E il termine sentience, presente nel titolo del paper, non va tradotto automaticamente in prova di coscienza umana: rispondere e adattarsi agli stimoli non risolve la questione dell’esperienza soggettiva.

            Brainoware: un organoide dentro un sistema ibrido

            Nel 2023 Hongwei Cai e colleghi hanno pubblicato su Nature Electronics “Brain organoid reservoir computing for artificial intelligence”. Il sistema, chiamato Brainoware, impiega un organoide collegato a una matrice di microelettrodi. Lo studio esplora il riconoscimento di segnali vocali e la previsione di un sistema non lineare attraverso il reservoir computing.

            Il principio è usare le dinamiche di un sistema come una trasformazione degli input: le risposte prodotte diventano informazioni da cui ricavare un risultato. In Brainoware una parte di questa trasformazione avviene nel tessuto biologico. Resta una dimostrazione sperimentale su compiti specifici, non un modello linguistico che conversa, naviga o prepara preventivi.

            CL1: dal paper a una piattaforma per i laboratori

            Esistono anche piattaforme proposte sul mercato. Cortical Labs presenta CL1 come un computer biologico che integra neuroni coltivati, un chip con elettrodi e il software biOS. La documentazione descrive un ambiente di supporto vitale progettato per mantenere le cellule fino a sei mesi.

            Gli usi indicati comprendono lo studio dell’elaborazione neuronale e degli effetti dei composti sulla funzione delle reti. Sono informazioni del produttore, da distinguere dalle valutazioni indipendenti. Il fatto che una piattaforma sia acquistabile non dimostra che possa sostituire i server dei chatbot.

            E NVIDIA? Il cervello ispira, ma non sostituisce le GPU

            Ho cercato anche un riscontro all’ipotesi che NVIDIA abbia anticipato una svolta biologica. Un riferimento pertinente è il resoconto ufficiale sul supercomputer JUPITER: NVIDIA descrive la collaborazione tra Ericsson e Forschungszentrum Jülich e cita approcci neuromorfici per un’inferenza AI efficiente nelle reti radio.

            Questa fonte parla di architetture ispirate al cervello, nel contesto di un’infrastruttura di supercalcolo. Non annuncia GPU sostituite da neuroni viventi. Nelle fonti ufficiali consultate non ho trovato un annuncio che sostenga quella previsione: sarebbe scorretto presentarla come una strategia già dichiarata dall’azienda.

            Perché ChatGPT non sta per trasferirsi in una coltura cellulare

            La prospettiva affascina, ma tra una dimostrazione e un servizio affidabile ci sono domande concrete. Quanto dura una rete? Come cambia nel tempo? Due colture producono risultati comparabili? Come si conserva o si replica ciò che hanno appreso? Quanto costa l’intero apparato?

            Il programma sull’intelligenza organoide identifica come sfide la crescita di strutture durevoli, le interfacce, gli algoritmi e la gestione dei dati. Propone anche un approccio etico integrato nella ricerca, che coinvolga più discipline e la società. Il consenso dei donatori e le possibili proprietà cognitive dei sistemi richiedono attenzione senza presupporre che gli organoidi attuali siano coscienti.

            Anche il risparmio energetico è una promessa da misurare. Un confronto serio deve usare lo stesso compito, una qualità del risultato comparabile e il consumo complessivo: elettronica, mantenimento della coltura e infrastruttura. Non basta contrapporre un neurone a un intero data center.

            Il prossimo passo potrebbe essere una convivenza

            La mia lettura è che valga la pena immaginare sistemi ibridi, con componenti diversi scelti per compiti diversi. È uno scenario, non una scadenza verificata: queste ricerche non permettono di fissare una data per un’AI generativa biologica di uso quotidiano.

            Per chi lavora con l’AI, oggi la domanda utile è capire quale risultato sia stato dimostrato e quale resti una promessa. Nei miei corsi proporrei questo esercizio: scegliere un annuncio, individuare il compito sperimentale e chiedersi se la prova giustifichi il titolo. È un modo concreto per allenare la lettura critica dell’innovazione.

            Dopo aver ragionato su AI e disallineamento evolutivo, questa ricerca offre un’altra prospettiva: studiare l’intelligenza significa anche interrogarsi sulla materia che la rende possibile. Un processore si aggiorna. Una rete vivente deve anche essere coltivata. La differenza merita più di un titolo sensazionalistico.

            Per vedere un esempio del filone elettronico, ecco il video ufficiale Intel dedicato a Hala Point. È una presentazione del produttore, utile per visualizzare il sistema.

            Davanti a una torta il nostro organismo non consulta il calendario delle prossime carestie. E davanti a un chatbot che produce un rapporto in pochi secondi, il nostro ufficio non si trasforma automaticamente in un’organizzazione capace di usarlo bene. Mi interessa questo possibile filo comune: cambiano gli ambienti, ma alcuni comportamenti continuano a funzionare secondo logiche che appartengono a un altro contesto.

            Da qui una provocazione: stiamo vivendo un disallineamento evolutivo di fronte all’intelligenza artificiale? Abbiamo costruito strumenti velocissimi, ma li inseriamo in giornate, procedure e aspettative progettate per un lavoro diverso. È una domanda che nasce dalle riflessioni di Telmo Pievani sul mismatch. Il passaggio all’AI che propongo in questo articolo è una mia interpretazione, non una teoria scientifica che attribuisco a lui.

            Che cos’è il disallineamento evolutivo

            Il termine inglese è evolutionary mismatch. Indica una discrepanza tra le condizioni nelle quali si sono formati determinati tratti e un ambiente successivo nel quale quegli stessi tratti possono avere conseguenze sfavorevoli. Non significa che l’evoluzione abbia sbagliato progetto: la selezione naturale non anticipa il futuro e non ottimizza gli organismi per ogni ambiente possibile.

            La revisione Applying an evolutionary mismatch framework to understand disease susceptibility, pubblicata da Amanda J. Lea e colleghi su PLOS Biology nel 2023, discute questa cornice e le prove necessarie per sostenerla. Il quadro riguarda le interazioni tra storia evolutiva, caratteristiche degli organismi e trasformazioni ambientali. Gli autori distinguono la plausibilità di una spiegazione dalle evidenze che consentono di verificarla.

            È una distinzione decisiva anche per parlare di digitale. Una storia affascinante sul nostro passato non basta a spiegare ogni comportamento presente. Se qualsiasi abitudine può diventare, a posteriori, una strategia di sopravvivenza dei nostri antenati, abbiamo costruito un racconto troppo comodo da mettere alla prova.

            Grassi, zuccheri e carestie: l’esempio funziona, con qualche cautela

            In un ambiente nel quale procurarsi energia richiede fatica e la disponibilità di cibo è incerta, mangiare alimenti energetici e disporre di riserve può essere vantaggioso. In un ambiente che rende accessibili molte calorie, quella stessa logica può contribuire a un problema. È il passaggio dalla scarsità all’abbondanza che rende intuitiva l’idea di mismatch.

            Ma la formula “siamo programmati per ingurgitare tutto perché un tempo non sapevamo quando avremmo mangiato” comprime questioni diverse: preferenze alimentari, regolazione dell’appetito, deposito di energia e storia genetica. Non è una spiegazione completa dell’obesità, né consente di attribuire a tutte le popolazioni un identico passato alimentare.

            La revisione di Layla Brassington, Audrey M. Arner e colleghi, pubblicata nel 2024 su Evolution, Medicine, and Public Health, ricostruisce l’ipotesi del “genotipo parsimonioso” proposta da James Neel nel 1962: varianti favorevoli all’accumulo energetico sarebbero state vantaggiose durante la scarsità e sfavorevoli in ambienti industriali. Gli autori ne discutono le critiche e considerano ancora irrisolta la sua applicabilità. Richiamano anche la complessità delle interazioni tra geni, ambiente e stile di vita.

            Quindi possiamo usare l’esempio del cibo per capire il meccanismo, senza trasformarlo in una sentenza universale sulla nostra biologia. La prudenza diventa ancora più necessaria quando passiamo dalla nutrizione a un software.

            Telmo Pievani: il mondo cambia e la mente deve riadattarsi

            Nel suo intervento Schiavi dei social? È tutta colpa della mancanza d’immaginazione…, pubblicato su Style il 21 febbraio 2026, Pievani collega la ricerca di gratificazioni immediate alle pressioni del passato evolutivo e osserva che gli algoritmi possono approfittarne. La riflessione riguarda anche la difficoltà di investire in benefici lontani nel tempo. Pievani, però, richiama la capacità umana di immaginare il futuro e cooperare: la storia evolutiva non rende inevitabili le nostre scelte.

            Nel dialogo del 2025 con Riccardo Luna, Pievani descrive il mismatch tecnologico come uno sfasamento tra evoluzione e realtà contemporanea.

            Trovo feconda questa prospettiva perché evita di immaginare la tecnologia come un meteorite arrivato dall’esterno. La creiamo noi. Eppure questo non garantisce che ogni individuo, istituzione o gruppo sappia governarne subito gli effetti. Chi inventa una macchina, chi la vende, chi la usa e chi ne subisce le conseguenze possono avere competenze e interessi diversi.

            Il mio video sugli algoritmi predatori

            Avevo già affrontato il tema nel video Telmo Pievani e gli algoritmi predatori. Lo ripropongo come punto di partenza per questa riflessione: prima gli algoritmi che selezionano ciò che vediamo, oggi anche i sistemi che producono ciò che leggiamo e scriviamo. Sono funzioni diverse, da non confondere, ma entrambe ci chiedono di riflettere su come distribuiamo attenzione e fiducia.

            AI e disallineamento evolutivo: dove regge il parallelo

            La somiglianza che propongo riguarda il rapporto tra capacità e ambiente. Nel caso alimentare discutiamo di organismi esposti a condizioni nuove. Nel caso dell’AI osserviamo persone e organizzazioni che devono imparare a lavorare con strumenti nuovi. I due fenomeni non sono scientificamente equivalenti.

            Scrivere una mail da zero o seguire una procedura amministrativa non sono adattamenti biologici nello stesso senso della fisiologia metabolica. Sono anche pratiche apprese, modificabili con formazione, organizzazione e progettazione. Chiamare tutto “evolutivo” rischierebbe di rendere naturali e inevitabili problemi che possiamo correggere molto più rapidamente.

            Per questo distinguerei tre livelli:

            • Biologico: la storia evolutiva e i limiti dell’organismo. Non basta osservare un impiegato affaticato per dimostrare un mismatch evolutivo.
            • Cognitivo: come distribuiamo lo sforzo, valutiamo una risposta e decidiamo quando fidarci. Qui possiamo studiare comportamenti specifici.
            • Organizzativo: procedure, responsabilità, incentivi e volumi di lavoro. Un documento generato in pochi secondi può arrivare a una filiera di approvazione rimasta identica.

            La provocazione del titolo abbraccia questi livelli. Per il lavoro quotidiano, l’espressione più precisa è spesso disallineamento cognitivo e organizzativo. Non sto diagnosticando alla specie umana una nuova patologia evolutiva.

            Gli studi: l’AI accelera alcuni compiti, non l’intero lavoro

            Shakked Noy e Whitney Zhang hanno studiato compiti di scrittura professionale in un esperimento con 453 professionisti con istruzione universitaria. Nel loro articolo pubblicato su Science nel 2023, l’uso di ChatGPT ha ridotto mediamente il tempo impiegato del 40% e migliorato la qualità valutata del 18%. È disponibile anche una versione precedente del lavoro sul sito del MIT.

            Quei risultati riguardano attività e condizioni specifiche. Non dimostrano che ogni lavoratore possa produrre il 40% in meno di ore, né che le fasi successive alla scrittura diventino automaticamente più rapide.

            Un altro esperimento, Navigating the Jagged Technological Frontier, di Fabrizio Dell’Acqua e colleghi, evidenzia una “frontiera frastagliata”. Nei compiti entro le capacità dell’AI, i partecipanti assistiti hanno completato più attività e lavorato circa il 25% più rapidamente. In un compito complesso oltre quella frontiera, l’accesso all’AI ha invece ridotto di 19 punti percentuali la probabilità di una soluzione corretta. Gli autori sottolineano che il risultato negativo riguarda un singolo compito esterno alla frontiera.

            È una lezione utile: la velocità non permette di sapere se siamo nel territorio in cui lo strumento ci aiuta. Per decidere serve conoscere il compito, i criteri di qualità e gli errori possibili.

            La fiducia può cambiare lo sforzo di verifica

            Il paper di Hao-Ping Lee e colleghi, The Impact of Generative AI on Critical Thinking, presentato a CHI 2025, analizza un’indagine su 319 lavoratori della conoscenza. Una maggiore fiducia nell’AI risulta associata a minore esercizio dichiarato del pensiero critico. Gli autori descrivono anche lo spostamento di alcune attività verso verifica, integrazione delle risposte e supervisione del lavoro.

            Si tratta di autovalutazioni e associazioni, non di un esperimento che dimostri un declino permanente dell’intelligenza. Il risultato aiuta però a formulare una domanda pratica: quando il sistema sembra competente, continuiamo a controllarlo con la stessa attenzione?

            Il problema ha precedenti. La revisione sistematica di Kate Goddard, Abdul Roudsari e Jeremy C. Wyatt, pubblicata nel 2012 sul Journal of the American Medical Informatics Association, esamina l’automation bias, cioè la tendenza a fare eccessivo affidamento sull’automazione. È ricerca precedente ai chatbot generativi e non autorizza a trasferire automaticamente tutti i risultati a ChatGPT. Mostra, tuttavia, che la difficoltà di sorvegliare un sistema automatico non nasce con gli LLM.

            Il rischio di un’abbuffata di contenuti

            Nel parallelo alimentare c’è un’immagine che mi sembra particolarmente utile: l’abbuffata. Se produrre diventa semplice, possiamo finire per generare più documenti di quanti ne servano. Una bozza diventa cinque versioni, una riunione genera verbale e rapporto, un’idea si trasforma in trenta slide. È uno scenario possibile, non una misura dell’attuale uso dell’AI nelle aziende.

            Lo studio Accelerating dynamics of collective attention, pubblicato da Philipp Lorenz-Spreen e colleghi su Nature Communications nel 2019, analizza l’attenzione collettiva in diversi ambiti e rileva dinamiche più rapide e periodi di attenzione più brevi. Il modello collega queste dinamiche alla crescita di produzione e consumo di contenuti. Non misura la capacità individuale di concentrazione e precede l’attuale diffusione dell’AI generativa.

            La mia inferenza è questa: se aumentiamo la produzione senza decidere cosa merita di essere prodotto, possiamo spostare il costo sui destinatari. Io risparmio tempo scrivendo. Tu lo spendi leggendo. L’organizzazione celebra l’efficienza del mittente e dimentica il lavoro del ricevente.

            Immaginiamo, come esempio ipotetico, un responsabile che chieda dieci proposte commerciali dove prima ne chiedeva due. La stesura accelera, ma la selezione, la verifica dei prezzi e la decisione restano aperte. La sensazione di produttività potrebbe nascondere una coda più lunga di materiale da controllare.

            Leggere con calma non è un difetto da correggere

            Qui mi permetto di mettere in discussione una parte della provocazione iniziale. Il fatto che una macchina scriva velocemente non rende obsolete la lettura lenta, la riflessione o la risposta ponderata. Per alcuni compiti, sono esattamente le capacità che vogliamo preservare.

            Il disallineamento emerge quando trattiamo allo stesso modo attività diverse: mezz’ora per una conferma logistica ripetitiva e pochi secondi per approvare un documento con conseguenze importanti. Adattarsi significa distribuire meglio l’attenzione, scegliere cosa delegare e riconoscere ciò che richiede ancora un giudizio approfondito.

            Vorrei che l’AI liberasse tempo anche per lavorare con calma. Se ogni minuto risparmiato diventa automaticamente un’altra richiesta, abbiamo trasformato un’opportunità in una pressione aggiuntiva. Questa è una scelta di gestione, non un destino scritto nei nostri geni.

            Come ridurre il disallineamento nel lavoro quotidiano

            Propongo cinque interventi da sperimentare, misurando sia il tempo sia la qualità:

            1. Riprogettare un processo intero. Per esempio, dalla richiesta del cliente alla risposta finale: quali informazioni mancano, quali passaggi sono ripetitivi, chi verifica e chi decide? Inserire il chatbot soltanto nella stesura può lasciare intatti tutti gli altri colli di bottiglia.
            2. Definire il prodotto minimo utile. Una risposta breve, una raccomandazione motivata o una tabella possono essere sufficienti. Prima di chiedere venti pagine, chiarire quale decisione devono rendere possibile.
            3. Graduare la delega. Distinguere la proposta di un testo dalla sua pubblicazione, e la preparazione di una risposta dal suo invio. Fissare controlli e responsabilità in base alle conseguenze dell’errore.
            4. Proteggere il tempo di verifica. Definire in anticipo quali dati, fonti, calcoli e impegni devono essere controllati. Chiedere a un chatbot di ricontrollarsi può aiutare, ma non sostituisce il confronto con documenti e fonti indipendenti.
            5. Valutare l’esito complessivo. Confrontare tempo totale, correzioni necessarie, errori, utilità per il destinatario e lavoro trasferito ai colleghi. Il numero di contenuti generati, da solo, è un indicatore povero.

            Chi vuole esercitarsi nella formulazione delle istruzioni può partire dalla mia raccolta di prompt ed esercizi di prompt engineering. Suggerisco di affiancare alla scrittura dei prompt anche l’analisi dei processi: chiedere meglio è utile, sapere perché e quando chiedere lo è altrettanto.

            Un prompt per individuare i colli di bottiglia

            Agisci come un analista dei processi. Ti descrivo un’attività ricorrente e i suoi passaggi.
            
            Obiettivo: individuare dove l’AI generativa può aiutare e dove servono attenzione e giudizio umano.
            
            Per ogni passaggio indica:
            1. risultato necessario e destinatario;
            2. informazioni richieste;
            3. possibile supporto dell’AI;
            4. errori plausibili e loro conseguenze;
            5. controllo umano e responsabile;
            6. indicatore per confrontare il processo attuale e quello modificato.
            
            Non inventare tempi, risparmi o dati mancanti. Distingui i fatti che ti fornisco dalle ipotesi. Proponi un esperimento limitato e reversibile. Considera anche il carico di lettura e verifica dei destinatari. Non proporre invii o pubblicazioni automatici senza una regola esplicita di autorizzazione.
            
            Processo: [descrizione e vincoli]

            Adattarci significa anche cambiare l’ambiente che abbiamo creato

            Le riflessioni di Pievani mi suggeriscono di guardare all’AI attraverso il rapporto tra persone e ambiente. Il risultato dipenderà anche dalle interfacce, dalle aspettative dei dirigenti e dalle procedure con cui decidiamo che cosa conta come buon lavoro.

            Possiamo scegliere di riempire la giornata di output oppure usare gli strumenti per ridurre il lavoro superfluo, confrontare alternative e dedicare più attenzione alle decisioni. La prima strada mi sembra una versione digitale della dispensa sempre piena: consumare diventa facile, scegliere resta impegnativo.

            La provocazione, allora, è questa: siamo pronti a lavorare diversamente, oltre che a produrre più velocemente? Non dobbiamo aspettare che cambi il nostro patrimonio genetico per rispondere. Possiamo iniziare da una mail, una riunione, una procedura e dal criterio con cui giudichiamo se siano state davvero utili.

            Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

            Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

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