C’è una scena che si ripete sempre più spesso tra chi si occupa di contenuti online.
Qualcuno apre Google, vede una risposta generata dall’intelligenza artificiale, trova già una sintesi, magari qualche link, e a quel punto si chiede: “E adesso? Che fine fa il mio sito? Che fine fa la SEO? Dobbiamo inventarci un’altra sigla, tipo GEO, AEO, AIO, LLMO, o basta continuare a lavorare bene?”.
La domanda non è banale. Perché la ricerca online sta cambiando davvero. Le persone non digitano più solo due parole secche in un motore di ricerca. Fanno domande lunghe, chiedono confronti, vogliono risposte sintetiche, usano chatbot, leggono AI Overview, provano strumenti come Gemini, ChatGPT, Perplexity o NotebookLM.
Come si ottimizza un sito per l’AI generativa di Google?
Per comparire meglio nelle esperienze di AI generativa della Ricerca Google, come AI Overview e AI Mode, non serve un trucco speciale. Secondo Google bisogna continuare a fare buona SEO: contenuti utili, originali, specifici, affidabili, pensati per le persone, tecnicamente accessibili, indicizzabili e ben organizzati. AEO e GEO possono essere etichette utili per ragionare, ma per Google l’ottimizzazione per la ricerca basata sull’AI resta, prima di tutto, SEO.
Perché se ne parla adesso
Google ha pubblicato una nuova guida ufficiale, aggiornata il 24 giugno 2026, dedicata proprio a questo tema: Ottimizza il tuo sito web per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca Google.

Non è una paginetta di circostanza. È un documento importante per chi scrive, pubblica, vende, forma, comunica, fa marketing o gestisce siti aziendali.
Google dice una cosa molto chiara: le persone stanno usando sempre di più esperienze basate sull’AI generativa per trovare informazioni. Questo può diventare un’opportunità, perché chi arriva al sito da queste esperienze potrebbe essere più motivato, più informato e più vicino a una conversione.
Tradotto: non basta più “posizionarsi”. Bisogna meritare di essere una fonte.
La SEO è ancora pertinente nell’epoca dell’AI?
La risposta di Google è secca: sì.
Le funzionalità di AI generativa della Ricerca Google si basano ancora sui sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca. Questo è il punto che molti dimenticano quando annunciano, con una certa allegria funebre, la morte della SEO.
Google spiega che queste esperienze usano tecniche come il Retrieval-Augmented Generation, spesso abbreviato in RAG. In pratica, il sistema recupera pagine pertinenti e aggiornate dall’indice della Ricerca e usa quelle informazioni per generare una risposta più affidabile, mostrando link cliccabili alle fonti.
Questa cosa dovrebbe suonarci familiare. Ne ho parlato anche a proposito del metodo LLM Wiki e del second brain: l’AI è molto più utile quando lavora su fonti reali, verificabili, organizzate. Non quando inventa nel vuoto cosmico.
La seconda tecnica citata da Google è il query fan-out. Il modello non si limita alla domanda originale dell’utente, ma genera più query correlate per raccogliere informazioni utili. Se una persona cerca “come sistemare un prato pieno di erbacce”, il sistema può interrogare anche ricerche collegate su erbicidi, prevenzione, rimozione naturale e così via.
Per chi fa contenuti, la conseguenza è interessante: non bisogna inseguire ogni micro-variazione della keyword. Bisogna coprire bene un tema, con competenza, struttura e utilità.
AEO, GEO, AIO: parole nuove per un problema vecchio
Negli ultimi mesi sono esplose sigle nuove.
- AEO: Answer Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di risposta.
- GEO: Generative Engine Optimization, ottimizzazione per i motori generativi.
- AIO: AI Optimization, ottimizzazione per la ricerca e le risposte generate dall’intelligenza artificiale.
Google però mette un paletto: dal suo punto di vista, ottimizzare per la ricerca basata sull’AI generativa significa ottimizzare per l’esperienza di ricerca. Quindi, sempre SEO.
Questo non vuol dire che GEO e AEO siano parole inutili. Possono aiutare a ragionare su come rendere un contenuto più citabile, più chiaro, più estratto facilmente da un sistema generativo. Ma se diventano il pretesto per vendere trucchi magici, meglio fare un passo indietro.
Il punto non è “scrivere per l’algoritmo AI”. Il punto è scrivere così bene, in modo così utile e specifico, da diventare una fonte sensata anche per l’AI.
Che cosa conta davvero secondo Google
Nella guida ci sono molte indicazioni, ma si possono riassumere in quattro grandi aree.
1. Contenuti di valore, specifici e non generici
Google insiste su un concetto semplice: i contenuti generici non bastano più.
Un articolo intitolato “7 consigli per comprare casa” potrebbe essere scritto da chiunque, anche da un modello generativo senza esperienza. Un contenuto utile, invece, porta un punto di vista, un caso concreto, dati, esempi, esperienza diretta, competenza.
Questo è il nodo centrale. Se l’AI può produrre in cinque secondi un testo medio su un argomento, il valore non sta più nel testo medio. Sta nell’esperienza, nella selezione, nel metodo, nella capacità di collegare le cose.
Vale anche per il web writing con ChatGPT. Il problema non è usare o non usare l’AI per scrivere. Il problema è usarla per produrre contenuti fotocopia. Già qualche anno fa avevo proposto un prompt per il web writing con ChatGPT, ma oggi aggiungerei una postilla: il prompt non deve sostituire il pensiero, deve tirarlo fuori meglio.
2. Struttura leggibile per esseri umani
Google raccomanda pagine ben organizzate, con sezioni, paragrafi chiari, titoli utili. Sembra banale, ma è uno dei punti più sottovalutati.
Una pagina caotica non è solo fastidiosa per il lettore. È anche più difficile da interpretare, riassumere, collegare ad altre informazioni.
Per questo, quando si lavora a un contenuto destinato sia agli umani sia ai sistemi AI, conviene inserire:
- una risposta breve all’inizio;
- definizioni chiare dei concetti principali;
- esempi concreti;
- sezioni sui rischi e sui limiti;
- FAQ finali, quando servono davvero;
- link interni ed esterni pertinenti.
Non per “ingannare” l’AI. Per aiutare chi legge. Poi, guarda caso, anche i sistemi automatici capiscono meglio.
3. Base tecnica solida
Google ricorda una cosa poco spettacolare ma fondamentale: se una pagina non è indicizzabile, accessibile, scansionabile, veloce e comprensibile, la magia dell’AI non la salverà.
Per essere presa in considerazione nelle esperienze di AI generativa, una pagina deve essere idonea a comparire nella Ricerca Google con uno snippet. Non è una garanzia di visibilità, ma è il punto di partenza.
Qui entrano in gioco le solite cose, quelle noiose ma decisive:
- contenuti accessibili a Googlebot;
- uso sensato di titoli e sottotitoli;
- attenzione a JavaScript e contenuti caricati in modo problematico;
- riduzione dei duplicati;
- buona esperienza su mobile;
- monitoraggio con Google Search Console.
Insomma: prima di parlare di GEO, forse conviene controllare se il sito ha pagine indicizzate, titoli decenti e contenuti non duplicati. Meno sexy, più utile.
4. Immagini, video e contenuti multimediali
Google segnala anche il ruolo di immagini e video di qualità. Non è un dettaglio. Le risposte generate dall’AI possono includere o valorizzare contenuti multimediali, e molte persone cercano spiegazioni visive, esempi, screenshot, tutorial.
Questo vale moltissimo nel mondo AI. Un articolo su NotebookLM, per esempio, funziona meglio se mostra casi d’uso, schermate, video, esempi di fonti e risultati. Non a caso ho raccolto in una pagina i miei video YouTube su NotebookLM, proprio per rendere più navigabile un tema che cambia rapidamente.
I miti da evitare: Google smonta qualche scorciatoia
La parte più interessante della guida, almeno per chi sta vedendo nascere consulenze “AI SEO” di ogni tipo, è quella dedicata ai falsi miti.
Google dice esplicitamente che, per la Ricerca Google, non servono alcuni trucchi che stanno circolando online.
Il file llms.txt non serve per Google
Google chiarisce che non è necessario creare file leggibili dalle macchine, file testuali per l’AI, markup speciali o versioni Markdown dei contenuti per comparire nella Ricerca Google e nelle sue funzionalità di AI generativa.
Se vuoi creare un file llms.txt per altri sistemi, libero di farlo. Ma Google dice che lo ignora: non migliora né peggiora la visibilità nella Ricerca.
Non bisogna spezzettare i contenuti per farli capire all’AI
Altro mito: dividere tutto in blocchi minuscoli per facilitare la comprensione dei modelli.
Google dice che non serve. I suoi sistemi sanno comprendere sfumature e argomenti diversi anche dentro una pagina più ampia. La lunghezza ideale non esiste in astratto. Esiste la lunghezza giusta per il lettore, per il tema, per l’obiettivo.
Non serve riscrivere tutto “per l’AI”
Google spiega anche che non bisogna usare una forma linguistica speciale per la ricerca generativa. I sistemi comprendono sinonimi, contesto, significati generali.
Quindi no: non serve riempire un articolo con tutte le possibili long tail. Serve rispondere bene. Che è più difficile, ma anche più dignitoso.
Non bisogna inseguire menzioni artificiali
Le funzionalità AI possono mostrare cosa viene detto online di prodotti, servizi e brand. Questo non significa che abbia senso creare menzioni finte, recensioni forzate o contenuti sparsi solo per “farsi vedere” dall’AI.
Google ribadisce che i sistemi di ranking puntano sui contenuti di qualità e che altri sistemi bloccano lo spam. La reputazione non si costruisce con il polistirolo digitale.
I dati strutturati aiutano, ma non sono una bacchetta magica
Altro chiarimento utile: i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa e non esiste un markup schema.org speciale per “entrare nelle risposte AI”.
Restano però utili nella strategia SEO complessiva, per esempio per rendere il sito idoneo a risultati avanzati. Quindi: usarli quando servono, senza venerarli.
La parte nuova: gli agenti AI
Verso la fine della guida Google apre un tema che, secondo me, diventerà sempre più importante: le esperienze agentiche.
Gli agenti AI sono sistemi capaci di svolgere attività per conto delle persone: confrontare prodotti, analizzare pagine, prenotare, interagire con un sito, compilare passaggi. Google cita anche gli agenti del browser, che possono osservare il rendering visivo, ispezionare il DOM e interpretare l’albero di accessibilità.
Questo sposta l’attenzione da “il mio contenuto viene letto da una persona?” a “il mio sito può essere capito e usato anche da un agente?”.
Qui non parliamo solo di SEO. Parliamo di esperienza utente, accessibilità, dati, struttura, procedure, e-commerce, prenotazioni, moduli, confronto tra offerte. Google rimanda anche alle best practice per siti ottimizzati per gli agenti pubblicate su web.dev.
Per ora è un tema emergente. Ma vale la pena tenerlo d’occhio, soprattutto per e-commerce, siti di servizi, formazione, turismo, eventi, consulenze e piattaforme con percorsi complessi.
Che cosa dovrebbe fare adesso chi produce contenuti
Proviamo a tradurre tutto in una checklist concreta.
- Scrivi per una domanda reale. Ogni articolo dovrebbe rispondere a un bisogno preciso, non a una keyword astratta.
- Aggiungi esperienza. Casi, esempi, dati, osservazioni, errori visti sul campo, lezioni imparate.
- Organizza bene la pagina. Titoli chiari, sezioni leggibili, risposta breve, esempi, FAQ quando utili.
- Collega i contenuti tra loro. I link interni aiutano lettori e motori a capire il contesto del sito.
- Verifica la parte tecnica. Indicizzazione, mobile, duplicati, performance, Search Console.
- Non moltiplicare pagine inutili. Meglio una guida forte che dieci contenuti sottili sulle varianti della stessa domanda.
- Usa l’AI come assistente, non come fotocopiatrice. Va benissimo farsi aiutare, molto meno pubblicare contenuti generici prodotti in serie.
Questo vale per chi fa marketing, per chi lavora in azienda, per chi gestisce un blog professionale, per chi pubblica corsi, per chi crea contenuti formativi.
E vale anche per la formazione interna. Nei percorsi sull’AI, come quelli legati alla formazione AI obbligatoria per aziende e AI Act, uno dei temi centrali dovrebbe essere proprio questo: usare l’intelligenza artificiale senza perdere metodo, responsabilità e qualità delle fonti.
Il vero rischio? La superficialità digitale
La guida di Google, letta bene, non è un manuale di trucchi. È quasi un invito alla sobrietà.
Il rischio non è che l’AI cambi la ricerca. Quello sta già succedendo. Il rischio è reagire nel modo peggiore: produrre più contenuti generici, inseguire sigle, comprare scorciatoie, riempire il sito di testi “ottimizzati per l’AI” che nessun essere umano leggerebbe volentieri.
La ricerca basata sull’AI premia, almeno nelle intenzioni, ciò che la buona SEO avrebbe sempre dovuto premiare: contenuti utili, affidabili, specifici, accessibili, ben collegati, pensati per persone vere.
La novità è che oggi la mediocrità costa di più. Perché un testo generico non compete solo con altri testi generici. Compete con una macchina che può produrne infiniti.
Il vantaggio competitivo, quindi, non sarà “usare l’AI per scrivere di più”. Sarà usare l’AI per capire meglio, organizzare meglio, verificare meglio, spiegare meglio.
In altre parole: meno fuffa, più metodo. Google, almeno questa volta, sembra dire proprio questo.
FAQ
La SEO è morta con l’arrivo dell’AI generativa nella Ricerca Google?
No. Google afferma che le best practice SEO continuano a essere pertinenti per AI Overview, AI Mode e le altre esperienze basate sull’AI generativa, perché si appoggiano ai sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca.
Che differenza c’è tra SEO, AEO e GEO?
SEO è l’ottimizzazione per i motori di ricerca. AEO indica l’ottimizzazione per i motori di risposta. GEO indica l’ottimizzazione per i motori generativi. Per Google, però, ottimizzare per la ricerca AI significa ancora ottimizzare l’esperienza di ricerca, quindi fare buona SEO.
Serve creare un file llms.txt per comparire nella Ricerca Google?
No. Google dice che per la Ricerca Google, incluse le funzionalità di AI generativa, non è necessario creare file llms.txt, markup speciali o versioni testuali pensate per l’AI.
I dati strutturati aiutano la visibilità nelle risposte AI?
Google chiarisce che i dati strutturati non sono necessari specificamente per la ricerca basata sull’AI generativa. Restano però utili nella SEO complessiva, soprattutto per l’idoneità ai risultati avanzati.
Qual è il consiglio più importante per chi crea contenuti?
Creare contenuti unici, utili, specifici e affidabili, basati su esperienza reale o competenza verificabile. I riassunti generici di cose già dette altrove sono sempre meno competitivi.




















