– sai che cos’è l’amnesia digitale? 
– certo
– cos’è?
– è che non…
– non… cosa?
– non mi ricordo più… scusa, ma me l’ero segnato sullo smartphone
– giusto!

La “digital amnesia”, in italiano amnesia digitale, è una delle nuove malattie professionali (e non). È definita come “l’esperienza di dimenticare le informazioni affidate a un dispositivo digitale”.
Una ricerca di Kaspersky Lab ha analizzato la presenza e l’impatto dell’amnesia digitale nell’ambiente di lavoro. I risultati sono interessanti: il 44% dei professionisti ha ammesso che prendere appunti su un dispositivo digitale li porta a perdere importanti informazioni di contesto, emozionali o comportamentali: prendere appunti digitali vuol dire sacrificare l’ascolto attivo. Il 46% degli intervistati crede sia più importante prendere appunti accurati che fare attenzione alle sfumature della conversazione (anche se ormai tutti sanno che nella comunicazione umana la parte preponderante riguarda non verbale e paraverbale). Il 67% ha aggiunto che gli appunti digitali possono essere archiviati e condivisi: quindi stanno in un posto più sicuro della propria memoria.


Kaspersky Lab non si è limitato a questo. Ha anche messo a punto un test per valutare il proprio grado di amnesia digitale. Nel test si trovano domande di questo genere.

– Senza andare a controllare sapresti ricordare il numero di telefono di parenti, amici, poso di lavoro, dottore o nessuno?

– Ricordi il numero di telefono di quando avevi dieci anni?

– Quando cerchi la risposta a un quesito, qual è la prima cosa che fai? Cercare di ricordarla, chiedere a qualcuno, cercarla in un libro, cercarla online?

– Una volta trovata un’informazione che cerchivi, che cosa te ne fai? La memorizzi, la scrivi da qualche parte, la usi e poi la dimentichi o altro?

– Quanti dei seguenti device usi per collegarti alla Rete? Smartphone, tablet, portatile o PC fisso.

– Quale sensazione provi quando perdi delle informazioni digitali? Panico, tristezza, calma o altro?

– Memorizzi o annoti le informazioni che ritieni importanti anche se sono salvate su un device oppure online?

– Sei d’accordo con le seguenti affermazioni?

– Uso Internet come estensione online della mia memoria.

–  Non mi serve ricordare quello che posso trovare online, solo sapere dove.

– Il mio smartphone è la mia memoria, tutto quello che mi serve ricordare è lì.

– Molte persone ora hanno diversi numeri, indirizzi mail ecc. che è impossibile ricordarli tutti.

– Di solito se mi serve velocemente un’informazione non ho tempo di cercarla sui libri o in biblioteca.

Il questionario interattivo si trova online (in inglese) a questo indirizzo. I risultati arrivano in tempo reale: nel mio caso, per esempio, ho scoperto di non essere un caso grave.

Lo scorso 8 novembre 2017 a Milano è stato presentato un innovativo router Wi-Fi per proteggere le famiglie dai contenuti online non adatti ai bambini, concentrando l’azione di filtraggio sulla rete domestica invece che sui singoli dispositivi. Per conoscere Routerhino, proposto dalla start-up tecnologica CFBOX Srl di Desenzano del Garda, ecco sette cose da sapere.

  1. Il dispositivo è stato realizzato per proteggere bambini di età compresa tra i 2 e i 12 anni.
  2. Il sistema protegge ogni dispositivo e si auto-aggiorna quotidianamente per filtrare contenuti inadatti o indesiderati.
  3. Routerinho è facilissimo da installare: basta collegare due cavi, alimentazione e rete (si collega al modem di casa). Non richiede alcun software aggiuntivo: bastano cinque minuti ed è operativo!
  4. In casa ci sarà una seconda Wi-Fi dedicata, e parallela a quella esistente ma che non rallenta la navigazione.
  5. I filtri possono essere personalizzati per categorie (permettono anche ricerche sicure su Google, Bing e YouTube) e 80 sottocategorie.
  6. Si possono possono gestire gli orari, impostando quelli di studio e quelli del sonno.
  7. Il progetto è stato realizzato con il contributo di Microsoft, che ha contribuito con la sua piattaforma cloud Azure. Proprio perché si parla di un progetto in cloud, il genitore può intervenire in qualsiasi momento e in modo autonomo, anche da remoto.

Per ulteriori informazioni vistate il sito Web di Routerhino.

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Routerhino vuole diffondere la protezione delle famiglie e per farlo dà a tutti la possibilità di avere il prodotto con uno sconto.

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Il codice va inserito nel carrello del sito www.routerhino.com in fase di acquisto.

La prima volta che ho sentito parlare di netiquette, crasi delle parole inglesi e francesi “net” ed “etiquette”, avevo appena comprato il mio primo modem a 56K e, per dire, pagavo un canone per la posta elettronica del provider del mio Paese. Erano gli anni Novanta. Oltre a “netiquette”, tra l’altro, girava anche una sorta di traduzione italiana di quel gioco di parole, vale a dire “Galareteo”: il galateo della Rete. Le regole di comportamento in Rete sono valide oggi più che mai, dato che ormai gli strumenti di comunicazione sono utilizzati dalla gran parte della popolazione, anche da chi non ha molta dimestichezza con LOL e ROTFL, blastare e niubbo (per un glossario di questi termini, fai clic qui).
In questo post ho raccolto dieci regole di buon vicinato digitale, un decalogo di bon ton online.

1. NON URLARE! Scrivere in maiuscolo sul Web equivale a urlare ma soprattutto un uso smodato del caps lock, “uniformando la grandezza delle lettere, ostacolerebbe la lettura, specie in presenza di lunghi blocchi di testo” (vedi articolo “QUESTO ARTICOLO STA URLANDO” su Rivista Studio). Nel 2009 una donna neozelandese fu licenziata dalla sua azienda poiché troppo propensa all’invio massivo di mail “aggressive” scritte in caps lock, che il giudice di una corte dell’emisfero australe reputò colpevoli della diffusione di discordia sul suo luogo di lavoro.
C’è chi si batte per il caps off.

2. Scrivere correttamente. In Rete siamo quello che scriviamo e, al di là della paura dei cosiddetti “grammar nazi” (i giustizieri della grammatica), infarcire i nostri post o messaggi di “un’altro”, “pò” e “qual’è” non contribuisce alla propria popolarità online. Ecco un elenco degli strafalcioni più diffusi in Rete secondo TPI News.

3. La comunicazione mediata dal computer, come spiegavo nella mia tesi di quasi venti anni fa, si basa quasi esclusivamente sulla parte verbale, escludendo le altrettanto importanti comunicazioni non verbali (gesti ed espressioni) e paraverbali (il tono della voce). Per questo servono espedienti per evitare fraintendimenti, per esempio in caso di frasi ironiche, come un tempo le emoticon (puntini, trattini e altri simboli che formavano le faccine) e ora le emoji.

4. Non pubblicare informazioni personali e dati sensibili di altri utenti. Oltre a essere una questione di privacy, si tratta anche del tradimento della fiducia di quell’utente. Lo stesso vale per messaggi privati che mai, per alcun motivo, possono essere resi pubblici senza il consenso del mittente.

5. Non spammare. Si tratta di un neologismo che deriva dalla parola Spam, marchio di carne in scatola che anni fa fu protagonista di questo sketch dei Monthy Python (sotto un fotogramma). Da allora la parola indica la pubblicità non voluta online, prima in mail o ora ovunque (per esempio nei commenti di una pagina Facebook o in YouTube). Nel mondo delle chat spammare vuole dire “inviare messaggi inutili, privi di contenuto o fuori tema, creando disturbo” (Garzanti).

6. Chiedere il permesso prima di taggare. Bisogna necessariamente avere il consenso del protagonista di una foto prima di pubblicarla (nel caso di minori il consenso deve essere quello dei genitori) ma lo stesso vale anche per l’aggiunta di un tag, in pratica associando un volto a un nome e a un profilo social.

7. Usare un linguaggio appropriato. Molte persone pensano di stare sui social come se fossero al bar, con conseguenze anche devastanti. Oltre a evitare parolacce o peggio, sarebbe il caso di evitare anche insulti per questioni legali: si rischiano denunce per ingiuria (per il codice civile “lo commette chi offende l’onore o il decoro di una persona presente”) o per diffamazione (“lo commette chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa e sempre che siano presenti almeno due persone”). Ci sarebbe anche la calunnia: “Incolpare di un reato un innocente”.

8. No alle discriminazioni. Sempre i famosi leoni da tastiera si stanno lasciando andare a rigurgiti di razzismo e discriminazione davvero fastidiosi. Per esempio, a seguito di questo meme evidentemente ironico, tantissimi utenti hanno risposto con post razzisti.

9. Rispettare il copyright. Se una foto trovata online non indica alcuna nota sul diritto d’autore, NON si può prendere e ripubblicare. Piuttosto occorre cercare foto gratis (si può usare, tra gli altri, il motore di ricerca LibreStock) o distribuite in Creative Commons (dove si trovano anche video, musica e altro distribuiti con la filosofia del copyleft).

10. Leggere prima di commentare. Nell’articolo “You’re not going to read this”, The Verge dimostrava che non c’è correlazione tra condivisioni e lettura di un articolo.

Il giornale italiano Udine Today ha fatto di più, creando un articolo con un evidente errore nel titolo (La prima squola di social network e friulana) e un testo che spiegava l’esperimento: (“Questo non è un articolo. Abbiamo scritto un titolo generico, a caso, in cui abbiamo inserito – volutamente – due errori ortografici da penna rossa. La nostra iniziativa vuole essere solamente un’indagine, quasi un gioco, per scoprire quante persone commentano di getto – sui social – gli articoli senza accedere al contenuto. Spesso sono presi dalla rabbia, dalla foga, dalla noia, da manie di superiorità o da altre mille motivazioni e trovano la necessità di commentare a priori, fermandosi solamente alle prime informazioni che trovano”). Il risultato? Sotto la condivisione sulla pagina Facebook sono arrivati gli insulti di chi si è fermato solo al titolo, senza approfondire.

L’intervista sul galareteo su Rete 55

Il 31 luglio 2020 nella trasmissione “Vivere Bene” su Rete 55 è andato in onda questo speciale su “Galareteo: le regole di comportamento in Rete”:

Per organizzare un workshop sulla netiquette nella tua scuola, scrivimi.

Forse non avete mai sentito la parola “sharenting”, che al pari di sexting è la crasi di due parole inglesi di senso comune: share, condividere, e parenting, genitorialità. In pratica, come da definizione del Collins, si tratta dell’abitudine di condividere online foto e notizie dei figli da parte dei genitori.
Questo fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: “Secondo uno studio dell’associazione inglese Parent Zone, pubblicato nel 2015, ogni anno un bambino appare in media in 195 istantanee pubblicate sul Web dal genitore; al compimento dei 5 anni il bimbo sarà stato protagonista di circa 1.000 scatti. Un altro studio pubblicato nel 2010 da AVG indicava che circa il 92% dei bambini americani di due anni è presente online. Alcuni appaiono nel Web prima ancora di nascere, vista la moda di postare le immagini ecografiche, mese dopo mese, come scatti d’autore” (Sole24Ore).
Altri dati sulla diffusione del fenomeno: un’indagine condotta nel 2013 dal sito di photo-sharing Posterista su 2.367 persone rivelò come i due terzi dei nuovi nati finiscono sui social nel giro di un’ora dalla nascita (la media è 57,9 minuti). Nel 77% dei casi finiscono su Facebook, il resto su Instagram e Flickr. Nel 62% dei casi sono i genitori stessi a postarne la foto, nel 22% altri membri della famiglia, nel 16% dei casi gli amici.

Perché condividiamo le foto dei nostri piccoli?

Sul sito Adolescenza.it si cita una ricerca (Schoppe-Sullivan et al., 2016) che ha coinvolto un gruppo di 127 donne. I risultati rivelano la tendenza delle neomamme a postare con regolarità foto e video dei propri figli sui social. Quali le vere motivazioni? “L’uso di Facebook e la condivisione di post con foto o video dei propri bambini si sono dimostrati più frequenti nelle donne che avvertivano maggiormente la pressione sociale e l’esigenza di dover mostrare un’immagine positiva di sé come mamme. Alla base di tale comportamento sembrano esserci insicurezza e perfezionismo che si manifestano nella ricerca di approvazione attraverso i ‘mi piace’ e i commenti positivi degli altri: maggiore è il numero di like e approvazioni online, più ci si sente sicure di sé come madri”. In pratica lo stesso motivo che spinge tutti a sovraesporsi, per esempio con i selfie: la ricerca di una dose di autostima.
C’è chi, come il blog Cosadamamme.it, difende il diritto di pubblicare le foto dei piccoli online, adducendo queste motivazioni: condivisione degli scatti con amici e parenti lontani, non importa se rubano le foto dei figli, i pedofili esistono anche offline, le immagini dei bambini sono sempre circolate liberamente (per esempio nei film), prendiamo continuamente decisioni in vece dei nostri figli e così via.

Il pericolo pedopornografia

Il Garante della privacy Antonello Soro, durante la relazione annuale al Parlamento del 2016, fece rilevare che i numeri di ricerche su Internet riguardo la pedopornografia era in netta crescita. Solo in quell’anno sono state quasi due milioni le immagini censite: il doppio rispetto all’anno precedente. Secondo il Garante la fonte involontaria di questo “mercato nero” sono i genitori che pubblicano foto dei loro bambini. Evidenza rivelata anche dalla ricerca dell’Australia’s Children’s eSafety: metà delle fotografie trovate negli archivi dei pedofili sono quelle che le mamme e i papà condividono sui social network.

Altri due (grossi) rischi

Non solo il rischio pedopornografia, tra le conseguenze possibili del sharenting. Come riporta l’Huffington Post, Stacey Steinberg, docente di legge al Levin College of Law (Florida) e direttrice del Centro per i bambini e la famiglia, spiega quali possono essere gli altri rischi: mettere il nome del figlio con associata la data di nascita li espone al rischio di furto di identità e pubblicare i loro spostamenti a quello relativo alla sicurezza. Secondo Steinberg, per concludere, non bisogna condividere su Internet nulla che non mostreremmo in pubblico.

La catena di Sant’Antonio

Nel 2016 una catena di Sant’Antonio travolse Facebook, facendo leva sull’orgoglio materno: «Sfida delle mamme. Sono stata nominata da XXX per postare tre foto che mi rendano felice di essere mamma. Scelgo alcune donne che ritengo siano grandi madri. Se sei una madre che ho scelto, copia questo testo, inserisci le tue foto e scegli le grandi madri». Si chiamava “Mum Challenge” e chiedeva alle donne di dimostrare, con tre scatti, la bellezza e la gioia di essere genitore, dopo essere taggate da un’amica o una conoscente.
In Italia la catena divenne virale, tanto da mettere in allarme la polizia postale che, sul suo profilo Facebook «Una vita da social», consigliò di fare attenzione: «Mamme. Tornate in voi. Se i vostri figli sono la cosa più cara al mondo, non divulgate le loro foto in Internet. O quantomeno, abbiate un minimo di rispetto per il loro diritto di scegliere, quando saranno maggiorenni, quale parte della propria vita privata condividere». La polizia ricordò inoltre che nel 2015 hanno ricevuto 485 denunce e hanno effettuato 67 arresti per reati legati alla pedopornografia. Nello stesso anno 13.283 siti internet sono stati monitorati e quasi duemila sono stati inseriti nella black list.

Implicazioni legali

Come riporta il sito ZeusNews, secondo The Local in Austria e Deutsche Welle una ragazza austriaca di 18 anni ha avviato una causa legale contro i propri genitori perché pubblicano su Facebook le sue foto intime e imbarazzanti di quando era bambina e rifiutano di rimuoverle. Si tratta di oltre 500 foto, condivise con i 700 amici dei genitori a partire dal 2009, quando la ragazza aveva undici anni: “Non conoscono né limiti né pudore. A loro non importava se ero seduta sul gabinetto o nuda nel lettino: ogni momento veniva fotografato e reso pubblico”, dice la ragazza, che ha fatto ricorso alla legge perché è “stanca di non essere presa sul serio dai propri genitori, che hanno ignorato sia le sue richieste verbali sia quelle fatte tramite il social network. Secondo quanto riportato da The Local, le foto includono cambi di pannolino e sedute sul vasino”.
Torniamo in Italia. Vale la pena citare un caso trattato dal Tribunale civile di Foggia: un padre separato aveva chiesto l’affido esclusivo della figlia minorenne perché riteneva la madre impossibilitata a occuparsi della piccola a causa della sua eccessiva dipendenza dai social network. In particolare il padre era contrario alla pubblicazioni delle foto di sua figlia sui social (soprattutto su Facebook) e ne chiedeva l’immediata rimozione. Il Tribunale di Foggia ha accolto la sua richiesta in relazione alla cancellazione delle foto della figlia minorenne dalle pagine Facebook dell’ex moglie, così argomentando in sentenza: “Attualmente non esiste una regolamentazione specifica sulla pubblicazione dei dati personali riferiti ai minori, né un divieto per i genitori per la suddetta pubblicazione che pertanto va ritenuta lecita. Ma ciò non vuol dire che il genitore può fare un uso smodato e indiscriminato delle immagini che ritraggono i loro figli. Il consenso alle esposizioni delle loro immagini deve essere espresso da entrambi i genitori esercenti la responsabilità fino al compimento del sedicesimo compleanno del minore medesimo. Ed è necessario l’accordo dei genitori per la pubblicazione online delle foto dei figli perché trattasi di una decisione che non ha carattere ordinario, ma straordinario” (Stato Quotidiano). Quindi il genitore che unilateralmente decide di pubblicare le foto del figlio (o della figlia) online, senza preventivamente acquisire il consenso dell’altro genitore, viola perciò le norme sull’esercizio della responsabilità genitoriale (vedi, oltre, la sentenza del tribunale di Mantova al riguardo). A maggior ragione se i genitori sono separati.
Vale la pena ricordare che, minori o meno, il nostro ordinamento vieta ogni pubblicazione di immagini o video altrui, in mancanza di preventivo consenso della persona ritratta.

Perché le foto delle mie due figlie non solo online?

Per concludere cito quello che racconto a ogni incontro sull’uso consapevole della tecnologia che faccio per i genitori di mezza Italia (vedi per esempio il corso sulla navigazione familiare). Le foto delle mie due bambine non si trovano online. Al di là delle questioni legali, i motivi sono sostanzialmente due. Primo: una volta che le foto sono pubblicate (ma anche inviate in privato su WhatsApp, sono perse; non ho più alcuna possibilità di controllarne la diffusione. Nell’era digitale i contenuti pubblicati hanno sostanzialmente quattro caratteristiche: i file che inviamo online rimangono potenzialmente per sempre (persistenti), sono copiabili senza limitazioni (replicabili), possono raggiungere un pubblico ampissimo (scalabili) e sono sempre trovabili grazie a parole chiave associate a foto e video (ricercabili).
Secondo: le mie bimbe sono persone, un domani avranno diritto a gestire la propria presenza online come meglio credono, senza essere associate alle foto che ho diffuso io. I nostri figli ci chiedono coerenza; come posso dire alle mie figlie di non sovraesposti e postare continuamente selfie se fino al giorno prima ho pubblicato io le sue immagini?

Il podcast

Ho parlato di questo tema in una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“. Puoi ascoltarla direttamente qui:

Ascolta “1×06 Sharenting: genitori che condividono troppo” su Spreaker.

Se sei interessato a organizzare una serata o un workshop sull’uso consapevole della Rete per genitori e figli, scrivimi:

Scrivimi per organizzare una serata

L’Italia è proverbialmente il Paese dei poeti, dei santi e dei navigatori. Da smartphone. Il Belpaese è infatti al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari, e questo si sapeva. La notizia è che gli utenti con in mano un telefono intelligente sono sempre più giovani: anche se i pediatri sostengono che bisognerebbe limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, secondo i dati Censit il primo cellulare si ha già a sette anni. Cosa ancora più sconcertante, il 51% dei ragazzi di 10 anni è online, anche sui social, senza che nessuno controlli. Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è confermato anche dalla più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online: negli ultimi anni si è assistito a un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla Rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Peccato che tutti i social, WhatsApp compreso, non possano essere usati prima dei 13 anni e che questa informazione sia ignorata dalla gran parte delle mamme e dei papa (vedi articolo sull’età minima WhatsApp qui).

Considerare i bambini come “nativi digitali”, quindi pronti a gestire il mondo della Rete, è un errore comune. È vero che i bambini hanno molta più dimestichezza di noi adulti con dispositivi touch in mano, tanto da governare app e YouTube senza nemmeno saper leggere; ma è altrettanto vero che spesso mancano di competenze digitali, in gergo “digital literacy”. Non possiamo pretendere che un bambino di 8 anni, a cui è appena stato regalato uno smartphone per la Prima Comunione, sappia padroneggiare questi strumenti con l’approccio critico di un adulto, che cosa siano privacy e sicurezza o evitare di finire nei pasticci.

I rischi ci sono, inutile negarlo. Quasi tutti parlano del fenomeno del cyberbullismo, l’unico dei problemi che ha guadagnato lo status di problema nazionale, tanto da finire in una legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale nel maggio del 2017. La legge si pone l’obiettivo di contrastare questo fenomeno in tutte le sue manifestazioni (sono diverse: dagli insulti online all’esclusione da gruppi WhatsApp, dal furto di identità allo stalking via Web), di certo in termini di prevenzione ma anche di intervento risolutore. In concreto: sia la vittima di cyberbullismo, nel caso abbia compiuto almeno 14 anni, che i suoi genitori possono inoltrare al gestore del sito o del social dove si è compiuto il reato “un’istanza per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella Rete Internet”. Se il destinatario della richiesta non provvede entro 48 ore, l’interessato può rivolgersi al Garante della Privacy, che interviene direttamente entro le successive 48 ore.

Anche la scuola deve fare la sua parte. In ogni istituto sarà individuato, tra i professori, un referente per le iniziative contro bullismo e cyberbullismo e il preside dovrà informare tempestivamente le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo. La legge prevede inoltre che alle iniziative in ambito scolastico collaborino anche polizia postale e associazioni territoriali e, infine, che sia estesa al cyberbullismo la procedura di ammonimento prevista in materia di stalking.

Il problema è che il cyberbullismo è solo uno dei problemi che i ragazzi online potrebbero incontrare. Un altro è il sexting, crasi delle parole inglesi “sex” e “texting”: in pratica l’invio e la ricezione tramite telefonino di immagini di natura sessuale. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A 13 o 14 anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui le chiede delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi, si tratta di un surrogato del sesso, a volte una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui; lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi della “conquista”. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio. Per un approfondimento sul sexting, leggi l’articolo qui.

Un altro problema grave, ma largamente sottovalutato, è quello della privacy. I ragazzi usano smartphone e tablet senza pensare alle conseguenze delle loro condivisioni, online o su WhatsApp. Non hanno idea del fatto che quello che scrivono – una litigata per il calcio o un insulto alla professoressa in un gruppo riservato – e postano – la foto del compagno nello spogliatoio o un video demenziale – restano online per sempre. Tutte le volte che si preme il tasto Invia, il contenuto è perso, non se ne ha più il controllo. Lo sa bene Nolan O’Brien, che qualche anno fa perse il posto di lavoro (e la faccia), pubblicando su Facebook l’immagine di sé che leccava dei tacos prima di servirli ai clienti di un ristorante Taco Bell americano.

Un ottimo esercizio da fare con i ragazzi è il cosiddetto “ego-surfing”: cercare sé stessi su Google. Così facendo molti ragazzi scoprono contenuti innocui – la foto della propria squadra di pallavolo sul giornale locale – e altri, purtroppo, meno gradevoli – una condivisione su Instagram del compagno che voleva fargli uno scherzo.

Altro problema che inquieta molto i genitori è l’adescamento. Il cosiddetto “child grooming” può avvenire in diversi contesti: dai social network ai giochi online, dai forum alle app di dating. Segue generalmente cinque fasi. Prima, l’amicizia iniziale; seconda, risk-assessment: serve all’adescatore per verificare quanto la vittima sia vulnerabile, accorta o disposta a scoprirsi, puntando ad avere una relazione diretta, per esempio mediante lo scambio dei numeri di telefono e, successivamente, in via esclusiva; terza, la costruzione del rapporto di fiducia che avviene attraverso uno scambio di confidenze intime e personali; quarta l’esclusività, attraverso la quale l’adescatore punta a tagliare fuori genitori e amicizie dal rapporto privilegiato, ottenendo così il silenzio della vittima; ultima la fase della relazione sessualizzata con la richiesta di immagini, video o di incontri.

Sempre a proposito di sesso online, un altro grande tema è quello della facilità di accesso alla pornografia online. Uno studio inglese, condotto dall’Office of the Children’s Commissioner for England, della NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) e della Middlesex University, ha rivelato che oltre la metà (53%) dei ragazzi tra gli 11 e i 16 anni si è imbattuto nel porno online. Di questi “solo” il 19% ha cercato quei contenuti volontariamente. A questo proposito va detto che la tecnologia è anche la soluzione, non solo il problema: si possono usare, anche sui telefonini come sui PC, delle funzioni di parental control (vedi per esempio Tim Protect oppure Rete Sicura di Vodafone), per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriate, sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per tutti i minorenni. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia. Questo consente anche di porre un limite al problema della dipendenza dalla Rete, che colpisce maggiormente i ragazzi tra i 13 e i 20 anni (dati Istat).

Dopo questa carrellata di rischi della Rete, resta la questione principale: come dovremmo agire noi genitori? Posto che, a detta di tutti gli esperti, proibire non è mai una strategia vincente, la ricercatrice Alexandra Samuel (www.alexandrasamuel.com) ha individuato tre categorie di approccio al “digital parenting”: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono poi i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; infine ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli. Quest’ultimo approccio, raccomandato per esempio da esperti come Alberto Pellai, pare essere il più funzionale, sempre rispettando i “confini” dei ragazzi.

Il nostro compito di mamme e papà sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp, quali sono i contenuti più interessanti o sospetti visti durante la giornata e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono e noi genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato). Affiancare i ragazzi vuol dire entrare nel loro mondo, conoscere nuovi strumenti in voga. Per esempio: quanti di noi genitori conoscono il nuovo fenomeno social-musicale Musical.ly?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul N. 2 del 2017 de “La Casana”, periodico della Banca Carige di Genova. 

Qui l’articolo in PDF qui:

 

Per organizzare un serata sui pericoli della Rete (qui la scheda del corso) nella tua scuola o per la tua associazione, scrivimi.

A ogni corso che tengo su LinkedIn suggerisco di leggere il libro di un mio “competitor”, si fa per dire. In realtà, a ben vedere, è un collega di casa editrice: si tratta di Ale Agostini (il libro è “Fai carriera con LinkedIn”, Hoepli). Qualche giorno fa l’ho chiamato per fargli un’intervista e lui mi ha regalato una chicca: “Sto mettendo a punto uno strumento online per la verifica della foto del profilo di LinkedIn: è l’intelligenza artificiale a sancire se va bene oppure no”. Pur non essendo ancora uno strumento definitivo, ma solo in versione Beta, ho avuto il suo permesso di presentarvelo ufficialmente.

Lo strumento, che si chiama semplicemente “Bella foto”, è liberamente accessibile all’indirizzo http://ai-sentiment.aleagostini.com. Il sottotitolo è chiaro: “Bella Foto è il tool che ti aiuta a capire che cosa comunica la tua foto utilizzando l’Intelligenza Artificiale. Carica la tua foto e scopri subito il contenuto riconosciuto, gli argomenti correlati sui social, le emozioni associate (solo per immagini di volti) e le immagini simili o uguali presenti nella Rete”.

Il funzionamento, in effetti, è assai semplice: basta caricare la propria foto profilo grazie al tasto “Carica immagine”, facendo attenzione a non uploadare file troppo grossi (massimo 2,4 Mb). Dopo aver dato in pasto la foto al sistema, non resta che lanciare la procedura con un clic su “Analizza”. I risultati sono immediati.

Nel mio caso il sistema ha beccato che sono un uomo (facile, dirai) e che ho la barba. Ma soprattutto che sto sorridendo abbastanza (potrei fare di meglio) e questa è cosa buona e giusta perché, secondo gli studi sui neuroni specchio, che si attivano quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto, sorridere ci rende più piacevoli e induce chi guarda a sorridere a sua volta. Per dirla con Cialdini (che tanto piace ad Ale), scateniamo l’arma della simpatia.
Il cervellone analizza anche quali sono le corrispondenze dell’immagine e se è già presente nei social o sul Web, ed eventualmente ci dice anche dove: in quale contesto, in quale pagina. Questo, tra l’altro, permette anche di scoprire se l’immagine è stata rubata.

Questo strumento, in realtà, può essere usato per analizzare qualsiasi tipo di immagine. Usando l’intelligenza artificiale è possibile controllare, in pochi istanti, che cosa comunica una brochure o una pagina stampa, verificando che non sia già usata da altri. Insomma, uno strumento per il personal branding ma anche per il marketing aziendale. Ma soprattutto uno strumento che potrebbe debellare la piaga delle foto da ombrellone o per nulla professionali su LinkedIn.

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Se per le foto esistono molti strumenti che permettono di smascherare i falsi – e ne ho parlato diffusamente nell’articolo Bufale on-line: come scoprire se una foto è falsa – per i video le cose si complicano. Eppure uno strumento online e gratuito c’è, si chiama YouTube DataViewer ed è stato messo a punto da Amnesty International, l’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo.

DataViewer estrare tutti i dati possibili sul video, compresa la data di prima pubblicazione. Inoltre confronta le anteprime con quanto trovato in Rete: in pratica questo strumento analizza i fotogrammi generati per l’anteprima e, accanto a ognuno, mette a disposizione un link che consente di avviare la ricerca con Google Images. In pratica, quindi, il meccanismo di controllo è simile a quello che abbiamo visto per le foto.

Per controllare i metadati dei video si può usare anche un software gratuito chiamato MovieScanner: per ciascun video sono mostrate informazioni quali aspect radio, risoluzione, dimensione, formato, codec audio e video, canali audio, lingua e lingue disponibili per i sottotitoli. Ancor meglio è JPEGSnoop che, a dispetto del nome, non serve per ricavare i metadata solo delle foto, ma anche dei video.

 

NOTA: Questo testo fa parte del libro Manuale per difendersi dalla post-verità, scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello ed edito da Ledizioni. Il volume, inserito nella mia collana “Fai da tech“, parla di bufale online. In particolare ho curato la parte su come riconoscere le news false su Internet e sui social e un’intervista a Ermes Maiolica (che potete leggere qui). Per acquistare il libro, fate clic sul link qui sotto:

Come trovo clienti con Google

Quando faccio alcuni corsi come quello sull’uso strategico dei social network o sul brand journalism, spiego anche come sfruttare la Rete a scopo commerciale, per fare l’unica cosa che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti.

Durante uno degli ultimi corsi un signore ha alzato la mano e mi ha detto: “Non sei il primo formatore che sento parlare di questi temi. Ma, scusami, sono un po’ scettico. Non hai idea di quanti consulenti e docenti ho incontrato in vita mia che insegnavano come fare soldi e poi erano senza una lira. Tu, che ci stai spiegando come trovare clienti con il Web, trovi clienti con il Web?”.

Passato il primo momento di smarrimento – il tono non era dei più concilianti – ho abbandonato per un momento le slide con la lezione e sono andato alla lavagna. Ho scritto tre cose:

– domanda consapevole specifica

– domanda consapevole generica

– domanda inconsapevole.

Poi ho detto: “Ora vi mostro, praticamente, come trovo clienti con Google io”.

Ho spiegato che ormai faccio solo il formatore, vendo corsi. Ho preso a esempio un mio corso: quello sui pericoli della Rete che organizzo per scuole, associazioni di genitori o per tutti. Chi vuole seguire un mio corso e mi conosce, per esempio perché mi ha visto a un evento pubblico, mi cercherà. E dove cercano tutti? Sui motori di ricerca, in particolare su Google (oltre il 90% degli italiani usa Google per le ricerche). Se cercano “Gianluigi Bonanomi” (ricordo che le virgolette servono per circoscrivere i risultati a quelli che contengono entrambe le parole), ecco che cosa trovano:

Chi ha questa domanda consapevole specifica in testa, finisce sul mio sito, dove può curiosare tra i miei libri e articoli, ma soprattutto vi trova i miei corsi. Tra questi anche il corso sui pericoli della Rete. Potrebbe cercare anche “Bonanomi corso pericoli rete”: ancora meglio.

Dopo questo primo scenario ideale, c’è invece un caso più frequente: quello della domanda consapevole generica. Qualcuno sta cercando un corso sui pericoli della Rete ma non sa che li faccio (anche) io. Quindi la query di ricerca sarà: “corso pericoli della Rete”.

Anche in questo caso, per fortuna, al primo posto della SERP (acronimo che sta pagina dei risultati del motore di ricerca) ci sono io, indirettamente, con un corso che tengo con l’associazione Salvagente.

Terzo scenario, il più complicato. Il cliente non sa di esserlo. La domanda c’è ma è inconsapevole. È potenziale. Che cosa significa? Che le persone stanno cercando qualcosa su Google e non sanno che il loro problema ha una soluzione. Esempio concreto, sempre riferito al mio caso: uno dei maggiori problemi dei genitori è l’uso dello smartphone da parte dei figli; per esempio si chiedono se i loro (giovani) figli possano usare o meno WhatApp. Quindi potrebbero cercare su Google la frase “età minima uso WhatsApp”.

Dopo il primo risultato, che ovviamente corrisponde al sito di WhatsApp, e un risultato di Giunti Scuola, dove la risposta riportato è oltretutto sbagliata (quantomeno non aggiornata, si legge infatti che l’età minima sarebbe di 16 anni, e non è più così da un pezzo), si trova il mio sito, un mio articolo dove parlo proprio di quel tema e dove, in coda, come “chiamata all’azione” (la cosiddetta call to action), ho piazzato l’invito a informarsi sui miei corsi inerenti i pericoli della Rete. La domanda inconsapevole può essere facilmente intercettata anche usando i social network, per esempio sponsorizzando un post in modo che venga visualizzato da chi potrebbe essere interessato un corso sui pericoli della Rete.
Ecco come uso Google per trovare clienti.

Se vuoi organizzare un corso sull’uso strategico della Rete e dei social per trovare clienti, scrivimi.

 

Ho un appuntamento in centro Milano con un cliente, ma ho dieci minuti da attendere. E davanti a me c’è una libreria. È più forte di me, sono un orso davanti al miele. Entro in trance, gironzolo senza un obiettivo, noto un paio di testi che sì, boh, forse, poi mi capita tra le mani un libro di Tim Marshall, giornalista esperto di politica internazionale, dal titolo “Le 10 mappe che spiegano il mondo”. La geografia non è mai stata il mio forte, ma ho studi di politica internazionale alle spalle. Lo compro, lo apro, lo divoro in qualche ora.

Perché mai, direte voi, uno che si occupa di comunicazione e tecnologia dovrebbe leggere, e invitare tutti a farlo, un testo sulla geopolitica? Bella domanda, provo a rispondere dando non un solo motivo, ma due.

1. Bisogna studiare, sempre. E sempre di più. La leggenda narra che lo straricco investitore Warren Buffett (che vi stia simpatico o meno, poco importa), in risposta alla classica domanda sul segreto del suo successo, rispose semplicemente: leggere. Pare lui legga 500 pagine al giorno. Tutti i grandi leader, tutti i grandi manager sono, spesso, avidi lettori.
Ma leggere solo quello che riguarda il tuo settore non è una buona strategia: avere curiosità per il mondo – e nel caso della geopolica è proprio il mondo il soggetto – è un ottimo modo per allargare i propri orizzonti e, non è da escludere, avere anche spunti, grazie a un po’ di pensiero laterale, utili nella propria professione. Inutile ribadire che lo è a maggior ragione per chi, come me, fa il formatore e lo scrittore.

2. Sono un libero professionista e il mio metodo di vendita si chiama networking (in realtà anche la formazione è un ottimo strumento di vendita, proprio perché porta ad ampliare la mia rete). Ci sono delle regole per essere un buon networker: tra queste anche l’essere un abile conversatore (oltre a un abile ascoltatore). Sto cercando di diventarlo. E ho capito che non bisogna parlare di se stessi (Dale Carnegie si rivolterebbe nella tomba) né del proprio business. Bisogna saper conversare di tutto. Anche del derby, di Sanremo, di Belen? Beh, meglio tirar fuori al momento giusto una frase arguta sul perché la Corea del Nord lancia i missili sul Giappone, perché la Cina investe in Africa o in Centro America, perché il surriscaldamento globale sta aprendo nuove dispute (economiche e politiche) al Polo Nord o perché tanti, tra cui Napoleone e Hitler, hanno provato a invadere la Russia da Occidente e nessuno ci è mai riuscito. Tutto questo, e molto altro, è molto ben spiegato nel libro di Marshall.

Insomma, la materia è fondamentale per capire come “gira il mondo” e il suo studio può portare benefici concreti. Il libro, poi, merita. Se vuoi acquistarlo, fai clic sul link Amazon qui sotto:

Qualche anno fa rimasi impressionato dalla vicenda di Oscar Giannino. Alle elezioni politiche del 2013 il giornalista dandy (lo incontrai a un evento giornalistico e mi colpirono, per fortuna solo metaforicamente, delle scarpe con borchie) si presentò alla guida del movimento “Fare per fermare il declino”. A pochi giorni dal voto, però, il suo compagno di partito, l’economista Luigi Zingales, denunciò dei falsi nel suo curriculum. Tra gli studi di Giannino spiccava un master alla Booth University di Chicago, quella dove insegna Zingales. Ma il professore scoprì che alla Booth University Giannino non ha mai messo piede. Anzi, Oscar non era nemmeno laureato.

La carriera politica di Giannino finì lì. Iniziò, in compenso, una sorta di processo pubblico, i mass media si avventarono sul suo cadavere politico; ma è in Rete, sui social, che iniziò il massacro popolare. Riporto, per decenza, uno dei commenti simpatici:

Una vera gogna, come sempre più spesso accade online. Sono tantissimi i casi di persone messe in croce sul Web, senza alcun processo ma con conseguenze ben peggiori.

Recentemente mi sono imbattuto in un libro proprio su questo tema. Si tratta de “I giustizieri della Rete” di Jon Ronson. L’autore britannico, in un testo scritto molto bene e che consiglio, parla del lato oscuro di Twitter e Facebook; dalla quarta di copertina:

“Spesso [i social] alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso”.

Tra i casi citati c’è quello, notissimo, di Justine Sacco.


Per questo tweet di cattivo gusto (tradotto: “Sto andando in Africa, spero di non prendermi l’AIDS. Scherzavo: sono bianca!”) ha perso il lavoro. E la faccia.
La vicenda: nel dicembre 2013 Justine aveva preso un aereo per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, per visitare la sua famiglia. Prima di imbarcarsi aveva creato quel tweet. Nonostante i suoi pochi follower, il messaggio fu ritwittato (condiviso) da un giornalista e divenne virale, al suo arrivo in Sudafrica le crollò il mondo addosso. Come si legge su IlPost.it:

“Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com”.

La beffa: anche un professionista della comunicazione online è rimasta schiacciata dalla comunicazione online.

Il libro parla di tante storie del genere, tutte centrate su vergogna, reputazione e facile giustizialismo. Per esempio si racconta la storia di Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è inventato, in un libro, una citazione di Bob Dylan; scherzetto che gli ha fatto saltare la carriera.

Tra gli altri c’è anche un predicatore finito in una lista di frequentatori di prostitute, ma anche il caso clamoroso di Max Mosley. Nel 2008 l’ex capo della Formula 1 venne coinvolto in un clamoroso scandalo sessuale scatenato dal quotidiano inglese News of the World. Il giornale pubblicò alcuni fotogrammi tratti da un video nel quale Mosley prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochistico con alcune prostitute in uniformi naziste ed in divise che ricalcano quelle che indossavano gli internati nei lager. La notizia è che Mosley pare essere l’unico, tra i protagonisti del libro, ad aver superato la gogna mediatica online in modo (quasi) indolore.

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