Nel 2013 il Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, con la collaborazione di OssCom, mise a punto l’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde. Si tratta di una ricerca svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e analizzava le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Puoi leggere l’intera indagine qui:

Il 5 marzo 2010 lo spagnolo Costeja González, nella foto, si rivolse al garante della privacy spagnolo per presentare un reclamo contro La Vanguardia Ediciones, che pubblica un quotidiano di larga diffusione, nonché contro Google Spain. Il reclamo era fondato sul fatto che, cercando il nome di González in Google, si ottenevano link verso due articoli del quotidiano che parlavano del pignoramento della sua casa, 16 anni prima. González non voleva che comparissero più i suoi dati, visto che la questione era risolta da anni. Il tribunale stabilì che il quotidiano aveva agito correttamente mentre il motore di ricerca doveva accontentare González. L’intero testo della sentenza è disponibile in PDF qui:
Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (C-131/12 del 13 maggio 2014), a seguito di questa vicenda, ha disposto che in alcuni casi si può chiedere ai motori di ricerca di rimuovere dei risultati, se sussistono rilevanti motivi legati alla privacy. Google non ha potuto esimersi dal rispettare la legge: dopo due settimane dalla sentenza aprì la possibilità ai cittadini europei di poter inviare, con un modulo su Internet (questo il link), la richiesta di rimuovere link inadeguati a loro riferiti. Tuttavia Big G specifica a chiare lettere:
A fronte di una tale richiesta, effettueremo un bilanciamento tra il diritto alla privacy della persona e il diritto di rendere accessibili le informazioni e l’interesse pubblico a trovarle. Nel valutare la richiesta considereremo se i risultati includono informazioni obsolete sul richiedente e se le informazioni sono di interesse pubblico. Ad esempio, potremmo decidere di non rimuovere determinate informazioni che riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di persone che ricoprono incarichi nell’amministrazione pubblica.
Per la cronaca: nei primi cinque mesi Google esaminò più di mezzo milione di siti.
Ho rilasciato questa intervista al blog NonSoloWork il 28 maggio 2017.

Ho conosciuto Gianluigi Bonanomi a un corso per blogger: parlava della scrittura online, di come rendere i testi efficaci e di come scrivere titoli, come dice lui, “che spaccano”. Abbiamo parlato, abbiamo scoperto di avere un sacco di cose in comune, per esempio la “mission” di aiutare le aziende a comunicare meglio, poi ho scoperto che è un giornalista. Un giornalista hi-tech, ma pur sempre un giornalista.
Qualcosa non quadrava: in una logica consolidata i giornalisti stanno in redazione, non in azienda. Ho deciso quindi di indagare, gli ho fatto qualche domanda per capire meglio di che cosa stiamo parlando.Gianluigi, so che sei un giornalista ma lavori anche come consulente aziendale. Come si conciliano le due cose?
Ciao Paola, anzitutto ti ringrazio per avermi ospitato sul tuo blog. La domanda è assai complessa, perché riguarda la crisi di un settore, quello del giornalismo cartaceo, che pare non conoscere fine. Non mi dilungo su questo tema, ma i numeri sono impietosi: i nove maggiori gruppi editoriali italiani hanno perso un terzo del fatturato e otto freelance su 10 ricavano meno di 10.000 euro lordi all’anno per il loro lavoro. Perché? Ecco la risposta: dieci anni fa c’erano 40.000 edicole, ora sono meno di 30.000, una su quattro è saltata, le altre potrebbero fare la fine delle cabine telefoniche. Lo sapevi che esistono già algoritmi e robot che scrivono articoli al posto degli umani, per ora in tema di analisi finanziaria e sport?
Quindi i giornalisti come si pagano il mutuo?Qui sta il punto. Quando faccio formazione per i colleghi giornalisti, che comunque continuano ad aver bisogno dei “crediti formativi”, spingo verso il “brand journalism”: fare i giornalisti in azienda.
Intendi fare il giornalista che scrive la storia dell’azienda o del fondatore?
Non proprio. Parlo di adattarsi a lavorare a braccetto col reparto marketing per scrivere contenuti utili, ma utili sul serio. Tutte le aziende hanno un disperato bisogno di comunicare (anche “non comunicare” è un modo di comunicare!). Qualcuno può storcere il naso, chiamarle “markette 2.0” o più elegantemente publiredazionali. Tu l’hai chiamato “pagarsi il mutuo”.
Ma in concreto che cosa può fare il giornalista in azienda?
Raccontare l’azienda, quindi fare branding (anche sui social), oppure fare quello che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti! La lead generation, di questi tempi, punta sempre meno sulle tecniche outbound, le cosiddette chiamate a freddo, e sempre più sull’inbound marketing, il content marketing: è il cliente che va dall’azienda, perché ha trovato online qualcosa, per esempio un articolo o un eBook, che gli interessa, che gli ha risolto un problema.
Ma queste cose non sono competenza dell’ufficio marketing e comunicazione?
Certo, ma il reparto marketing e comunicazione scriverebbe un articolo, un eBook o farebbe un’intervista come un giornalista? Credo che l’esperienza del giornalista nel “cavare il sangue dalle rape”, dimostrando che ogni azienda può essere un editore, ma soprattutto l’approccio di strategia dei contenuti, con il cosiddetto piano editoriale, siano dei plus che nessun’altra figura professionale può dare.
Qual è il primo consiglio che vuoi dare per un giornalista che vuole fare questo salto e diventare un brand journalist?
Quello di seguire uno dei miei corsi! Scherzi a parte, il segreto è sfruttare il network creato durante gli anni della professione. Per esempio proporsi alle agenzie di PR per supportarle nella creazione di contenuti per i loro clienti. In pratica il giornalista deve essere un camaleonte: oggi blogger, domani social media manager, dopodomani un uomo del marketing e così via. Sembrano mestieri diversi, in realtà al centro c’è sempre il contenuto.
In ogni caso bisogna studiare, esplorare, imparare nuovi modi di comunicare, nuovi strumenti. Non è possibile che un giornalista non sappia fare un tweet, usare un hashtag su Instagram o ignorare l’esistenza dei Pulse su LinkedIn. Un giornalista del nuovo millennio deve avere tra le skill i social, la SEO e il content marketing, come minimo. Se vuole pagarsi il mutuo, come dici tu, non deve più rincorrere editori che pagano tre euro a pezzo. Quello non è più un lavoro, ma un hobby. Fare il brand journalist è un lavoro.
Per chiedermi informazioni sui corsi di brand journalism, scrivimi!

Sai che l’età minima per usare Whatsapp è 16 anni?
Mi capita spesso di fare serate con i genitori sui pericoli della Rete e workshop con i ragazzi sull’uso consapevole della tecnologia: in entrambi casi, quando si parla di WhatsApp e di età minima per poterlo usare, c’è molta confusione.
L’età minima sugli altri social network
L’età minima per usare i social network è 13 anni.
Non si tratta di un’età legale che abbia senso in Italia: è imposta dalle aziende americane che erogano i servizi. Fino a qualche tempo fa, però, c’era una discrepanza tra i vari Facebook e Instagram da una parte (13 anni) e WhatsApp dall’altra (16 anni), nonostante siano tutti parte della grande famiglia di Zuckerberg (vedi notizia). Perché WhatsApp non è un social? Tutt’altro: nei gruppi si fa tutto quello che si può fare in qualsiasi social come condividere, commentare, discutere in gruppo e così via. Il motivo era un altro: Whats App richiedeva l’uso di una SIM, che in Italia non può essere intestata a un minore di 15 anni (dai 12 anni se accompagnati da un genitore, vedi per esempio modulo Tim).
L’età minima sul sito di WhatsApp
Dopo un lungo periodo in cui anche per WhatsApp l’età minima era di 13 anni, mi sono accorto che le cose erano cambiate ancora. Mi sono collegato al sito di WhatsApp e ho spulciato nella pagina delle informazioni legali, che trovi qui: www.whatsapp.com/legal/?l=it.
Vi si legge, testualmente:
Requisiti di età. Per usare WhatsApp, è necessario avere almeno 16 anni.

Quindi siamo tornati a 16 anni, con il consenso dei genitori.
In effetti questa è la schermata dove occorre confermare di avere quell’età:

Come far rispettare l’età minima?
Il rispetto della regola è affidato alla buona fede dei ragazzi, che potrebbero mentire (come hanno fatto finora). Oppure tutto è demandato – ripeto – al controllo dei genitori: l’applicazione fa infatti riferimento alla “raccolta del consenso da parte dei genitori” nel caso in cui non si abbia l’età minima per accettare i termini di servizio. In che senso? «Potrebbe fare riferimento all’età minima per stipulare un contratto, che in Italia sono 18 anni, ma mi sembra di difficile applicazione», spiega l’avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana al Corriere della Sera. Possibile che si riferisca alla variazione delle condizioni che sottoporrà agli utenti già registrati, fra i quali ci sono anche under 13, oltre che under 16, chiedendo l’età. Anche in questo caso Sarzana è però scettico: «Non rispetterebbero quanto richiesto, mi sembra una forzatura».
Si può usare WhatApp sotto i 16 anni?
L’età minima per usare WhatApp, come appena visto, è 16 anni. Quindi un ragazzo delle scuole medie (secondaria di primo grado) deve rinunciare allo strumento e perdersi la chat di classe e i gruppi di amici pieni di meme ed emoji?
Non è pensabile, anche perché, stando ai dati di Telefono Azzurro/Doxa del 2017, tre preadolescenti su quattro (esattamente il 73% degli under 13) comunica abitualmente su WhatsApp.
Quindi? Chi ha fra i 13 e i 15 anni sarà obbligato a esibire il consenso dei genitori per condividere sul social informazioni sensibili e ricevere messaggi pubblicitari personalizzati. Come si fa? Indicando un contatto sul social o un indirizzo email.
Uno spezzone del corso “Navigazione familiare”
Parlo spesso, nei miei corsi, dell’età minima per i usare social e sistemi di messaggistica. Questa è una delle registrazioni di quel momento:
La mia intervista per la radio M2O sul tema dell’età minima per WhatsApp e social
Mi è capitato di affrontare il tema dell’età minima per usare i social e i sistemi di messaggistica anche durante interviste. Questa è l’intervista che mi hanno fatto per la radio M2O:
Il mio podcast
Vuoi approfondire i temi della genitorialità e tecnologia? Ascolta gratuitamente le puntate del mio podcast: troverai idee, pillole, spunti e tante interviste a esperti del settore. Puoi ascoltare tutte le puntate qui:
Contattami
Per ulteriori dettagli o per chiedermi di organizzare un corso sull’uso consapevole della tecnologia nella tua scuola, biblioteca o associazione di genitori, scrivimi:
Grazie all’“Internet delle cose”, forno e frigo potranno comunicare tra loro. Per sparlare della lavatrice.

Chiamata IoT, Internet of Things, Internet delle Cose o come ti pare, la notizia è che tu, essere umano connesso alla Rete, sarai in minoranza. La gran parte degli oggetti che ci circonda, o che ci stanno addosso, saranno collegati a Internet e tra loro. D’accordo, un vecchio white paper di Cisco aveva toppato: diceva che 50 miliardi di oggetti più o meno intelligenti sarebbero stati connessi già dal 2015. Eppure il trend è chiaro, e lo racconta benissimo un bel libro che ho letto di recente: “Come usare al meglio l’Internet della Cose” (Tecniche Nuove), scritto da Martina Casani – esperta di marketing B2B, cloud, sharing economy e ovviamente IoT – e Marcello Majonchi – esperto IoT di Microsoft.
Il libro è ben scritto, approfondito ma soprattutto riporta un sacco di esempi interessanti. Ne ho scelti 10, per dimostrare che, numeri a parte, l’IoT è già una realtà consolidata.
1. La coda delle mucche è IoT
Moocall è un gadget irlandese che avvisa gli allevatori quando le mucche iniziano il travaglio. Si aggancia alla coda della mucca.
2. La macchina del caffè connessa
Grazie alla piattaforma Plat.One di Abo.Data e alla Cloud Azure di Microsoft si è sviluppata una soluzione che permette di monitorare le macchine del caffè a uso professionale con una serie di vantaggi sotto il profilo della qualità, della manutenzione predittiva e dell’accesso a nuove informazioni di marketing. A questo proposito, è possibile monitorare, a livello mondiale e in tempo reale, il consumo di determinati prodotti in determinate aree geografiche o in determinati orari.

3. Il copri-materasso intelligente
Prodotto di una start-up italiana, Eight è il coprimaterasso “intelligente” che analizza i dati del nostro sonno (temperatura, frequenza respiratoria, battito cardiaco…) e ci rimanda via app i consigli su come dormire meglio.
4. La valigia connessa
Bluesmart è la prima valigia intelligente del mondo: si pesa da sola, conosce la propria posizione, ricarica smartphone e tablet e si sblocca con un’app.
5. Il caschetto che previene gli incidenti sul lavoro
Nel settore ingegneristico, l’azienda O’Rourke ha adottato caschetti intelligenti che controllano la temperatora e la frequenza cardiaca dei portatori così come la temperatura e esterna e l’umidità.
6. Il sofà intelligente
Lift-Bit è un sistema di arredo modulare e riconfigurabile con il movimento delle mani e via app. Sfrutta Internet delle cose per consentire agli sgabelli esagonali imbottiti, che si alzano e si abbassano a comando digitale, di assumere varie forme. Lift-Bit può avere la funzione di poltrona, sedia, divano, chaise longue o letto.
7. Il lampione smart
La startup rumena Flashnet ha sviluppato un sistema che permette di gestire in modo più efficiente l’illuminazione pubblica. Attraverso un modulo connesso a una rete wireless e montato su un lampione, per esempio, il sistema permette di accendere e spegnere la luce o regolarne l’intensità da remoto. Il dispositivo può anche memorizzare una pianificazione automatizzata per l’illuminazione, in modo che non ci siano malfunzionamenti se si interrompe il collegamento wireless.

8. Giacche da sci interattive
Sui capi DKB vi è un sensore che garantisce l’autenticità e dà ai consumatori, tramite app, anche le istruzioni per l’uso e la manutenzione. Tutto questo consente anche di aprire un canale di comunicazione e marketing diretto.

9. Smart wine
Wenda è un dispositivo elettronico che può essere inserito sia sul collo della bottiglia di vino per un monitoraggio uno-a-uno, che posizionato all’interno del pallet, così da controllare una spedizione intera. Ma soprattutto il dispositivo comunica le caratteristiche del vino.
10. Maiali col tag
L’Azienda Agricola Ca’ Lumaco è specializzata nell’allevamento dei suini che vivono allo stato brado, nel bosco, in uno spazio di circa 18 ettari, cibandosi di ghiande e castagne e altri prodotti provenienti da agricolture biologiche. La soluzione tecnologica adottata consente di tracciare i suini all’interno dell’azienda grazie a un tag RFID auricolare, dove è memorizzato un codice che identifica univocamente l’animale. Dall’altro, grazie a un sistema di videocamere installate in sala parto, il sistema si integra a un sistema di videosorveglianza che consente un controllo da remoto dei capi nei vari box. Su un display sinottico l’operatore può verificare in tempo reale la situazione dei capi nel macello, le presenze in sala parto e le altre immagini provenienti dalle videocamere, con un notevole risparmio di tempo e un significativo aumento dell’efficienza generale.
Nel libro di Casani e Majonchi, M&Ms, trovi moltissimi altri esempi, insieme ad analisi, studi, scenario attuale e future o ogni altra implicazione dell’IoT. Puoi acquistare il libro su Amazon:
Il marketing, come qualsiasi disciplina umana, ha delle regole. Discutibili, “deperibili”, forzate se volete, ma delle regole ci sono. Prendete per esempio le 22 immutabili leggi del marketing di Al Ries e Jack Trout: è vero che si tratta di un testo con le rughe, ma alcune verità possono essere riconosciute ancora come attuali. La mia sfida, qui, è quella di applicare alcune di quelle leggi (cinque o sei su 22) alla ricerca del lavoro, come se il prodotto o servizio da piazzare sul mercato fossi tu.
- La legge della leadership e della categoria
Questa legge è per molti spiazzante: è preferibile essere i primi e non i migliori. Eppure molti continuano a puntare sulla qualità del prodotto, sul confronto con i competitor, sul benchmarking e non sul posizionamento – parola per me chiave. Per dire: chi si ricorda il nome del secondo aviatore che ha fatto la traversata dell’Atlantico?

Come tradurre questo in campo lavorativo? Se non puoi essere il primo di una categoria, inventatene una nuova in cui diventarlo. Nel 1934 Joseph Lamberth pubblicò il primo libro sul cake design e creò un metodo, che si chiama “metodo Lamberth”.
- La legge della focalizzazione
L’essenza del marketing è restringere la focalizzazione: non puoi rappresentare una cosa specifica se insegui tutto. C’è un vecchio modo di dire inglese che recita: “Jack of all trades and master of none”, che si può tradurre con “esperto di tutto, maestro di niente”. Sempre più persone invece perdono la focalizzazione e disperdono le energie su più fronti, tanto che la studiosa canadese Emilie Wapnick ha coniato il termine “multipotenziale” proprio per indicare una persona con molti interessi e occupazioni creative. È una persona che posta di fronte alla domanda: “Che cosa vuoi fare da grande?”, prova disagio. È una persona che si appassiona per un periodo a una determinata attività, illudendosi per un momento di aver trovato la propria vocazione, fin quando la parabola si consuma e la noia sopraggiunge. Puoi guardare la conferenza Ted di Emilie e questo indirizzo: bit.ly/Wapnick.
- Legge del sacrificio
Questa legge si lega alla precedente: bisogna rinunciare a qualcosa per ottenere qualcosa. Il mondo del lavoro, così come quello degli affari, è popolato da grandi generalisti altamente diversificati e piccoli specialisti estremamente focalizzati. Il generalista di solito è debole, la nicchia spesso vince. Parliamo anche di mercato: chi l’ha detto che devi risultare interessante per tutti? Coca-cola stravinceva e allora Pepsi si è concentrata sui giovani: si parlava infatti di Pepsi generation.
- La legge della sincerità
Se ammetti una qualità negativa, il cliente potenziale ne riconoscerà una positiva. Ammettere un problema va contro la natura umana e aziendale. Uno dei modi più efficaci per entrare nella testa del cliente potenziale è invece ammettere un fatto negativo e trasformarlo in qualcosa di positivo. Avis, per esempio, era la numero due nel mercato del noleggio auto. L’ha ammesso e ha trasformato questo handicap in un punto di forza: è vero, siamo in numeri due ma proprio per questo ci metteremo ancora più impegno.

- La legge dell’imprevedibilità.
Non è possibile prevedere il futuro, ma occorre farsi un’idea di quali saranno le tendenze del mercato, in modo da trarre profitto dal cambiamento. Altro errore è pensare che il futuro sarà una replica del presente. La soluzione per gestire l’imprevedibilità? La flessibilità e la formazione continua: lavori che oggi paiono ormai consolidata, come il social media manager e il brand reputation manager, dieci anni fa non esistevano e, chissà, fra dieci anni non esisteranno più.
EXTRA La legge del fallimento. Il fallimento va messo in conto, va accettato. E, all’americana, va visto come un’opportunità.
Puoi acquistare il libro di Al Ries e Jack Trout qui:
Mi occupo di scrittura, e Web writing in particolare, da diversi anni e ho letto sull’argomento tantissimi libri. Ma uno, in particolare, mi ha lasciato secco: “La scrittura ipnotica” di Joe Vitale. L’avevo adocchiato tanto tempo fa, ma l’avevo sempre snobbato per colpa di quell’“ipnotica” nel titolo: aggettivo che mi attirava ma, al tempo stesso, mi faceva pensare a Giucas Casella.

Insomma, temevo fosse un libro-fuffa, come ne ho letti tanti, invece si è rivelato uno dei migliori sul tema.
Tra le tante tematiche trattate – per esempio il metodo di lavoro o alcuni trucchi per indurre nel lettore uno stato di trance (nulla di illegale, anche Agatha Christie usava la scrittura ipnotica) – una delle più rilevanti è, a mio avviso, quella dei titoli. È il titolo che fa decidere al lettore se leggere un pezzo o un post, o al contrario scappare a gambe levate (dovremmo calcolare una specie di “headline bounce rate”, la percentuale di rimbalzo del lettore per nulla incuriosito da un titolo). Pensate al clic-bait, l’uso di titoli sensazionalistici per fare traffico su un sito, oppure al fatto che la maggior parte della gente che condivide un articolo sui social si limita a leggerne solo il titolo (vedi l’esperimento di Science Post che pubblicò un titolo accattivante e un testo fatto del riempitivo loren ipsum: http://www.ilpost.it/2016/06/21/6-persone-su-10-condivideranno-questo-articolo-senza-leggerlo).
Joe Vitale propone diversi titoli vincenti, senza dover necessariamente ricorrere alla tanto abusate liste. Ne ho scelti 10, alla faccia delle liste.
- Ai lettori importa solo di sé stessi, non di voi che scrivete. Quindi se un titolo promette un beneficio (credibile) diventa interessante. Esempio: Liberi dal mal di schiena in 20 minuti.
- Puntare sul gratis. Acquistare è faticoso, perché il compratore si mette in gioco. Se il prezzo non è più un problema, non proverà il classico rimorso dell’acquirente. Esempio: Un report gratuito spiega come pagare meno tasse.
- Porre una domanda intrigante (una domanda aperta, non deve risolversi con un perentorio sì o no), che faccia leva sull’innata curiosità del lettore. Esempio: Commetti anche tu questi errori?
- Creare un titolo istruttivo, gli “how to” o “come fare” funzionano sempre (ve lo dice uno che ha scritto per 10 anni le guide “Passo a passo” della rivista Computer Idea). Esempio: Come abituare i vostri figli ad ascoltare.
- Sfidare i lettori. Esempio: Quanto siete intelligenti? Rispondete a questo quiz e lo saprete.
- Usare la parola “perché”. Un titolo come “Le nostre barche non affondano mai” è scialbo, mentre “Perché le nostre barche non affondano mai” è più intrigante.
- Usare nel titolo le parole “io” e “me”. Sebbene nella gran parte dei casi il titolo debba essere “lettore-centrico”, in alcune circostanze metterci la faccia, si fa per dire, può risultare molto efficace. Esempio: “Hanno riso quando mi sono seduto al pianoforte, ma quando ho iniziato a suonare…”
- Usare la parola “rivoluzionario”. Ci sono delle parole che accendono qualcosa nella mente del lettore. Esempio: “Il metodo rivoluzionario per sconfiggere la calvizie”.
- Usare la domanda “chi altro?” È dare per scontato che la soluzione proposta sia già stata collaudata. Esempio: “Chi altro è riuscito a pagare meno tasse con questo metodo?”
- Enfatizzare il beneficio. Questa categoria è la logica evoluzione della numero 1, solo che in questo caso si calca ancora di più la mano sul risultato, sul “guadagno” per il lettore. Esempio: “Smettila di dormire da cane, dormi da re”.
Tengo corsi di Web writing, dove parlo anche dei titoli. Per informazioni sui corsi o per organizzare un corso personalizzato presso la tua azienda/associazione/biblioteca, scrivimi.

Spesso la parte più importante della bufala on-line, dopo il titolo (il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide), è la fotografia. Peccato che a volte sia falsa, ritoccata o rubata. Ecco una serie di strumenti per scoprirlo.
Quando una foto non ci convince, la prima cosa da fare è cercarla su Google. Trovare un’immagine partendo da una ricerca testuale è un gioco da ragazzi. Più difficile fare il contrario. Google permette di scoprire, foto alla mano, da dove viene. Basta “uploadare” (caricare online) l’immagine, o segnalarne l’URL se l’abbiamo trovata online, su http://images.google.com (o www.google.it/imghp), usando il comando “Ricerca tramite immagine”, rappresentato dall’icona di una macchina fotografica. Dopo il caricamento, Google restituisce l’elenco delle immagini trovate, anche con risoluzione e dimensione diverse. Segnala anche le immagini simili.
È possibile automatizzare questa operazione utilizzando delle estensioni del browser. Nel caso di Chrome, il browser di Google, possiamo usare “Search by Image (by Google)”, che troviamo su Chrome Store. Per Firefox è disponibile il componente aggiuntivo “Google Search by Image”.
Esempi d’uso della ricerca inversa di Google
Per fare un esempio, sarebbe bastata una ricerca inversa per dimostrare che la seguente foto, associata alle rivolte catalane, in realtà era stata ritoccata, con l’aggiunta della bandiera:


Altro caso del 2021: sui social circola l’immagine di una BMW sommersa dall’acqua durante le inondazioni in Germania: si nota, sul lunotto posteriore, la scritta “Fuck you Greta”.

Non sembra vero di poter farsi beffa di un negazionista del surriscaldamento globale. Peccato che, anche in questo caso, bastasse una ricerca inversa per imbattersi in un tweet che dimostrava la manipolazione:

Anche Il Post ha dedicato un articolo a questo caso: La foto dell’auto tedesca con l’adesivo “Fuck You Greta” è falsa.
Lo strumento della ricerca inversa, tra parentesi, è utilissimo anche per scoprire se la ragazza francese tanto carina che ci sta chiedendo l’amicizia su Facebook è quello che dice di essere. Basta verificare da dove viene la foto usata per il profilo: quasi certo un sito di vendita di foto in stock o, peggio, da un sito di escort on-line.
L’ex presidente del consiglio Conte avrebbe dovuto usare questo strumento…:
Le alterative RevEye e TinEye
RevEye, plug-in di Google Chrome, fa la stessa cosa, con la differenza che consente cercare anche nei database di TinEye (motore di immagini che tra l’altro permette la ricerca inversa), Yandex, Baidu e Bing.

Lo strumento per professionisti: Fotoforensics
Un strumento utile ma complesso, perché dedicato ai professionisti, è Fotoforensics: restituisce informazioni sul file quali Digest (le caratteristiche tecniche della foto, per esempio dimensione e informazioni sui colori RGB), ELA (analisi del livello di errore: se l’immagine non è omogenea è a rischio manomissione), JPEG % (qualità dell’immagine) e Metadata (la carta d’identità di un file: nelle immagini ritoccate i file sono riscritti). Per vedere un esempio d’uso di questo tool, aprite l’immagine che si trova a questo indirizzo: http://imgur.com/gallery/eibEB; viene evidenziato chiaramente che una foto di Obama è stata alterata.

Il controllo dei metadata
Sempre a proposito di controllo dei metadata, detto che spesso è sufficiente spulciare tra le proprietà del file con un colpo di tasto destro in Windows, suggeriamo l’utilizzo dello strumento Jeffrey’s Exif Viewer: anche in questo caso possiamo scoprire tutta una serie di dati tecnici relativi allo scatto, come l’ora, la qualità, le impostazioni della macchina fotografica, la marca e altro ancora. In particolare, rispetto agli altri strumenti della stessa categoria, Jeffrey’s Exif Viewer si contraddistingue per essere in grado di mostrarci i dati EXIF per praticamente tutti i formati di file; l’immagine da passare ai raggi X può essere caricata dal PC oppure possiamo semplicemente indicarne l’URL, se è già on-line. È inoltre possibile usare un bookmarklet, una specie di scorciatoia da mettere nei preferiti del browser, in modo da avere questo strumento sempre a portata di clic.

A caccia di fake con l’iPhone
Se la foto è stata scattata con un iPhone, per accedere ai metadati delle immagini possiamo scaricare una app chiamata Photo Investigator (Investigatore Foto nella versione italiana), che può essere scaricata gratuitamente da App Store. L’app permette di accedere a tutti i metadati disponibili: ora, luogo, fotocamera usata, ma non solo: nella versione a pagamento consente anche di rimuovere o modificare i dati GPS della foto, didascalia e marca temporale (Esiste anche un blog che spiega il funzionamento di Foto Investigator: www.photoinvestigator.co); rivela anche se una foto è stata modificata e con quale app. Esiste anche una app simile per le foto scattate con Android: si chiama Photo Exif Editor.
Un approfondimento: come sconfiggere le fake news con la tecnologia?
NOTA: Questo testo fa parte del libro Manuale per difendersi dalla post-verità, scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello ed edito da Ledizioni. Il volume, inserito nella mia collana “Fai da tech“, parla di bufale online. In particolare ho curato la parte su come riconoscere le news false su Internet e sui social e un’intervista a Ermes Maiolica (che potete leggere qui). Per acquistare l’eBook, fate clic sul link qui sotto:
[Articolo pubblicato sulla rivista e sul sito di Giovani Genitori]

L’Italia è al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari e i bambini lo usano in età precocissima. I pediatri dicono che bisogna limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, ma da quel momento tutto pare permesso, al punto che è raro trovare undicenni o dodicenni senza smartphone. Sul cellulare la prima app che scaricano è Instagram (snobbano Facebook per non incrociare noi genitori e i nonni o gli insegnanti),anche se l’età minima d’uso sarebbe di 13 anni. E immediatamente dopo arriva WhatsApp, dove l’età minima sarebbe di 16 anni (lo sapevate?). Nelle scuole elementari molti bambini di 9, 10 anni hanno già in tasca questi strumenti potentissimi. È un bene o un male? Esiste una età minima per dotare i ragazzi di un telefonino?
Belle domande
Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è un dato di fatto. Lo dicono i dati: la più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online (www.lse.ac.uk/media@lse/research/EUKidsOnline), dimostra che negli ultimi anni ci sia stato un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Chiunque tra noi adulti ha sperimentato la miglior confidenza che i “nativi digitali” hanno nell’uso delle interfacce touch di smartphone e tablet. Il problema è che spesso mancano di competenze. Per esempio, non sanno cosa sia la netiquette, vale a dire non conoscono le regole minime di buon comportamento nelle interazioni in rete.
Come si connettono?
A detta di uno dei maggiori esperti italiani del tema, Paolo Ferri: “I nativi considerano le tecnologie digitali come elemento naturale del loro ambiente di vita. Fin da piccoli si relazionano con la tecnologia attraverso il gioco e, a volte, per prove ed errori costruiscono da soli i propri giochi senza consultare nessun manuale e senza nemmeno saper leggere, personalizzando la tecnologia secondo le proprie esigenze, come fanno con i Lego”. I nativi usano per lo più dispositivi touch e considerano i notebook scomodi e ingombranti. Del resto anche in alcune scuole si usano già i tablet ed esistono decine di migliaia di app rivolte direttamente alla prima infanzia. Non siamo ai livelli della Norvegia, dove la metà dei bambini tra i 3 e i 4 anni usa un tablet e il 25% uno smartphone, ma la percentuale di nativi schermodotati sta aumentando notevolmente anche da noi.
Valutiamo la maturità

Non abbiamo ancora risposto alla domanda se esista o meno un momento giusto per dotare i bambini di uno smartphone. Perché una risposta non c’è. Un altro grande esperto del tema bambini e tecnologia, Alberto Pellai (nella foto), sottolinea che “non esistono linee guida di pediatri o psicologi in questo senso; il momento più indicato è quello dell’inizio della scuola superiore: da quell’età i ragazzi e le ragazze sono capaci di essere autonomi nell’utilizzo e hanno anche sviluppato la capacità di proteggersi da una certa impulsività che potrebbe danneggiarli”.
Che “digital parent” sei?
L’età giusta, possiamo ragionevolmente dire, dipende dalla sensibilità dei genitori e dalla maturità dei figli. La ricercatrice Alexandra Samuel ha individuato tre categorie di approccio al digital parenting: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli.
Proibire a prescindere non è mai stata una strategia vincente, quindi il trucco sta nell’uso condiviso dello strumento. Alberto Pellai mette in guardia dai pericoli dell’uso di queste tecnologie (li conosciamo: contenuti inappropriati, bullismo, sexting e via dicendo) sottolineando l’importanza del ruolo del genitore come educatore, anche se papà e mamma non sono particolarmente ferrati in tema tecnologico.
Supervisione e buon esempio
Anche se non siamo dei maghi del computer, possiamo essere ottimi “digital mentors”. Il nostro compito sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono benissimo e tanti genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato).
Rispettiamo i loro confini: possiamo chiedere di avere accesso al loro cellulare, ma dobbiamo anche dare fiducia e non abusare dello strumento per soddisfare le nostre curiosità, mettendoli in difficoltà o in imbarazzo (avrà o no la fidanzata? Avrà dato il primo bacio?). Incoraggiamoli a diventare adulti che sanno come comportarsi online, in modo sano e responsabile. In ogni caso, sottolinea Pellai, la strategia migliore è sempre la stessa: parlare, parlare, parlare.
I servizi di protezione
Fiducia, quindi. Ma i rischi ci sono, e sono concreti: quindi è bene lasciare libertà ai propri figli ma in un ambiente protetto. Si possono usare, anche sui telefonini come sui pc, delle funzioni di parental control, per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriati. Le funzioni di parental control consentono di scegliere le impostazioni che sono appropriate sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per i minorenni di qualunque età. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia.
Kit per stare al sicuro
Anche se il 99% del tempo i ragazzi usano il telefonino per Internet, non sottovalutiamo il problema delle telefonate in entrata. Le chiamate di determinati numeri possono essere inserite in una blacklist e quindi bloccate in automatico, senza possibilità di lasciare un messaggio in segreteria. I genitori possono inoltre ottenere l’accesso alla lista di chiamate bloccate che sono state ricevute. Esistono anche funzioni di antifurto, che permettono di localizzare un telefono smarrito o rubato, oppure quelle app enormemente diffuse negli Stati Uniti che permettono al genitore di localizzare la posizione del figlio.
Quali sono gli strumenti che fanno tutto questo? Il primo da citare è Spazio Bimbi di Kiddoware, disponibile solo per Android (gratis), perché permette di limitare facilmente l’accesso allo smartphone o alle app, tramite PIN, creando profili personalizzabili. Altra app gratuita consigliata è Net Nanny (per iOS e Android). Molti produttori di smartphone (vedi, tra gli altri, Samsung che fornisce funzionalità come il blocco dello spegnimento del dispositivo) e quasi tutti gli operatori di telefonia includono servizi di sicurezza, che spesso gli utenti non usano semplicemente perché non sanno di averli. In altri casi esistono soluzioni ad hoc degli operatori come nel caso, per esempio, di Tim Protect (protect.tim.it): soluzione di sicurezza a tutto tondo offerta da Tim e sviluppata da F-Secure, che include, tra gli altri, anche un servizio di parental control. Vodafone, a sua volta, propone Smart Tutor, app che consente ai genitori di scegliere i numeri di dati con cui possono entrare in contatto i propri figli, selezionare insieme a loro le app più adatte, evitare che la prole abbia distrazioni nei momenti in cui deve concentrarsi, grazie alla possibilità di limitare le funzioni a una determinata fascia oraria e bloccare i contatti indesiderati.
Due libri da leggere

Se siete nella fase in cui i ragazzi cominciano a usare lo smarphone, procuratevi questi due libri: Paolo Ferri, “I nuovi bambini” (BUR, 2014) e “Tutto troppo presto” di Alberto Pellai (De Agostini, 2015). Quest’ultimo affronta anche un tema scottante e specifico: l’educazione sessuale dei ragazzi nell’era di smartphone e tablet. Dell’autore potete anche consultare il blog www.tuttotroppopresto.it.
Nei corsi per cercare lavoro online applico alcuni principi base del marketing e del digital marketing: del resto ognuno di noi deve trovare un posizionamento e proporsi sul mercato. Dopo aver spiegato come usare gli insegnamenti di Carnegie quando si scrive una lettera o mail di presentazione e quelli di Maxwell Sackheim per vendere sé stessi, passiamo a come ci si presenta. Per esempio scrivendo il riepilogo del proprio profilo LinkedIn, solitamente tasto dolente di chi deve sistemare il profilo.
Secondo Simon Sinek, autore del libro “Partire dal perché”, i grandi leader e le grandi aziende non impostano la loro comunicazione su che cosa fanno o come lo fanno. Partono dal perché. L’esempio tipico è quello di Apple (ma potrei citare anche Harley-Davidson): l’azienda di Cupertino lancia messaggi che partono dal perché, da uno scopo, da una causa o da un ideale che non ha nulla a che fare con quello che Apple fa. Quello che fa non è più la ragione d’acquisto, viene piuttosto utilizzato come prova tangibile di dedizione a una causa. In parole povere: Apple non è vista come un’azienda che fa computer, quindi se produce un lettore MP3, un aggeggio da attaccare alla TV o un orologio, poco cambia. Se invece Dell, azienda di computer, produce un lettore MP3, il prodotto è un flop. Partire dal perché e non dal cosa, tra l’altro, permette di non finire nel pantano delle commodity o a scannarsi sul prezzo.
Sinek parla di cerchio magico, con al centro il perché e, più esterni, come e cosa: ricalca la sezione del cervello umano, dove al centro c’è il sistema limbico e solo alla periferia c’è la neocorteccia, responsabile del pensiero razionale e analitico del linguaggio. Tradotto: la comunicazione deve essere di tipo emotivo, non razionale.
Che cosa c’entra tutto questo con il Riepilogo di LinkedIn, quei 2.000 caratteri che stanno prima delle posizioni lavorative? Se dico che cosa faccio o ho fatto in passato, sto solo elencando una serie di esperienze e skill. Se invece dico perché ho deciso di intraprendere quella carriera, perché mi alzo tutte le mattine (la risposta non è “guadagnare”: quello è un risultato), la comunicazione diventa molto più efficace. Del resto Herb Kelleher (fondatore di Southwest Airlines) disse:
“Non si assume qualcuno per le sue competenze, lo si assume per le sue attitudini. Le competenze si possono sempre insegnare”.
Sinek, per spiegare in modo semplice il concetto, racconta la storia di due scalpellini. Chiedete al primo: “Ti piace il tuo lavoro?”. Lui risponde:
“Non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro. Il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma è un lavoro. Mi permette di campare”.
Poi invece fate la stessa domanda a un secondo scalpellino, e questo risponde:
“Amo il mio lavoro. Sto costruendo una cattedrale. Certo, non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro e a volte il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma sto costruendo una cattedrale”.
I due fanno lo stesso lavoro. Ma uno dei due ha uno scopo. Ha un perché.
Sulla scia di queste considerazioni ho riscritto il mio Riepilogo di LinkedIn. Prima parlavo di quello che facevo, con particolare enfasi sui social media, sui blog, sugli eBook. A pensarci bene tutti strumenti che non si usavano in passato e potrebbero non esserci in futuro. Ora invece il mio Riepilogo suona così:
“Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutto quello che faccio: creo contenuti (il mio vero “core business”) per siti, blog, libri ed eBook, social media, corsi per professionisti e lavoratori, convegni, strategie di content marketing o consulenze aziendali. Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però ho sempre portato la barba). A 16 anni ho iniziato…”
Se fatichi a trovare il tuo perché, prova a usare il metodo dei cinque perché di Sakichi Toyoda.
Se invece cerchi una mano per sistemare il tuo profilo LinkedIn (o il Riepilogo), scrivimi!

