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Mentre il mondo corre verso il metaverso, tra visori VR e mondi 3D iperrealistici, c’è un eroe silenzioso che non ha mai smesso di fare il suo dovere: il leggendario Solitario classico. Nessun tutorial, nessun avatar da customizzare, nessun abbonamento mensile. Solo un panno verde digitale, un mazzo di carte e un piccolo “clic” che ci riporta dritti negli anni ’90.

Perché sì, mentre oggi combattiamo contro mostri interdimensionali o costruiamo città futuristiche con l’IA, c’è ancora chi trova pace mescolando un mazzo di carte virtuali. E non è solo una questione di nostalgia: è una piccola ribellione zen, una pausa di lucidità nel caos digitale.

Solitario: il primo “gioco educativo” (che non sapeva nemmeno di esserlo)

Per molti, il Solitario non è stato solo il primo videogioco, ma anche la prima lezione di informatica. Altro che app didattiche o corsi su YouTube: nel 1990, imparavi a usare il mouse trascinando un re nero su una regina rossa. Il Solitario era il nostro “livello base” per l’uso del computer, ben prima dei MOOC o dell’e-learning.

E poi, diciamolo: era ovunque. Nell’aula d’informatica della scuola, nel PC dell’ufficio, nei pomeriggi passati a “fare finta di lavorare”. Tutti ci giocavano. Studenti, segretarie, nonni, informatici. Non serviva né connessione, né registrazione, né skill particolari. Bastava saper distinguere il rosso dal nero. E avere tempo da perdere, ovviamente.

Perché funziona ancora?

Perché il Solitario non urla. Non ti chiede di vincere, di primeggiare, di battere altri utenti in arene multiplayer. Ti chiede solo di pensare. In silenzio. È un gioco meditativo, quasi terapeutico. Ti allena la mente, non i pollici. Ti fa concentrare, non scrollare.

È perfetto per i “momenti cuscinetto”: tra una call e l’altra, mentre aspetti il treno, o quando vuoi decomprimere senza dover affrontare un open world da 100 ore. E poi è uno dei pochi giochi rimasti dove il nemico non è un algoritmo, ma la tua fretta.

Una meccanica semplice con profondità strategica

Le regole? Le conosci anche se non le hai mai lette. Muovi le carte in ordine decrescente, alternando i colori. Svela le colonne, pesca dal mazzo, costruisci le quattro pile finali per seme. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una dinamica di gioco che richiede logica, pazienza e un pizzico di fortuna.

Ogni partita è diversa. Ogni mossa è potenzialmente irreversibile. Ogni scelta può portarti alla vittoria… o bloccare tutto. In un’epoca di giochi scritti per “tenerti incollato”, il Solitario fa l’opposto: ti chiede di rallentare, di riflettere, di riordinare il caos. Letteralmente.

Dalla scrivania al touchscreen: il Solitario si è evoluto, ma non si è venduto

Oggi puoi giocare al Solitario Classico su qualsiasi dispositivo: PC, tablet, smartphone, persino smartwatch. Alcune versioni ti offrono sfide giornaliere, temi personalizzati, modalità “notte” e pulsanti di aiuto. Ma il cuore del gioco resta lo stesso.

Nessun paywall, nessun NFT da collezionare, nessuna leaderboard mondiale. Solo tu, un mazzo virtuale, e quel momento in cui cerchi disperatamente un sei nero per spostare il tuo maledetto sette rosso.

Un’icona silenziosa della cultura digitale

Il Solitario non ha mai avuto trailer cinematografici o eSport dedicati, ma è comunque riuscito a ritagliarsi un posto nella nostra memoria collettiva. È finito nei meme, nelle sitcom, nei momenti morti di milioni di impiegati e studenti. È uno dei pochi giochi in cui il tempo perso non sembra tempo sprecato.

Non ti chiede nulla, se non qualche minuto. E in cambio ti dà esattamente quello che promette: concentrazione, ordine, una soddisfazione calma e senza fronzoli.

La gioia del poco

In un mondo saturo di effetti speciali, microtransazioni e distrazioni infinite, il Solitario è un’oasi. Non ha bisogno di reinventarsi. Non deve stupire. È sempre lì, fedele e familiare come un vecchio amico. Lo apri, giochi, chiudi. E ti senti un po’ meglio.

Che tu stia cercando un tuffo nella memoria o un antistress tascabile, il Solitario Classico è sempre a un clic di distanza. E ti ricorda che, a volte, basta poco per sentirsi di nuovo felici.

Bassa risoluzione, libretto Einaudi di Massimo Mantellini, è un testo in bassa risoluzione.

Prima di parlarti del volume, però, fammi fare una premessa. In ogni corso che faccio, soprattutto quello sul social media marketing o LinkedIn, affermo che siamo nell’era di Tripadvisor e che si può recensire di tutto: anche le persone. Figuriamoci i prodotti culturali. Predico bene ma una volta ho razzolato male: mi sono trovato in una libreria e ho acquistato, d’impulso (mai più), il testo in oggetto. In ogni caso non avrei trovato nulla, il testo è in vendita da pochi giorni. Avrei dovuto quindi aspettare ed evitare di essere, per una volta, un early adopter.

Chiariamo: il libretto è se vuoi anche interessante, ben scritto. Peccato però che sul tema della bassa risoluzione, ovvero sul fatto che Internet ci faccia perdere la profondità in tutti i campi (informazione, cultura, relazioni e così via), avevo già letto, anni fa, un altro testo. Questo molto più completo e interessante (e che Mantellini non cita nemmeno, l’avrà letto?). Si trattava di “Good enough society” di Paolo Magrassi. Così ne parlavo nel mio “Non mi piace”, il contromanuale di Facebook:

“Viviamo nella “good-enough society”, l’era del buono quanto basta: non serve la qualità ottimale del CD, basta l’MP3; non consultiamo le enciclopedie, tanto c’è Wikipedia; telefonate con audio perfetto? Il VOIP di Skype è più che sufficiente”.

Mantellini, ottimo giornalista informatico che scoprii tanti anni fa seguendo Punto Informatico, cita nel libro alcuni esempi di bassa risoluzione, di “buono quanto basta” direbbe Magrassi. Parla di musica, per esempio: tema a me caro perché l’ho studiato e raccontato in “Musica liquida”. Ma la storia di MP3 e streaming è liquidata (scusa il gioco di parole) in pochissime frasi. Poi parla di selfie, film in prima visione piratati, notizie su Facebook e finisce con l’elencare altri esempi per nulla tecnologici: dalle cucine IKEA alle pareti di compensato (!), dalla free press ai voli low cost. A proposito di low cost, tra parentesi, se vuoi leggere invece una bella inchiesta sul tema, c’è sempre il buon vecchio “Italia low cost” (ne parlai in TV, qualche anno fa: vedi qui).

Insomma, il testo di Mantellini, infarcito anche di buone citazioni, non pretendeva di essere esaustivo, ma mi ha deluso ugualmente. Forse, come dicevo all’inizio, è solo coerente: un libro sulla superficialità non poteva essere anche utile.

Se scrivi per il Web sai che, cambiando mezzo di comunicazione rispetto alla carta, devi rispettare regole e consuetudini diverse. Ci sono diversi manuali che svelano questi trucchi – forse ne hai già letto qualcuno – ma uno su tutti è davvero imprescindibile: “Scrivere per il Web. Diventare un Web copyrighter e catturare l’attenzione dei clienti” di Michael Miller, autore di oltre 100 libri.

Scrivere per il Web vuol dire tante cose: significa creare testi per siti Web, articoli online, blog, social media, email, pubblicità e comunicati stampa.

Le differenze tra scrittura online e offline

Nella prima parte del libro Miller spiega nel dettaglio quali sono le differenze tra scrittura online e offline: la lettura online è più lenta, dispersiva, scomoda, interattiva e i lettori – che in realtà non si considerano tali, bensì utenti o visitatori – cercano una gratificazione immediata ma soprattutto vogliono, così come vogliono i motori di ricerca, contenuti di qualità: esclusivi, utili e autorevoli.

Da questa premessa Miller cava delle regole. La prima, fuori da questa lista perché è un comandamento imprescindibile è la seguente: il vero focus è sul destinatario, mai su chi scrive.

Le regole fondamentali della scrittura online

Detto questo, ecco le sette regole fondamentali che si apprendono leggendo il manuale pubblicato in Italia da Hoepli.

  1. Scrivere semplice. Se è vero che la scrittura non è un fine ma un mezzo, deve venire incontro alle esigenze del pubblico, devi scrivere poco e con frasi brevi (massimo 12 parole), usa la forma attiva ed elimina le negazioni, usa parole corte e facili da comprendere. No al linguaggio settoriale, via le sigle incomprensibili (oppure spiegale la prima volta che le citi).
  2. Dividi il testo in paragrafi. Gli utenti non vogliono trovarsi di fronte a un muro di testo, per questo devi dividere il testo in paragrafi distinti, da quattro o cinque righe al massimo, con sottotitoli dedicati. Questo piace tanto anche a Google.
  3. Comunica i vantaggi, non le caratteristiche. Un bravo venditore di aspirapolveri porta a porta non ti parla del motore o degli accessori del prodotto, ma ti pulisce quel tappeto sporco da tempo. Al lettore non interessa altro che il suo tornaconto personale: risolvi un suo problema, ne sarà felice!
  4. Usa istruzioni passo a passo. Le persone amano imparare qualcosa, vuol dire che il pezzo che hanno letto è stato utile e possono mettere subito in pratica quello che hanno imparato.
  5. Usa gli elenchi. Gli elenchi mettono ordine in un argomento, danno “scientificità” a quel che scrivi e, soprattutto, sono facili da leggere.
  6. Usa lo schema della piramide rovesciata. Se è vero che i lettori online cercano una gratificazione immediata, dai nelle prime cinque righe tutto quello che cercano (conosci le 5W del giornalismo?), poi al limite approfondiranno nella parte restante del testo. Si parla di “above the fold”, come se stessimo parlando di un giornale: gli utenti odiano gli scroll.
  7. Usa un tono non troppo formale. La gran parte dei testi sul Web non sono la pagina “Chi siamo” dell’azienda, bensì articoli, blog, testi per i social e così via. Scrivi in prima persona, dai del tu al lettore. Usa un tono colloquiale, ma senza esagerare.

Queste sette regole (in realtà Miller non parla di sette regole, è una mia licenza da recensore creativo…), unite a un pizzico di storytelling, sono una bomba: prova e mandami un messaggio per raccontarmi com’è andata.

Se vuoi organizzare un corso di Web writing per la tua azienda, scrivimi!

Tempo fa lessi il libro “Neuro Web Design” di Susan M. Weinschenk e ne rimasi affascinato: spiegava come usare alcune teorie psicologiche, per non dire “tare” umane, per far funzionare i siti Web, per aumentare i risultati, per vendere di più.
Il libro “Design diabolico” di Chris Nodder fa la stessa cosa, ma in modo sistematico e più completo. Usa il pretesto dei peccati capitali (superbia, invidia, lussuria, gola, accidia, ira e avarizia) per mostrare come i più celebri studi di psicologia sociale o sociologia possano aiutare ogni Web master.
Qualche esempio? Si può usare la “dissonanza cognitiva” (fumo anche se so che mi fa male, allora mi giustifico perché anche il mio medico fuma) per vendere, o meglio per annullare i conflitti con i prodotti, sfruttando recensioni positive altrui (approvazione sociale), testimonial, promesse di vantaggi e così via. Oppure si può usare la gamification (come nella patente a punti) e il rinforzo parziale per fidelizzare (ogni tanto qualche ricompensa), le linee del desiderio per mettere in evidenza quel che si vuole e nascondere quel che non conviene, la pigrizia per far passare delle opzioni di default, l’avversione alla perdita per spingere un’offerta (come fa Groupon), la reciprocità per farsi dare dei dati a fronte di un dono (eBook gratis per la lead generation), la tecnica della porta in faccia per far sì che dopo un rifiuto ci sia un’adesione, l’esclusività per vendere un abbonamento Premium (come fa LinkedIn), l’ancoraggio per far scegliere l’opzione da piazzare e tanto altro ancora.
Quasi trecento pagine ricche di ricerche e trucchi. Il rischio è quello di diventare manipolatori? No, il rischio è maggiore per chi non lo legge: per conoscere gli utenti Web bisogna entrare nella loro testa.

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