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Ogni volta che sento dire che con ChatGPT scrivere una tesi sarà più facile, mi viene in mente Umberto Eco. Non per nostalgia, ma per una ragione molto concreta: in un’epoca in cui gli strumenti generativi accelerano tutto, il metodo conta ancora di più. Eco lo spiegava già molti anni fa in Come si fa una tesi di laurea: una tesi nasce da un argomento preciso, da fonti riconoscibili, da un progetto ordinato e da un’etica del lavoro intellettuale. Oggi non c’è nulla di più moderno di questa impostazione.Il punto, infatti, non è capire se l’intelligenza artificiale si possa usare durante il percorso universitario. La risposta è ovviamente sì. Il punto vero è come usarla. Se la si considera una scorciatoia per evitare fatica, lettura, selezione delle fonti e costruzione del ragionamento, il rischio è produrre testi apparentemente fluidi ma deboli, generici, spesso poco verificabili. Se invece la si tratta come un supporto, un copilota, allora può diventare uno strumento utile anche in un lavoro di ricerca serio.

Il consiglio di Eco che vale ancora oggi: restringere il campo

La lezione forse più importante di Eco è anche la più trascurata: più si restringe il campo, meglio si lavora. Lui preferiva la tesi monografica a quella panoramica, perché un tema troppo vasto espone lo studente alla dispersione, alle omissioni e a una scarsa padronanza del materiale. È un principio che vale ancora di più oggi, in un ambiente digitale dove l’abbondanza delle informazioni rischia di trasformarsi in caos.

Se uno studente digita una domanda generica dentro un chatbot, quasi sempre otterrà una risposta generica. Se invece parte da una domanda ben delimitata, da un corpus chiaro e da un obiettivo definito, allora anche l’AI può aiutarlo a orientarsi meglio. Ecco perché, se dovessi aggiornare Eco al tempo dell’intelligenza artificiale, direi questo: non usare l’AI per allargare il tema, ma per metterlo a fuoco.

Fonti vere, fonti secondarie, output artificiali

Eco insisteva molto sulla distinzione tra fonti primarie e letteratura critica. È una distinzione basilare, ma oggi va integrata con una nuova precisazione: l’output di un sistema di AI non è una fonte. Non lo è mai. Al massimo è un supporto per orientarsi, un modo per formulare ipotesi, una traccia provvisoria di lavoro. Ma tutto ciò che l’intelligenza artificiale suggerisce deve essere controllato, verificato, rintracciato e confermato altrove.

Questo è il nodo centrale anche per chi studia nelle materie umanistiche. In molti pensano che l’AI serva soprattutto per “scrivere”. In realtà può essere più utile prima della scrittura: nel confronto tra testi, nella classificazione degli argomenti, nell’estrazione di temi ricorrenti, nella sintesi preliminare di documenti lunghi. Ma la selezione critica delle fonti resta umana. E resta umana anche la responsabilità intellettuale di ciò che si decide di mettere in pagina.

Il vero problema non è ChatGPT: è l’assenza di metodo

Da tempo mi occupo di digitale e intelligenza artificiale, e continuo a pensare che la tecnologia, da sola, non sia né la soluzione né il problema. Il problema nasce quando manca il controllo, cioè quando manca la competenza. È una convinzione che accompagna il mio lavoro di divulgazione, formazione e consulenza: molte persone temono il digitale perché non lo governano, e questa sensazione di perdita di controllo produce ansia, resistenza e cattive decisioni.

Lo stesso vale per l’università. Non è ChatGPT a peggiorare una tesi. La peggiora l’uso ingenuo di ChatGPT. Non è l’AI a impoverire il pensiero. Lo impoverisce l’idea che pensare sia facoltativo. Per questo considero la scrittura con strumenti generativi una questione prima di tutto culturale: bisogna saper dialogare con questi sistemi, correggerli, guidarli, contestarli. Ed è esattamente il motivo per cui le competenze umanistiche e comunicative contano sempre di più.

Perché gli studenti umanisti non partono svantaggiati

Su questo punto vale la pena essere molto chiari: chi studia filosofia, lettere, storia, sociologia, pedagogia o comunicazione non è affatto tagliato fuori dalla rivoluzione dell’AI. Anzi. Nel mio lavoro sul prompt engineering sostengo da tempo che fare buone domande, definire bene un obiettivo, guidare la macchina e specificare il formato del risultato siano competenze cruciali. E queste sono competenze che hanno molto a che fare con il linguaggio, con l’interpretazione, con il contesto. In altre parole: hanno molto a che fare con la formazione umanistica.

Quando parlo di prompt engineering, non mi riferisco a una formula magica o a un nuovo mestiere per pochi specialisti. Mi riferisco a una nuova alfabetizzazione. Un po’ come saper usare bene un word processor o un foglio elettronico. Nel giro di poco, questi strumenti saranno integrati ovunque. E allora la differenza non la farà chi usa l’AI, ma chi sa usarla meglio degli altri.

Dalla mia tesi su Internet all’AI di oggi

Per me questo discorso ha anche una dimensione personale. Mi sono laureato in Scienze Politiche con una tesi sulle relazioni online, La vita nel ciberspazio come rappresentazione, in cui provavo a leggere il mondo nascente della comunicazione mediata dal computer attraverso gli strumenti della sociologia e, in particolare, attraverso Erving Goffman. Il punto era semplice: di fronte a un fenomeno nuovo, non bisogna buttare via gli strumenti interpretativi precedenti; bisogna usarli bene.

La tesi di laurea di Gianluigi Bonanomi sulla vita nel ciberspazio come rappresentazioneLa mia tesi di laurea del 2001: La vita nel ciberspazio come rappresentazione.

Rileggendo oggi quella stagione, mi sembra che il metodo sia rimasto lo stesso. Anche l’intelligenza artificiale non va affrontata come una magia improvvisa o come un salto nel buio. È il risultato di un percorso lungo decenni, costruito su internet, e-commerce, smartphone, social network e usi sociali della tecnologia. Vederla così aiuta anche gli studenti: non come oracolo, ma come oggetto storico, culturale e professionale da capire.

Masterclass di Gianluigi Bonanomi sull'intelligenza artificiale
Formazione e divulgazione sull’intelligenza artificiale generativa.

Come usare davvero l’intelligenza artificiale per la tesi

Se dovessi dare un consiglio pratico a uno studente che sta lavorando alla tesi, direi di usare l’AI in cinque momenti precisi:

  • per restringere il campo;
  • per trasformare una curiosità vaga in una domanda di ricerca;
  • per confrontare interpretazioni diverse;
  • per sintetizzare materiali già letti;
  • per migliorare la chiarezza espositiva di una bozza già pensata.

La userei molto meno, invece, per generare pagine da incollare così come sono. Per una ragione semplice: la tesi non è un esercizio di riempimento, ma una prova di consapevolezza. Deve mostrare che lo studente sa costruire un percorso, selezionare le fonti, verificare le affermazioni, argomentare in modo credibile e assumersi la responsabilità di ciò che scrive.

Il plagio, oggi, ha solo cambiato faccia

C’è poi un aspetto etico che non si può eludere. Eco era netto sul plagio e sull’onestà intellettuale. Oggi il problema non scompare: cambia forma. Non significa solo copiare da un libro o da un saggio, ma anche consegnare come proprio un testo prodotto in larga parte da una macchina, senza rielaborazione, senza verifica e senza piena comprensione.

La domanda giusta non è “si può usare l’AI per fare la tesi?”, ma: l’AI ti sta aiutando a ragionare meglio o ti sta semplicemente aiutando a fingere di aver ragionato?

È una differenza enorme. Ed è una differenza che riguarda il valore stesso dell’università.

Umberto Eco aveva capito tutto, anche oggi

Alla fine, la vera notizia è che Come si fa una tesi di laurea non è un libro del passato. È un libro che oggi possiamo leggere quasi come una guida anti-caos. In un’epoca in cui tutto è disponibile, accessibile, copiabile e riscrivibile in pochi secondi, Eco ci ricorda che fare ricerca significa ancora scegliere, escludere, ordinare, verificare, citare e pensare.

Se dovessi riassumere la questione in una frase, direi questa: al tempo dell’intelligenza artificiale, una buona tesi di laurea si fa ancora come diceva Umberto Eco, ma con una responsabilità in più. Non basta saper scrivere. Bisogna saper guidare gli strumenti senza farsi guidare da loro.

Vuoi approfondire?

Se sei uno studente, un docente o un professionista della formazione e vuoi capire come studiare, scrivere e lavorare meglio con l’intelligenza artificiale senza rinunciare al pensiero critico, sul mio sito trovi corsi, speech e workshop dedicati all’uso consapevole dell’AI generativa.

Scopri i corsi
Guarda il mio speech sul prompt engineering

 

Da un paio d’anni sono titolare della cattedra di Digital Marketing del biennio specialistico dell’Università SantaGiulia di Brescia. Nell’ultimo corso ho fatto una testa così ai miei studenti affinché usassero il più possibile ChatGPT durante le esercitazioni in classe. Poi ho pensato: ma il chatbot passerebbe il mio esame orale? Allora l’ho interrogato, facendo domande basilari e non quelle per la lode. Ecco come è andata, che voto ha preso.

Il prompt che ho usato

L’interrogazione dell’oracolo AI avviene tramite i cosiddetti prompt (qui trovi un articolo su come si creano i prompt con il mio metodo G.O.L.). Ecco quello che ho usato io con ChatGPT Plus versione GPT4, che altrove, dicono, ha passato esami ben più impegnativi del mio:

Agisci come uno studente universitario di digital marketing che sta sostenendo un esame orale. Rispondi alla mia domanda in modo preciso e conciso, con al massimo 100 parole, usando anche esempi. La domanda è:[DOMANDA]

Nota importante: ho usato la versione GPT4 di ChatGPT (disponibile per gli utenti di ChatGPT Plus).

Domanda 1: che differenza c’è tra marketing e comunicazione?

Risposta di ChatGPT: Il marketing è un approccio strategico per promuovere prodotti o servizi con l’obiettivo di generare vendite. Ad esempio, una campagna di marketing può includere l’analisi del mercato, la pianificazione del prezzo, e la distribuzione. La comunicazione, invece, è un sottoinsieme del marketing che si concentra sull’invio di messaggi ai clienti attraverso vari canali, come la pubblicità o i social media. Per esempio, la creazione di un post su Instagram per promuovere un nuovo prodotto è un’attività di comunicazione all’interno di una campagna di marketing più ampia.

Mio commento: risposta corretta, all’esame chiederei di fare degli esempi di marketing più ficcanti. Qui un approfondimento sulla differenza tra marketing e comunicazione.

Domanda 2: che differenza c’è tra social network e social media?

Risposta di ChatGP: I social network sono piattaforme online che connettono le persone, come Facebook o LinkedIn, permettendo la condivisione di contenuti e la creazione di relazioni. I social media, invece, sono un concetto più ampio che include i social network, ma anche altre forme di media sociali come blog, forum e siti di condivisione di video, come YouTube. Un esempio di questa differenza può essere visto confrontando Facebook (un social network) con WordPress (un media sociale, ma non un social network).

Mio commento: risposta tutto sommato corretta anche se non brillantissima. Non mi fa impazzire, sinceramente. Per esempio sottolineerei che social come Facebook e LinkedIn siano anche social media. Calzante invece l’esempio di WordPress. Ho parlato di questo tema qui:

Domanda 3: che cosa sono le buyer personas?

Risposta di ChatGP: Le buyer personas sono profili dettagliati e semi-fittizi dei clienti ideali di un’azienda. Essi descrivono caratteristiche demografiche, comportamenti, necessità e motivazioni. Ad esempio, “Claudia, 35 anni, manager IT, amante della tecnologia, cerca soluzioni di sicurezza informatica per proteggere i dati aziendali”. Utilizzare le buyer personas aiuta a personalizzare e orientare le strategie di marketing verso gruppi target specifici, migliorando l’efficacia delle campagne.

Mio commento: Nulla da obiettare, risposta corretta e buon esempio che dimostra come le buyer personas vadano oltre i dati socio-demografici. Qui racconto come usare ChatGPT per costruire le buyer personas:

Domanda 4: fammi tre esempi di strumenti digitali che possono aiutare a costruire un piano editoriale.

Risposta di ChatGP:

  1. Trello: un’applicazione di project management che permette di organizzare e pianificare contenuti attraverso “tavole”. Per esempio, si può creare una tavola per ogni mese con le relative attività.
  2. Google Trends: uno strumento che mostra le tendenze di ricerca su Google, utile per identificare argomenti di tendenza e ottimizzare il piano editoriale.
  3. SEMrush: una piattaforma per l’analisi dei dati SEO, che consente di trovare parole chiave efficaci per il contenuto da pianificare. Ad esempio, può aiutare a scoprire quali termini stanno attirando traffico nel tuo settore.

Mio commento: Avrei preferito un minimo di introduzione ma la scelta degli strumenti è molto interessante. In modo particolare, a lezione, parliamo molto di Google Trends:

Domanda 5: crea un funnel, a partire da un lead magnet, per vendere delle consulenze di cybersecurity

Risposta di ChatGP: Il lead magnet potrebbe essere un report gratuito sulle ultime minacce alla sicurezza informatica. Attraverso i social media e il SEO, si attirano visitatori al sito, dove si offre il report in cambio della loro email. Questo genera lead. La serie di email di follow-up fornisce ulteriori consigli sulla sicurezza informatica, costruendo fiducia e posizionando l’azienda come esperta nel campo. L’ultima email offre una consulenza sulla sicurezza informatica. Ad esempio, un’analisi personalizzata delle vulnerabilità della loro rete.

Mio commento: esempio davvero calzante. Se ne trovano moltissimi in Rete. Per esempio nel caso di Seqrite, per scaricare il report sulle ultime minacce informatiche occorre dare i propri dati.

Domanda 6: che cosa intende Kotler per “marketing 4.0”?

Risposta di ChatGP: Marketing 4.0, come definito da Philip Kotler, è un approccio che integra il marketing tradizionale con il digitale. Pone l’enfasi sulla digitalizzazione e l’interazione con i clienti attraverso vari canali online. Include l’uso di social media, SEO, content marketing, e molto altro. Un esempio è l’utilizzo di Facebook per interagire direttamente con i clienti, offrendo risposte immediate e personalizzate alle loro domande.

Mio commento: La risposta è corretta ma insoddisfacente, avrei apprezzato un cenno al perché con i conti siamo arrivati a “4.0” (per la cronaca 1.0 è incentrato sul prodotto, 2.0 è orientato al consumatore, con un focus sulla differenziazione del prodotto e sulla segmentazione del mercato, 3.0 si basa sui valori). A margine, ho caricato il testo “Marketing 4.0” di Kotler (che uso come testo d’esame) su AskyourPDF e questa è la risposta dedotta direttamente dal libro:

Domanda 7: come potrebbe un bar sfruttare il digital storytelling?

Risposta di ChatGP: Un bar può utilizzare il digital storytelling attraverso i social media, creando contenuti che raccontano la storia del bar, i suoi cocktail unici o eventi speciali. Ad esempio, un post di Instagram potrebbe mostrare un barista che crea un cocktail con una descrizione dettagliata dei suoi ingredienti e della sua storia. Questa strategia può aiutare a coinvolgere i clienti, creare un senso di comunità e aumentare la visibilità online del bar.

Mio commento: Risposta tutto sommato corretta ma non entusiasmante. Anzi, debolissima. Ho chiesto quindi a ChatGPT di essere più creativo e convincente. Ecco la seconda risposta: Il bar potrebbe sfruttare il digital storytelling creando una “Serie di Cocktail Leggendari”. Ogni settimana, potrebbe essere rilasciata una storia su Instagram o un video su YouTube che racconta la leggenda di un cocktail specifico. Ad esempio, il cocktail potrebbe essere legato a un evento storico o a una celebrità. Questo crea anticipazione e coinvolge i clienti, invitandoli a provare il “cocktail della settimana”. Inoltre, i clienti potrebbero essere incoraggiati a condividere le loro storie con il cocktail, creando così contenuti user-generated.

Mio commento: decisamente meglio! Un ottimo esempio di digital storytelling su YouTube in questo settore è di StarBucks:

Domanda 8: che differenza c’è tra up-selling e cross-selling?

Risposta di ChatGP: L’up-selling incentiva il cliente a comprare una versione più costosa o superiore del prodotto già considerato. Ad esempio, suggerire un laptop più avanzato quando un cliente sta guardando un modello base. Il cross-selling propone prodotti complementari all’acquisto principale. Ad esempio, offrire un mouse e una borsa per laptop al cliente che sta acquistando un laptop. Entrambe le strategie mirano ad aumentare il valore del carrello medio.

Mio commento: Corretto. Per esempio su Amazon, quando cerchi un laptop, in effetti ti mostra i modelli superiori e gli accessori:

Domanda 9: che cosa si intende per marketing automation e come useresti ChatGPT in quest’ottica?

Risposta di ChatGP: La marketing automation è l’uso di tecnologie per automatizzare e semplificare le attività di marketing, migliorando l’efficienza e il ROI. ChatGPT può essere utilizzato per automatizzare l’interazione con i clienti, rispondendo immediatamente alle domande frequenti, fornendo informazioni sui prodotti o guidando gli utenti attraverso il processo di acquisto, riducendo così il carico di lavoro del team di assistenza clienti e migliorando l’esperienza dell’utente.

Mio commento: La risposta è tutto sommato onesta, senza infamia né lode. Per un approfondimento su questo tema suggerisco di leggere questo libro di Vincenzo Cosenza:

Domanda 10: come si può applicare la SEO al profilo LinkedIn?

Risposta di ChatGP: La SEO su LinkedIn riguarda l’ottimizzazione del profilo per essere trovati facilmente. Questo può essere fatto utilizzando parole chiave rilevanti nel titolo del lavoro, nella sintesi e nelle descrizioni delle esperienze. Ad esempio, se sei un consulente di digital marketing, includi termini come “SEO”, “content marketing” o “strategia digitale” nel tuo profilo. Inoltre, raccogliere raccomandazioni e competenze può aumentare la visibilità, poiché LinkedIn priorizza i profili con interazioni elevate.

Mio commento: Nulla da eccepire. Qui un approfondimento:

Il voto finale

Tutto sommato ChatGPT ha passato l’esame con un buon 27.

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Il 28 marzo sono stato invitato dall’Università Bicocca di Milano per tenere un workshop sull’uso strategico di LinkedIn.

Perché gli universitari dovrebbero usare LinkedIn?

Ho raccontato ai ragazzi, scettici perché convinti che il profilo LinkedIn serva solo a chi ha già una carriera avviata, i motivi per i quali dovrebbero aprire e curare il profilo. I motivi sono essenzialmente cinque.

  1. Networking

LinkedIn consente di connettersi con professionisti di ogni settore e di tutto il mondo: un’opportunità per conoscere persone che potrebbero aiutare a trovare lavoro dopo la laurea o a trovare uno stage durante gli studi.

  1. Ricerca di lavoro

LinkedIn è uno strumento utile per la ricerca di lavoro. Molti datori di lavoro e (praticamente tutti i) recruiter utilizzano LinkedIn per cercare candidati.

  1. Informazioni sulle aziende

LinkedIn è una fonte di informazioni sulle aziende, anzi: una miniera d’oro (quali aziende pubblicano sul sito l’organigramma?). Si possono studiare i post degli impiegati dell’azienda, le offerte di lavoro aperte e le informazioni sulla cultura aziendale.

  1. Imparare dai professionisti affermati

Su LinkedIn, ci sono molti punti di riferimento di diversi settori (chiamarli influencer mi fa specie). È possibile seguire le loro attività, imparare dalle loro esperienze.

  1. Personal branding

LinkedIn consente di iniziare a lavorare sul proprio posizionamento, anche prima di sbarcare nel mondo del lavoro. Creare un profilo completo che mostri percorso di studi, competenze acquisite, progetti (laboratori, tesi, ecc.) serve sia per eventuali recruiter e datori di lavoro, ma anche per LinkedIn stesso: inizia a capire chi sei, di che cosa ti occupi, a chi mostrare il profilo e i contenuti.

In sintesi, LinkedIn è uno strumento potente per gli universitari che cercano di costruire la propria carriera, anche da zero. Utilizzando LinkedIn, puoi connetterti con professionisti, cercare lavoro, ottenere informazioni sulle aziende, imparare dalle persone di successo e costruire la tua marca personale. Non perdere l’opportunità di utilizzare LinkedIn per la tua carriera.

Un suggerimento concreto: usare l’AI per sistemare il profilo LinkedIn

Durante l’evento alla Bicocca, abbiamo parlato molto della rivoluzione dell’intelligenza artificiale: ChatGPT e non solo. Ecco un suggerimento concreto: usare l’AI per sistemare il profilo LinkedIn. In particolare ho suggerito di caricare il proprio CV su un sito come AskYourPDF, che consente di caricare qualsiasi PDF e di “interrogarlo”. In questo esempio, dopo aver caricato il mio curriculum, ho chiesto di creare una headline per LinkedIn, anche aggiustando il tiro.

Chiaramente si possono chiedere anche altri contributi per sistemare il profilo LinkedIn:

  • Individuare le skill
  • Trovare le keyword per un’ottimizzazione SEO del profilo
  • Riscrivere dei testi
  • Suggerire modifiche del CV

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