Il consiglio di Eco che vale ancora oggi: restringere il campo
La lezione forse più importante di Eco è anche la più trascurata: più si restringe il campo, meglio si lavora. Lui preferiva la tesi monografica a quella panoramica, perché un tema troppo vasto espone lo studente alla dispersione, alle omissioni e a una scarsa padronanza del materiale. È un principio che vale ancora di più oggi, in un ambiente digitale dove l’abbondanza delle informazioni rischia di trasformarsi in caos.

Se uno studente digita una domanda generica dentro un chatbot, quasi sempre otterrà una risposta generica. Se invece parte da una domanda ben delimitata, da un corpus chiaro e da un obiettivo definito, allora anche l’AI può aiutarlo a orientarsi meglio. Ecco perché, se dovessi aggiornare Eco al tempo dell’intelligenza artificiale, direi questo: non usare l’AI per allargare il tema, ma per metterlo a fuoco.
Fonti vere, fonti secondarie, output artificiali
Eco insisteva molto sulla distinzione tra fonti primarie e letteratura critica. È una distinzione basilare, ma oggi va integrata con una nuova precisazione: l’output di un sistema di AI non è una fonte. Non lo è mai. Al massimo è un supporto per orientarsi, un modo per formulare ipotesi, una traccia provvisoria di lavoro. Ma tutto ciò che l’intelligenza artificiale suggerisce deve essere controllato, verificato, rintracciato e confermato altrove.
Questo è il nodo centrale anche per chi studia nelle materie umanistiche. In molti pensano che l’AI serva soprattutto per “scrivere”. In realtà può essere più utile prima della scrittura: nel confronto tra testi, nella classificazione degli argomenti, nell’estrazione di temi ricorrenti, nella sintesi preliminare di documenti lunghi. Ma la selezione critica delle fonti resta umana. E resta umana anche la responsabilità intellettuale di ciò che si decide di mettere in pagina.
Il vero problema non è ChatGPT: è l’assenza di metodo
Da tempo mi occupo di digitale e intelligenza artificiale, e continuo a pensare che la tecnologia, da sola, non sia né la soluzione né il problema. Il problema nasce quando manca il controllo, cioè quando manca la competenza. È una convinzione che accompagna il mio lavoro di divulgazione, formazione e consulenza: molte persone temono il digitale perché non lo governano, e questa sensazione di perdita di controllo produce ansia, resistenza e cattive decisioni.
Lo stesso vale per l’università. Non è ChatGPT a peggiorare una tesi. La peggiora l’uso ingenuo di ChatGPT. Non è l’AI a impoverire il pensiero. Lo impoverisce l’idea che pensare sia facoltativo. Per questo considero la scrittura con strumenti generativi una questione prima di tutto culturale: bisogna saper dialogare con questi sistemi, correggerli, guidarli, contestarli. Ed è esattamente il motivo per cui le competenze umanistiche e comunicative contano sempre di più.
Perché gli studenti umanisti non partono svantaggiati
Su questo punto vale la pena essere molto chiari: chi studia filosofia, lettere, storia, sociologia, pedagogia o comunicazione non è affatto tagliato fuori dalla rivoluzione dell’AI. Anzi. Nel mio lavoro sul prompt engineering sostengo da tempo che fare buone domande, definire bene un obiettivo, guidare la macchina e specificare il formato del risultato siano competenze cruciali. E queste sono competenze che hanno molto a che fare con il linguaggio, con l’interpretazione, con il contesto. In altre parole: hanno molto a che fare con la formazione umanistica.
Quando parlo di prompt engineering, non mi riferisco a una formula magica o a un nuovo mestiere per pochi specialisti. Mi riferisco a una nuova alfabetizzazione. Un po’ come saper usare bene un word processor o un foglio elettronico. Nel giro di poco, questi strumenti saranno integrati ovunque. E allora la differenza non la farà chi usa l’AI, ma chi sa usarla meglio degli altri.
Dalla mia tesi su Internet all’AI di oggi
Per me questo discorso ha anche una dimensione personale. Mi sono laureato in Scienze Politiche con una tesi sulle relazioni online, La vita nel ciberspazio come rappresentazione, in cui provavo a leggere il mondo nascente della comunicazione mediata dal computer attraverso gli strumenti della sociologia e, in particolare, attraverso Erving Goffman. Il punto era semplice: di fronte a un fenomeno nuovo, non bisogna buttare via gli strumenti interpretativi precedenti; bisogna usarli bene.
La mia tesi di laurea del 2001: La vita nel ciberspazio come rappresentazione.
Rileggendo oggi quella stagione, mi sembra che il metodo sia rimasto lo stesso. Anche l’intelligenza artificiale non va affrontata come una magia improvvisa o come un salto nel buio. È il risultato di un percorso lungo decenni, costruito su internet, e-commerce, smartphone, social network e usi sociali della tecnologia. Vederla così aiuta anche gli studenti: non come oracolo, ma come oggetto storico, culturale e professionale da capire.

Come usare davvero l’intelligenza artificiale per la tesi
Se dovessi dare un consiglio pratico a uno studente che sta lavorando alla tesi, direi di usare l’AI in cinque momenti precisi:
- per restringere il campo;
- per trasformare una curiosità vaga in una domanda di ricerca;
- per confrontare interpretazioni diverse;
- per sintetizzare materiali già letti;
- per migliorare la chiarezza espositiva di una bozza già pensata.
La userei molto meno, invece, per generare pagine da incollare così come sono. Per una ragione semplice: la tesi non è un esercizio di riempimento, ma una prova di consapevolezza. Deve mostrare che lo studente sa costruire un percorso, selezionare le fonti, verificare le affermazioni, argomentare in modo credibile e assumersi la responsabilità di ciò che scrive.
Il plagio, oggi, ha solo cambiato faccia
C’è poi un aspetto etico che non si può eludere. Eco era netto sul plagio e sull’onestà intellettuale. Oggi il problema non scompare: cambia forma. Non significa solo copiare da un libro o da un saggio, ma anche consegnare come proprio un testo prodotto in larga parte da una macchina, senza rielaborazione, senza verifica e senza piena comprensione.
La domanda giusta non è “si può usare l’AI per fare la tesi?”, ma: l’AI ti sta aiutando a ragionare meglio o ti sta semplicemente aiutando a fingere di aver ragionato?
È una differenza enorme. Ed è una differenza che riguarda il valore stesso dell’università.
Umberto Eco aveva capito tutto, anche oggi
Alla fine, la vera notizia è che Come si fa una tesi di laurea non è un libro del passato. È un libro che oggi possiamo leggere quasi come una guida anti-caos. In un’epoca in cui tutto è disponibile, accessibile, copiabile e riscrivibile in pochi secondi, Eco ci ricorda che fare ricerca significa ancora scegliere, escludere, ordinare, verificare, citare e pensare.
Se dovessi riassumere la questione in una frase, direi questa: al tempo dell’intelligenza artificiale, una buona tesi di laurea si fa ancora come diceva Umberto Eco, ma con una responsabilità in più. Non basta saper scrivere. Bisogna saper guidare gli strumenti senza farsi guidare da loro.
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