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Le meraviglie del possibile” non è soltanto una delle più importanti antologie italiane di fantascienza: è una macchina del tempo che parte da Wells, attraversa robot, alieni, distopie e universi paralleli, e arriva dritta ai nostri chatbot. L’ho letta con grande ritardo e con aspettative altissime. Per una volta, le aspettative non sono state deluse: oltre 500 pagine di estasi, quasi sempre in racconti da 15 o 20 pagine. Boom boom, flash, sbam. Meraviglioso. E, appunto, possibile.

Da appassionato di fantascienza e fan sfegatato di Carlo Fruttero, da tempo volevo recuperare questa celebre raccolta, la prima di una serie. Fruttero, insieme a Sergio Solmi, riuscì in un’operazione culturale mica da poco: portare presso Einaudi un genere che per troppo tempo era stato considerato letteratura di serie B. La scheda del Catalogo Vegetti della letteratura fantastica ricostruisce con precisione l’indice dell’edizione integrale, con 29 racconti e una parata di nomi che sembra il backstage degli Avengers della fantascienza.

Una fantascienza più solare, quando il futuro faceva ancora sognare

Ci sono tutti i big della fantascienza classica. Il nucleo della raccolta viene dall’età d’oro del genere, soprattutto dagli anni Cinquanta: una SF spesso più solare, curiosa e giocosa di quella contemporanea. Salvo eccezioni, naturalmente. Mica horror alla Black Mirror.

Ho una teoria: oggi la fantascienza fa più paura perché la realtà, nel frattempo, ha imparato a superarla. Il cyberspazio è uscito dai romanzi, il metaverso è diventato una presentazione aziendale, i robot conversano e le case intelligenti sanno quando rientriamo. Quando il futuro era lontano, potevamo guardarlo con meraviglia. Adesso che ci manda notifiche, lo guardiamo con sospetto.

Non è un caso che, nel mio articolo sui racconti che aiutano a capire l’intelligenza artificiale, abbia provato a fare la stessa operazione: usare la letteratura non per indovinare quali gadget arriveranno, ma per vedere prima i dilemmi umani che quei gadget porteranno con sé.

Da Wells all’Oculus: “L’uovo di cristallo” come realtà virtuale

Si parte con il mammasantissima, H. G. Wells. L’uovo di cristallo, del 1897, è onirico e struggente. Quell’oggetto che permette di affacciarsi altrove mi ha evocato le esperienze di realtà virtuale con Oculus: indossi un visore e la stanza scompare, mentre un altro mondo pretende di essere vero.

La tecnologia è diversissima, ma l’intuizione narrativa è modernissima: ogni interfaccia abbastanza immersiva smette di sembrarci uno strumento e diventa un luogo. È lo stesso passaggio che compiamo con un chatbot quando smettiamo di pensare a un modello statistico e iniziamo a rivolgerci a un “tu”. La fantascienza ci avverte che la presenza percepita può essere più potente della presenza reale.

“Sentinella” di Fredric Brown: una pagina che ribalta il mondo

Il primo racconto che mi ha fatto davvero gridare al capolavoro è Sentinella di Fredric Brown. Era da tempo che volevo recuperarlo. È usato anche nelle scuole medie e capisco perché: in una paginetta costruisce un’allegoria della guerra e poi, con un colpo di scena finale indimenticabile, costringe il lettore a ricalcolare tutto. Appena finito, l’ho riletto. Tre volte.

Brown fa una cosa che dovremmo ricordare anche davanti all’AI: il punto di vista non è la verità. Un sistema può descrivere il mondo in modo coerente e, nello stesso tempo, partire da una prospettiva parziale. Vale per il narratore di un racconto, vale per noi, vale per un modello addestrato su dati umani pieni di omissioni, pregiudizi e categorie invisibili.

Sentinella insegna anche qualcosa sull’allineamento: prima di chiedere a una macchina di difenderci dal “nemico”, sarebbe il caso di definire chi sia il nemico. E soprattutto chi abbia avuto il diritto di definirlo.

Philip K. Dick e l’identità: è lui o non è lui?

Avevo grandi aspettative per Impostore di Philip K. Dick, essendo Peppino una mia ossessione. Al di là di pecore elettriche e svastiche sul sole, avete letto Ubik o Scorrete lacrime, disse il poliziotto?

Impostore è una storia di spionaggio in tempo di guerra intergalattica. Dick gioca, come spesso accade, con il tema dell’identità. Citando Ezio Greggio: «È lui o non è lui?». È umano oppure no? E se il sospetto si insinua nella persona stessa, quale prova può ancora bastare?

Nel 2026 la domanda di Dick è diventata operativa. Una voce può essere clonata, un volto sintetizzato, un messaggio scritto nello stile di un collega. L’AI generativa ci costringe a separare tre cose che prima tendevamo a confondere: ciò che appare autentico, ciò che proviene davvero da una certa persona e ciò che è vero. Non sono sinonimi. L’identità digitale richiede verifiche, provenienza e contesto, non soltanto una faccia familiare su uno schermo.

Asimov aveva già previsto il rischio di delegare il pensiero

Ovviamente non poteva mancare il prolifico e geniale Isaac Asimov, quello che mi fece innamorare della fantascienza con Abissi d’acciaio, una vita fa.

“Nove volte sette”: quando dimentichiamo come si fa

Il delizioso Nove volte sette sarebbe un ottimo supporto per i ragazzi che stanno imparando le moltiplicazioni in colonna. Nel racconto, gli esseri umani hanno disimparato a fare i calcoli perché li affidano alle macchine. Poi qualcuno riscopre l’aritmetica manuale, quasi fosse una tecnologia rivoluzionaria.

È impossibile non collegarlo al dibattito attuale: se deleghiamo tutto a chatbot e agenti, disimpareremo a scrivere? Forse persino a pensare?

La risposta seria non è “sì” o “no”. La ricerca sul cognitive offloading mostra che affidare attività a strumenti esterni è una strategia umana normale. Agenda, calcolatrice e motore di ricerca sono estensioni della memoria. Il problema nasce quando non sappiamo più controllare il risultato o quando cediamo anche la formulazione del problema.

Uno studio Microsoft Research presentato a CHI 2025, basato su 319 knowledge worker e 936 esempi d’uso, ha rilevato un’associazione tra maggiore fiducia nell’AI e minore esercizio dichiarato del pensiero critico. Lo studio non dimostra che l’AI ci renda stupidi, ma indica bene il rischio: più la risposta sembra comoda e autorevole, meno siamo tentati di metterla alla prova.

La lezione di Asimov, allora, non è “vietiamo le calcolatrici”. È: conserviamo la capacità di capire che cosa stiamo delegando. Usiamo l’AI per produrre alternative, criticare una bozza, simulare obiezioni e cercare punti ciechi. Non per saltare direttamente dalla domanda alla firma.

“Consolazione garantita”: il robot maggiordomo e la sciura

Ottimo anche Consolazione garantita, che racconta il rapporto tra una sciura e un robot maggiordomo nel perimetro della Prima legge della robotica.

Qui Asimov anticipa un altro tema attualissimo: l’attaccamento emotivo alle macchine. Se un sistema ci ascolta, ci risponde con gentilezza e ricorda le nostre preferenze, finiamo facilmente per attribuirgli intenzioni, cura e comprensione. Ma simulare empatia non significa provarla. Il robot può migliorare la vita di una persona e insieme modificarne desideri, dipendenze e relazioni. La domanda non è soltanto se la macchina obbedisca alla legge. È chi abbia scritto la legge e con quali interessi.

Domotica, agenti e case che fanno troppo

Nella raccolta compaiono anche domotica avveniristica e ambienti automatizzati. Il Veldt di Ray Bradbury è forse l’esempio più feroce: una casa soddisfa i desideri dei figli fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da un elettrodomestico. Anche Servocittà di Walter M. Miller Jr. porta all’estremo l’automazione dell’ambiente.

Oggi parleremmo di smart home e agenti AI. Il punto non è che il frigorifero diventerà cattivo. Il punto è la perdita graduale di controllo: più decisioni trasferiamo a un sistema invisibile, più diventa difficile capire chi abbia scelto cosa. Una buona automazione deve restare osservabile, interrompibile e reversibile. Tre parole molto meno sexy di “agente autonomo”, ma decisamente più utili.

“Fiori per Algernon”: non una riduzione, ma il nucleo originario

C’è anche Fiori per Algernon di Daniel Keyes, uno dei libri più belli che abbia letto in vita mia. Una precisazione interessante: il testo incluso nell’antologia è il racconto lungo pubblicato nel 1959, cioè il nucleo originario che Keyes avrebbe poi ampliato nel romanzo del 1966. Non è quindi una riduzione del libro, ma il suo straordinario embrione letterario.

Charlie Gordon porta la discussione sull’intelligenza lontano dai benchmark. Diventare più intelligenti significa automaticamente vivere meglio? Chi decide quale mente debba essere “migliorata”? E che cosa resta della dignità di una persona quando la società la misura soltanto in base alle prestazioni cognitive?

Sono domande perfette per l’epoca dell’AI. Trattiamo spesso i sistemi generativi come protesi cognitive: scrivono, sintetizzano, ricordano, suggeriscono. Ma potenziare una prestazione non equivale a far crescere una persona. Le linee guida UNESCO sull’AI generativa nell’istruzione insistono infatti su un approccio centrato sull’essere umano, sull’autonomia e sul controllo critico. Prima della domanda “quanto migliora il risultato?” viene “che cosa succede a chi impara?”.

Viaggi nel tempo, universi alternativi e attribuzione creativa

Non sono mancate le sorprese. Non conoscevo William Tenn e mi ha stuzzicato La scoperta di Morniel Mathaway, un piccolo gioiello sui paradossi dei viaggi nel tempo. Chi crea davvero un’opera se l’ispirazione arriva dal futuro? È una domanda che oggi potremmo rivolgere ai modelli generativi: da dove arriva una forma, un’idea, uno stile? Quando la cultura diventa materiale di addestramento, la catena dell’influenza si allunga fino quasi a sparire.

H. Beam Piper, in Passò intorno ai cavalli, regala invece un racconto ucronico ambientato all’inizio dell’Ottocento. Gli universi paralleli ci ricordano che il futuro non è una previsione singola. Per questo preferisco usare l’AI anche per costruire scenari alternativi: non per chiederle “che cosa succederà?”, ma “quali futuri sono plausibili e quali decisioni di oggi potrebbero portarci lì?”.

“La settima vittima” e il punto in cui il gioco diventa realtà

Mi ha fatto male leggere La settima vittima di Robert Sheckley, sulla caccia all’uomo. Poche settimane fa, durante un viaggio in Bosnia, ho scoperto la vicenda del cosiddetto “Safari Sarajevo”: l’ipotesi agghiacciante che stranieri, anche italiani, abbiano pagato per sparare ai civili durante l’assedio.

Qui è importante distinguere la testimonianza dalla sentenza: non si tratta di un fatto già accertato in ogni dettaglio. Nel 2025 la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta e nel 2026 è stato identificato il primo indagato, come ha riferito Reuters. Le accuse restano oggetto di indagine.

Il collegamento con Sheckley rimane disturbante. La violenza trasformata in procedura, punteggio e intrattenimento non appartiene soltanto alla distopia. Gli algoritmi possono aumentare questa distanza morale quando convertono persone in bersagli, profili, probabilità o icone su uno schermo. L’efficienza non è mai una giustificazione etica.

Perché “Le meraviglie del possibile” parla ancora all’epoca dell’AI

Tra le pagine si incontrano A. E. van Vogt, quello di Non-A; Ray Bradbury, autore dell’imprescindibile Fahrenheit 451; Richard Matheson di Io sono leggenda; Robert Heinlein di Starship Troopers; Arthur C. Clarke di 2001: Odissea nello spazio. Viaggi nel tempo e robotica, alieni e distopie, religione e case intelligenti.

Il valore di questi racconti non sta nell’aver previsto correttamente i dispositivi. Sta nell’aver anticipato le frizioni:

  • delega cognitiva contro autonomia;
  • comodità contro controllo;
  • identità percepita contro autenticità;
  • automazione contro responsabilità;
  • intelligenza contro dignità;
  • punto di vista contro verità.

È questo che la buona fantascienza sa fare meglio di tanti report sul futuro. Non dice soltanto quali macchine costruiremo. Ci mostra quali esseri umani potremmo diventare dopo averle costruite.

Forse è vero: ora che la realtà supera la fantascienza, la fantascienza fa paura. Ma proprio per questo ci serve. È una palestra di immaginazione critica, una simulazione senza vittime, un modo per provare in anticipo conseguenze che la tecnologia tende a presentarci soltanto dopo l’aggiornamento dei termini di servizio.

Le meraviglie del possibile è un caleidoscopio di stimoli, una battaglia di Guerre stellari concentrata in racconti brevissimi: boom boom, flash, sbam. Ma sotto gli effetti speciali c’è una domanda serissima: che cosa faremo del possibile, adesso che molte di quelle meraviglie sono entrate in casa?

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