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Non ho fondato Freeda, eppure lo dice Primaonline.

Un articolo del 3 giugno 2026 mi attribuisce la co-fondazione di una media company con cui non ho mai avuto nulla a che fare. Un errore piccolo, certo. Ma i piccoli errori, se non corretti, diventano fatti.

Martedì mattina. Caffè. Newsletter. Routine. A un certo punto mi arriva la segnalazione di un amico: “Ciao Gianluigi, hai fondato Freeda?” (Risposta breve: no. Risposta lunga: quello che stai per leggere.)L’articolo in questione è firmato da Roberto Borghi su Primaonline.it, datato 3 giugno 2026. Parla della liquidazione giudiziale di Freeda – una vicenda reale, con numeri reali, che merita attenzione. Il problema è un dettaglio nella sezione “La storia di Freeda”: l’articolo afferma che la società fu fondata nel 2016 da Andrea Scotti Calderini e Gianluigi Bonanomi.

Il primo nome è corretto. Il secondo – il mio – non lo è. Non ho mai fondato Freeda. Non ne sono stato co-fondatore, investitore, advisor, né dipendente. Non ho mai avuto alcun ruolo operativo, strategico o finanziario in quella società.

Come nasce un errore del genere?

Prima ipotesi: confusione tra omonimie. Esiste un altro Gianluigi Bonanomi nel mondo della comunicazione digitale? Possibile in teoria, difficile in pratica (che io sappia il mio omonimo più noto fa il dentista!), e comunque non giustificherebbe l’attribuzione senza verifica.

Seconda ipotesi, più probabile e più interessante: l’errore l’ha generato un’AI. Molte redazioni usano strumenti di intelligenza artificiale per ricostruire la storia di un’azienda, integrare contesti o completare profili biografici. L’AI, se non adeguatamente supervisionata, tende a comporre pattern plausibili, non necessariamente veri. Il mio nome è associato al mondo dei media digitali, alla comunicazione, alle startup e in passato sono finito più volte su quella testata (per esempio qui: Fastweb Digital Academy lancia ‘AI e Bambini’: il corso per genitori ed educatori). Un modello linguistico, trovandosi a dover completare la frase “Freeda fu fondata da Andrea Scotti Calderini e…”, potrebbe aver pescato il mio nome da quel contesto di prossimità semantica. È esattamente il tipo di allucinazione che descrivo nei miei corsi da anni. (Ironia della storia: ci sono cascato anch’io. Nel senso che ci è cascato un articolo che mi riguarda.)

Perché vale la pena correggere?

Qualcuno potrebbe dirmi: “Dai, è solo un errore in un articolo. Nessuno se ne accorge.” Sbagliato. E per due motivi precisi.

Il primo è pratico: Google indicizza. Un’associazione tra il mio nome e una società in liquidazione giudiziale – con procedura del Tribunale di Milano, numero 365/2025 – non è un dettaglio neutro.

Il secondo è di principio: l’informazione errata, se non corretta, si moltiplica. Viene ripresa da altri articoli, entra nel training data di altri modelli AI, circola su LinkedIn con il velocità del copia-incolla. I giornalisti lo sanno, o dovrebbero saperlo.

AGGIORNAMENTO DEL 10 GIUGNO 2026: il mio invito è a correggere l’articolo rimuovendo il mio nome dalla sezione “La storia di Freeda” è stato prontamente accolto dalla redazione di Prima Comunicazione, che ringrazio per la pronta collaborazione.

Una lezione che uso già in aula

In ogni corso sull’uso dell’AI in ambito editoriale e professionale, dedico almeno trenta minuti al tema della verifica delle fonti nell’era dei modelli generativi. Il punto non è che l’AI è pericolosa. Il punto è che l’AI è fiduciosa. Non esprime dubbi, non segnala incertezze, non dice “forse”. Scrive in modo assertivo anche quando sbaglia. È la sua caratteristica strutturale, non un difetto correggibile con un aggiornamento. L’unico antidoto è il giornalismo umano: la verifica, la fonte primaria, la telefonata a chi conosce la storia.

Oggi quella telefonata non c’è stata. Pazienza. Siamo ancora in tempo per la correzione. E io ho almeno guadagnato un esempio in più per i miei corsi.

P.S. – Se sei un giornalista e vuoi verificare qualcosa che mi riguarda, il numero di telefono è sul sito. Sono disponibile. Preferisco sempre una chiamata a una rettifica.

L’intelligenza artificiale è spesso dipinta come il cattivo dei film: ci ruberà il lavoro, ci spia, ci manipola. Ma è davvero così? E se invece l’AI stesse già salvando vite, migliorando l’ambiente e rendendo il mondo più accessibile? Ecco 10 notizie che raccontano un’altra storia.


Diagnosi precoce del Parkinson

Un team di ricercatori dell’University College London ha sviluppato un test del sangue basato su AI in grado di prevedere il Parkinson fino a sette anni prima dei sintomi. Utilizzando l’analisi di otto biomarcatori, il test ha raggiunto una precisione del 100% nei pazienti sintomatici. (The Times)


Traduzione della lingua dei segni

La startup Handy Signs ha creato un’app che traduce la lingua dei segni in testo scritto grazie all’AI, facilitando la comunicazione per le persone sorde. In India, la studentessa Priyanjali Gupta ha sviluppato un modello simile, dimostrando come l’AI possa abbattere le barriere comunicative (Wired).


AI per la transizione energetica

L’Intelligenza Artificiale viene utilizzata per ottimizzare la produzione e il consumo di energia da fonti rinnovabili. Dalla gestione delle turbine eoliche al monitoraggio dei consumi domestici, l’AI contribuisce a rendere l’energia più pulita e accessibile. (QuiFinanza)


Riduzione delle credenze complottiste

Uno studio pubblicato su Science ha dimostrato che conversazioni personalizzate con AI possono ridurre del 20% le credenze in teorie del complotto. L’AI, percepita come neutrale, aiuta le persone a riconsiderare convinzioni errate senza sentirsi minacciate. (The Guardian, The Washington Post)


Occhiali smart per non vedenti

Chi ha detto che l’AI è solo roba da fantascienza o algoritmi opachi? A volte prende la forma di un paio di occhiali.
Grazie all’intelligenza artificiale, ora esistono occhiali smart in grado di aiutare le persone non vedenti a riconoscere oggetti, leggere testi e persino interpretare espressioni facciali. (SuperAbile)


Waymo e la sicurezza dell’auto autonoma

Se pensi che le auto a guida autonoma siano pericolose, forse è ora di rivedere la tua posizione.
Un report assicurativo di Swiss Re mostra che i veicoli Waymo hanno tassi di incidenti e danni a cose o persone molto inferiori rispetto alla media umana. L’AI al volante sembra decisamente più prudente del tuo vicino distratto con lo smartphone. (The Verge)


Autenticazione delle opere d’arte

L’AI viene impiegata per autenticare opere d’arte, analizzando dettagli che sfuggono all’occhio umano. Questo aiuta a combattere la contraffazione e a preservare il patrimonio culturale. (Science)


Riconoscimento del Prosecco autentico

In Italia, l’AI è stata utilizzata per distinguere il Prosecco autentico da imitazioni, analizzando le caratteristiche chimiche del vino. Un esempio di come l’AI possa proteggere le eccellenze enogastronomiche. (Cellulari.it)


Gestione delle piene del fiume Tresinaro

A Scandiano, l’AI è stata impiegata per monitorare e gestire le piene del fiume Tresinaro, prevedendo eventi critici e migliorando la sicurezza del territorio. (Gazzetta di Reggio)


Il governo UK ascolta i cittadini sull’AI

Finalmente una buona notizia anche sul fronte politico. Il governo britannico ha avviato una consultazione pubblica sull’uso dell’intelligenza artificiale, raccogliendo opinioni di cittadini, esperti e aziende. Un esempio di come l’AI possa essere guidata in modo etico e democratico, coinvolgendo la società civile. (The Guardian)


Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Scrivimi mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Nel video commento queste cinque notizie:

feedly

L’annuncio della chiusura di Google Reader ha creato un po’ di panico tra le molte persone, soprattutto chi lavora con le fonti Web, che all’improvviso hanno dovuto cercarsi un’alternativa. Anche se c’è tempo fino al primo luglio, data prevista per il black-out del servizio di Google, molti si sono fiondati su quella che pare l’alternativa migliore: Feedly (http://www.feedly.com/).

L’app per iOS e Android

Feedly è disponibile gratuitamente per iOS, qui (https://itunes.apple.com/us/app/feedly/id396069556), e per Android, qui (https://play.google.com/store/apps/details?id=com.devhd.feedly). La app fa tutto quello che fa il plug-in per browser, con la comodità di poter sfogliare le notizie, reimpaginate a mo’ di magazine, facendo scorrere le dita sullo schermo. Un po’ come avviene con Flipboard.

Alla prima installazione Feedly va a pescare tutti i Feed RSS che avevamo salvato in Google Reader, tenendo la divisione per categorie: basta inserire le proprie credenziali di Google. L’applicazione funziona perfettamente sia su smartphone che su tablet, adattando l’impaginazione a ogni formato.

A breve anche per Windows Phone e BlackBerry

In un’intervista concessa al portale Neowin.net, Cyril Moutran, dirigente di Feedly, ha annunciato che, a breve, saranno disponibili le versioni per Windows Phone e BlackBerry dell’app, senza però specificare delle scadenze.