Non ho fondato Freeda, eppure lo dice Primaonline.
Un articolo del 3 giugno 2026 mi attribuisce la co-fondazione di una media company con cui non ho mai avuto nulla a che fare. Un errore piccolo, certo. Ma i piccoli errori, se non corretti, diventano fatti.

Il primo nome è corretto. Il secondo – il mio – non lo è. Non ho mai fondato Freeda. Non ne sono stato co-fondatore, investitore, advisor, né dipendente. Non ho mai avuto alcun ruolo operativo, strategico o finanziario in quella società.
Come nasce un errore del genere?
Prima ipotesi: confusione tra omonimie. Esiste un altro Gianluigi Bonanomi nel mondo della comunicazione digitale? Possibile in teoria, difficile in pratica (che io sappia il mio omonimo più noto fa il dentista!), e comunque non giustificherebbe l’attribuzione senza verifica.
Seconda ipotesi, più probabile e più interessante: l’errore l’ha generato un’AI. Molte redazioni usano strumenti di intelligenza artificiale per ricostruire la storia di un’azienda, integrare contesti o completare profili biografici. L’AI, se non adeguatamente supervisionata, tende a comporre pattern plausibili, non necessariamente veri. Il mio nome è associato al mondo dei media digitali, alla comunicazione, alle startup e in passato sono finito più volte su quella testata (per esempio qui: Fastweb Digital Academy lancia ‘AI e Bambini’: il corso per genitori ed educatori). Un modello linguistico, trovandosi a dover completare la frase “Freeda fu fondata da Andrea Scotti Calderini e…”, potrebbe aver pescato il mio nome da quel contesto di prossimità semantica. È esattamente il tipo di allucinazione che descrivo nei miei corsi da anni. (Ironia della storia: ci sono cascato anch’io. Nel senso che ci è cascato un articolo che mi riguarda.)
Perché vale la pena correggere?
Qualcuno potrebbe dirmi: “Dai, è solo un errore in un articolo. Nessuno se ne accorge.” Sbagliato. E per due motivi precisi.
Il primo è pratico: Google indicizza. Un’associazione tra il mio nome e una società in liquidazione giudiziale – con procedura del Tribunale di Milano, numero 365/2025 – non è un dettaglio neutro.
Il secondo è di principio: l’informazione errata, se non corretta, si moltiplica. Viene ripresa da altri articoli, entra nel training data di altri modelli AI, circola su LinkedIn con il velocità del copia-incolla. I giornalisti lo sanno, o dovrebbero saperlo.
AGGIORNAMENTO DEL 10 GIUGNO 2026: il mio invito è a correggere l’articolo rimuovendo il mio nome dalla sezione “La storia di Freeda” è stato prontamente accolto dalla redazione di Prima Comunicazione, che ringrazio per la pronta collaborazione.
Una lezione che uso già in aula
In ogni corso sull’uso dell’AI in ambito editoriale e professionale, dedico almeno trenta minuti al tema della verifica delle fonti nell’era dei modelli generativi. Il punto non è che l’AI è pericolosa. Il punto è che l’AI è fiduciosa. Non esprime dubbi, non segnala incertezze, non dice “forse”. Scrive in modo assertivo anche quando sbaglia. È la sua caratteristica strutturale, non un difetto correggibile con un aggiornamento. L’unico antidoto è il giornalismo umano: la verifica, la fonte primaria, la telefonata a chi conosce la storia.
Oggi quella telefonata non c’è stata. Pazienza. Siamo ancora in tempo per la correzione. E io ho almeno guadagnato un esempio in più per i miei corsi.
P.S. – Se sei un giornalista e vuoi verificare qualcosa che mi riguarda, il numero di telefono è sul sito. Sono disponibile. Preferisco sempre una chiamata a una rettifica.












