L’intelligenza artificiale non è arrivata all’improvviso. Non è piovuta dal cielo con ChatGPT (il 30 novembre 2022), né è nata in un laboratorio segreto negli ultimi due anni (tipo Covid a Wuhan). È il risultato di un percorso lungo ottant’anni, fatto di passaggi graduali, di scelte tecnologiche e soprattutto di usi sociali. È da qui che parte l’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo il 14 dicembre 2025, nella sezione dedicata alla digitalizzazione, che percorre gli ultimi 25 anni di innovazione. Un dialogo tra il giornalista che prova a rimettere ordine in una narrazione spesso confusa, emotiva, polarizzata. Google, i social network, lo smartphone, l’economia dei dati. Poi l’IA. Non come “salto nel buio”, ma come evoluzione di un ecosistema che conosciamo da tempo, anche se spesso fingiamo il contrario.
Nell’intervista affronto alcuni nodi che tornano continuamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di scuola, lavoro e società:
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la differenza tra tecnologia e uso della tecnologia, che troppo spesso viene ignorata
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l’idea che l’IA sia un problema in sé, quando in realtà amplifica problemi già esistenti
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il ruolo educativo, culturale e organizzativo che serve oggi, più delle soluzioni tecniche
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il rischio di semplificazioni, entusiasmi acritici e paure mal indirizzate
C’è anche una riflessione sul lavoro, sul cambiamento delle competenze e su ciò che l’IA non potrà sostituire facilmente: il pensiero critico, il contesto, la responsabilità. Parole abusate, forse. Ma mai così necessarie.
Questa intervista non è pensata per “convincere”, né per rassicurare. È un invito a distinguere, a rallentare il giudizio, a guardare la tecnologia per quello che è: uno strumento potente, ambiguo, politico. E quindi umano. Se ti occupi di educazione, comunicazione, impresa o semplicemente vivi immerso nel digitale, vale la dargli un’occhiata. Non per trovare risposte definitive, ma per farsi domande migliori.
L’intervista completa è su L’Eco di Bergamo, eccola:

L’ECO DI BERGAMO
L’intervista
Da Google ai social Così è arrivata l’IA
Gianluigi Bonanomi. «Nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne se ne fa»
Una costante del primo quarto del XXI secolo è stata la rapida cavalcata del digitale. Dallo scoppio della bolla delle dot-com di fine anni Novanta siamo passati alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – anch’essa, secondo alcuni analisti, destinata a «scoppiare» proprio come le dot-com. Il mondo della tecnologia si è mosso velocemente, forse fin troppo. A tracciare una panoramica di questa evoluzione è Gianluigi Bonanomi, giornalista, divulgatore esperto di digitale e docente dell’Accademia di Belle Arti «SantaGiulia» di Brescia.
Quali sono state, secondo lei, le «rivoluzioni» tecnologiche degli ultimi venticinque anni?
«La prima è la nascita di Google, che è stato aperto nel 1998, questo è vero, ma che da noi è arrivato tra il 1999 e il 2000. È stata una rivoluzione perché con Google chiunque poteva fare ricerche accedendo a una mole vastissima di conoscenze. Quella di Google è stata la seconda “rivoluzione” della tecnologia: prima c’era stato l’avvento di internet. Poi sono arrivati gli e-commerce, e con loro gli acquisti online. E poi ancora i social network, gli smartphone, per qualche anno persino il metaverso, e infine l’intelligenza artificiale. Ma attenzione: non si tratta di cambiamenti separati l’uno dall’altro».
Qual è il collegamento tra le grandi svolte del digitale?
«Nessuna, presa da sola, è davvero così rivoluzionaria. Penso che vadano considerate come dei passi successivi di una transizione che ci ha permesso di arrivare al grande mutamento contemporaneo, quello connesso all’intelligenza artificiale. Senza smartphone, social network, e-mail, internet ed e-commerce non ci sarebbe stata neppure l’IA. Non sto dicendo che fosse tutto finalizzato alla digitalizzazione completa della nostra vita, ovviamente. Semmai, si tratta di una serie di passaggi obbligati per raggiungere il punto a cui ci troviamo oggi. Se la comunicazione avvenisse ancora tramite lettere di carta, le macchine faticherebbero a leggerlo. Invece usiamo mail e messaggi, che l’IA può scandagliare, memorizzare, scrivere addirittura. Tutto ciò che è venuto negli scorsi anni è prodromico alla grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche il metaverso era un tentativo di accelerazione. È arrivato nel momento sbagliato, troppo in fretta. Ma piano piano tornerà».
L’intelligenza artificiale è un punto di arrivo, oppure è solo un altro tassello intermedio?
«Al momento, è l’invenzione più potente che l’uomo possa concepire. Abbiamo passato secoli a pensare a come superare i nostri limiti fisici: per andare più veloci abbiamo inventato le biciclette e le auto. Per vederci meglio, gli occhiali. Nella seconda metà del Novecento, alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che anche il cervello fosse un limite. L’IA serve a superare questo collo di bottiglia: oggi stiamo raccogliendo i frutti di un seme che è stato piantato quasi un secolo fa. Ma ci sarà qualcosa che userà l’intelligenza artificiale per raggiungere traguardi ancora più importanti».
Per esempio?
«I robot sono una possibilità: saranno loro a fare i lavori più pesanti. Pensiamo all’esplorazione di Marte: prima di andarci noi è bene che ci vada una macchina, no? Poi c’è il metaverso. Che non è quello che vediamo oggi: arriveremo a veri e propri mondi virtuali. Tra il pubblico fanno meno presa che in passato, ma nelle aziende se ne parla molto: tante fabbriche hanno già un “digital twin”, un gemello digitale, mentre alcuni organizzano eventi con gli avatar digitali. Il terzo sviluppo riguarda le interfacce uomo-macchina, che vanno dai robot collaborativi agli impianti neurali. Neuralink ci lavora da tempo: per ora se ne parla solo come un aiuto alle persone con gravi disabilità motorie, ma in futuro i suoi impianti potrebbero diventare dei prodotti commerciali».
Quali sono state le ricadute sociali dei grandi cambiamenti del primo quarto del XXI secolo?
«Tutte hanno ingegnerizzato le relazioni sociali. La gran parte delle innovazioni che hanno cambiato la nostra vita riguarda le relazioni umane. Negli ultimi anni abbiamo cercato di ottimizzarle, e per farlo abbiamo tentato di ingegnerizzarle. I social network sono l’esempio più emblematico di questo comportamento: li abbiamo usati per migliorare le nostre possibilità di relazione con gli altri. Quello era l’intento iniziale. Poi siamo finiti dall’altra parte e i social hanno aumentato la solitudine, ma all’origine il fine era opposto. I social network servivano per trovare amicizie, contatti professionali, partner, l’amore persino. Gli smartphone sono lo strumento relazionale per eccellenza, perché ci permettono di ampliare le nostre reti sociali. E lo stesso succederà con il metaverso».
L’impatto delle «rivoluzioni» tecnologiche è stato negativo o positivo?
«È una domanda difficile. Credo che, tutto sommato, ci siano stati risvolti positivi e negativi. Ma parlo da appassionato di tecnologia, da tecno-ottimista in un certo senso: le storture le vedo, ma i grandi salti in avanti garantiti dal digitale sono innegabili. Gli studi dimostrano che l’idea per cui le nuove tecnologie ci rendono più stupidi è un luogo comune: oggi viviamo di più, viviamo meglio e abbiamo più opportunità proprio grazie all’innovazione. Dal punto di vista relazionale, la questione è più complessa: c’è chi ha trovato l’anima gemella su “Tinder” e chi invece lo usa e si sente più solo. Io ho conosciuto associazioni che hanno sfruttato i social per raccogliere fondi per cause benefiche e aziende che hanno trovato lavoro digitalizzando le loro attività. Quando tengo gli incontri nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale, per esempio, è di enorme aiuto in campo medico, nello studio delle malattie e nello sviluppo dei vaccini. Le storture si verificano perché usiamo male gli strumenti, oppure perché non siamo formati per utilizzarli consapevolmente: molto dipende dalla scuola, perché lì spesso si insegna più ad avere paura della tecnologia che a usarla».
Quando si parla di intelligenza artificiale, alcuni dicono che «ci ruberà il lavoro». È davvero così?
«La mia generazione è cresciuta convinta che i robot avrebbero “rubato” i lavori più pesanti, quelli in cantiere o in azienda. Alla fine ci eravamo un po’ abituati a questa idea, e ci andava bene così, perché erano lavori ingrati. L’IA, invece, sta “rubando” i lavori intellettuali: i robot costano troppo, mentre le intelligenze artificiali possono sostituire le mansioni più semplici da automatizzare. Non credo che verremo soppiantati completamente. Semmai, cambierà il mercato del lavoro: le professioni che richiedono una forte componente relazionale saranno in salvo, le altre forse no. C’è un’inversione che nessuno aveva previsto: la probabilità di sostituzione dei programmatori – una professione che finora abbiamo considerato intoccabile – è intorno al 60-70%. Quella degli avvocati non arriva al 20%».
Brian Arnoldi
