Ci sono frasi che sembrano innocue e che invece raccontano un pezzo di futuro. Una l’ha pronunciata Sam Altman qualche settimana fa, sul palco del BlackRock U.S. Infrastructure Summit: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare, letteralmente, come una bolletta, pagata a consumo e misurata da un contatore, proprio come luce e acqua.
Da formatore che lavora ogni giorno con aziende e manager sull’uso pratico dell’AI, questa dichiarazione mi ha fatto pensare subito a un concetto che uso spesso per spiegare come cambiano nel tempo le piattaforme digitali: l’enshittification descritta dallo scrittore Cory Doctorow. In questo articolo provo a mettere insieme i due fili: cosa ha detto davvero Altman, perché mi ricorda lo schema di Doctorow e, soprattutto, cosa puoi fare fin da ora per non ritrovarti tra qualche anno con una bolletta dell’intelligenza artificiale fuori controllo.
Perché l’AI potrebbe diventare una bolletta, secondo Altman
Al summit organizzato da BlackRock, l’amministratore delegato di OpenAI ha descritto un futuro in cui l’intelligenza artificiale “diventa una utility, come l’elettricità o l’acqua”, acquistata dagli utenti tramite un contatore che misura l’uso reale. Non un abbonamento piatto uguale per tutti, ma un consumo misurato e fatturato, esattamente come succede con le utenze domestiche.
Altman ha aggiunto un dettaglio interessante: l’obiettivo dichiarato è rendere l’intelligenza artificiale così economica da risultare, come si diceva un tempo per l’energia nucleare, “troppo economica per essere misurata”. Un’espressione storica dell’industria energetica che, per sua stessa ammissione, non si è mai avverata del tutto. Il parallelismo resta scomodo: se il modello di riferimento è quello delle utility energetiche, prima o poi qualcuno il contatore lo guarda, e qualcun altro decide quanto farlo girare.
Per arrivarci, secondo Altman, serve un aumento enorme della capacità di calcolo globale, che significa investimenti colossali in infrastrutture, data center ed energia. Non a caso anche la CFO di OpenAI, Sarah Friar, era intervenuta in passato sullo stesso tema, parlando di espansione dell’AI e riduzione dei costi possibile solo a fronte di investimenti massicci. E non a caso, proprio in queste settimane, OpenAI è finita al centro delle polemiche per l’accordo con il Pentagono, un altro segnale di quanto il perimetro di questa azienda si stia allargando ben oltre il chatbot che conosciamo.
Che cos’è l’enshittification di Cory Doctorow
Il termine, coniato dallo scrittore Cory Doctorow, descrive un ciclo di vita ricorrente delle piattaforme digitali. Nella prima fase la piattaforma è generosa con gli utenti: prezzi bassi o nulli, prodotto ottimo, per costruire una base ampia e fidelizzata. Nella seconda fase, consolidata la base utenti, la piattaforma inizia a favorire i clienti business, cioè inserzionisti, venditori terzi, partner commerciali, spesso a scapito dell’esperienza degli utenti originari. Nella terza fase, quando ormai cambiare fornitore è costoso o scomodo, la piattaforma stringe il cappio su tutti, utenti e business, per massimizzare il valore estratto a favore di azionisti e investitori.
Il meccanismo che rende possibile questo ciclo ha un nome preciso: lock-in, cioè l’insieme di costi, abitudini, integrazioni e dipendenze che rendono difficile andarsene anche quando il servizio peggiora. Più è alto il costo di uscita, più la piattaforma può permettersi di peggiorare senza perdere utenti.
Perché il modello “AI come una bolletta” mi ricorda l’enshittification
Non credo che Altman stia progettando deliberatamente un peggioramento futuro dei servizi AI. Credo però che la struttura economica descritta, prezzi bassi oggi per costruire adozione di massa, misurazione e fatturazione puntuale domani, abbia esattamente l’architettura in cui si sviluppa l’enshittification.
Oggi l’accesso a ChatGPT, Claude, Gemini e agli altri strumenti è relativamente economico, spesso gratuito nelle versioni base. Aziende e professionisti stanno integrando questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani, costruendo prompt, automazioni, interi processi che dipendono da un fornitore specifico. È esattamente la fase in cui, storicamente, le piattaforme sono più generose: quella in cui conquistano il mercato.
Il rischio, se il paradigma diventa davvero quello della utility a consumo, è che la seconda e la terza fase arrivino più rapidamente di quanto ci aspettiamo: prezzi legati al consumo reale, modelli migliori riservati a chi paga di più, funzionalità base progressivamente limitate, dipendenza aziendale ormai troppo radicata per cambiare fornitore senza costi enormi di riorganizzazione. Non è una previsione catastrofista: è lo schema che abbiamo già visto con i social network, i marketplace online e buona parte del software as a service.
10 dritte operative per risparmiare sull’uso dell’intelligenza artificiale
Che il modello a consumo si affermi o meno, ha senso iniziare fin da ora a usare l’AI in modo più consapevole, evitando sprechi e dipendenze eccessive da un solo fornitore. Ecco dieci indicazioni pratiche che uso anche nei miei percorsi di formazione con aziende e manager.
- Fai un audit degli abbonamenti attivi. Molte aziende pagano contemporaneamente licenze ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot e strumenti verticali che fanno le stesse cose. Prima di tagliare, bisogna sapere davvero cosa si sta pagando.
- Scegli il modello giusto per il compito, non sempre il più potente. Per un riassunto o una bozza veloce non serve il modello più avanzato e costoso: i modelli più leggeri (per esempio flash in Gemini) costano una frazione e bastano per la maggior parte dei task quotidiani.
- Costruisci prompt precisi fin dal primo tentativo. Un prompt che richiede tre o quattro tentativi per arrivare al risultato consuma tre o quattro volte le risorse di uno scritto bene la prima volta.
- Evita di duplicare lo stesso lavoro su più strumenti. Confrontare la stessa richiesta su ChatGPT, Claude e Gemini “per vedere chi risponde meglio” ha senso in fase di test, non come abitudine quotidiana.
- Valuta le API a consumo per gli usi saltuari. Se il bisogno è discontinuo, un abbonamento flat mensile può costare più di un uso a consumo tramite API: vanno confrontati i due modelli sul volume reale di utilizzo.
- Automatizza i task ripetitivi invece di ripetere gli stessi prompt. Un flusso automatizzato, con un prompt testato e riutilizzabile, consuma meno risorse di decine di richieste manuali simili tra loro ogni giorno.
- Monitora i consumi con cadenza mensile. Quasi tutte le piattaforme AI offrono dashboard di utilizzo: controllarle una volta al mese permette di individuare subito reparti o persone che generano costi anomali.
- Valuta i piani team rispetto a licenze individuali sommate. Sopra una certa soglia di utenti, i piani business hanno spesso un costo per persona più basso delle licenze singole acquistate una per una.
- Non affidarti a un solo fornitore per i processi critici. Mantenere una minima flessibilità multi-vendor, anche solo conoscendo alternative valide, riduce il potere contrattuale che un singolo fornitore può esercitare quando alza i prezzi.
- Forma le persone, non solo gli strumenti. La maggior parte degli sprechi che vedo nelle aziende non dipende dal costo dello strumento, ma dall’uso inefficiente che se ne fa: un team formato su prompting e workflow ottiene di più spendendo meno.
Cosa fare da qui in avanti
La visione di Altman non è ancora una policy annunciata, è una direzione. Ma la direzione conta, perché anticipa il modo in cui le aziende dovrebbero iniziare a organizzarsi: monitorare i consumi, formare le persone, evitare dipendenze rigide da un solo fornitore, proprio come si fa con qualsiasi altra utenza aziendale importante. Il momento migliore per costruire queste abitudini è adesso, mentre l’accesso all’AI è ancora relativamente economico e flessibile.
Domande frequenti
Cos’è l’enshittification?
È un termine coniato da Cory Doctorow per descrivere il progressivo peggioramento delle piattaforme digitali nel tempo, quando passano dal favorire gli utenti al favorire i clienti business e infine gli azionisti, sfruttando il lock-in creato nelle fasi precedenti.
L’intelligenza artificiale diventerà davvero come una bolletta?
Sam Altman ha descritto questo scenario come una direzione possibile per il futuro di OpenAI, basata su un modello a consumo simile a quello delle utility. Non è ancora una policy ufficiale, ma indica chiaramente verso dove potrebbe evolvere il settore.
Come posso ridurre fin da ora i costi dell’AI in azienda?
Partendo da un audit degli strumenti in uso, scegliendo il modello giusto per ogni compito, evitando duplicazioni tra fornitori e formando le persone a un uso più efficiente: sono i punti su cui lavoro nei percorsi di formazione con le aziende.
Se vuoi approfondire questi temi e capire come impostare un uso più efficiente e consapevole dell’intelligenza artificiale nella tua azienda, scrivimi attraverso il modulo di contatto: parliamone insieme.


