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Dal 23 ottobre 2026 l’Italia avrà nuove regole nazionali per accompagnare l’applicazione dell’AI Act. Il decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179 riguarda i poteri delle autorità nazionali e l’uso dell’intelligenza artificiale nella formazione, nella scuola, nella pubblica amministrazione, nel lavoro e in altri settori.

Il titolo può far pensare a un manuale completo per usare ChatGPT in classe o in ufficio. Non è così. Il decreto combina regole operative, indirizzi e deleghe: in alcuni casi fissa già principi e obblighi; in altri rimanda a decreti attuativi e linee guida. Per capire che cosa cambia conviene guardare agli articoli, senza trasformare ogni passaggio in una nuova “rivoluzione dell’AI”.

Decreto IA 179/2026: cosa cambia a scuola

L’articolo 36 consente alle scuole di promuovere attività formative sull’intelligenza artificiale nell’ambito della propria autonomia e in coerenza con l’educazione civica. L’obiettivo dichiarato è sviluppare, fin dal primo ciclo, conoscenze e capacità per usare l’IA in modo consapevole e valutarne le implicazioni etiche, sociali e civiche.

Il decreto apre anche alla didattica STEAM, cioè all’integrazione tra scienze, tecnologia, ingegneria, arte e matematica, e prevede l’aggiornamento delle indicazioni nazionali e delle linee guida pertinenti. Il testo, però, non introduce un programma identico e obbligatorio per tutte le scuole: le attività si collocano nell’autonomia scolastica e nel PTOF.

L’articolo 38 prevede che un decreto del Ministero dell’Istruzione definisca criteri e modalità per la formazione dei docenti, da adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento. La formazione dovrà occuparsi anche di rischi, distorsioni, privacy, sicurezza, valutazione critica delle informazioni e progettazione didattica. Fino all’adozione del nuovo decreto restano applicabili le linee guida ministeriali del 2025.

Gli Uffici scolastici regionali possono promuovere comitati tecnico-etici territoriali, non sono obbligati a istituirli. Tra i compiti possibili: sostenere la sperimentazione, monitorare gli usi didattici e aiutare le scuole ad aggiornare regolamenti e patti educativi. La direzione è sensata: insegnare a interrogare e verificare i sistemi, non limitarsi a vietarli o a consegnare agli studenti un elenco di prompt. La legge da sola, però, non forma nessuno: serviranno docenti preparati, tempo, strumenti adeguati e regole comprensibili anche alle famiglie.

Per approfondire il tema della tecnologia in classe, si può leggere anche la mia guida per insegnanti e famiglie sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale a scuola.

Alfabetizzazione AI anche per gli adulti

L’articolo 39 affida ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA) un ruolo nell’alfabetizzazione degli adulti all’uso dell’IA. I percorsi potranno includere laboratori, attività pratiche e riconoscimento delle competenze acquisite, anche per sostenere l’inserimento o il reinserimento nel lavoro.

È un punto meno appariscente del capitolo sulla scuola, ma importante: l’alfabetizzazione digitale non riguarda soltanto chi è già in aula o lavora in un’azienda tecnologica. Se l’IA entra nei servizi, nella ricerca di lavoro e nelle attività quotidiane, lasciare indietro gli adulti con meno opportunità di formazione allargherebbe il divario digitale.

Intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione

Per la pubblica amministrazione il decreto prevede un coordinamento delle politiche di reclutamento, formazione e riqualificazione del personale. Il Ministro per la Pubblica amministrazione dovrà definire un quadro minimo di competenze sull’IA e potrà avvalersi della Scuola nazionale dell’amministrazione, di Formez PA e di altri soggetti.

La formazione, dunque, è una parte della trasformazione, non un accessorio da aggiungere dopo l’acquisto del software. Un ente può introdurre un assistente per riassumere documenti o preparare bozze; deve comunque decidere chi verifica i risultati, come si gestiscono i dati e dove resta la responsabilità del procedimento.

Qui si innesta anche la legge italiana n. 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale: per la PA l’IA è uno strumento di supporto, mentre la persona conserva autonomia e responsabilità sui provvedimenti. Il decreto 179/2026 aggiunge indirizzi e formazione per il personale pubblico, ma non trasforma l’algoritmo nel nuovo responsabile dell’ufficio. Peccato per lui: almeno così non può andare in ferie.

IA e lavoro: le decisioni finali restano umane

L’articolo 41 affronta uno dei punti più delicati: le decisioni che incidono sul rapporto di lavoro. Se un datore utilizza sistemi di IA per valutazioni delle prestazioni, provvedimenti disciplinari o decisioni sulla modifica o cessazione del rapporto, la decisione finale non può essere adottata soltanto sulla base di un trattamento automatizzato. Deve essere riservata a una persona fisica con un potere effettivo e autonomo.

Il decreto precisa che la ricerca e selezione delle candidature non rientrano tra le decisioni finali considerate dal comma. È una distinzione che non va letta come un “liberi tutti” per gli algoritmi di recruiting: restano applicabili gli altri obblighi pertinenti, compresi quelli europei su protezione dei dati e sistemi ad alto rischio.

Il lavoratore può chiedere una motivazione comprensibile della decisione, con indicazione dell’eventuale ruolo dell’IA e dei principali parametri considerati. Il datore deve fornire l’informativa prevista prima dell’avvio del trattamento; le decisioni che violano il requisito dell’intervento umano effettivo sono dichiarate nulle dal testo. Il consenso del lavoratore, inoltre, non è una scorciatoia per aggirare il divieto.

La regola si affianca alle tutele del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in particolare l’articolo 22, e alla disciplina italiana già prevista per l’uso di sistemi automatizzati nel lavoro. Non basta inserire un responsabile umano nella procedura: quel responsabile deve poter capire, contestare e modificare il risultato, invece di limitarsi a timbrarlo.

La sicurezza sul lavoro entra nella valutazione dei rischi

L’articolo 42 collega l’introduzione dell’IA nei luoghi di lavoro alla tutela della salute e della sicurezza. Se un sistema incide sull’organizzazione, sui ritmi produttivi, sulle modalità di esecuzione della prestazione o su processi rilevanti per la sicurezza, va considerato nella valutazione dei rischi prevista dal decreto legislativo 81/2008. I lavoratori devono inoltre ricevere informazione e formazione sui rischi specifici e sulle misure di prevenzione.

Installare un sistema che assegna turni, misura tempi o influenza procedure operative non è solo una scelta informatica. Può cambiare il lavoro delle persone e i rischi a cui sono esposte. Questi aspetti vanno valutati, non scoperti dopo il primo problema.

Sanità e professioni: attenzione alle regole attuative

Il decreto contiene anche disposizioni settoriali. Per la sanità, la normativa prevede una piattaforma di IA gestita da AGENAS, con servizi di supporto per professionisti sanitari, medici e utenti. I suggerimenti destinati ai professionisti sono descritti come non vincolanti: la responsabilità clinica non viene trasferita alla piattaforma.

Per professioni e altri ambiti, varie disposizioni si inseriscono nel quadro della legge 132/2025 e dei decreti delegati. Per questo è prudente distinguere fra ciò che la norma stabilisce già e ciò che dovrà essere precisato da linee guida, decreti e regole di settore. Il testo europeo dell’AI Act rimane il riferimento comune; il decreto italiano ne organizza l’attuazione nazionale e disciplina alcuni contesti specifici.

Che cosa possono fare subito scuole, enti e aziende

Il decreto non impone a ogni organizzazione lo stesso corso o lo stesso strumento. Offre però una traccia concreta per prepararsi:

  • Mappare gli usi dell’IA: quali sistemi vengono utilizzati, da chi e per quali attività.
  • Chiarire i ruoli: chi controlla gli output, chi prende le decisioni e chi risponde degli errori.
  • Formare in base ai compiti e ai rischi: non basta una dimostrazione generica del chatbot.
  • Rivedere privacy, sicurezza e procedure: soprattutto quando sono coinvolti dati personali o decisioni sulle persone.
  • Documentare le regole interne: uso consentito, verifiche richieste, limiti e modalità per segnalare problemi.
  • Seguire gli atti attuativi: alcuni dettagli dipendono da decreti e linee guida ancora da adottare.

Per le aziende, il principio europeo di alfabetizzazione sull’IA è già previsto dall’articolo 4 dell’AI Act: chi fornisce o utilizza sistemi deve adottare misure per sostenere un livello adeguato di competenze tra le persone coinvolte. Il nuovo decreto aggiunge regole italiane per ambiti specifici, come scuola, PA, lavoro e sicurezza.

Ho approfondito il tema della formazione nell’articolo “Formazione AI obbligatoria in azienda: cosa chiede l’AI Act e come prepararsi”. Per un percorso operativo, consulta anche i miei corsi di AI generativa e AI literacy per aziende, professionisti, enti e scuole.

La legge stabilisce il perimetro, la formazione farà la differenza

Il decreto legislativo 179/2026 non rende automaticamente più competenti scuole, amministrazioni o imprese. Definisce però una direzione: l’IA va accompagnata da competenze, attenzione ai diritti e responsabilità umana, soprattutto quando incide su istruzione, lavoro e servizi pubblici.

La prova concreta arriverà nell’attuazione: nei decreti ministeriali, nelle linee guida, nei regolamenti interni e nella qualità della formazione. È lì che si capirà se l’alfabetizzazione sull’IA diventerà una competenza utile o resterà una voce elegante nei documenti. Perché saper aprire un chatbot è facile; capire quando non fidarsi della sua risposta richiede ancora un po’ di lavoro.

Parliamo di AI in azienda

Se la tua organizzazione sta introducendo strumenti di intelligenza artificiale, posso aiutarti a progettare un percorso di formazione concreto per dipendenti e manager, oppure a portare questi temi in un evento o in un progetto di consulenza. Raccontami di cosa hai bisogno: ti risponderò per valutare insieme il passo successivo.

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    Dal 2 febbraio 2025 l’AI Act ha reso applicabile un obbligo che molte aziende stanno ancora sottovalutando: chi fornisce o utilizza sistemi di intelligenza artificiale deve fare in modo che le persone coinvolte abbiano un livello sufficiente di alfabetizzazione sull’AI. In pratica, la formazione sull’intelligenza artificiale non è più soltanto una buona idea: diventa un requisito organizzativo da governare.

    Il tema è stato rilanciato anche da una guida pubblicata da Agenda Digitale. Qui provo a tradurlo in una guida operativa per imprese, HR, manager, studi professionali e responsabili formazione: che cosa chiede davvero l’AI Act, chi deve essere formato, quali contenuti inserire in un corso e quali evidenze conviene conservare.

    Risposta breve: la formazione AI è obbligatoria?

    Sì, ma va capita bene. L’articolo 4 dell’AI Act non dice semplicemente “fate un corso uguale per tutti”. Dice che provider e deployer di sistemi di AI devono adottare misure per garantire un livello sufficiente di AI literacy, cioè alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, al personale e alle persone che usano sistemi AI per conto loro.

    Questo significa che un’azienda che usa ChatGPT, Microsoft Copilot, Gemini, Claude, strumenti di selezione del personale, chatbot, software di scoring, sistemi predittivi o tool generativi deve chiedersi: le persone che li usano capiscono abbastanza bene opportunità, limiti, rischi e regole di base?

    Che cosa dice l’articolo 4 dell’AI Act

    La fonte primaria è il Regolamento UE 2024/1689, cioè l’AI Act. La Commissione europea spiega che gli obblighi di alfabetizzazione AI sono entrati in applicazione dal 2 febbraio 2025, insieme alle regole sulle pratiche vietate (ma le norme di vigilanza, applicazione e sanzioni saranno pienamente operative solo a partire dal 3 agosto 2026). La pagina ufficiale della Commissione sull’AI Act conferma anche l’approccio basato sul rischio: non tutti gli usi dell’AI sono uguali e non tutti richiedono lo stesso livello di controllo.

    La Commissione, nel suo repository sulle pratiche di AI literacy, chiarisce il punto: l’articolo 4 richiede a fornitori e utilizzatori di sistemi AI di assicurare un livello sufficiente di alfabetizzazione AI al personale e a chi opera per loro conto. Lo stesso repository raccoglie esempi di pratiche, ma avverte che copiarle non dà automaticamente una presunzione di conformità.

    Chi deve fare formazione AI in azienda

    La domanda non dovrebbe essere: “A chi facciamo il corso?”. La domanda giusta è: “Chi usa, decide, compra, configura o supervisiona sistemi AI?”. Da qui nasce la mappa dei destinatari.

    • Direzione e manager: devono capire impatti, responsabilità, governance, rischi e opportunità.
    • HR: usa o valuta strumenti per recruiting, valutazione, formazione, engagement e people analytics.
    • Marketing e comunicazione: produce testi, immagini, video, campagne, report e contenuti con AI generativa.
    • Commerciale e customer care: usa assistenti, chatbot, CRM arricchiti, trascrizioni, sintesi e suggerimenti automatici.
    • IT, digital e data team: integra strumenti, valuta fornitori, gestisce sicurezza, accessi e dati.
    • Legal, compliance e privacy: presidia contratti, basi giuridiche, documentazione, informative e policy interne.
    • Tutti i dipendenti che usano strumenti generalisti: per esempio ChatGPT, Copilot, Gemini o altri assistenti AI nel lavoro quotidiano.

    La formazione deve essere proporzionata. Chi usa ChatGPT per riscrivere email non ha bisogno dello stesso percorso di chi introduce un sistema AI in selezione del personale. Ma entrambi devono sapere cosa possono fare, cosa non devono fare e quando serve l’intervento umano.

    Che cosa deve contenere un corso AI Act per aziende

    Un buon corso sulla formazione AI obbligatoria per aziende non dovrebbe limitarsi a leggere la norma. Deve trasformare l’obbligo in competenza operativa. Io lo strutturerei in sette moduli.

    1. Che cos’è davvero l’intelligenza artificiale

    Serve una base comune: AI, machine learning, AI generativa, modelli linguistici, chatbot, sistemi predittivi, automazione. Senza questa base, ogni discussione su rischi e regole resta astratta.

    2. Come funziona l’AI generativa

    Le persone devono capire perché ChatGPT e strumenti simili possono essere utilissimi ma anche sbagliare. Vanno spiegati concetti come probabilità, allucinazioni, prompt, contesto, dati di input, output non verificati e dipendenza dallo strumento.

    3. Rischi pratici per l’azienda

    Dati riservati caricati in strumenti non autorizzati, violazioni privacy, copyright, bias, discriminazioni, decisioni automatizzate, errori in documenti destinati ai clienti, contenuti falsi, deepfake, perdita di controllo sui processi. La formazione deve partire da casi realistici.

    4. AI Act: rischi vietati, alto rischio e trasparenza

    Non tutti devono diventare giuristi, ma tutti devono sapere che l’AI Act distingue tra pratiche vietate, sistemi ad alto rischio, obblighi di trasparenza e usi a rischio minimo o limitato. Per HR, credito, istruzione, sanità, sicurezza e servizi essenziali il livello di attenzione sale.

    5. Policy aziendale sull’uso dell’AI

    La formazione funziona se è collegata a regole interne chiare: quali strumenti sono autorizzati, quali dati non vanno inseriti, chi approva nuovi tool, come si verifica un output, quando dichiarare l’uso dell’AI e come gestire fornitori e account personali.

    6. Prompting e uso consapevole

    Una parte pratica è indispensabile. Non basta dire “state attenti”: bisogna mostrare come scrivere richieste migliori, come chiedere fonti, come far emergere limiti, come controllare un output e come usare l’AI come assistente, non come oracolo.

    7. Evidenze e documentazione

    In ottica compliance conviene conservare programma del corso, materiali, registro presenze, attestati, test di apprendimento, policy condivise e aggiornamenti periodici. Non perché “la carta salva”, ma perché dimostra che l’azienda ha preso sul serio l’obbligo di alfabetizzazione AI.

    Checklist pratica per HR e compliance

    1. Mappare gli strumenti AI già usati in azienda, inclusi quelli “ombra” usati dai dipendenti.
    2. Classificare gli usi per area: marketing, HR, vendite, IT, amministrazione, legale, customer care.
    3. Individuare ruoli e persone esposte all’uso di AI.
    4. Definire un livello base di AI literacy per tutti.
    5. Preparare moduli avanzati per chi usa AI in processi sensibili.
    6. Scrivere o aggiornare una policy interna sull’uso dell’intelligenza artificiale.
    7. Registrare presenze, materiali, attestati e aggiornamenti.
    8. Ripetere la formazione quando cambiano strumenti, processi o regole.

    Formazione AI obbligatoria: corso online, in presenza o blended?

    Dipende dalla maturità dell’azienda. Per una PMI può funzionare un corso introduttivo di 2 o 3 ore, seguito da una policy sintetica e da esempi pratici. Per aziende più strutturate conviene un percorso blended: modulo base per tutti, workshop per funzioni specifiche e sessione manageriale su rischi, governance e decisioni.

    Se l’obiettivo è costruire competenza reale, il formato migliore non è solo “lezione frontale”. Funzionano bene demo live, casi aziendali, esercitazioni su prompt, analisi di errori, checklist e piccoli test finali.

    AI literacy non significa diventare tecnici

    Uno degli errori più comuni è immaginare la formazione AI come un corso per informatici. Non è così. L’AI literacy richiesta dall’AI Act riguarda la capacità di usare o supervisionare sistemi AI con sufficiente consapevolezza del contesto, dei rischi, dei limiti e degli effetti sulle persone.

    Per questo un corso efficace deve parlare la lingua del lavoro quotidiano: email, documenti, clienti, colloqui, report, presentazioni, decisioni, dati personali, procedure interne. L’obiettivo non è creare esperti di reti neurali, ma persone capaci di non usare l’AI in modo ingenuo.

    Come posso aiutarti

    Mi occupo di formazione su ChatGPT, AI generativa e uso consapevole dell’intelligenza artificiale per aziende, professionisti, enti e associazioni. Posso progettare un percorso di formazione AI per la tua azienda partendo da strumenti, ruoli, rischi e obiettivi concreti.

    Per un percorso operativo puoi partire dal mio corso ChatGPT per aziende e professionisti, dal corso Microsoft Copilot per aziende o da una sessione introduttiva sotto forma di keynote sull’AI generativa.

    Se vuoi organizzare un corso sulla formazione AI obbligatoria per l’AI Act, scrivimi: ti aiuto a costruire un intervento utile, comprensibile e documentabile.

    FAQ sulla formazione AI obbligatoria

    Da quando si applica l’obbligo di AI literacy?

    Secondo la Commissione europea, gli obblighi di alfabetizzazione AI previsti dall’AI Act sono applicabili dal 2 febbraio 2025.

    Tutte le aziende devono fare formazione AI?

    Se un’azienda usa sistemi di intelligenza artificiale, deve preoccuparsi del livello di AI literacy delle persone coinvolte. La profondità della formazione dipende da strumenti, ruoli, contesto e rischi.

    Basta un corso online registrato?

    Può essere una parte del percorso, ma spesso non basta. L’azienda dovrebbe verificare che i contenuti siano pertinenti agli usi reali, che le persone abbiano compreso i rischi e che esistano regole interne applicabili.

    Serve un attestato?

    L’attestato è utile come evidenza, ma non sostituisce la sostanza della formazione. Conviene conservare anche programma, materiali, presenze, test e policy aziendale.

    La formazione deve essere aggiornata?

    Sì. Strumenti, rischi e indicazioni regolatorie cambiano rapidamente. Un aggiornamento periodico è una scelta prudente, soprattutto per reparti che usano AI in processi sensibili.