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Succede sempre più spesso: qualcuno mostra una demo in cui un agente AI legge le email, aggiorna il CRM, prepara una presentazione e prenota una riunione. A quel punto parte la domanda: “Possiamo averne uno anche noi?”.

La domanda giusta, però, è un’altra: in quale processo un agente AI crea più valore di una normale automazione? In azienda gli agenti AI servono quando il percorso non è completamente prevedibile, occorre interpretare informazioni, scegliere tra più strumenti e gestire eccezioni. Se i passaggi sono fissi e le regole sono chiare, un workflow tradizionale è spesso più economico, veloce e controllabile.

Questa distinzione è il punto di partenza dell’articolo di Digital4 “C’è un agent per tutto. Ma non tutto ha bisogno di un agent”. Un tema molto attuale: oggi costruire una demo è relativamente facile; trasformarla in uno strumento affidabile è tutto un altro lavoro.

Che cos’è un agente AI, in parole semplici

Un agente AI è un sistema capace di perseguire un obiettivo, osservare ciò che succede, decidere il passo successivo e utilizzare strumenti: per esempio un motore di ricerca, un database, la posta elettronica, un foglio Excel o un gestionale.

La differenza rispetto a un chatbot non è che “scrive meglio”. La differenza è che può agire. E la differenza rispetto a un workflow è che non deve per forza seguire sempre la stessa strada.

Anthropic distingue chiaramente workflow e agenti: nei primi, modelli e strumenti vengono orchestrati attraverso percorsi definiti in anticipo; nei secondi, è il modello a decidere dinamicamente come procedere. Anche la guida pratica di OpenAI alla costruzione degli agenti suggerisce di partire da processi in cui regole rigide e automazioni deterministiche non bastano.

Workflow, assistente o agente? La scelta pratica

Non tutti i problemi aziendali richiedono lo stesso grado di autonomia. Prima di aggiungere la parola “agentico” a una presentazione, conviene usare questa matrice.

Il principio è semplice: usare il livello minimo di autonomia necessario. Più autonomia significa più flessibilità, ma anche più costi, più variabilità e più controlli.

Il test delle cinque domande prima di creare un agente AI

Nei corsi e nei progetti aziendali partirei da cinque domande molto concrete.

  1. Il processo cambia spesso percorso? Se la risposta è no, probabilmente basta un’automazione.
  2. Occorre interpretare informazioni non strutturate? Email, documenti, note e richieste ambigue sono un terreno più adatto agli agenti.
  3. L’agente deve usare più strumenti? Per esempio cercare un dato nel CRM, confrontarlo con un contratto e preparare una risposta.
  4. Possiamo verificare il risultato? Se non esiste un modo per sapere se il lavoro è corretto, non esiste nemmeno un buon progetto.
  5. Un errore è reversibile? Cancellare una bozza non equivale a inviare un bonifico o pubblicare un listino sbagliato.

Se il processo non supera questo test, aggiungere un agente rischia di automatizzare non il lavoro, ma la confusione.

Tre casi in cui un agente AI può avere senso

1. Gestire richieste con molte eccezioni

Immaginiamo un servizio clienti che riceve richieste via email. Un workflow può riconoscere alcune parole e assegnare un’etichetta. Un agente, invece, può leggere la conversazione, consultare la scheda cliente, verificare la policy, cercare un ordine e preparare una risposta o chiedere l’intervento di una persona.

Il valore non sta nel testo prodotto, ma nei passaggi manuali eliminati. Naturalmente l’agente deve avere fonti definite, permessi limitati e regole chiare per l’escalation.

2. Raccogliere dati da strumenti diversi

Molte attività aziendali consistono nel fare il giro delle sette chiese digitali: CRM, gestionale, email, fogli, cartelle condivise e piattaforme analytics. Un agente può cercare le informazioni, controllarne la completezza e restituire una sintesi utilizzabile.

Un esempio concreto è il lavoro sui fogli di calcolo. In questo video mostro un agente Genspark che interviene su un file Excel:

Per approfondire, sul blog trovi anche cinque esempi pratici di utilizzo dell’agente Genspark.

3. Preparare un lavoro che una persona deve approvare

L’agente può cercare fonti, confrontare documenti, compilare una bozza e segnalare le anomalie. La persona prende la decisione finale. È un modello molto più realistico del fantomatico collega digitale che sa tutto e non chiede mai aiuto.

Il punto non è sostituire il giudizio, ma recuperare tempo sulle attività preparatorie. Nel video seguente racconto dieci esempi con cui ho misurato un risparmio complessivo di dieci ore in una settimana:

Qui trovi anche l’articolo completo su come recuperare dieci ore alla settimana con l’AI.

Il lavoro difficile non è scrivere il prompt

Con un agente il prompt conta, ma non basta. Bisogna progettare il contesto: quali dati può vedere, quali fonti deve considerare autorevoli, che cosa deve ricordare, quali strumenti può utilizzare e quando deve fermarsi.

Anthropic parla di context engineering per gli agenti AI: non si progetta soltanto una richiesta, ma l’intero ambiente informativo in cui il sistema deve operare. È un passaggio che approfondisco anche nell’articolo dal prompt al contesto.

Se i documenti sono vecchi, le autorizzazioni sono eccessive o le procedure aziendali si contraddicono, l’agente non risolve il problema. Lo esegue più velocemente.

Come avviare un progetto pilota senza farsi male

Un buon progetto non parte dal super-agente aziendale. Parte da un processo piccolo, frequente e misurabile.

  1. Scegliere un solo processo. Per esempio classificare le richieste commerciali in entrata.
  2. Misurare il punto di partenza. Tempo impiegato, errori, volumi, costi e passaggi manuali.
  3. Definire una job description. Obiettivo, strumenti, fonti, divieti, condizioni di arresto ed escalation.
  4. Limitare i permessi. All’inizio meglio leggere e proporre; l’azione autonoma viene dopo.
  5. Creare casi di test. Non solo richieste normali, ma dati mancanti, istruzioni contraddittorie ed eccezioni.
  6. Tenere una persona nel circuito. Le azioni sensibili devono richiedere approvazione.
  7. Decidere in anticipo quando fermare il progetto. Se costa più del lavoro risparmiato o non raggiunge la qualità minima, si torna a un workflow più semplice.

Quali metriche usare per valutare un agente AI

Contare le risposte generate serve a poco. Le metriche utili sono legate al lavoro:

  • tempo medio per completare un’attività;
  • percentuale di attività completate correttamente;
  • numero di interventi umani necessari;
  • costo per attività completata;
  • tasso di errore e gravità degli errori;
  • numero di escalation corrette e mancate;
  • tracciabilità delle fonti e delle azioni;
  • tempo realmente recuperato dalle persone.

Gartner ha previsto che oltre il 40% dei progetti di agentic AI sarà cancellato entro la fine del 2027, citando costi crescenti, valore poco chiaro e controlli del rischio insufficienti. La lezione non è “gli agenti non funzionano”, ma “una demo non è un risultato aziendale”.

Governance: chi controlla l’agente che controlla il processo?

Un agente deve essere trattato come un componente operativo, non come un collega infallibile. Servono registri delle azioni, gestione delle identità, limiti di spesa, fonti approvate, valutazioni periodiche e una persona responsabile del processo.

Il Playbook del NIST per la gestione del rischio AI propone azioni organizzate attorno a quattro funzioni: governare, mappare, misurare e gestire. È una buona bussola anche per un progetto piccolo.

Attenzione inoltre alla Shadow AI in azienda: se gli strumenti ufficiali sono assenti o troppo complicati, le persone ne adotteranno altri senza controllo. La governance efficace non è un elenco di divieti; è un modo sicuro per ottenere risultati.

E nei casi delicati bisogna ricordare che l’AI può anche influenzare male le scelte. Ne parlo nell’approfondimento sulle decisioni artificiali in azienda.

La regola finale: autonomia solo dove produce valore

Gli agenti AI in azienda possono essere molto utili. Ma la maturità non si misura dal numero di agenti attivati. Si misura dalla capacità di scegliere il processo giusto, assegnare un perimetro chiaro, controllare i risultati e fermarsi quando una soluzione più semplice funziona meglio.

Prima si mette ordine nel processo. Poi si decide che cosa automatizzare. Solo alla fine si valuta quanta autonomia concedere all’AI.

Il futuro del lavoro non sarà popolato soltanto da super-agenti. Sarà fatto soprattutto di buoni strumenti, piccoli automatismi e agenti specializzati che fanno poche cose, verificabili, davvero utili.

Domande frequenti sugli agenti AI in azienda

Qual è la differenza tra un agente AI e un chatbot?

Un chatbot risponde principalmente a richieste. Un agente AI può pianificare più passaggi, scegliere strumenti, osservare i risultati intermedi e compiere azioni per raggiungere un obiettivo.

Quando conviene usare un workflow invece di un agente?

Quando il processo è stabile, i passaggi sono noti, le regole sono chiare e le eccezioni sono poche. In questi casi il workflow è generalmente più semplice, economico e prevedibile.

Quali processi sono adatti a un primo agente AI?

Processi frequenti, circoscritti e misurabili: classificazione delle richieste, raccolta di dati da più fonti, controllo della completezza dei documenti e preparazione di bozze da approvare.

Un agente AI può lavorare senza supervisione umana?

Può farlo solo in attività a basso rischio, ben testate e facilmente reversibili. Per pagamenti, contratti, decisioni sulle persone o comunicazioni pubbliche è prudente mantenere un’approvazione umana.

Come si misura il valore di un agente AI?

Con indicatori operativi: tempo risparmiato, costo per attività, qualità del risultato, errori, escalation, interventi umani e tracciabilità delle azioni.

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