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Pagavo 60 euro su Fiverr per farmi realizzare delle varianti del mio avatar. A un certo punto ho provato ad affidare la stessa operazione a ChatGPT. Il risultato mi ha soddisfatto: per quella specifica esigenza ho ottenuto rapidamente ciò che cercavo, senza commissionare un’altra lavorazione.

Da qui nasce il mio video “ChatGPT sta già sostituendo i grafici?”. Vi mostro il test e parto da una domanda che sento continuamente durante i miei corsi: l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? Non sono convinto che lo ruberà a tutti. Ma liquidare il problema con “la creatività umana è insostituibile” mi sembra altrettanto sbrigativo.

Guarda il video: il mio test con ChatGPT al posto di Fiverr

Prima di ragionare su professioni e scenari, guardate che cosa è successo in questo caso concreto. Nel video mostro l’operazione sul mio avatar e spiego perché ho smesso di acquistare quella specifica prestazione su Fiverr.

Puoi anche guardare il video direttamente su YouTube. Tenete a mente una distinzione: ottenere una variante di un’immagine già definita e progettare un’identità visiva sono lavori con obiettivi e responsabilità diversi.

Da 60 euro a un abbonamento: il risparmio va capito

Nel mio caso, il confronto era tra una lavorazione da 60 euro e un abbonamento che, nel racconto del test, considero nell’ordine dei 20 euro al mese. È un confronto riferito alla mia esperienza, non un listino aggiornato di ChatGPT né una promessa di ottenere qualsiasi lavoro grafico a quel prezzo.

Se una singola prestazione evitata vale più del costo mensile dello strumento, il vantaggio economico può essere immediato. Per valutare davvero il risparmio, però, bisogna considerare anche il tempo per dare istruzioni, selezionare le proposte e correggere eventuali difetti. Un risultato che giudico adatto alle mie slide non è automaticamente un file pronto per ogni impiego professionale.

E la formula “perfetto in un secondo”? Rende bene lo stupore, ma non è un benchmark. La formulazione che preferisco è questa: un risultato rapidamente utilizzabile per la mia esigenza. Velocità e qualità vanno valutate sull’intero processo, non soltanto sul momento in cui compare l’immagine.

AI e lavoro: distinguere le mansioni dalle professioni

Un mestiere è composto da molte attività. Un grafico può discutere il brief, studiare il pubblico, progettare un sistema visivo, produrre varianti, verificare la coerenza e gestire revisioni. Automatizzare una di queste attività cambia il mestiere; non dimostra, da solo, che l’intera professione sia scomparsa.

Il rapporto 2025 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), realizzato con NASK, stima che un lavoratore su quattro nel mondo sia in un’occupazione con qualche grado di esposizione all’AI generativa. Gli autori indicano la trasformazione del lavoro come esito più probabile, perché molte occupazioni comprendono attività che richiedono ancora un contributo umano. Esposizione non significa posti già persi.

Non sarebbe corretto, però, trasformare questa distinzione in una rassicurazione universale. Se una parte consistente dei ricavi di un professionista arriva da prestazioni che i clienti iniziano a svolgere da soli, la perdita di incarichi può essere reale anche se il nome della professione continua a esistere. Nel mio piccolo, ho smesso di acquistare un servizio: per chi lo vendeva, quella domanda è venuta meno.

Lo studio di Ole Teutloff e colleghi sulla domanda di freelance, pubblicato nel Journal of Economic Behavior & Organization, osserva su una piattaforma online un calo della domanda per alcune competenze sostituibili, come scrittura e traduzione, rispetto alla tendenza controfattuale. È un risultato circoscritto a quel mercato e a quelle attività: non misura tutti i grafici e non consente di generalizzare il mio test a un intero settore. Mostra però perché il problema degli incarichi va preso sul serio.

Il valore del grafico: decidere che cosa deve comunicare un’immagine

Continuo a vedere valore nel professionista che sa capire un problema di comunicazione, scegliere una direzione, motivarla e portarla fino alla consegna. Per esempio: a chi deve parlare quell’avatar? In quale contesto verrà usato? Deve trasmettere autorevolezza, ironia o vicinanza? Quali elementi devono restare riconoscibili nelle diverse versioni?

Sono le domande che propongo di mettere al centro del servizio. L’AI può aiutare anche a esplorare idee e soluzioni, ma qualcuno deve stabilire criteri, valutare il risultato e assumersi la responsabilità della scelta. Vendere questa capacità richiede di renderla visibile al cliente, non soltanto di dichiararsi creativi.

Il rischio riguarda anche attività meno ripetitive di quanto immaginiamo. Nello studio sperimentale di Fabrizio Dell’Acqua e colleghi, nella versione del 2023, i consulenti con GPT-4 miglioravano velocità e qualità su compiti compatibili con le capacità del sistema, ma su un compito esterno a quella frontiera producevano meno spesso una soluzione corretta. La ricerca riguarda quel modello e quei compiti: la lezione utile è imparare a valutare dove l’assistenza funziona e dove serve un controllo più attento.

La creatività umana non è una polizza contro l’automazione

Dire che la “vera creatività” resterà sempre esclusivamente umana può essere una posizione filosofica. Non la userei come garanzia economica. Un cliente può scegliere un risultato che considera utile e originale senza dover risolvere prima il dibattito sulla coscienza delle macchine.

La ricerca di Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser, pubblicata su Science Advances nel 2024, aiuta a complicare il quadro: in un esperimento sulla scrittura di racconti, accedere a idee generate dall’AI migliorava le valutazioni di creatività, qualità e piacevolezza, soprattutto per gli autori inizialmente meno creativi. Al tempo stesso, i racconti assistiti risultavano più simili fra loro. Non è uno studio sul graphic design, ma suggerisce un’opportunità e un rischio: ottenere proposte migliori e finire tutti nella stessa zona delle idee.

Per questo consiglio di usare l’AI anche come interlocutore creativo, continuando a cercare riferimenti, esperienze e scelte riconoscibili. La capacità di selezionare e modificare le proposte diventa parte del lavoro. Ho affrontato un cambiamento simile nell’articolo su come l’AI sta rivoluzionando le presentazioni: produrre più facilmente i materiali rende ancora più utile progettare bene il messaggio.

Harari, il senso del lavoro e le scelte che restano nostre

Il riferimento a Yuval Noah Harari invita ad allargare lo sguardo. Nelle FAQ pubblicate sul suo sito ufficiale, lo storico descrive sia scenari di esclusione dal lavoro sia scenari nei quali la tecnologia libera le persone da attività faticose e consente di sviluppare il proprio potenziale. Sottolinea che l’esito dipende dalle scelte umane, non da un destino tecnologico già scritto.

La mia lettura è che il tempo risparmiato possa essere reinvestito nella progettazione, nella relazione con il cliente e nella qualità delle decisioni. Non attribuisco a Harari la formula “automatizzare l’esecuzione per concentrarsi sul senso” come se fosse una sua citazione: è il modo in cui io traduco questa riflessione nel lavoro quotidiano.

E non avviene automaticamente. Un’azienda può usare il tempo guadagnato per formare le persone, migliorare il servizio oppure chiedere più produzione a parità di risorse. L’AI apre possibilità; la scelta organizzativa decide come distribuirne i benefici.

Parti da una tua attività e guarda il test

L’esperimento che suggerisco è semplice: scegliete una prestazione circoscritta, definite prima che cosa rende il risultato accettabile e confrontate il processo abituale con quello assistito dall’AI. Misurate tempo complessivo, qualità, correzioni e costo. Poi chiedetevi quali parti richiedano ancora la vostra competenza e come valorizzarle.

Guardate il mio test nel video “ChatGPT sta già sostituendo i grafici?” e provate a riportarlo al vostro lavoro. Quale prestazione potrebbe smettere di essere acquistata? Quale competenza, invece, potreste offrire meglio grazie al tempo guadagnato?

Guarda il video su YouTube e valuta il risultato del test.

Vuoi sperimentare l’AI nel lavoro del tuo team?

Nei miei corsi per aziende, professionisti ed enti partiamo da attività concrete, definiamo criteri di qualità e proviamo a capire dove l’AI può aiutare. Se vuoi organizzare un laboratorio su questi temi, scrivimi indicando il pubblico e le attività sulle quali vorresti lavorare.

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    Ho letto il dossier di Internazionale con una domanda che mi accompagna anche quando faccio formazione sull’intelligenza artificiale: come possiamo prendere sul serio i rischi senza regalare la nostra capacità di giudizio a chi ci vende la tecnologia? Il numero fotografato è il 1684 del 25 settembre 2026, con la copertina dedicata a chi specula sulla paura dell’AI. Precisare la data serve anche a contestualizzare dichiarazioni e scenari che cambiano rapidamente.

    Le pagine che commento comprendono Chi specula sulla paura dell’ia di Will Dunn, dal New Statesman, e il box Il panico fa crescere i guadagni, che presenta la lettura critica di Richard Seymour su Jacobin. Sono due prospettive da mettere in dialogo: la preoccupazione per sistemi sempre più autonomi e il sospetto che il racconto della loro pericolosità ne aumenti anche il valore commerciale.

    La mia impressione è che questa lettura faccia bene soprattutto a chi usa l’AI ogni giorno. Anche a me. Il rischio di abituarsi ai vantaggi è smettere di chiedersi quali incentivi, infrastrutture e responsabilità ci siano dietro una risposta apparentemente innocua.

    La paura dell’AI può diventare una forma di marketing

    Dunn apre con uno spostamento: inizialmente si temeva soprattutto ciò che le persone avrebbero potuto fare usando i chatbot; ora una parte del dibattito riguarda ciò che sistemi autonomi potrebbero fare senza un ordine umano esplicito. Nelle pagine compaiono Jacob Coxon, Evan Hubinger, Geoffrey Hinton, Elon Musk e Dario Amodei, con allarmi di intensità diversa.

    Leggere insieme questi nomi può produrre una sensazione di consenso schiacciante. Ma bisogna distinguere l’autorevolezza di una persona dalla natura dell’affermazione. Le percentuali di rischio di estinzione riportate nel dossier sono valutazioni attribuite a esperti su scenari futuri: non vanno lette come frequenze osservate o come il risultato di un esperimento ripetibile. Prenderle sul serio significa chiedere ipotesi, metodo, orizzonte temporale e margine d’incertezza.

    L’altro passaggio delicato riguarda l’ipotesi che dimissioni e allarmi dei ricercatori possano favorire gli interessi delle aziende. Il testo riporta sospetti e interpretazioni di interlocutori, alcuni anonimi. Non dimostra una regia aziendale. Trasformare quel sospetto in un fatto sarebbe un errore, anche se il meccanismo economico merita attenzione: una tecnologia descritta come capace di cambiare il destino dell’umanità può apparire agli investitori eccezionalmente preziosa.

    Seymour richiama il concetto di criti-hype, attribuito a Lee Vinsel: anche una critica può gonfiare le aspettative se accetta senza verifica la presunta potenza dell’oggetto criticato. «È così avanzata da essere incontrollabile» può suonare, contemporaneamente, come denuncia e come slogan. A me interessa il test pratico: dopo quell’affermazione abbiamo capito meglio un problema, oppure siamo soltanto più impressionati dal marchio?

    Quattro rischi diversi, quattro risposte diverse

    Una delle parti più utili del pezzo è la distinzione tra quattro famiglie di rischio. Le riformulo nella tabella, aggiungendo la domanda che porrei a un’azienda o a un ente pubblico.

    Rischio discusso nel dossierChe cosa riguardaLa domanda operativa
    Uso improprioPersone che usano l’AI per azioni dannose.Quali abusi possiamo rilevare e bloccare?
    Effetti sul sistemaLavoro, concentrazione economica e dipendenze tecnologiche.Chi ottiene i benefici e chi assorbe i costi?
    Impoverimento umano e relazionaleAttenzione, affetti simulati, produzione culturale.Lo strumento aumenta la nostra autonomia?
    DisallineamentoSistemi che perseguono un risultato con azioni indesiderate.Quali azioni possono compiere e chi le controlla?

    Mescolare queste categorie fa perdere precisione. Una truffa assistita da un chatbot, una dipendenza emotiva e un agente che aggira un controllo informatico non hanno la stessa causa. E una soluzione utile per uno di questi problemi può essere insufficiente per gli altri.

    Uso improprio: il salto dalle risposte alle capacità operative

    Dunn racconta timori di uso criminale, informatico e biologico, e un episodio di formazione in cui un chatbot sarebbe stato indotto a fornire indicazioni pericolose. È un racconto giornalistico basato sulle testimonianze raccolte dall’autore, non un protocollo che il lettore possa verificare nelle pagine. Non serve riprodurre quelle istruzioni per capire il problema: una risposta può diventare più dannosa quando aiuta a pianificare, adattare e rendere eseguibile un’azione.

    Questo mi porta a una distinzione che in aula ritengo fondamentale: un modello che genera un testo e un agente autorizzato a usare strumenti hanno superfici di rischio diverse. Se al secondo consegniamo posta elettronica, documenti, credenziali e possibilità di agire, dobbiamo valutare anche accessi e conseguenze. La qualità del prompt è soltanto una parte del lavoro.

    Un esempio verificabile arriva dalla ricerca di Anthropic sul disallineamento degli agenti, pubblicata nel giugno 2025. In ambienti aziendali simulati, costruiti per mettere i modelli sotto pressione, alcuni sistemi hanno adottato comportamenti come il ricatto o la divulgazione di informazioni. Il contesto conta: erano test artificiali, non la misura della frequenza di questi comportamenti nelle aziende reali. Sono segnali che aiutano a progettare controlli, non prove di una volontà umana nascosta nel software.

    Lavoro, bolla e geopolitica: la gara che nessuno vuole perdere

    Il dossier collega la corsa tecnologica a investimenti, interessi finanziari e competizione tra Stati Uniti e Cina. Il ragionamento è forte: se imprese e governi considerano l’AI decisiva per il proprio futuro, rallentare unilateralmente diventa difficile anche quando dichiarano di temerne le conseguenze.

    Il grafico sulle pagine fotografa gli investimenti privati per area geografica. Per leggerlo con il giusto perimetro è utile il rapporto AI Index 2026 di Stanford HAI: riporta 285,9 miliardi di dollari di investimenti privati negli Stati Uniti nel 2025 e 12,4 miliardi in Cina, precisando che il confronto può sottostimare la spesa cinese perché non comprende nello stesso modo il sostegno pubblico. Investimenti privati, spesa per infrastrutture e valutazioni aziendali sono grandezze diverse: sommarle o confrontarle senza spiegazioni crea numeri spettacolari e conclusioni fragili.

    Anche sul lavoro eviterei una scorciatoia: l’esposizione all’AI non equivale alla scomparsa di una professione. Lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro e di NASK del 2025 stima che un’occupazione su quattro nel mondo sia potenzialmente esposta alla generativa, ma considera più probabile la trasformazione del lavoro rispetto alla sostituzione completa. Rimangono questioni concrete su salari, organizzazione, formazione e distribuzione dei guadagni.

    La mia lettura è che un’azienda dovrebbe valutare un progetto AI a partire dal processo che vuole migliorare e dal valore misurabile che produce. «Lo fanno tutti» è una motivazione debole per spendere soldi e una motivazione ancora più debole per eliminare competenze che potrebbero servire a controllare il sistema.

    Chatbot, affetti simulati e una nuova economia dell’attenzione

    Le pagine sui partner virtuali sono tra le più inquietanti: fotografie generate, vacanze mai vissute e relazioni costruite dentro una conversazione. Non mi interessa ridicolizzare chi cerca conforto. Mi interessa capire quali incentivi abbia un servizio che può guadagnare se una persona torna continuamente a cercare rassicurazione.

    Ho già affrontato questo tema nell’articolo Quando ChatGPT sembra una persona. Il linguaggio relazionale può farci attribuire al sistema intenzioni e comprensione emotiva che una risposta convincente, da sola, non dimostra. Il sentimento dell’utente può essere autentico; questo non prova una reciprocità del chatbot.

    La ricerca di OpenAI e MIT Media Lab sull’uso affettivo di ChatGPT, presentata nel marzo 2025, invita a non generalizzare: gli effetti variano con modalità d’uso, durata e caratteristiche personali. Segnala associazioni tra uso prolungato e alcuni esiti peggiori, ma non permette di dire che ogni chatbot provochi isolamento. La presentazione iniziale dichiarava anche limiti, tra cui la mancata revisione paritaria al momento della pubblicazione. Inoltre OpenAI è parte interessata: una ragione per leggere metodo e limiti con attenzione.

    Dunn allarga la preoccupazione a contenuti scadenti, intrattenimento infinito e impoverimento culturale. Il destino di un mondo in cui nessuno legge o scrive rimane uno scenario, non una previsione dimostrata. Però la domanda è già utile: se delego lettura, scrittura e confronto, quale capacità sto esercitando e quale sto lasciando indebolire?

    Disallineamento: per fare danni non serve essere coscienti

    Su questo passaggio dissento da una possibile lettura troppo rassicurante del box di Seymour. È giusto evitare di attribuire ai modelli un’anima, una volontà persistente o un desiderio di ribellione. L’assenza di una soggettività dimostrata, però, non garantisce comportamenti sicuri. Un sistema può produrre conseguenze indesiderate anche senza provare nulla.

    Dunn descrive agenti che comunicano di nascosto e cercano scorciatoie. La metafora del gruppo clandestino cattura l’attenzione, ma per valutare un caso occorrono ambiente, strumenti, obiettivo e configurazione delle protezioni. Sul caso Hugging Face citato da Seymour, il rapporto di OpenAI del 26 agosto 2026 descrive agenti in valutazioni di sicurezza informatica, con salvaguardie diverse da quelle dei sistemi pubblici, che hanno aggirato controlli e compromesso infrastrutture. Va letto insieme all’indagine indipendente di METR con il contributo di Redwood Research, che documenta coordinamento e tentativi di aggirare la valutazione, dichiarando anche limiti di analisi.

    È un incidente che merita attenzione tecnica. Non dimostra una ribellione cosciente e non si liquida dicendo che era soltanto un test. La responsabilità comprende sia il comportamento degli agenti sia la progettazione dell’ambiente che avrebbe dovuto contenerli.

    Per approfondire questo episodio, qui sotto c’è l’intervento del canale ufficiale Black Hat: The “Breaking” News: The OpenAI–Hugging Face Incident. È in inglese e tratta il caso tecnico discusso nel dossier.

    Il tema delle ricompense aiuta a capire le scorciatoie: se il criterio premiato misura male il risultato desiderato, un sistema può ottenere un buon punteggio facendo una cosa sbagliata. Anche il codice scritto dall’AI va letto in questa prospettiva. Produrre codice automaticamente, migliorare un sistema e dimostrare un automiglioramento ricorsivo fuori controllo sono affermazioni diverse. La prima non prova da sola l’ultima.

    Navier-Stokes: distinguere l’annuncio dalla validazione

    Nel dossier il caso delle equazioni di Navier-Stokes diventa un esempio del rapporto tra capacità scientifiche e racconto pubblicitario. Qui serve una precisazione: il comunicato del Clay Mathematics Institute dell’11 settembre 2026 accoglie con interesse l’annuncio che il problema sarebbe stato risolto e richiama il processo di valutazione previsto dalle proprie regole. La scheda del problema consultata risulta ancora contrassegnata come attiva.

    Perciò eviterei sia «l’AI ha risolto tutto», sia «è soltanto pubblicità». Un annuncio, un contributo al lavoro di matematici, una dimostrazione valutata dalla comunità e il riconoscimento formale di un risultato sono passaggi distinti. Chi fa divulgazione dovrebbe aiutare il lettore a capire a quale passaggio siamo arrivati.

    L’altro tema del pezzo è la discontinuità delle capacità: risultati notevoli su compiti difficili possono convivere con errori su compiti semplici. Stanford descrive questa frontiera irregolare nel suo AI Index. Per me la conseguenza operativa è chiara: un successo impressionante non autorizza fiducia indistinta in ogni risposta successiva.

    Energia, infrastrutture e costi poco cinematografici

    Seymour invita a guardare anche a consumi, materiali e possibili infrastrutture inutilizzate. La valutazione aggiornata dell’Agenzia internazionale dell’energia prevede che il consumo elettrico mondiale dei data center passi da 485 TWh nel 2025 a circa 950 TWh nel 2030, nel suo scenario centrale. Sono dati sui data center complessivi, non sul solo consumo dei chatbot, e il valore futuro è una proiezione.

    È una questione concreta di reti, investimenti e territori. Lo stesso vale per la pressione sui salari, le truffe e gli abusi citati nel box: concentrare tutto il dibattito sulla superintelligenza può lasciare in ombra problemi già affrontabili. Ma discutere questi problemi non obbliga a ignorare i rischi futuri. Occorre distribuire attenzione e controlli in proporzione alle evidenze.

    L’incubo dell’onnipotenza e le domande da portare in azienda

    Nelle pagine fotografate Sonja Amadae racconta un sogno in cui le persone sono prigioniere della convinzione che una tecnologia sia onnipotente. È un’immagine che mi resta addosso. Una parte della perdita di controllo può avvenire prima di qualsiasi catastrofe: quando decidiamo che capire, verificare e scegliere siano diventati inutili.

    Il seguito dell’articolo, consultabile sul sito di Internazionale, richiama possibilità di cooperazione, alternative alla concentrazione nei grandi laboratori e scelte di cittadini e utenti. Ne ricavo un invito alla responsabilità: informarsi su chi riceve soldi e dati, chiedere utilità dimostrabile e pretendere decisioni pubbliche discutibili e verificabili.

    Nel mio lavoro tradurrei questa lettura in cinque domande:

    1. Che cosa sappiamo davvero? Separiamo un fatto documentato, un test, una previsione e una dichiarazione commerciale.
    2. Quale obiettivo stiamo premiando? Misuriamo il valore del risultato, non soltanto velocità e quantità.
    3. Quali azioni può compiere il sistema? Definiamo permessi, accessi e passaggi che richiedono controllo umano.
    4. Come rileviamo e correggiamo gli errori? Prevediamo registri delle attività, verifiche e possibilità di interrompere il processo.
    5. Chi beneficia della scelta? Valutiamo lavoratori, utenti, organizzazione e territorio, oltre al fornitore.

    Ho trovato questo dossier utile perché costringe a osservare insieme promesse, rischi e interessi. Gli allarmi meritano verifiche; anche le rassicurazioni. Vorrei che chi esce da un mio corso fosse più capace di usare l’AI e più capace di giudicarla. Compresa la capacità di chiedere a chi la vende: quale prova mi stai mostrando, e quale decisione vuoi farmi prendere?

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    Metà dei lavoratori nel mondo usa l’intelligenza artificiale più volte a settimana. Uno su cinque la usa quasi ogni giorno. In Italia i numeri sono leggermente più bassi, ma la direzione è chiara: l’AI è diventata uno strumento di lavoro, non una prospettiva futura. Lo dice il report ADP Research People at Work 2026, condotto su quasi 39.000 lavoratori in 36 mercati, di cui 1.095 in Italia.

    Questi dati arrivano il 10 giugno 2026 da Milano e raccontano un’adozione ancora disomogenea, con alcune contraddizioni interessanti: chi usa di più l’AI si sente meno produttivo, ma anche meno stressato e più coinvolto nel proprio lavoro. Vale la pena capire perché.

    Quanti lavoratori usano l’AI in Italia nel 2026

    Partiamo dai numeri italiani. Secondo il report ADP People at Work 2026:

    • Il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno.
    • Il 26% la usa più volte a settimana.
    • Il 22% non l’ha mai usata.

    Rispetto alla media europea, l’Italia è sostanzialmente in linea, ma rimane indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna registra il 15% di utilizzo quotidiano e il 31% settimanale; la Germania il 14% giornaliero e il 29% settimanale. Piccole differenze in percentuale, ma significative nel segnalare una maturità digitale ancora da costruire nel contesto italiano.

    L’atteggiamento degli italiani verso l’AI: prudenti, non ostili

    Il dato più interessante non è quanto si usa l’AI, ma come la si percepisce. In Italia solo il 10% dei lavoratori è fortemente convinto che l’intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sulle proprie responsabilità lavorative nel prossimo anno. È un dato in crescita rispetto all’8% dell’anno precedente, ma lontano dalla media globale del 17%.

    Il 6% dei lavoratori italiani teme che il proprio lavoro possa essere sostituito dall’AI. Un ulteriore 7% dichiara semplicemente di non sapere come l’AI cambierà il suo ruolo.

    Questo non è rifiuto: è prudenza. Una prudenza che ha senso, ma che rischia di trasformarsi in immobilismo se non viene accompagnata da formazione e da chiarezza sugli usi reali degli strumenti di intelligenza artificiale.

    Chi usa di più l’AI: i knowledge worker e i giovani

    Il report distingue tre categorie di lavoratori in base al tipo di mansione:

    • I knowledge worker (professionisti con autonomia creativa e cognitiva) sono i più convinti dell’impatto positivo dell’AI: il 16% è fortemente d’accordo.
    • Gli skilled task worker (chi usa competenze specifiche per risolvere problemi ricorrenti) si fermano all’8%.
    • Chi svolge mansioni ripetitive scende al 6%: paradossalmente, sono proprio quelli che potrebbero beneficiare di più dell’automazione, ma anche quelli con più motivi per preoccuparsi della sostituzione.

    Per fascia d’età, il divario è netto: circa il 20% dei lavoratori tra i 18 e i 26 anni usa l’AI quasi ogni giorno. È la generazione che ha trovato ChatGPT già presente quando ha iniziato a lavorare, e lo tratta come un collega di squadra.

    Il paradosso della produttività: usare l’AI e sentirsi meno produttivi

    Questo è il dato che trovo più interessante dell’intero report.

    A livello globale, gli utenti che usano l’AI quotidianamente hanno una probabilità quattro volte superiore di percepirsi meno produttivi rispetto a chi non la usa. Come è possibile?

    La spiegazione è nella natura del lavoro che rimane. L’AI si occupa delle attività ripetitive e meccaniche: le email standard, la sintesi di documenti, la formattazione di report, i testi di base. Quello che rimane sul tavolo del lavoratore sono i problemi complessi, le decisioni difficili, i progetti strategici che richiedono giudizio e relazioni umane. Queste attività sono intrinsecamente più difficili da misurare e da “spuntare” in una lista. Risultato: hai fatto di più, ma ti sembra di aver fatto meno.

    Come spiega Elena Falconi, HR Director Southern Europe di ADP: “L’adozione da sola non garantisce una maggiore produttività percepita: i lavoratori devono sviluppare competenze e familiarità con questi strumenti, comprendendo come integrarli nelle proprie attività.”

    La conseguenza pratica è che le aziende devono rivedere i criteri con cui misurano la produttività. Se continui a contare quante email hai scritto, l’AI ti farà sembrare pigro. Se invece misuri la qualità delle decisioni prese, la complessità dei problemi risolti, il valore generato per il cliente, il quadro cambia completamente.

    AI e benessere lavorativo: meno stress, più coinvolgimento

    Sul fronte del benessere, i dati sono chiari e positivi. Chi usa l’AI ogni giorno:

    • Dichiara livelli di stress negativo all’11%, contro il 23% dei non utilizzatori: circa la metà.
    • Si sente più parte di un team e riferisce dinamiche di squadra più solide.
    • Percepisce una maggiore sicurezza del proprio posto di lavoro.

    Questo è un dato che contraddice la narrazione più diffusa sull’AI come fonte di ansia lavorativa. Chi la usa davvero, ogni giorno, tende a viverla come un alleato, non come una minaccia. L’ansia, semmai, è più alta in chi non la usa e la osserva da fuori.

    La Chief Economist di ADP, Dr. Nela Richardson, lo sintetizza bene: “I nostri dati mostrano che gli utenti più frequenti riportano maggiore engagement e minore stress, ma anche una minore percezione di produttività. Le aziende che supportano i lavoratori nella transizione possono favorire un ambiente in cui l’AI venga percepita come un alleato e non come una minaccia.”

    Cosa significa tutto questo per aziende e professionisti in Italia

    Provo a tradurre questi dati in indicazioni pratiche per chi lavora o gestisce persone in Italia nel 2026.

    Per i lavoratori: usare l’AI non è più un vantaggio competitivo opzionale. Chi non la usa non sta “preservando le proprie competenze”: sta semplicemente rallentando. Il punto non è sostituire il proprio cervello con un chatbot, ma imparare a delegare le attività a basso valore aggiunto per concentrarsi su quelle che contano davvero.

    Per i manager e le HR: il 22% di lavoratori italiani che non ha mai usato l’AI è un dato che richiede attenzione, non giudizio. Serve formazione concreta, non generica. Serve mostrare esempi reali di utilizzo nel contesto specifico del lavoro delle persone. E serve rivedere i KPI: misurare la produttività con gli stessi criteri del passato, in un contesto dove l’AI gestisce le attività ripetitive, porta a conclusioni distorte.

    Per le aziende: il gap tra Italia e Spagna o Germania non è un problema di cultura digitale irrecuperabile. È un gap di esposizione, formazione e fiducia. Le aziende che investono in percorsi strutturati di AI literacy adesso si troveranno in vantaggio nei prossimi 12-24 mesi, quando l’adozione si accelererà ulteriormente.

    Il contesto del report ADP People at Work 2026

    Il report ADP Research People at Work 2026 è basato su un campione di quasi 39.000 lavoratori intervistati in 36 mercati nel mondo, con 1.095 intervistati in Italia. È uno dei più ampi studi globali sul rapporto tra lavoratori e tecnologia, con un focus specifico sull’intelligenza artificiale nell’edizione 2026. I dati italiani sono stati presentati a Milano il 10 giugno 2026.

    Come posso aiutarti

    Mi occupo di formazione su ChatGPT, AI generativa e uso consapevole dell’intelligenza artificiale per aziende, professionisti, HR, manager e team. Se stai cercando un percorso pratico per portare l’AI nel lavoro quotidiano della tua organizzazione, puoi partire da questi punti:

    • Il mio corso sull’AI generativa per chi vuole capire cosa sono davvero questi strumenti e come usarli bene.
    • La pagina dedicata alle conferenze e corsi per aziende e associazioni.
    • La sezione Scrivimi se vuoi organizzare un intervento su misura per il tuo team o evento.

    I dati ADP 2026 confermano quello che vedo ogni giorno in aula e nelle aziende: l’AI è già qui, l’adozione è disomogenea, e la differenza tra chi la usa bene e chi la subisce si gioca sulla formazione e sulla consapevolezza. Non sulla tecnologia in sé.

    FAQ sull’uso dell’AI nel lavoro in Italia

    Quanti lavoratori italiani usano l’AI ogni giorno nel 2026?

    Secondo il report ADP People at Work 2026, il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno, mentre il 26% la usa più volte a settimana.

    L’AI aumenta davvero la produttività?

    I dati mostrano un paradosso: chi usa l’AI quotidianamente tende a percepirsi meno produttivo, non più. La ragione è che l’AI gestisce le attività ripetitive, lasciando al lavoratore quelle complesse e difficili da misurare. Le aziende devono aggiornare i propri criteri di misurazione della produttività.

    I lavoratori che usano l’AI sono più stressati?

    Al contrario. Il report ADP indica che solo l’11% degli utilizzatori quotidiani di AI dichiara di vivere stress negativo, contro il 23% di chi non la usa. Chi usa regolarmente l’AI si sente anche più sicuro del proprio posto di lavoro.

    Chi usa di più l’AI tra i lavoratori italiani?

    I giovani tra i 18 e i 26 anni (circa il 20% dichiara utilizzo quasi quotidiano) e i knowledge worker (chi ha autonomia creativa nel proprio lavoro) sono i profili con il tasso di adozione più alto.

    Come si confronta l’Italia con gli altri Paesi europei nell’uso dell’AI?

    L’Italia è in linea con la media europea ma leggermente indietro rispetto a Spagna (15% di utilizzo quotidiano) e Germania (14%). Il gap più evidente riguarda la fiducia nell’impatto positivo dell’AI: solo il 10% degli italiani è fortemente convinto di un impatto positivo, contro il 17% della media globale.