Intelligenza artificiale a Pompei: 5 esempi che fanno rivivere il passato
L’intelligenza artificiale a Pompei non serve a sostituire gli archeologi, ma ad aiutarli a ricomporre affreschi, interpretare migliaia di immagini, ricostruire volti e ambienti, leggere testi quasi perduti e rendere la visita più coinvolgente. Sono tornato agli scavi nell’agosto 2026, dodici anni dopo la mia visita precedente. Ho ritrovato la stessa vertigine davanti a una città bloccata nel 79 d.C., ma anche un laboratorio molto più tecnologico di quanto ricordassi.

Passeggiando sul basolato, tra case, botteghe e affreschi, viene spontaneo pensare che Pompei sia un luogo immobile. È il contrario: il sito continua a produrre dati, scoperte e domande. Proprio qui l’AI può diventare uno strumento prezioso, purché rimanga sotto il controllo degli studiosi e non venga scambiata per una macchina della verità.
Come viene usata l’intelligenza artificiale a Pompei?
Gli esempi più interessanti riguardano cinque attività: restauro assistito, analisi delle immagini, ricostruzione scientifica, lettura di testi antichi e visita aumentata. Non tutte hanno lo stesso grado di maturità: alcune sono sperimentazioni di ricerca, altre sono già accessibili ai visitatori.
1. Un robot ricompone gli affreschi come un puzzle
Il progetto europeo RePAIR, Reconstructing the Past, è probabilmente il caso più spettacolare. Migliaia di frammenti di affreschi vengono fotografati e digitalizzati. Algoritmi di visione artificiale cercano corrispondenze tra colori, forme, bordi e motivi decorativi. Un sistema robotico a due bracci può poi manipolare i pezzi con grande precisione.
I casi di studio comprendono affreschi pompeiani ridotti in frammenti, tra cui quelli della Casa dei Gladiatori e soffitti danneggiati dall’eruzione e dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. L’Istituto Italiano di Tecnologia ha spiegato che gli algoritmi propongono ricomposizioni, mentre gli archeologi controllano, correggono e interpretano.

Il punto non è affidare il restauro a un robot. È ridurre il tempo necessario per confrontare migliaia di combinazioni. L’AI fa il lavoro ripetitivo, lo specialista conserva la responsabilità.
2. L’AI cerca connessioni in oltre 15.000 immagini di pitture e mosaici
Il progetto PPMx nasce dall’archivio Pompeii: Pitture e Mosaici. Secondo l’Università dell’Arkansas, l’obiettivo è rendere interrogabile con strumenti di AI un patrimonio di oltre 15.000 immagini.
Un ricercatore può cercare la presenza di un personaggio mitologico, un motivo decorativo o una scena e osservare dove ricorre nella città. Invece di sfogliare manualmente volumi e fotografie, può esplorare rapporti visivi e spaziali su scala urbana.
Qui l’intelligenza artificiale non “scopre” automaticamente il significato di un’immagine. Aiuta a trovare somiglianze e ricorrenze che diventano ipotesi da verificare. È una distinzione fondamentale, valida anche nel lavoro quotidiano: come spiego parlando di agenti AI in azienda, accelerare una ricerca non equivale a delegare il giudizio.
3. Ricostruire il volto e gli ultimi istanti di una vittima
Nel 2026 il Parco archeologico di Pompei e l’Università di Padova hanno usato strumenti di AI e fotoritocco per creare una ricostruzione digitale del volto di un uomo morto durante l’eruzione. I suoi resti erano stati trovati vicino alla necropoli di Porta Stabia, insieme a un mortaio di terracotta che probabilmente cercò di usare come protezione, una lucerna, un anello e monete.

La ricostruzione, descritta dall’Associated Press, combina dati archeologici e antropologici con una rappresentazione visiva. Serve a rendere comprensibile una storia umana, non a produrre una fotografia certa di una persona vissuta duemila anni fa.
Questo è anche il limite più delicato dell’AI generativa applicata alla storia. Un’immagine plausibile può sembrare vera. Per questo occorre mostrare quali elementi derivano dai reperti e quali sono ricostruzioni probabilistiche.
4. Leggere testi carbonizzati senza srotolarli
Il quarto esempio appartiene all’area vesuviana e riguarda Ercolano, non Pompei in senso stretto. Lo segnalo perché l’eruzione del 79 d.C. lega direttamente le due città e perché il risultato è straordinario.
La Vesuvius Challenge usa tomografia a raggi X, computer vision e machine learning per individuare tracce di inchiostro nei papiri carbonizzati della Villa dei Papiri. Gli algoritmi permettono di “srotolare” virtualmente rotoli che l’apertura fisica distruggerebbe.
La rivista scientifica Nature ha documentato uno dei primi passaggi decisivi: il riconoscimento di parole greche all’interno di un rotolo ancora chiuso. È un esempio potente di collaborazione tra scansione, AI, filologia e conoscenza umanistica.
5. Visitare Pompei in realtà aumentata con ricostruzioni controllate
Con l’app Portyl il visitatore può inquadrare alcuni luoghi e vedere sullo schermo ricostruzioni degli edifici, delle decorazioni e della vita antica. Il Parco archeologico di Pompei ha presentato nel 2026 l’esperienza a partire dalla Casa del Citarista.

La piattaforma di Histoury combina scansioni, fotogrammetria, realtà estesa e componenti di AI generativa. L’utilità è evidente: davanti a muri incompleti, il visitatore fatica a immaginare volumi, colori e funzioni originarie.
Anche qui serve prudenza. La ricostruzione deve essere fondata sui dati e dichiarare ciò che è certo, probabile o puramente ipotetico. Altrimenti la realtà aumentata rischia di trasformare l’archeologia in scenografia.
Cosa ho capito tornando a Pompei dopo dodici anni
La mia visita di agosto 2026 mi ha ricordato una cosa semplice: la tecnologia è utile quando ci fa vedere meglio le tracce, non quando pretende di cancellare i dubbi. Pompei è affascinante proprio perché alterna evidenze, lacune e interpretazioni.
L’intelligenza artificiale può confrontare più frammenti di quanti ne possa gestire una persona, individuare schemi in migliaia di immagini e tradurre dati complessi in esperienze accessibili. Ma non possiede il contesto storico, la responsabilità scientifica o la capacità di spiegare perché un’ipotesi sia più convincente di un’altra.
Il futuro dell’archeologia non sarà un algoritmo che lavora da solo. Sarà una squadra composta da archeologi, restauratori, informatici, filologi, esperti di immagini e robot. In altre parole, la parte più interessante dell’AI a Pompei non è artificiale: è la collaborazione umana che riesce ad attivare.
In sintesi: cinque applicazioni dell’AI nell’area di Pompei
- Restauro: riconoscere e ricomporre frammenti di affreschi con il progetto RePAIR.
- Ricerca iconografica: analizzare migliaia di immagini di pitture e mosaici con PPMx.
- Ricostruzione scientifica: visualizzare il volto e gli ultimi istanti di una vittima sulla base dei reperti.
- Lettura non invasiva: recuperare testi dai papiri carbonizzati di Ercolano con la Vesuvius Challenge.
- Visita aumentata: sovrapporre ricostruzioni digitali alle rovine mediante Portyl.
Fonti principali
- Commissione europea, scheda CORDIS del progetto RePAIR
- RePAIR Project, descrizione e casi di studio
- Istituto Italiano di Tecnologia, risultati del progetto RePAIR
- University of Arkansas, progetto PPMx
- Associated Press, ricostruzione digitale della vittima di Porta Stabia
- Vesuvius Challenge, lettura dei papiri carbonizzati
- Nature, AI e papiri di Ercolano
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