Uso un’app per trascrivere le riunioni online.

– Non si sente.
– Hai il microfono spento (mimando).
– Ma mi vedete?
– Sfocato.
– Ho esagerato con la sfumatura dello sfondo. E adesso?
– Ti sentiamo ma non ti vediamo più.
– Adesso mi sentite?
– Male, ma purtroppo sì.
– C’è un ritorno audio, voi due che siete nella stessa stanza, fate qualcosa perdio, che già c’ho il mal di testa.
– Chi sta digitando come un fabbro medievale? Spegnete i microfoni.
– Accendete le telecamere.
– Scusate, non posso accendere la telecamera perché sono in smart e mio marito è in mutande.
– Ora mi sentite?
– Scrivi in chat.
– Non posso scrivere in chat, è bloccata.
– Scusate, ero in muto e parlavo da cinque minuti. Devo ripetere tutto daccapo?
– Condividi lo schermo.
– Non ho il tasto condivisione.
– È vicino al tasto del microfono.
– Non ho il tasto del microfono.
– È vicino al tasto della telecamera.
– Non vedo più niente, aiuto, mi è sparito Teams.
– Aspettiamo altri due minuti che arrivino tutti.
– Qualcuno chiama Marco per dirgli che la call è iniziata?
– Marco non c’è, è andato via. Ah ah ah.
– Ma se l’ho visto alla macchinetta del caffè! Aspe’ che provo a chiamarlo sul cell.
[si sente un cellulare squillare]
Marco risponde: “Pronto, scusa, sono in una call, posso richiamarti?”
– Ora mi sentite? Ho cambiato le cuffie.
– Ti sentiamo, ma come fai a essere qui se non ti avevamo invitato alla riunione?
– Non è la riunione delle 16?
– Sono le 10 del mattino, vedi tu.
– Bene, direi che possiamo chiudere qui. Vi mando il link per la prossima call che inizia tra due minuti.

Durata della call: 1 ora e 47 minuti.

Dimmi la verità: quanti token consumi al giorno con l’AI?

Se la risposta è “non lo so”, ecco il primo allarme della nuova puntata dei Garagisti Tech che Gianluca Testa appena pubblicato. Perché nella Silicon Valley ormai non è più una domanda tecnica. È diventata una competizione interna.

E mentre i giganti dell’AI si fanno guerra sui consumi, in Europa entra in vigore il primo regolamento globale sull’intelligenza artificiale. Che fine farà l’Italia in questa partita?

Il Garage si sporca le mani

Il format è sempre lo stesso: tre ospiti, una puntata, una sfida settimanale. Stavolta c’era, con me, Alessandro Curioni (esperto di cybersecurity), oltre ovviamente a Gianluca Testa, l’host che tiene insieme i pezzi come un direttore d’orchestra. L’obiettivo rimane uno: portare a casa tre o quattro bulloni concreti da usare subito. Niente lezioni accademiche, solo spunti operativi.

I sette temi della settimana

1. Tokenmaxxing — La gara a chi brucia più AI

Iniziamo con la follia vera. A Meta, tra gli 85.000 dipendenti, esiste una classifica interna di consumo. Il primo ha bruciato 281 miliardi di token in un mese. Sì, miliardi.

Jensen Huang di Nvidia ha detto una cosa che vi farà venire la pelle d’oca: un ingegnere che guadagna 500.000 dollari l’anno e non consuma token gli fa venire i brividi. Tradotto: se non usi AI in modo massivo, stai cazzeggiando.

La domanda che nessuno pone: dove si contabilizza questo costo? Nelle spese di R&D? Nel budget di prodotto? E soprattutto: i prezzi dell’AI seguiranno la stessa curva dei social network (crollo drammatico dopo il boom)? O rimarranno stratosferici?

Ecco come funziona nella pratica. Un token è l’unità base di computazione. Una parola in inglese ≈ 1-2 token. Una frase intera ≈ 10-20 token. Se un’azienda esegue milioni di prompt al giorno per ottimizzare processi, ricerca, training interno… i numeri esplodono. E il costo con loro.

2. Claude Mythos — Il modello che spaventa la cybersecurity

Qui mi tocca essere franco (anche se potrebbe sembrar di parte): il nuovo modello di Anthropic rappresenta un salto qualitativo non marginale.

Nel contesto della cybersecurity, il salto che Anthropic ha fatto col nuovo Claude è significativo. In alcuni scenari, si avvicina pericolosamente a quello che definiamo come “assaggio di AGI“ — cioè a comportamenti che non sono più prevedibili e controllabili con i metodi tradizionali.

Non è solo una questione di capacità brute (numero di token processati). È la qualità del ragionamento e la capacità di affrontare problemi mai visti prima.

Cosa significa nella pratica? Che gli analisti di cybersecurity devono ricalibrare i loro modelli di difesa. La sicurezza basata su “pattern matching” è già morta (lo era da prima). Ora serve sicurezza predittiva. Cioè: anticipare il pericolo prima ancora che si manifesti.

3. Palantir — +85% di ricavi. L’AI al servizio del potere

Ecco un dato che ti fa sedere.

1,63 miliardi di dollari di ricavi nel primo trimestre 2026. La società di Peter Thiel ha trovato la sua miniera d’oro nei corridoi del potere. Non nella Silicon Valley dei sogni. Nei bunker della difesa, dell’intelligence, del controllo.

L’AI per il controllo è già realtà. Non teoria. Non fantascienza. È il prodotto che vende più di tutti gli altri messi insieme.

È una riflessione che non piace a molti (soprattutto nei circoli startup che ancora credono all’AI come “forza del bene”). Ma è la verità nuda e cruda.

4. AI in Sanità — La corsa più importante

Qui c’è il tema che mi sta più a cuore: OpenAI, Anthropic, Google, Amazon, Perplexity. Tutti muoviamo insieme verso la salute digitale. Strade diverse, stessa direzione.

La sanità è il prossimo grande mercato dell’AI. Diagnosi assistite, previsione di patologie, ottimizzazione dei percorsi terapeutici.

Ma quale è il rischio? Che il modello medico occidentale (ancora troppo incentrato su dati storici, su casistiche localizzate) si scontri con sistemi AI addestrati su dataset globali senza contesti locali. Un algoritmo che funziona per la cardiologia in Silicon Valley potrebbe essere inadeguato per un paziente in Calabria.

5. Meta-Manus: il deal bloccato da Pechino

La Cina ha fermato l’integrazione di Manus in Meta. Non permessi. Fine della storia.

È la guerra tecnologica USA-Cina che si combatte ormai anche sul fronte degli agenti intelligenti. Chi controlla gli agent AI controlla il flusso di informazioni e decisioni del domani.

6. EU AI Act — Dal 2 agosto 2026 è legge

Questa è la notizia che vi dovrebbe tenere svegli di notte (se siete in azienda, ovviamente).

Il primo regolamento globale sull’AI entra in vigore. Sanzioni fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale, a seconda di quale sia maggiore.

Le aziende italiane sono pronte? Spoiler: la maggior parte non sa nemmeno da dove vengono i dati che usa. Non sa tracciare il lineage dei propri modelli. Non ha governance on AI.

Questo non è un problema “fra tre anni”. È un problema adesso.

7. Polymarket — Quando la verità diventa una scommessa

400 milioni di dollari al giorno scommessi su guerre, elezioni, catastrofi naturali. La piattaforma su blockchain che ha “previsto” l’esito delle elezioni USA prima dei media tradizionali.

Strumento di informazione onesto oppure il più grande clickbait finanziario della storia?

Ecco il bullone della puntata: i mercati predittivi non sostituiscono l’analisi. Ma dove i soldi veri incontrano le previsioni, il segnale è spesso più onesto del consenso mediatico. Perché puoi mentire in TV. Non puoi mentire quando rischi denaro vero.

Guarda la puntata completa

Tutta la conversazione completa — gli approfondimenti, le battute, i momenti di scontro costruttivo tra noi tre — è su YouTube:

Cosa puoi fare adesso

  • Se lavori in azienda con un team tech: guarda il pezzo su AI Act e poi convoca il vostro DPO. Non rimandare.
  • Se usi Claude o altra AI quotidianamente: inizia a monitorare il tuo consumo di token. È il primo segnale di come stai usando lo strumento.
  • Se lavori in sanità, sicurezza o difesa: il pezzo su Palantir e Claude Mythos ti riguarda. Davvero.

Ti è piaciuto? Dimmi nei commenti: quale argomento ti ha sorpreso di più? Pensi che l’Italia sia pronta per l’AI Act? Hai già testato gli agenti intelligenti?

OSINT e AI: perché le informazioni pubbliche sono diventate il nuovo petrolio digitale

C’è una scena che si ripete continuamente nelle aziende italiane.

Qualcuno apre ChatGPT, incolla un documento, fa una domanda e ottiene una risposta brillante in pochi secondi. Magia? Non proprio. Dietro c’è qualcosa di molto più interessante: la trasformazione delle informazioni pubbliche in conoscenza operativa.

Ed è esattamente da qui che parte Il nuovo petrolio (online). OSINT e intelligenza artificiale: a caccia di dati pubblici nell’era dei chatbot, libro che ho scritto con Gianluca Boccacci, ethical hacker e presidente dei CyberActors. Nel testo si trova anche la prefazione di Francesco Ceraso, Head of Security Cyber Intelligence di Eni S.p.A.

Il punto centrale del volume è semplice, ma spesso sottovalutato: oggi il vero valore non sta solo nei dati. Sta nella capacità di raccoglierli, interpretarli, collegarli e usarli strategicamente.

Che cos’è davvero l’OSINT

OSINT significa Open Source Intelligence, cioè intelligence da fonti aperte. Non è hacking. Non è cyber-spionaggio cinematografico. E non significa nemmeno “cercare su Google”.

Il libro, che ho deciso di realizzare anche come supporto dei miei corsi per lo IAI, chiarisce bene un aspetto fondamentale: l’OSINT è un processo sistematico di raccolta, organizzazione e analisi delle informazioni pubbliche.

Le fonti possono essere:

  • siti web aziendali
  • social network
  • documenti pubblici
  • registri online
  • articoli di giornale
  • report finanziari
  • forum
  • repository tecnici
  • immagini satellitari
  • database aperti

La differenza la fa il metodo.

Perché il problema contemporaneo non è trovare informazioni. È orientarsi nel rumore.

L’intelligenza artificiale cambia completamente il gioco

Uno dei passaggi più interessanti del libro riguarda il rapporto tra OSINT e AI generativa.

Fino a pochi anni fa, raccogliere e correlare informazioni richiedeva tempo, competenze tecniche e una notevole capacità analitica. Oggi i modelli linguistici possono:

  • sintetizzare migliaia di documenti
  • individuare pattern
  • confrontare dati
  • trovare incongruenze
  • estrarre insight
  • costruire timeline
  • analizzare sentiment online

In pratica, l’intelligenza artificiale rende interrogabile il caos digitale.

Il testo insiste molto su questo punto: l’AI non sostituisce il ragionamento umano, ma amplifica enormemente la capacità di lavorare sulle informazioni.

Ed è qui che il libro evita sia l’entusiasmo ingenuo sia il catastrofismo da fantascienza.

Il vero rischio? La superficialità digitale

C’è un aspetto che emerge chiaramente leggendo il volume: molte vulnerabilità non derivano da attacchi sofisticati, ma da leggerezze quotidiane.

Un PDF con metadati dimenticati.
Un badge visibile in una foto.
Un post LinkedIn troppo dettagliato.
Una presentazione caricata online senza attenzione.
Un annuncio di lavoro che rivela strategie aziendali.

Singolarmente sembrano dettagli irrilevanti. Insieme costruiscono mappe informative potentissime.

Il libro mostra bene come l’OSINT sia ormai centrale non solo nella cybersecurity, ma anche nel marketing, nella ricerca accademica, nella business intelligence e nella gestione della reputazione.

Dalle aziende alle università: l’OSINT è ovunque

Uno degli aspetti più riusciti del testo è l’approccio pragmatico.

Non si limita alla teoria. Mostra applicazioni concrete:

  • monitoraggio dei competitor
  • analisi del sentiment
  • valutazione di nuovi mercati
  • verifica delle fonti
  • ricerca accademica
  • intelligence economica
  • contrasto alla disinformazione

Interessante anche la parte dedicata al Retrieval-Augmented Generation (RAG), cioè i sistemi che permettono ai chatbot di interrogare documenti aziendali, PDF e knowledge base interne per ridurre le allucinazioni dell’AI.

Tradotto: non più chatbot che “inventano”, ma strumenti che ragionano sui documenti reali dell’organizzazione.

È un passaggio cruciale per capire dove sta andando davvero l’intelligenza artificiale nelle aziende.

Il libro affronta anche i lati scomodi

Ed è forse la parte più interessante.

Perché il volume non vende una visione utopica dell’AI. Affronta temi delicati:

  • privacy
  • identità digitali false
  • limiti legali dell’OSINT
  • disinformazione
  • deepfake
  • rischi etici
  • allucinazioni dei modelli linguistici

La prefazione di Francesco Ceraso, tra l’altro membro del Comitato Scientifico Clusit, è particolarmente efficace nel mostrare quanto il confine tra attività lecita e rischio legale possa diventare sottile in alcuni contesti investigativi digitali.

È un approccio maturo, raro in un panorama dove spesso si oscilla tra marketing tecnologico e allarmismo.

Perché questo libro arriva nel momento giusto

Negli ultimi mesi l’AI generativa è uscita dai laboratori ed è entrata nella quotidianità di aziende, professionisti e studenti.

Ma molte organizzazioni stanno ancora usando questi strumenti in modo superficiale:

  • senza cultura del dato
  • senza governance
  • senza verificare le fonti
  • senza comprendere i rischi informativi

Ed è qui che l’OSINT diventa strategico.

Perché insegna una competenza fondamentale dell’era AI: trasformare dati dispersi in conoscenza utile.

Non basta più “fare una domanda a ChatGPT”. Serve capire:

  • quali informazioni usare
  • da dove arrivano
  • quanto sono affidabili
  • come contestualizzarle
  • come verificare eventuali errori

In altre parole: il vero vantaggio competitivo non sarà avere accesso all’AI. Sarà saperla usare con metodo e spirito critico.

Il nuovo petrolio (online) prova a fare proprio questo: spiegare come orientarsi nel nuovo ecosistema informativo dove OSINT, chatbot e intelligenza artificiale stanno ridefinendo il concetto stesso di conoscenza digitale.

 

Me lo chiedono spesso, durante i corsi e le conferenze sull’intelligenza artificiale. Mentre ancora si chiacchiera alla fine della sessione, qualcuno si avvicina e mi fa la domanda vera: “Ma tutta questa roba tecnica – i token, gli embedding, il fine-tuning – devo davvero capirla?”. La risposta breve è: no, non devi diventare un ingegnere. Ma sì, capire cosa c’è sotto ti cambia il modo di usare questi strumenti. Ti rende più efficace, più consapevole.

Ho selezionato i 10 concetti che tornano sempre nelle mie formazioni sull’AI generativa: quelli che generano più confusione, ma anche più soddisfazione quando si capiscono davvero.

1. Token e Tokenizzazione: il segreto che ChatGPT non dice al primo incontro

Quando scrivi un prompt, il modello non legge parole. Legge token: frammenti di testo che possono essere parole intere, parti di parola, o persino singoli caratteri. La parola “Intelligenza” potrebbe diventare tre o quattro token diversi.

Perché conta? Perché i modelli hanno un limite di token per conversazione (il cosiddetto context window), e perché il costo delle API si calcola in token. Ma soprattutto perché capire la tokenizzazione aiuta a costruire prompt migliori: parole rare, termini tecnici o nomi stranieri vengono “sminuzzati” in più token, e questo può influenzare la qualità della risposta.

In pratica: più il tuo linguaggio è preciso e comune, meglio il modello ti capisce.

2. Attention Mechanism e Transformer: cosa fa davvero la macchina quando “pensa”

L’architettura Transformer è la base di quasi tutti i modelli linguistici moderni – da GPT a Gemini, da Claude a Mistral. Il suo cuore è il meccanismo di attention (attenzione): la capacità del modello di valutare quali parole di un testo sono più rilevanti rispetto alle altre, in modo dinamico e contestuale.

Quando scrivi “ho lasciato le chiavi sulla tavola”, il modello capisce che tavola indica un tavolo e non una tavola tecnica, perché interpreta il contesto dato da “chiavi” e “lasciato”. Non applica regole grammaticali rigide: valuta le probabilità basandosi su schemi appresi durante l’addestramento.

È questo che rende i transformer così potenti – e così diversi dai sistemi basati su regole che li hanno preceduti.

3. Fine-Tuning e Transfer Learning: trasferire intelligenza da un dominio all’altro

Un modello base come GPT-5 è stato addestrato su enormi quantità di testo generico. Ma se un’azienda vuole un assistente specializzato nel diritto del lavoro, o un medico vuole un modello che parli il linguaggio della clinica, si fa il fine-tuning: si “aggiusta” il modello pre-addestrato su dati specifici del dominio.

Il Transfer Learning è il principio più ampio: si prende l’intelligenza acquisita in un contesto (milioni di pagine web) e la si trasferisce in un altro (contratti, cartelle cliniche, normative fiscali). È quello che rende possibile creare modelli specializzati senza partire da zero – il che richiederebbe risorse computazionali e finanziarie fuori dalla portata di chiunque.

Nelle mie formazioni, questo è il concetto che più interessa ai team IT: quando conviene fare fine-tuning, e quando è meglio usare un approccio diverso come il RAG (lo vediamo al punto 8).

4. Hallucination: quando la macchina mente con molta fiducia

Le allucinazioni sono forse il problema più noto dell’AI generativa – e il più frainteso. Il modello non “mente” nel senso umano del termine: non ha intenzione di ingannarti. Semplicemente, genera la sequenza di token statisticamente più probabile, anche quando quella sequenza corrisponde a informazioni false.

Il risultato sono risposte plausibili ma errate: citazioni di articoli che non esistono, date storiche sbagliate, nomi di persone inventati. Il modello le propone con lo stesso tono sicuro con cui ti direbbe il nome della capitale della Francia.

Questo è il motivo per cui non si usa l’AI come fonte primaria senza verifica. Ed è anche il motivo per cui capire le allucinazioni non serve a smettere di usare l’AI: serve a usarla nel modo giusto.

5. Temperature: la fisica del non-determinismo

Hai mai notato che lo stesso prompt, fatto più volte, produce risposte diverse? Non è un bug. È la temperature (temperatura): un parametro che regola quanto il modello è “creativo” o “deterministico” nelle sue scelte.

Temperature alta (vicino a 2): il modello sceglie token meno probabili, produce risposte più varie, creative, imprevedibili. Temperature bassa (vicino a 0): il modello sceglie quasi sempre il token più probabile, produce risposte più prevedibili, precise, ripetibili.

Nelle applicazioni professionali – analisi legali, revisioni contabili, assistenza medica – si preferisce temperatura bassa. Nelle applicazioni creative – brainstorming, scrittura, ideazione – si lavora con temperatura più alta. Scegliere consapevolmente questo parametro può fare una differenza enorme nei risultati.

6. Embedding: la geometria dei significati

Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato. Ogni parola, frase o documento viene trasformato in un vettore – un punto nello spazio matematico – in modo che concetti semanticamente vicini siano anche geometricamente vicini.

L’esempio classico: nello spazio degli embedding, “re” – “uomo” + “donna” = “regina”. Non è magia: è geometria dei significati. È questo che permette ai motori di ricerca semantici di capire che “auto” e “automobile” sono sinonimi, o che una domanda su “come si cura il raffreddore” è pertinente rispetto a un documento che parla di “rimedi per i sintomi influenzali”.

Gli embedding sono alla base di molte applicazioni pratiche dell’AI nelle aziende: ricerca documentale, classificazione automatica, sistemi di raccomandazione.

7. Chain of Thought Prompting: insegnare alla macchina a ragionare passo per passo

I modelli linguistici fanno errori nei ragionamenti complessi se gli si chiede direttamente la risposta finale. Ma se li si invita a “pensare ad alta voce” – a esplicitare i passaggi intermedi – le performance migliorano significativamente.

Questa tecnica si chiama Chain of Thought (CoT): invece di chiedere “Quanto fa 347 × 28?”, si chiede “Risolvi passo per passo: prima calcola le centinaia, poi le decine, poi le unità”. Il risultato è molto più accurato.

Applicato al mondo professionale: nei prompt per analisi complesse, revisioni di documenti o valutazioni strategiche, chiedere al modello di esplicitare il ragionamento riduce gli errori e rende il processo verificabile. È uno dei consigli pratici che porto sempre nelle mie sessioni di formazione sul prompt engineering.

8. RAG – Retrieval Augmented Generation: quando la macchina va a cercare (e non allucina)

Il RAG è la soluzione più elegante al problema delle allucinazioni per applicazioni aziendali. Invece di chiedere al modello di “ricordare” informazioni apprese durante il training (che potrebbero essere obsolete o errate), si costruisce un sistema che recupera i documenti pertinenti da una base di conoscenza verificata, e li fornisce al modello come contesto prima della risposta.

In pratica: vuoi un chatbot che risponda solo in base ai tuoi manuali interni, ai tuoi contratti, alle tue policy aziendali? Non fai fine-tuning. Fai RAG. Il modello legge i tuoi documenti in tempo reale e risponde basandosi su quelli.

Il RAG è oggi la tecnologia più richiesta nelle implementazioni enterprise di AI. L’ho visto applicare con grande efficacia in aziende di tutti i tipi, dalla manifattura ai servizi professionali. Per esempio, Gemini Notebook (ex NotebookLM) è considerato un ottimo strumento RAG.

9. Bias in AI Generativa: le discriminazioni che insegniamo senza volerlo

I modelli imparano dai dati. E i dati umani contengono bias: stereotipi di genere, pregiudizi culturali, squilibri di rappresentazione. Il risultato è che un modello addestrato su testi scritti prevalentemente da uomini occidentali tende a riprodurre e amplificare quella prospettiva.

I bias nell’AI non sono un problema teorico o futuristico: si manifestano oggi, nei sistemi di selezione del personale che favoriscono certi profili, nei traduttori automatici che assegnano generi grammaticali basandosi su stereotipi, nei motori di ricerca che mostrano certi volti per certe query.

Capire i bias non significa rinunciare all’AI. Significa scegliere strumenti più equi, progettare sistemi più consapevoli, e sapere quando i risultati di un modello vanno verificati con un occhio critico. È il tema che, nelle mie conferenze, genera sempre il dibattito più ricco.

10. Scaling Laws e il Cinese della Stanza: perché i modelli grandi sono più intelligenti (forse)

Le Scaling Laws descrivono una relazione empirica sorprendente: aumentando le dimensioni del modello (numero di parametri), la quantità di dati di training e la potenza computazionale, le performance migliorano in modo prevedibile e consistente. Questo ha guidato la corsa ai modelli sempre più grandi degli ultimi anni.

Ma qui entra in scena il Cinese della Stanza di John Searle: un celebre esperimento mentale che mette in discussione se questi sistemi “capiscano” davvero, o se stiano solo manipolando simboli secondo regole, senza alcuna comprensione reale. Una persona chiusa in una stanza con un manuale per rispondere in cinese sembra capire il cinese – ma non lo capisce affatto.

La questione non è risolta. E forse non lo sarà a breve. Ma è la domanda più importante che possiamo porci mentre questi sistemi diventano sempre più pervasivi: cosa significa davvero “intelligenza”?

Conoscere questi concetti non ti trasforma in uno scienziato. Ti trasforma in una persona che capisce cosa sta usando.

Non serve una laurea in informatica per usare bene l’AI generativa. Serve quella forma di curiosità consapevole che ti fa chiedere: come funziona davvero? Perché risponde così? Cosa non mi sta dicendo?

Nei miei corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale – che tengo per aziende, scuole, associazioni di categoria e professionisti in tutta Italia – parto sempre da questi fondamentali. Perché chi capisce i meccanismi di base usa l’AI in modo più efficace, più critico, e con meno paura.

Se vuoi portare questa formazione nella tua organizzazione, scrivimi o contattami su WhatsApp al 339.6325418.

Domande frequenti sull’AI generativa e i suoi concetti chiave

Cosa sono i token nell’AI generativa?

I token sono le unità base con cui i modelli linguistici elaborano il testo. Non corrispondono necessariamente alle parole: una parola lunga o rara può essere suddivisa in più token. La tokenizzazione influenza la qualità delle risposte e il costo delle API.

Cos’è un’allucinazione nell’intelligenza artificiale?

Un’allucinazione è una risposta generata dal modello che appare plausibile ma contiene informazioni false. Il modello non “mente” intenzionalmente: produce la sequenza di token statisticamente più probabile, anche se errata. Per questo è essenziale verificare sempre le informazioni critiche.

Cosa significa RAG nell’AI?

RAG sta per Retrieval Augmented Generation. È una tecnica che combina la generazione linguistica con il recupero di documenti da una base di conoscenza verificata. Riduce le allucinazioni e permette di creare assistenti AI basati su documenti specifici dell’azienda o del dominio.

Cos’è la temperature nei modelli linguistici?

La temperature è un parametro che controlla la variabilità delle risposte. Con temperature alta le risposte sono più creative e imprevedibili; con temperature bassa sono più precise e deterministiche. Scegliere il valore giusto dipende dall’applicazione: creatività o precisione.

Dove posso seguire una formazione sull’AI generativa in Lombardia?

Tengo corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale generativa per aziende, scuole e professionisti a Milano, Bergamo, Brescia e in tutta Italia. Per organizzare un evento formativo, è possibile contattarmi tramite il sito o WhatsApp al 339.6325418.

Ogni anno ricevo decine di richieste da responsabili HR, direttori marketing, organizzatori di eventi aziendali e responsabili della formazione con la stessa domanda: “Possiamo organizzare uno speech sull’intelligenza artificiale per i nostri dipendenti o per il nostro evento aziendale?” La risposta è sempre sì — ma il come fa tutta la differenza. In questo articolo racconto cosa serve per organizzare uno speech sull’AI in azienda che funzioni davvero, basandomi sulla mia esperienza diretta in centinaia di interventi per imprese di ogni dimensione.

Perché le aziende italiane organizzano speech sull’intelligenza artificiale

Il motivo principale non è la moda del momento. Le aziende che investono in uno speech sull’AI per i propri dipendenti o clienti lo fanno per ragioni molto concrete:
  • Ridurre la resistenza al cambiamento. Molti lavoratori guardano con diffidenza o paura all’AI. Un intervento ben costruito aiuta a trasformare l’ansia in curiosità e la curiosità in competenza.
  • Allineare il team su un linguaggio comune. Quando in azienda c’è chi usa ChatGPT ogni giorno e chi non sa cosa sia, la comunicazione interna soffre. Uno speech crea una base condivisa.
  • Aprire convention e giornate di formazione con un tema attuale. L’AI è il miglior argomento per tenere alta l’attenzione sin dall’inizio di un evento.
  • Rispondere a una domanda dei clienti o dei soci. Associazioni di categoria, ordini professionali, cooperative: i loro iscritti chiedono di capire l’AI. Lo speech è la risposta più efficace a quella domanda.

Quali tipologie di aziende richiedono uno speech sull’AI

Nel corso degli anni ho tenuto interventi sull’intelligenza artificiale per aziende e organizzazioni di ogni tipo. Ogni contesto ha le sue specifiche:

Grandi aziende e multinazionali

Le grandi imprese spesso cercano uno speech di apertura per convention nazionali o giornate di training. Il pubblico è numeroso (anche 500–1000 persone) e molto eterogeneo per ruolo e competenza digitale. La chiave è trovare un livello di comunicazione che coinvolga sia il manager esperto che il neoassunto. Ho tenuto interventi per aziende come Fastweb su temi legati a ChatGPT e AI generativa applicata al business.

PMI e imprese familiari

Le piccole e medie imprese italiane hanno una necessità molto concreta: capire se e come l’AI può aiutarle a fare di più con meno. Il tono del mio intervento in questi contesti è molto pratico, con esempi diretti dal mondo delle PMI: automazione dei preventivi, gestione delle email, creazione di contenuti marketing, analisi dei dati.

Associazioni di categoria e Confartigianato

Ho tenuto decine di speech per Confartigianato e associazioni simili in tutta Italia. Il pubblico — artigiani, commercianti, piccoli imprenditori — non ha bisogno di teoria: ha bisogno di capire cosa può fare domani mattina con gli strumenti AI già disponibili, gratuitamente o a basso costo.

Ordini professionali e decani di settore

Avvocati, commercialisti, medici, ingegneri: ogni ordine professionale ha oggi la necessità di informare i propri iscritti su come l’AI sta trasformando la professione. Il taglio è sempre etico e pratico insieme: cosa cambia nel lavoro, quali rischi evitare, come restare aggiornati.

Università e istituti di formazione

Gli studenti universitari e i giovani professionisti sono il pubblico più reattivo. Con loro gli speech diventano quasi dei workshop: domande continue, voglia di sperimentare, apertura al cambiamento. Un’opportunità straordinaria per creare consapevolezza prima che entrino nel mercato del lavoro.

Come strutturare uno speech sull’AI per un evento aziendale

Ogni speech che tengo è costruito insieme al committente, ma segue sempre una struttura di base che garantisce efficacia comunicativa:

1. Il contesto: dove siamo con l’AI oggi

Prima di parlare di strumenti o strategie, è fondamentale dare al pubblico una mappa chiara della situazione attuale. Cosa sono i modelli linguistici, cosa ha cambiato l’arrivo di ChatGPT, dove siamo nel percorso di adozione dell’AI nelle imprese italiane. Pochi minuti, ma indispensabili per evitare che metà del pubblico parta da premesse sbagliate.

2. Il cuore: cosa cambia per voi, concretamente

Questa è la parte più importante — e quella su cui mi concentro di più nella fase di preparazione. Cosa cambia per un’azienda di questo settore, con questo tipo di clienti, con questi processi interni? Gli esempi devono essere riconoscibili: il pubblico deve dire “ah, questo è esattamente il mio problema” o “questo lo posso fare anche io”.

3. Le opportunità: cosa potete fare da domani

Ogni speech sull’AI deve chiudersi con qualcosa di azionabile. Non con una lista infinita di strumenti da testare, ma con due o tre azioni concrete che i partecipanti possono intraprendere nei giorni successivi. Questa parte trasforma uno speech inspirazionale in un investimento con ritorno misurabile.

4. Le domande: il momento più prezioso

La sessione di Q&A dopo uno speech sull’AI è quasi sempre la parte che il pubblico ricorda di più. Le domande che emergono sono concrete, urgenti, spesso molto specifiche. Mi preparo sempre a rispondere su un’ampia gamma di temi, dal GDPR all’impatto sul lavoro, dalla sicurezza informatica agli strumenti pratici.

Quanto dura uno speech sull’AI per aziende: i formati disponibili

La durata ideale dipende dall’obiettivo e dal contesto:
  • 30 minuti (keynote di apertura): Perfetto per accendere l’attenzione a inizio evento. Va dritto al punto, una tesi forte, tre esempi concreti, un messaggio finale memorabile.
  • 60–90 minuti (speech + Q&A): Il formato più richiesto per convention e giornate di formazione. Include una parte espositiva più ricca e una sessione di domande strutturata.
  • Mezza giornata (workshop interattivo): Per team che vogliono non solo capire l’AI ma iniziare a usarla. Include esercitazioni pratiche con ChatGPT e altri strumenti, lavoro su casi reali dell’azienda.
  • Giornata intera (corso aziendale): Per imprese che vogliono formare in modo sistematico un gruppo di persone. Struttura più simile a un corso che a uno speech, con materiali, esercizi e verifica finale.

Come personalizzare lo speech per il vostro settore

La domanda più frequente che ricevo dagli organizzatori aziendali è: “Puoi adattare l’intervento al nostro settore specifico?” La risposta è sì, ed è proprio questo che distingue un buon speech da uno generico. Per personalizzare un intervento ho bisogno di alcune informazioni:
  • Qual è il settore e il core business dell’azienda?
  • Chi è il pubblico (ruoli, livello di seniority, familiarità con il digitale)?
  • C’è già qualche strumento AI in uso in azienda?
  • Quale messaggio volete che i partecipanti portino a casa?
  • C’è qualcosa che volete evitare di trattare (argomenti sensibili, accordi sindacali in corso, ecc.)?
Con queste informazioni posso costruire un intervento che parli davvero alla vostra azienda — non uno speech standard con il logo cambiato.

Quanto costa uno speech sull’intelligenza artificiale per aziende

Il costo di uno speech aziendale sull’AI varia in base a diversi fattori: durata dell’intervento, distanza geografica dalla sede, livello di personalizzazione richiesto, numero di partecipanti, eventuale materiale da produrre (slide, dispensa, video). Non pubblico tariffe fisse perché ogni evento è diverso. Quello che garantisco è un preventivo chiaro e dettagliato dopo una prima call conoscitiva gratuita, in cui capisco le vostre esigenze e vi spiego esattamente cosa potete aspettarvi. Quello che posso dire con certezza è che un buon speech sull’AI — che riduce la resistenza al cambiamento, apre nuove prospettive e lascia al pubblico qualcosa di concreto — ha un ritorno sull’investimento molto superiore a quello di un corso generico di “digitale” o di una presentazione PowerPoint interna.

Cosa chiedere prima di confermare uno speech AI per la vostra azienda

Se state valutando più professionisti per il vostro evento, ecco le domande che vi consiglio di fare a tutti i candidati:
  • Hai già tenuto speech per aziende del nostro settore? Puoi mostrarmelo?
  • Come personalizzi l’intervento in base al pubblico specifico?
  • Sei disponibile per un briefing prima dell’evento?
  • Cosa succede se il pubblico fa domande fuori tema?
  • Puoi fornire un breve abstract e una bio per la comunicazione dell’evento?
  • Gestisci le slide autonomamente o hai bisogno di supporto tecnico in loco?
Un professionista serio risponde a tutte queste domande con esempi concreti e senza esitazione.

I risultati che le aziende riportano dopo uno speech sull’AI

Negli anni ho ricevuto decine di feedback da chi ha organizzato i miei speech. Quello che torna più spesso:
  • “I nostri colleghi hanno smesso di avere paura e hanno cominciato a fare domande.”
  • “Nei giorni successivi molti hanno iniziato a usare Copilot — cosa che prima non avevano mai fatto.”
  • “Abbiamo ricevuto più engagement di qualsiasi altro intervento della convention.”
  • “Ci ha dato gli spunti per avviare un progetto interno sull’AI che avevamo sempre rimandato.”
Un buon speech non è un monologo. È il catalizzatore di un cambiamento che era già pronto a partire.

Come richiedere uno speech sull’AI per la tua azienda

Se stai organizzando un evento aziendale e stai cercando uno speaker esperto di intelligenza artificiale, il primo passo è una chiacchierata informale: mi racconti il vostro evento, il pubblico, le aspettative. Insieme capiremo se e come posso aiutarvi. Puoi visitare la pagina dedicata ai miei speech sull’AI per vedere esempi di interventi passati, oppure contattarmi direttamente per raccontarmi il vostro progetto. Rispondo personalmente a ogni richiesta, di solito entro 24 ore.

Tra i percorsi possibili per portare l AI generativa nei processi di lavoro c e anche la formazione Microsoft Copilot aziendale, pensata per usare Copilot in Word, Excel, PowerPoint, Outlook e Teams.

Sempre più aziende, associazioni di categoria, università e ordini professionali mi contattano con la stessa domanda: “Come facciamo a organizzare una conferenza sull’intelligenza artificiale che sia davvero utile al nostro pubblico?” È una domanda giusta, e in questo articolo provo a risponderci in modo pratico, condividendo ciò che ho imparato in anni di speech e conferenze sull’AI in tutta Italia.

Perché le conferenze sull’intelligenza artificiale sono così richieste oggi

Dal 2023 in poi, con l’esplosione di ChatGPT, la richiesta di relatori esperti di intelligenza artificiale è letteralmente triplicata. Non parlo solo di eventi tecnologici o convegni scientifici: mi riferisco a convention aziendali, eventi di Confartigianato, ordini dei medici, associazioni di insegnanti, festival culturali, enti del terzo settore. L’AI è diventata un tema trasversale che tocca ogni settore.

Il motivo è semplice: quasi tutti sentono che l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro, la comunicazione, la creatività — ma pochissimi capiscono davvero come funziona e, soprattutto, come usarla in modo concreto. Il ruolo del relatore è esattamente quello di colmare questo divario, senza tecnicismi inutili.

Cosa fa davvero un relatore sull’intelligenza artificiale

Un buon relatore per conferenze sull’AI non è un ricercatore universitario che legge slide con grafici incomprensibili. Non è nemmeno un venditore di soluzioni tecnologiche. È una persona capace di tradurre concetti complessi in esempi concreti, storie reali, dimostrazioni pratiche.

In un intervento efficace sull’intelligenza artificiale, il pubblico dovrebbe uscire dalla sala con almeno tre cose:

  • Una comprensione chiara di cosa può e non può fare l’AI generativa oggi
  • Almeno un caso d’uso pratico applicabile al proprio settore
  • La curiosità e la motivazione per approfondire — non la paura

È un equilibrio difficile da raggiungere. Troppo tecnico e il pubblico si perde. Troppo superficiale e non porta valore. Per questo la scelta del relatore è decisiva.

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI generativa

In base alla mia esperienza di speaker sull’intelligenza artificiale in centinaia di eventi, ecco i temi più richiesti dalle organizzazioni italiane:

1. Introduzione all’AI generativa per non tecnici

È lo speech più richiesto in assoluto. Il pubblico è eterogeneo — manager, imprenditori, professionisti, dipendenti — e l’obiettivo è costruire una base comune di comprensione. Si parla di cosa sono i modelli linguistici, come funziona ChatGPT nella pratica, cosa cambia davvero nel lavoro quotidiano.

2. AI e futuro del lavoro

La domanda che tutti si fanno: “L’intelligenza artificiale mi ruberà il lavoro?” Un buon intervento su questo tema non dà risposte rassicuranti a buon mercato, ma aiuta il pubblico a distinguere le professioni a rischio da quelle che si trasformeranno, e da quelle che emergeranno.

3. ChatGPT e strumenti AI per le aziende

Pensato per PMI, liberi professionisti e team aziendali. Si va dal prompt engineering base all’uso pratico di strumenti come ChatGPT, Copilot, Gemini per migliorare la produttività nel marketing, nella comunicazione, nell’amministrazione.

4. AI ed etica: opportunità e rischi

Sempre più richiesto da ordini professionali, scuole, enti pubblici. Si affrontano temi come i bias algoritmici, la privacy, la disinformazione generata dall’AI, le normative europee (AI Act).

5. AI per il settore specifico del cliente

La versione più efficace: un intervento costruito su misura per il pubblico specifico dell’evento. AI per i medici, AI per i giornalisti, AI per le risorse umane, AI per il retail. Richiede preparazione e conoscenza del settore, ma il ritorno in termini di engagement è nettamente superiore.

Come scegliere il relatore giusto per la tua conferenza sull’AI

Quando un’organizzazione mi chiede come scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale, rispondo sempre con alcune domande fondamentali:

Ha esperienza pratica — non solo teorica?

Un buon relatore AI dovrebbe avere un’esperienza diretta con gli strumenti di cui parla. Non basta citare ricerche accademiche: bisogna aver usato ChatGPT per lavorare, aver sperimentato i limiti e le potenzialità reali, avere esempi concreti da portare sul palco.

Sa adattare il linguaggio al pubblico?

Un intervento per un’assemblea di artigiani è completamente diverso da uno per un board di direttori finanziari. Il relatore deve essere capace di calibrare il livello tecnico, il lessico, gli esempi in base a chi ha davanti. Chiedi sempre se ha già parlato a pubblici simili al tuo.

Porta esempi italiani e casi reali?

Il pubblico italiano si connette meglio con esempi vicini alla propria realtà. I case study americani o le storie di startup della Silicon Valley funzionano meno. Un relatore che conosce il tessuto produttivo italiano — le PMI, i distretti, i settori tradizionali — ha un vantaggio comunicativo importante.

Ha referenze e video degli speech precedenti?

Prima di confermare un relatore, guarda almeno un video di un suo intervento precedente. Osserva come gestisce il palco, come risponde alle domande, se il pubblico è coinvolto. Le referenze di altri organizzatori sono preziose: chiedi esplicitamente se puoi contattarli.

Quanto dura uno speech sull’intelligenza artificiale?

Il formato più efficace dipende dal contesto dell’evento. Nella mia esperienza, queste sono le formule che funzionano meglio:

  • Keynote di 45-60 minuti: ideale per aperture o chiusure di convention. Ispirante, con una struttura narrativa chiara e una call to action finale.
  • Workshop interattivo di 2-3 ore: per gruppi di massimo 30-40 persone. Include esercitazioni pratiche, domande in tempo reale, dimostrazioni live di strumenti AI.
  • Intervento breve di 20-30 minuti: perfetto per panel, festival, eventi con più relatori. Deve andare dritto al punto con un messaggio forte e memorabile.

Cosa chiedere al relatore prima di confermarlo

Quando contatti un relatore per una conferenza sull’AI, fai queste domande concrete:

  • Puoi mostrarmi un esempio di scaletta o slide di uno speech simile al nostro evento?
  • Come personalizzi l’intervento per il nostro settore/pubblico?
  • Sei disponibile per un briefing prima dell’evento?
  • Gestisci tu le demo live o hai bisogno di un supporto tecnico?
  • Sei disponibile per una sessione di domande e risposte dopo lo speech?

Un relatore serio risponde a tutte queste domande con chiarezza e con esempi concreti.

I miei speech sull’intelligenza artificiale: una panoramica

Dal 2020 tengo conferenze e speech sull’AI in tutta Italia — da Milano a Napoli, da Torino a Palermo, passando per decine di città medie. Ho parlato per aziende come Fastweb, per associazioni come Confartigianato, per ordini professionali, università, festival culturali, biblioteche.

Ogni intervento è costruito con il committente, non semplicemente adattato da un template generico. Questo richiede più tempo di preparazione, ma garantisce che il pubblico esca dalla sala con qualcosa di utile per la propria realtà — non con concetti astratti difficili da applicare.

Se stai organizzando un evento e stai cercando un relatore esperto di intelligenza artificiale generativa per la tua azienda, la tua associazione o il tuo ente, ti invito a visitare la pagina dedicata ai miei speech sull’AI oppure a contattarmi direttamente per una prima chiacchierata senza impegno.

L’AI non è più un tema per addetti ai lavori

L’intelligenza artificiale è entrata nelle vite di tutti — nei nostri telefoni, nei nostri strumenti di lavoro, nelle nostre abitudini quotidiane. Le organizzazioni che investono oggi in formazione e sensibilizzazione sull’AI stanno dando ai propri collaboratori e ai propri pubblici un vantaggio competitivo reale.

Una conferenza ben organizzata su questo tema non è un costo: è un investimento in comprensione, in riduzione dell’ansia tecnologica, in capacità di adattamento. E la scelta del relatore giusto fa tutta la differenza.

Hai bisogno di un relatore per una conferenza sull’intelligenza artificiale? Scopri i miei interventi oppure contattami per raccontarmi il tuo evento.

Uno dei settori in cui l’intelligenza artificiale sta creando più domande (e aspettative) è sicuramente il settore farmaceutico. Negli ultimi anni ho tenuto conferenze e workshop su AI e pharma per aziende, associazioni e professionisti del licensing farmaceutico che volevano capire come usare gli strumenti generativi senza compromettere qualità scientifica, compliance e fiducia di medici e pazienti. Per un quadro più ampio sull’impatto dell’AI in sanità e farmaceutica, puoi consultare il report di McKinsey sull’AI in healthcare.In questo articolo ti racconto i temi che vengono richiesti più spesso quando organizzo conferenze sull’AI per il settore farmaceutico.

Per approfondire l’uso dell’AI nella consulenza finanziaria, puoi leggere anche l’articolo “AI per Consulenti Finanziari: Conferenze e Corsi”. Se vuoi scoprire come l’AI sta cambiando il lavoro dei consulenti, questo è un ottimo punto di partenza.

1. L’AI per il settore farmaceutico: “Ma cosa fa, esattamente?”

La prima parte della conferenza è sempre dedicata al contesto: che cosa fa, concretamente, l’AI generativa in un’azienda farmaceutica.

Affrontiamo temi come:

  • Che cosa sono i modelli linguistici e perché possono essere utili anche in ambiente regolato.
  • Quali sono i limiti: allucinazioni, mancanza di aggiornamento in tempo reale, necessità di validazione scientifica.
  • Come cambia la gestione delle informazioni scientifiche, dei materiali promozionali e della documentazione regolatoria quando entra in gioco l’AI.

L’obiettivo è far dialogare chi si occupa di contenuti, chi si occupa di compliance e chi governa l’innovazione digitale.

2. L’AI per la produttività nel settore farmaceutico: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

La parte che genera più interesse è quella dei casi pratici, modellati sulla realtà dell’azienda o dell’associazione che mi invita.

Alcuni esempi di temi trattati:

  • Supporto alla preparazione di materiali informativi per medici e farmacisti, da rivedere e validare secondo le procedure interne.
  • Sintesi di articoli scientifici, linee guida e studi clinici in formato comprensibile per diversi target (interno, medico, paziente).
  • Utilizzo dell’AI per accelerare ricerche preliminari in ambito licensing e business development, mantenendo sempre un controllo umano sul risultato.

Ogni esempio è accompagnato da una discussione su cosa è consentito, cosa è sconsigliato e quali controlli vanno introdotti.

3. I rischi e i bias dell’AI nel settore farmaceutico: “Di cosa devo stare attento?”

Nel pharma il tema dei rischi non è un capitolo accessorio, ma una parte centrale dell’intervento.

Parliamo di:

  • Rischi legati a informazioni errate o non aggiornate, soprattutto se si toccano aspetti clinici o terapeutici.
  • Protezione dei dati sensibili e dei dati di ricerca, con l’attenzione a non esporre informazioni proprietarie a strumenti in cloud non controllati.
  • Implicazioni etiche: come evitare che l’AI venga percepita come “scorciatoia” rispetto alla robustezza scientifica o ai processi di validazione.

L’obiettivo è costruire un approccio consapevole: l’AI come supporto al lavoro dei team, non scorciatoia pericolosa in un settore che tocca direttamente la salute delle persone.

4. L’AI per settori specifici nel settore farmaceutico: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’azienda farmaceutica, un’associazione di categoria, un gruppo di professionisti del licensing vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per team di marketing farmaceutico, per medical affairs, per regulatory affairs, per la forza vendita, per i responsabili del licensing. Ogni contesto ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. La formazione dei team: dall’evento in presenza al percorso online

Le aziende farmaceutiche e le organizzazioni con cui lavoro chiedono spesso percorsi che combinino ispirazione e pratica, online e in presenza.

Propongo soluzioni come:

  • Conferenze plenarie per kick-off interni, convention e meeting di rete commerciale, con focus su AI e pharma.
  • Workshop verticali per funzioni specifiche (es. marketing, medical affairs, licensing), con casi d’uso costruiti sui loro processi.
  • Percorsi formativi pensati per team distribuiti, integrabili con sessioni online.

Il filo conduttore è sempre la concretezza: meno hype, più esempi, più spazio alle domande delle persone in sala.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech nel settore farmaceutico:

“Ma alla fine, l’AI mi toglie il lavoro?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico includono l’introduzione all’AI generativa per il pharma, i casi d’uso in marketing scientifico, medical affairs e licensing, i rischi e le implicazioni etiche e regolatorie legate all’uso di questi strumenti.

Le conferenze sono adatte sia a profili scientifici sia a profili business?

Sì, adatto linguaggio ed esempi al pubblico: è possibile costruire interventi per platee miste (R&D, marketing, vendite, regulatory) oppure moduli dedicati a singole funzioni aziendali.

Dove puoi tenere speech e corsi su AI per aziende farmaceutiche?

Tengo conferenze e workshop in presenza in tutta Italia, oltre che in modalità online per team distribuiti.

Quanto dura una conferenza su AI per il settore farmaceutico?

In genere la durata va dai 60 ai 90 minuti per una plenaria, mentre i workshop interattivi possono occupare mezza giornata o un’intera giornata, in base agli obiettivi formativi.

Come si organizza una conferenza su AI per un’azienda farmaceutica o un’associazione di settore?

Partiamo sempre da un confronto sugli obiettivi (ispirare, formare, avviare un progetto pilota) e dal profilo dei partecipanti; sulla base di questo disegniamo insieme contenuti, casi d’uso e formato più adatto (in presenza, online o ibrido).

Scrivimi per organizzare una conferenza o un corso sull’AI per il settore farmaceutico

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare una conferenza o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per la tua azienda farmaceutica, la tua associazione di categoria o il tuo evento dedicato ai professionisti del licensing.

Mi capita spesso, sul finire degli incontri per i consulenti finanziari. Mentre il pubblico si alza e qualcuno rimane ancora seduto. “L’intelligenza artificiale nella consulenza finanziaria: ma funziona davvero? E soprattutto, non rischia di creare problemi con i clienti o la compliance?”
Ho tenuto centinaia di speech sull’intelligenza artificiale generativa in tutta Italia – per banche, SIM, SGR, reti di consulenti, family office e associazioni di categoria. E in tutto questo tempo ho capito una cosa: la tecnologia è già pronta, ma le persone no. Non servono slogan sull’“AI che rivoluziona la finanza”, servono casi d’uso concreti, linee guida chiare e un linguaggio che un consulente finanziario, un private banker o un direttore di filiale possa usare il giorno dopo in ufficio.

In questo articolo ti racconto i temi che vengono richiesti più spesso quando organizzo conferenze sull’AI per il settore finanziario.

Se ti stai chiedendo dove trovare una guida pratica e approfondita sull’uso dell’AI nella consulenza finanziaria, ho scritto proprio su questo insieme a Stefano Amadei: “L’Intelligenza Artificiale per i Consulenti Finanziari”, pubblicato da Ledizioni nella collana Fai da Tech. Il libro affronta le applicazioni concrete dell’IA nel mondo finanziario, i pro e i contro dell’adozione di questi strumenti, e come trasformare la consulenza offrendo un nuovo livello di precisione e personalizzazione.

1. L’AI per la consulenza finanziaria: “Ma cosa fa, esattamente?”

La prima richiesta è quasi sempre la stessa: “Partiamo dalle basi, ma con esempi del nostro settore”.

In questa parte della conferenza rispondo a domande come:

  • Che cosa sono i modelli linguistici generativi e cosa possono fare davvero in ambito finanziario.
  • Perché l’AI non è un oracolo infallibile, ma uno strumento da usare con spirito critico.
  • Dove si inseriscono i temi di compliance, MIFID, privacy e sicurezza dei dati quando un consulente usa strumenti di AI.

L’obiettivo non è spaventare, ma dare un quadro realistico: capire dove l’AI può aiutare il consulente e dove invece servono paletti chiari, policy interne e buon senso professionale.

2. L’AI per la produttività nella consulenza finanziaria: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

La domanda successiva è sempre molto pragmatica: “Come mi fa risparmiare tempo, domani mattina?”.

Durante gli speech per banche e studi di consulenza affrontiamo casi d’uso come:

  • Preparazione di bozze di email e report per i clienti, da revisionare e personalizzare.
  • Sintesi di documenti lunghi (ricerche di mercato, analisi macroeconomiche, documentazione prodotti) in formato leggibile dal cliente retail.
  • Supporto nella preparazione di presentazioni e incontri, con esempi su misura per il profilo del cliente.

La regola è sempre la stessa: l’AI non sostituisce il consulente, ma lo libera da una parte del lavoro ripetitivo per lasciargli più tempo sulla relazione con il cliente, che resta il vero elemento distintivo.

3. I rischi e i bias dell’AI nella consulenza finanziaria: “A cosa devo stare attento?”

Nel finance la domanda sui rischi arriva molto prima che in altri settori: “Di cosa dobbiamo preoccuparci, concretamente?”.

In questa parte della conferenza parliamo di:

  • Bias nei dati e nei modelli che possono influenzare valutazioni e suggerimenti.
  • Allucinazioni dell’AI e perché non può essere usata per dare raccomandazioni finanziarie autonome.
  • Trattamento dei dati sensibili: cosa non va mai copiato e incollato dentro un chatbot pubblico.

Non faccio un discorso catastrofista: il focus è sulle buone pratiche per usare gli strumenti generativi in modo responsabile, tracciabile e compatibile con le regole del settore.

4. L’AI per settori specifici nella consulenza finanziaria: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’associazione di categoria, una banca, una SIM, una SGR o un’associazione di consulenti vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per consulenti finanziari, per private banker, per team marketing di istituti bancari, per responsabili di area e di filiale. Ogni contesto ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. La formazione dei team: dall’evento in presenza al percorso online

Le realtà finanziarie con cui lavoro mi chiedono spesso come portare questi contenuti a scala: non solo un grande evento, ma un percorso per manager e consulenti.

Le formule più richieste sono:

  • Conferenza plenaria sull’AI applicata alla consulenza finanziaria, per lanciare il tema a rete, area o direzione.
  • Workshop pratici per piccoli gruppi di consulenti, con casi realistici e simulazioni di utilizzo degli strumenti.
  • Percorsi misti (evento in presenza + follow-up online) per sedi distribuite sul territorio.

In tutte le formule, il filo conduttore è lo stesso: concretezza, esempi del mondo reale e attenzione alle regole del settore.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech nel settore finanziario:

“Ma alla fine, l’AI mi toglie il lavoro?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’AI per la consulenza finanziaria

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore finanziario?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore finanziario riguardano l’introduzione all’AI generativa per i professionisti del finance, l’uso dell’AI per la produttività del consulente, la gestione dei rischi e dei vincoli normativi, e i casi d’uso concreti in banca, SIM, SGR e studi di consulenza.

Quanto dura una conferenza sull’intelligenza artificiale per banche e consulenti finanziari?

Le conferenze durano in genere tra 60 e 90 minuti, mentre i workshop operativi possono occupare mezza giornata o una giornata intera, a seconda del livello di approfondimento richiesto.

Dove puoi tenere conferenze sull’AI per il settore finanziario?

Tengo regolarmente speech e corsi in presenza in tutta Italia, oltre che online per sedi e filiali distribuite sul territorio nazionale.

L’AI può sostituire il consulente finanziario?

No: nel mio approccio l’AI è uno strumento che supporta il professionista, ma la responsabilità delle scelte, del rapporto con il cliente e delle raccomandazioni resta sempre umana.

Come si organizza una conferenza sull’AI per una banca o una rete di consulenza finanziaria?

Il primo passo è definire il pubblico (consulenti, manager, team marketing, ufficio compliance) e gli obiettivi formativi; da lì personalizzo i contenuti con esempi e casi d’uso specifici per l’istituto o la rete.

Scrivimi per organizzare una conferenza o un corso sull’AI per la consulenza finanziaria

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare una conferenza o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per il tuo istituto bancario, la tua rete di consulenti o la tua associazione di categoria.

Me lo chiedono spesso, alla fine degli eventi. Quando il microfono è ancora acceso e la sala sta lentamente svuotandosi. “Di cosa parlate nelle vostre conferenze?” oppure “Cosa chiede il mercato, in questo momento?”

Ho tenuto centinaia di speech sull’intelligenza artificiale generativa in tutta Italia – per aziende, associazioni di categoria, scuole, enti pubblici, professionisti di ogni settore. E in tutto questo tempo ho capito una cosa: il pubblico non è omogeneo, ma le domande sì.

Ecco i temi che mi chiedono più spesso, e perché.

1. L’introduzione all’AI generativa: “Ma cosa fa, esattamente?”

È ancora il tema più richiesto, nel 2026. Può sembrare strano, del resto ChatGPT esiste da anni, ma la realtà è che la maggior parte delle persone ha sentito parlare di intelligenza artificiale senza mai averla davvero usata, capita e inquadrata.

La conferenza introduttiva risponde a domande concrete: cos’è un modello linguistico, come funziona (in modo comprensibile, non tecnico), cosa sa fare e cosa non sa fare, dove sbaglia e perché. È il punto di partenza obbligato per qualunque pubblico non nativo del settore.

L’ho tenuta per manager, bibliotecari, avvocati, artigiani, insegnanti, medici. Cambia il linguaggio e gli esempi, ma la struttura di fondo è sempre la stessa: partire dai fondamentali, smontare i miti, arrivare al concreto.

2. L’AI per la produttività: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

Dopo l’introduzione, la domanda più frequente è questa. Non “come funziona l’AI in astratto”, ma “come la uso io, adesso, per fare meglio il mio lavoro”.

È il tema più richiesto dalle aziende che vogliono formare i propri team. Si parla di prompt engineering pratico, di workflow da automatizzare, di strumenti specifici per settore. L’obiettivo non è la teoria, ma ridurre il tempo che si perde su attività ripetitive: scrivere email, fare ricerche, preparare presentazioni, analizzare documenti.

Ho tenuto questa conferenza per profili molto diversi — dal reparto marketing al back office contabile — e ogni volta mi sorprendo della velocità con cui le persone iniziano ad applicare quello che imparano.

3. I rischi e i bias dell’AI: “Di cosa devo stare attento?”

È il terzo tema per frequenza, ma il primo per profondità di discussione. Le allucinazioni, i bias nei dati di training, la privacy, il problema della dipendenza cognitiva (ne ho parlato in questo articolo), la questione del copyright sui contenuti generati.

Questo speech,  che al STEP di Fastweb ho presentato con il titolo nietzschiano “AI umana, troppo umana“, è quello che scatena più dibattito. Perché tocca le paure reali delle persone, quelle che non vengono dette apertamente nelle slide dei vendor ma che il pubblico si porta a casa da ogni conferenza.

Non è uno speech catastrofista. È uno speech consapevole. La differenza la fa il fatto che parlare dei rischi dell’AI serve soprattutto a usarla meglio.

4. L’AI per settori specifici: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’associazione di categoria, un’azienda, un ente professionale vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per gli insegnanti, per i giornalisti, per gli amministratori di condominio, per i professionisti del licensing farmaceutico, per le imprese artigiane, per la distribuzione office. Ogni settore ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. L’AI nella scuola: “Come gestisco i miei studenti, adesso?”

È un tema che avrei potuto includere nel punto precedente, ma merita un capitolo a parte per il volume di richieste che ricevo. Insegnanti, dirigenti scolastici, genitori: tutti vogliono capire come si sta trasformando il mondo dell’apprendimento.

Le domande sono molto concrete: come faccio a capire se un tema è stato scritto dall’AI? Come uso l’AI nelle mie lezioni senza delegare il pensiero ai ragazzi? Come parlo di questo agli studenti? Come ne parlo ai genitori?

Non ci sono risposte definitive — il campo evolve settimana per settimana — ma ci sono principi e strumenti che già oggi fanno la differenza.

6. La comunicazione nell’era dell’AI: “Come cambiano i contenuti?”

L’ultimo tema che ricevo con frequenza crescente è questo: come cambia la comunicazione aziendale quando tutti hanno accesso a strumenti generativi? Come si distingue un brand, come si mantiene una voce autentica, come si usa l’AI per amplificare invece che omologare?

È la domanda che si fanno i responsabili marketing, i comunicatori, i professionisti del personal branding. E non ha una risposta semplice. Ma ha alcune indicazioni molto pratiche su cosa funziona e cosa no, che cerco di portare sempre con esempi reali.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech:

“Ma alla fine, come mi devo sentire rispetto a tutto questo?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’intelligenza artificiale

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’intelligenza artificiale?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI sono: l’introduzione all’AI generativa per pubblici non tecnici, l’uso dell’AI per la produttività aziendale, i rischi e i bias dei modelli linguistici, le applicazioni per settori specifici (scuola, sanità, diritto, marketing), e il cambiamento culturale portato dall’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro.

Quanto dura una conferenza sull’intelligenza artificiale?

Una conferenza sull’AI dura tipicamente tra i 45 minuti e le 2 ore, a seconda del formato e del pubblico. Gli speech in eventi di più relatori durano di solito 30-60 minuti, mentre i workshop formativi possono estendersi a mezza giornata o a una giornata intera.

Come si organizza una conferenza sull’AI per un’azienda o un’associazione?

Per organizzare una conferenza sull’AI è utile definire prima il pubblico (manager, team tecnici, professionisti, studenti), il livello di preparazione dei partecipanti e gli obiettivi formativi. Un buon relatore adatta il contenuto al settore specifico e porta esempi concreti. È consigliabile contattare lo speaker con anticipo per concordare i temi e personalizzare la proposta.

Cosa chiede il mercato a un relatore sull’AI nel 2026?

Nel 2026 il mercato chiede ai relatori sull’AI concretezza e aggiornamento continuo. Non bastano più le spiegazioni teoriche: aziende, scuole e professionisti vogliono sapere cosa possono fare subito, con quali strumenti e con quali rischi. La domanda più frequente è “come lo uso io, nel mio lavoro, domani mattina?”.

L’AI sostituirà i relatori e i formatori umani?

No, almeno non nel breve periodo. L’AI può supportare la formazione con contenuti personalizzati e scalabili, ma la conferenza in presenza mantiene un valore diverso: la relazione con il pubblico, la capacità di rispondere alle domande in tempo reale, la lettura dell’aula. Il relatore umano porta un punto di vista, un’esperienza e un’autorevolezza che i modelli generativi non replicano.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Come sa chi mi segue, sono stanco di sentire parlare di AI solo in termini negativi: ci rende più stupidi, porterà all’estinzione della specie umana o altro. La chiamo “la sindrome di Skynet”. Per questo, quando trovo notizie positive sull’intelligenza artificiale, a rischio di chiudermi nella mia confortevole bolla da tecnottimista, le rilancio con grande goduria. Eccone una bellissima: “Giornata Mondiale della Sicurezza sul Lavoro: l’IA riduce gli incidenti fino al 35% nei cantieri“.

Di cosa si tratta? Prima un po’ di contesto. Il cantiere è uno dei pochi luoghi dove la parola “errore” può costare la vita. Non è una metafora. È statistica. Secondo l’ILO, il settore delle costruzioni rappresenta circa il 17% delle morti sul lavoro a livello globale . E no, non è un problema nuovo. È un problema cronico. La domanda interessante oggi è un’altra: e se la sicurezza non dipendesse più solo dall’attenzione umana?

Dalla prevenzione alla previsione

Per anni abbiamo lavorato sulla prevenzione: caschi, procedure, cartelli. Tutto necessario, ma spesso insufficiente.

L’intelligenza artificiale cambia il paradigma: non si limita a prevenire, ma prova a prevedere.

  • Telecamere intelligenti che segnalano chi non indossa i DPI
  • Sensori IoT che monitorano vibrazioni, temperatura, stabilità
  • Algoritmi che analizzano dati storici e anticipano incidenti

Non è fantascienza. È già realtà.

I numeri (quelli veri)

Ho letto recentemente questo paper che si intitola “Work Safety in Construction and the Impact of Artificial Intelligence (AI)“, dal quale emergono dati interessanti:

  • Riduzione degli incidenti fino al 35% in alcuni casi studio europei
  • -30% di incidenti legati a guasti delle macchine grazie ad algoritmi predittivi
  • -25% di esposizione dei lavoratori a situazioni pericolose grazie ai droni

Tradotto: meno errori, meno danni, meno morti. E anche meno costi, perché ogni incidente evitato è anche un risparmio.

Il punto scomodo

Se tutto questo funziona, perché non è ovunque?

Tre motivi, molto umani:

  1. costi iniziali alti
  2. resistenza al cambiamento
  3. timori su privacy e controllo

E qui arriva la domanda scomoda: preferiamo difendere abitudini o proteggere persone?

Il vero cambio di mentalità

L’AI non sostituisce il lavoratore. Sostituisce l’errore umano quando è evitabile. E soprattutto introduce una logica nuova: la sicurezza non è più reattiva, ma predittiva. È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico.

Una provocazione finale

Nel marketing diciamo sempre: “i dati guidano le decisioni”. Nel cantiere dovremmo dire: “i dati salvano vite”. E allora forse la vera domanda non è se usare l’AI. Ma quanto tempo possiamo ancora permetterci di non usarla.

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