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Il versificatore di Primo Levi è un racconto in forma teatrale del 1960, raccolto in Storie naturali, pubblicato da Einaudi nel 1966. Al centro c’è una macchina che produce versi su richiesta: una storia sorprendentemente utile per discutere oggi di intelligenza artificiale generativa, prompt e automazione del lavoro creativo. La distinzione fra la data del racconto e quella della raccolta è documentata anche nei materiali di Fabrizio Franceschini conservati dall’Università di Pisa.

Un professionista sommerso di commissioni. Una collaboratrice che teme di essere sostituita. Un venditore che promette di alleggerire il lavoro. Una macchina alla quale bisogna spiegare argomento, tono e forma del testo desiderato.

Sembra l’inizio di una riunione sull’adozione dell’AI in azienda. Invece siamo dentro Primo Levi.

La tentazione è liquidare tutto con un titolo a effetto: Levi aveva previsto ChatGPT. La parentela è affascinante, ma per me il racconto merita una lettura più interessante. Ci aiuta a guardare le persone che stanno intorno alla macchina: chi la compra, chi la vende, chi la usa e chi teme di pagarne le conseguenze.

Da quale libro è tratto Il versificatore di Primo Levi?

Il versificatore fa parte di Storie naturali, una raccolta di quindici racconti uscita nel 1966 sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Lo ricostruisce il Centro Internazionale di Studi Primo Levi nella scheda del volume, che riproduce anche la prima edizione Einaudi. È il libro raffigurato nella copertina di questo articolo: il nome diverso sulla copertina non è un errore.

In queste pagine Levi combina invenzione fantastica, ironia e interrogativi sul rapporto fra esseri umani e tecnica. Mi interessa soprattutto il suo modo di trasformare un’invenzione in un esperimento mentale. Introduci un oggetto apparentemente utile nella vita quotidiana e osservi che cosa cambia: le abitudini, i rapporti di potere, le giustificazioni che le persone si raccontano.

Per leggere il racconto puoi cercare l’edizione italiana di Storie naturali, Einaudi, a cura di Martina Mengoni e Domenico Scarpa, ISBN 9788806253608: qui trovi la scheda del libro su Amazon.it. È un’edizione diversa da quella storica riprodotta nell’illustrazione.

La trama: un poeta, una segretaria e un venditore di automazione

Il protagonista è un poeta che deve soddisfare richieste su commissione. A proporgli una soluzione arriva il signor Simpson, rappresentante della NATCA: il suo Versificatore promette di sbrigare una parte della produzione di testi. La segretaria solleva obiezioni, mentre il poeta intravede un modo per sottrarsi alla routine. Le dimostrazioni della macchina mescolano risultati sorprendenti e inconvenienti comici.

Questa struttura mi sembra perfetta per parlare di innovazione. Il venditore mette in risalto le possibilità. L’acquirente pensa al tempo che potrebbe recuperare. La collaboratrice si chiede quale posto resterà per lei. Tre persone guardano lo stesso oggetto e vedono tre futuri diversi.

La macchina entra in un ambiente nel quale esistono già scadenze, clienti e lavori poco gratificanti. È un dettaglio decisivo. Se chiediamo a una tecnologia di aumentare la produzione senza discutere che cosa stiamo producendo, potremmo ritrovarci con più contenuti e con lo stesso identico problema.

Immaginiamo, per esempio, un’azienda che abbia una newsletter poco utile. Automatizzarla potrebbe renderla più frequente. Il lettore, però, continuerà a chiedersi perché dovrebbe aprirla. Adesso avrà soltanto più occasioni per ignorarla.

Il mio video su Levi e il prompt engineering

Nella videopillola «L’AI e il prompt engineering secondo Primo Levi: un suggerimento di lettura» parto proprio dall’interfaccia del Versificatore: le indicazioni che il poeta deve fornire alla macchina ricordano alcune delle scelte che facciamo quando scriviamo un prompt. Nel video mostro anche un breve estratto dell’adattamento televisivo.

Apri il mio video su YouTube.

Il versificatore in televisione: il video completo online

Il racconto è diventato anche un adattamento televisivo del 1971 diretto da Massimo Scaglione, con Gianrico Tedeschi e Milena Vukotic. Il programma del centenario pubblicato dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi documenta una proiezione presso la Mediateca Rai di Torino e indica una durata di circa 45 minuti.

La registrazione disponibile qui sotto dura 43 minuti e 17 secondi ed è ospitata su YouTube dal canale So Chison. È una copia caricata su quel canale, distinto dal sito ufficiale Rai. Il player consente di guardarla gratuitamente e di aprirla direttamente su YouTube.

Guarda Il Versificatore su YouTube. La disponibilità della registrazione dipende dalla piattaforma e dal canale che la ospita.

Ti propongo di guardarlo con una domanda in testa: quale personaggio ti somiglia di più quando arriva un nuovo strumento? Quello che vede subito un’opportunità, quello che chiede spiegazioni o quello che deve convincere gli altri a comprarlo?

Levi aveva previsto ChatGPT? Il confronto da fare

Il versificatore anticipa narrativamente alcuni usi e alcune tensioni dell’AI generativa. Leggerlo come il progetto tecnico di un chatbot sarebbe una forzatura. Per me la sua forza sta nella capacità di rappresentare il desiderio di delegare la scrittura e le conseguenze di quella delega.

Gli attuali modelli linguistici apprendono regolarità dai dati e possono generare testo sulla base del contesto. La guida ai modelli linguistici di Google descrive questo funzionamento in termini di probabilità associate a token, cioè unità di testo che possono essere parole, frammenti o singoli caratteri. Il congegno letterario di Levi non va identificato automaticamente con questa architettura.

L’accostamento resta utile se lo trattiamo come una chiave di lettura. Questa tabella raccoglie i parallelismi che trovo più produttivi, insieme alle domande che suggeriscono.

Nel racconto Lettura in chiave AI Domanda per chi lavora
Il poeta deve soddisfare commissioni ripetitive. L’automazione promette tempo per attività più interessanti. Quale compito voglio alleggerire, precisamente?
La macchina riceve indicazioni su argomento, registro e forma. Il risultato dipende anche dalla qualità delle istruzioni. Ho definito destinatario, obiettivo e vincoli?
La segretaria contesta l’acquisto. La trasformazione riguarda ruoli e competenze. Chi è coinvolto nella decisione e chi ne subirà gli effetti?
La dimostrazione presenta anche inconvenienti. Un risultato convincente richiede comunque una verifica. Chi sa riconoscere un errore prima della consegna?
Il poeta amplia progressivamente gli impieghi del congegno. Uno strumento utile può diventare una dipendenza organizzativa. Sappiamo ancora gestire il lavoro quando lo strumento manca?

I comandi del Versificatore e l’arte di scrivere un prompt

È il punto che mi interessa di più come formatore. Nel racconto la macchina non riceve soltanto un generico invito a scrivere bene: si impostano tema, registro e forma. Possiamo leggere queste scelte come un’anticipazione letteraria della necessità di specificare che cosa vogliamo ottenere.

Immagina di chiedere a un collega: «Preparami un testo». La domanda successiva sarebbe probabilmente: «Per chi? Per fare cosa? Quanto lungo?». Davanti a una chat, invece, rischiamo di dimenticarci queste informazioni e di attribuire tutta la responsabilità del risultato allo strumento.

Un prompt, per come lo intendo nel lavoro quotidiano, è anche un piccolo esercizio di progettazione. Obbliga a scegliere. Se il pubblico può essere chiunque, l’obiettivo può essere qualunque cosa e lo stile deve soltanto essere coinvolgente, abbiamo lasciato aperte quasi tutte le decisioni.

Da Levi ricavo quindi una proposta pratica: prima di premere Invio, prova a compilare mentalmente i comandi del tuo Versificatore. Argomento. Destinatario. Scopo. Tono. Formato. Informazioni disponibili. Criterio con cui valuterai il risultato.

Attenzione: la temperatura non misura la sensibilità della macchina

Fra le analogie possibili c’è quella fra i controlli stilistici della macchina e i parametri dei sistemi generativi. Conviene però fermarsi prima di trasformare la metafora in una spiegazione tecnica inesatta.

Nei modelli che la espongono, la temperatura regola il grado di casualità della generazione, come spiega il glossario di machine learning di Google. Non è un misuratore di talento, sensibilità o licenziosità. Un’uscita più imprevedibile può essere interessante, ma può anche essere semplicemente peggiore. La qualità va giudicata sul testo e sul suo scopo.

La domanda della segretaria riguarda anche noi

La segretaria è facile da classificare come la persona che resiste al cambiamento. Io proverei a leggerla con più attenzione. La sua presenza ci costringe a chiedere chi decide che cosa sia progresso e per chi lo sia.

Immaginiamo un ufficio nel quale l’AI riduca il tempo necessario per preparare una proposta commerciale. Le ore recuperate potrebbero servire a conoscere meglio il cliente. Oppure potrebbero diventare l’occasione per moltiplicare le proposte, lasciando alle persone una lunga coda di revisioni. Lo strumento, da solo, non sceglie l’organizzazione del lavoro.

Per questo, quando progetto un’attività formativa, trovo utile partire da domande molto concrete: chi prepara la richiesta, chi controlla la risposta e chi approva l’uso finale? Ho approfondito questi ruoli nella mia guida alla supervisione umana degli agenti AI.

Dire che il fattore umano rimane centrale è rassicurante. Individuare una persona, un compito e il tempo necessario per svolgerlo è molto più utile. Se il controllo consiste nel cliccare velocemente su «Approva», abbiamo conservato il pulsante della responsabilità, ma forse abbiamo perso il lavoro necessario per esercitarla.

Scrivere meglio tutti, finire per assomigliarsi

Il racconto mi suggerisce anche una domanda sulla qualità: che cosa succede quando molti autori ricorrono a una stessa fonte di suggerimenti?

Uno studio di Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser, pubblicato nel 2024 su Science Advances, ha analizzato un esperimento di scrittura di racconti brevi. Le storie prodotte con accesso a idee generate da un modello linguistico ricevevano valutazioni migliori su diversi aspetti creativi, soprattutto per gli autori inizialmente meno creativi. Allo stesso tempo, le storie assistite risultavano più simili fra loro. Il testo dello studio e il relativo abstract permettono di verificare risultati e metodo.

È un risultato riferito a quello specifico esperimento, non una sentenza su ogni uso dell’AI o sulla letteratura. Mi sembra però un buon motivo per distinguere due obiettivi: rendere una bozza più scorrevole e renderla riconoscibilmente nostra.

Il mio suggerimento operativo è tenere un quaderno delle cose che un testo deve contenere perché abbia senso firmarlo: un’esperienza pertinente, un esempio osservato, un dissenso argomentato, una scelta di parole che difenderemmo. Non devono esserci tutti gli elementi in ogni articolo. Deve esserci una ragione per cui valga la pena leggere proprio quel testo.

Il comando «scrivi in modo originale» può essere un inizio. Il lavoro interessante arriva quando sappiamo spiegare che cosa vogliamo dire e che cosa siamo disposti a togliere.

Il finale: quando deleghiamo anche il racconto della delega

Da qui in poi anticipo il finale. Il poeta racconta che il Versificatore è diventato utile anche per attività amministrative e corrispondenza. Poi arriva il rovesciamento: il testo che abbiamo appena seguito viene attribuito alla macchina stessa.

È una trovata che sposta il problema sotto i piedi del lettore. Fino a quel momento potevamo giudicare dall’esterno l’acquisto del poeta. Ora ci viene chiesto di ripensare la voce che ci ha presentato l’intera vicenda.

La mia lettura è questa: un’automazione può diventare così comoda da entrare anche nel modo in cui la descriviamo e la giustifichiamo. Perciò proporrei un piccolo esperimento a chi prepara una presentazione sull’AI: scrivere prima, senza assistenza, tre benefici attesi e tre condizioni che farebbero fallire il progetto. Solo dopo chiedere al modello di criticarli.

Servirebbe a lasciare una traccia del nostro giudizio iniziale. Potremmo cambiarlo, naturalmente. Ma sapremmo da dove siamo partiti, anziché adottare fin dall’inizio la formulazione più elegante che ci viene offerta.

Un esercizio per usare il Versificatore in un corso sull’AI

Questo è un esercizio didattico che propongo a partire dal racconto. Il testo del prompt qui sotto è originale: non è una citazione di Primo Levi.

Chiedi ai partecipanti di lavorare a un breve annuncio aziendale. Prima devono descrivere da soli il destinatario e il risultato desiderato. Poi possono confrontare una richiesta generica, come «scrivi un annuncio interessante», con una richiesta strutturata.

Agisci come un redattore che conosce il pubblico delle piccole imprese.

Obiettivo: preparare una bozza di invito a un incontro sull’uso dell’AI
per alleggerire attività ripetitive d’ufficio.

Destinatari: titolari di piccole imprese che partono da zero.

Tono: concreto, cordiale, senza entusiasmo artificiale.
Formato: titolo e testo di massimo 120 parole.

Usa soltanto questi dati confermati: [inserire i dati disponibili].
Non inventare date, nomi, prezzi, risultati o testimonianze.
Se manca un’informazione indispensabile, segnalala a parte.

Presenta due aperture diverse. Spiega quale consiglieresti e perché.
La scelta finale e la revisione spettano a me.

Il confronto dovrebbe concentrarsi su quattro domande: quale versione è utile al destinatario, quali informazioni erano necessarie, che cosa è stato inventato o dato per scontato e quali modifiche umane migliorano davvero il testo.

Come ultimo passaggio chiederei a ogni partecipante di cancellare una frase. Proprio una di quelle che sembrano ben scritte, ma non aggiungono nulla. È un modo semplice per spostare l’attenzione dalla quantità di output alla capacità di scegliere.

Domande frequenti sul Versificatore di Primo Levi

Che cos’è Il versificatore?

È un racconto in forma teatrale di Primo Levi, datato 1960 e incluso in Storie naturali nel 1966. Racconta l’acquisto di una macchina che produce versi e mette in discussione il rapporto fra creatività, lavoro e automazione.

In quale libro si trova?

Si trova in Storie naturali, raccolta pubblicata da Einaudi. La prima edizione del 1966 porta lo pseudonimo Damiano Malabaila; nelle edizioni successive il libro è attribuito a Primo Levi.

Perché viene accostato all’intelligenza artificiale?

Perché rappresenta una macchina capace di generare testi su richiesta e persone che discutono come usarla. Il confronto con l’AI riguarda soprattutto istruzioni, utilità, controllo e conseguenze sul lavoro. È un’analogia letteraria, non un’identità tecnologica.

Esiste una versione televisiva da guardare online?

Sì. L’adattamento del 1971, diretto da Massimo Scaglione, è reperibile nella registrazione YouTube incorporata sopra, lunga 43 minuti e 17 secondi. La copia è sul canale So Chison; la sua disponibilità può cambiare.

La competenza che vorrei tenere

Quello che mi porto via dal Versificatore è un criterio di lavoro: usare la macchina sapendo spiegare perché una sua risposta merita di essere accettata, corretta o scartata.

Posso farmi aiutare a preparare alternative, riorganizzare idee, accorciare un testo. Voglio però continuare a riconoscere una frase vuota, un’affermazione senza prove e una scelta che non rappresenta ciò che penso.

Il poeta di Levi cercava tempo per la poesia. A me piacerebbe che, fra una bozza e l’altra, ci restasse anche il tempo di decidere che cosa vale la pena scrivere.

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