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“Resistere ai tempi oscuri” di Asma Mhalla è un saggio breve e inquietante su Big Tech, potere politico, neoreazione, città private e neurotecnologie. Merita di essere letto, soprattutto da chi, come me, non ama i doomer, con la D, non i boomer. Mi ha convinto molto nella diagnosi e assai meno nella terapia.

Il titolo è già un programma: Resistere ai tempi oscuri. Il sottotitolo rincara la dose: Il nuovo sistema totalitario. Se poi ci mettiamo che l’autrice, esperta di geopolitica della tecnologia, si chiama Asma… manca il respiro.

Edizione letta: Asma Mhalla, Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario, traduzione di Christian Delorenzo, Einaudi, collana Maverick, 2026, 152 pagine, ISBN 9788806272999. Qui trovi la scheda ufficiale Einaudi e l’edizione italiana su Amazon.

“Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà”

Questo è l’incipit. Allegro come una bolletta con conguaglio.

Mhalla parte da una tesi potente: il cyberpunk non sarebbe più un genere letterario che immagina il futuro, ma il vocabolario giusto per descrivere il presente. La tecnologia è ovunque, le grandi corporation possiedono infrastrutture decisive, l’attenzione è una risorsa da estrarre e la linea tra Stato e impresa diventa sempre più sottile.

“Viviamo nel mondo che temiamo subendone il fascino”.

William Gibson raccontava metropoli ipertecnologiche, poteri privati smisurati, corpi ibridati con le macchine e individui soli dentro sistemi che non comprendono. Mhalla vede proprio qui il nostro presente: non abbiamo le giacche al neon di Blade Runner, ma abbiamo piattaforme che organizzano informazione, lavoro, reputazione e pezzi crescenti della vita pubblica.

La provocazione funziona. Va però letta come una lente politica, non come una dimostrazione scientifica che viviamo già in un regime totalitario. Il termine “totalitarismo” porta con sé un peso storico enorme. Usarlo per descrivere l’intreccio tra piattaforme, sorveglianza e potere esecutivo è efficace, ma richiede confronti e distinzioni. Altrimenti una categoria analitica rischia di diventare uno slogan.

Su questi temi avevo già ragionato parlando dei rischi e dei vantaggi dell’intelligenza artificiale generativa: né entusiasmo automatico né catastrofismo automatico. La tecnologia amplifica capacità, interessi e rapporti di forza già presenti.

MAGA come retrofuturismo e la tentazione accelerazionista

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il “retrofuturismo”: promettere il ritorno a un’età dell’oro e, nello stesso tempo, usare tecnologie avanzatissime per accelerare la rottura dell’ordine esistente. Il passato diventa il manifesto, il futuro la leva.

Qui entra l’accelerazionismo. Bisogna stare attenti, perché il termine indica correnti diverse e persino opposte. In estrema sintesi, accomuna progetti che vogliono spingere più velocemente processi tecnologici, capitalistici o sociali per produrre una trasformazione radicale. Non esiste quindi un solo accelerazionismo. La genealogia passa anche da Nick Land; le versioni contemporanee includono tanto proposte di emancipazione tecnologica quanto una fiducia quasi religiosa nel tecno-capitalismo senza freni.

La tesi di Mhalla è che la crisi dell’idea tradizionale di progresso abbia lasciato spazio a un’altra promessa: non migliorare gradualmente il sistema, ma accelerarlo fino al punto di rottura. La formula è seducente per chi controlla capitale, infrastrutture e modelli di intelligenza artificiale. Un’implosione è molto meno romantica per chi deve subirla.

Peter Thiel, Curtis Yarvin e la NRx

Nel libro ricorrono Peter Thiel e Curtis Yarvin. Il secondo è meno noto in Italia, ma vale la pena conoscerlo. È un informatico e blogger, diventato celebre con lo pseudonimo Mencius Moldbug, associato alla corrente neoreazionaria o NRx. La sua proposta è apertamente post-democratica: trattare lo Stato come un’impresa e affidarlo a una figura simile a un amministratore delegato o a un monarca.

Non è un’etichetta inventata per fare paura. Il Financial Times ricostruisce il “Dark Enlightenment” e la sua influenza nei circoli politici e tecnologici; The Guardian documenta le posizioni antidemocratiche di Yarvin e il modello del leader-CEO.

Qui il libro coglie un punto vero: alcune idee nate ai margini della blogosfera tecnologica non sono rimaste folklore da forum. Sono entrate nel lessico di investitori, fondatori e ambienti politici. Questo non significa che la Silicon Valley sia un partito unico o che tutti gli imprenditori tech condividano il programma NRx. Significa che concetti un tempo considerati eccentrici oggi circolano vicino a centri di potere reale.

Próspera: la città privata non è fantascienza

L’esempio più cinematografico è Próspera, sull’isola di Roatán in Honduras. Mhalla la presenta come un’enclave privata con regole proprie, connessione Starlink, biohacker, criptovalute ed esperimenti difficili da realizzare altrove.

Il nucleo della storia è documentato, ma va precisato. Próspera nasce nel quadro delle ZEDE, zone speciali dotate di ampia autonomia normativa e fiscale. Le Monde ha visitato l’enclave e ha descritto Starlink, biohacking, sperimentazioni sulla longevità e un sistema di governance privatizzato. I legami finanziari con Peter Thiel e Marc Andreessen sono indiretti, attraverso Pronomos Capital, il fondo che include Próspera nel proprio portafoglio. È più corretto dirlo così che presentarli semplicemente come azionisti diretti della società honduregna.

Il progetto è anche dentro un conflitto costituzionale e internazionale. Nel settembre 2024 la Corte Suprema dell’Honduras ha dichiarato incostituzionale il quadro giuridico delle ZEDE, come ha riferito Reuters. Inoltre esiste un procedimento arbitrale tra Honduras Próspera e lo Stato honduregno, registrato presso il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca Mondiale.

Próspera non dimostra da sola la nascita di un nuovo totalitarismo. Dimostra però che l’idea di trasformare la cittadinanza e le regole pubbliche in un servizio privato non appartiene più soltanto ai romanzi.

Il “dileviatano”: Big State più Big Tech

La parola che mi porto via dal libro è dileviatano. Mhalla aggiorna il Leviatano di Hobbes immaginando una creatura a due teste: Big State e Big Tech. Lo Stato conserva coercizione, legge, apparato militare e politica industriale; le grandi aziende possiedono infrastrutture cloud, satelliti, piattaforme, dati, modelli AI e capacità di innovazione.

È una metafora riuscita perché evita una semplificazione frequente. Non stiamo assistendo soltanto alla sostituzione dello Stato da parte delle aziende. In molti casi vediamo collaborazione, dipendenza reciproca e conflitto. Lo Stato finanzia, regola, acquista e limita. Le imprese forniscono tecnologie strategiche e, nello stesso tempo, cercano di condizionare le regole.

La competizione tra Stati Uniti e Cina rende visibile questa saldatura. Il Rapporto AI Index 2026 di Stanford University registra l’enorme leadership statunitense negli investimenti privati e il rapido avvicinamento cinese nelle prestazioni dei modelli. L’AI Action Plan statunitense parla esplicitamente di innovazione, infrastrutture, diplomazia e sicurezza. L’intelligenza artificiale non è più soltanto software: è energia, chip, data center, filiere, standard e potere geopolitico.

In questo senso il libro aiuta a vedere l’AI come iperindustria, non come una comoda finestrella nella quale scrivere prompt.

Dall’economia dell’attenzione al neurocapitalismo

Il passaggio più inquietante riguarda il neurocapitalismo: la possibilità che il mercato non si limiti a osservare clic, acquisti e spostamenti, ma estragga valore da segnali neurofisiologici, stati cognitivi ed emozioni.

Qui conviene separare presente e previsione. Oggi esistono interfacce cervello-computer e dispositivi non invasivi capaci di raccogliere segnali neurali. Non siamo però di fronte a una lettura perfetta e generalizzata dei pensieri. Dire che le corporation “controlleranno i pensieri” è una previsione estrema, non un fatto già acquisito.

Il rischio sui dati cerebrali è comunque reale. UNESCO ha adottato nel 2025 la prima Raccomandazione globale sull’etica della neurotecnologia, con attenzione a consenso, libertà mentale e protezione dei dati neurali. Il Garante europeo della protezione dei dati ha dedicato un rapporto specifico ai neurodati e alla libertà cognitiva.

La letteratura scientifica ha già messo a fuoco i diritti coinvolti. Ienca e Andorno hanno proposto libertà cognitiva, privacy mentale, integrità mentale e continuità psicologica; un successivo studio peer-reviewed pubblicato dal Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics ha chiarito le basi etiche e giuridiche dei cosiddetti neurorights. Anche gli sviluppatori di impianti neurali assistiti dall’AI considerano sicurezza, autenticità e privacy mentale questioni centrali, come emerge da uno studio pubblicato su Scientific Reports.

Insomma, Mhalla alza il volume, ma non inventa il problema. E proprio per questo non serve gridare “ci leggono già nel cervello”. Serve decidere adesso proprietà, accesso, consenso, conservazione e usi vietati dei neurodati.

Un video per ascoltare direttamente Asma Mhalla

In questa intervista a France 24 l’autrice presenta la tesi centrale del libro e spiega perché considera la distopia una descrizione del presente:

Dove il libro mi convince e dove mi lascia perplesso

Mi convince quando:

  • mostra che la tecnologia è diventata infrastruttura politica e militare;
  • collega idee apparentemente marginali a capitali, aziende e progetti concreti;
  • sposta l’attenzione dal singolo prodotto al sistema di potere;
  • individua nella cognizione, non soltanto nei dati personali, il prossimo terreno di conflitto.

Mi convince meno quando:

  • usa la categoria di totalitarismo in modo molto ampio;
  • trasforma scenari plausibili in traiettorie quasi inevitabili;
  • dedica più energia alla diagnosi che agli strumenti di verifica e intervento;
  • chiude con una resistenza suggestiva, ma poco operativa.

Mhalla invita a dire no, filosofeggiare, boicottare, hackerare, difendere la patria, leggere, ridere, amare e tacere. Tutto molto nobile. Ma, arrivato alla fine, la mia domanda resta: lunedì mattina che cosa facciamo?

La mia proposta: resistenza cognitiva, ma con un manuale d’uso

La risposta non può essere soltanto “amare la libertà” o “difendere la dignità”. Servono azioni verificabili:

  1. Capire chi possiede l’infrastruttura. Cloud, chip, satelliti, dati e modelli non sono dettagli tecnici.
  2. Chiedere trasparenza sui sistemi decisionali. Chi imposta gli obiettivi, quali dati usa l’algoritmo, chi può contestare il risultato?
  3. Proteggere i dati cognitivi prima che diventino un mercato di massa. Il consenso non può essere una casella nascosta in quaranta pagine di condizioni.
  4. Mantenere alternative e possibilità di uscita. Un servizio essenziale non dovrebbe dipendere da un unico fornitore opaco.
  5. Allenare il pensiero critico. Anche l’AI più sofisticata può diventare una macchina di conferma. Ne ho parlato nel mio articolo sull’intelligenza liquida come capacità cognitiva on demand.
  6. Misurare il potere, non soltanto le prestazioni. Ogni volta che valutiamo una tecnologia dovremmo chiederci non solo che cosa sa fare, ma chi rende più forte e chi rende dipendente.

Questo libro non mi ha convertito al pessimismo. Mi ha ricordato che l’ottimismo senza analisi è soltanto marketing con la luce accesa.

Vale la pena leggere “Resistere ai tempi oscuri”?

Sì. È breve, denso, irritante nel senso migliore del termine. Costringe a collegare geopolitica, ideologie della Silicon Valley, infrastrutture digitali e libertà cognitiva. Non prenderei ogni previsione come destino e non userei ogni metafora come categoria scientifica. Ma preferisco un libro che mi obbliga a discutere a uno che mi lascia comodo.

E damose ’sta botta de vita.

Fonti e approfondimenti

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