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Quando si parla di intelligenza artificiale, le citazioni fanno spesso la stessa fine dei biscotti nei corsi: spariscono dal loro contesto. Una frase diventa uno slogan, lo slogan diventa una certezza e qualcuno finisce per attribuire a Einstein anche il prompt engineering.

Ho scelto dieci citazioni sull’intelligenza artificiale generativa e sugli agenti, accompagnandole con il loro contesto e con una conseguenza pratica. Alcune sono domande storiche, altre estratti da studi scientifici o guide tecniche. Il percorso parte dall’intelligenza delle macchine e arriva a una questione molto concreta: che cosa possiamo delegare, con quali strumenti e con quali controlli?

Nota sulle citazioni: i brani in italiano sono mie traduzioni di brevi estratti inglesi. Le omissioni sono indicate con […]. “Attention Is All You Need” è il titolo originale di un paper, riportato come tale. I collegamenti permettono di controllare formulazione e contesto.

1. Alan Turing: prima di discutere di intelligenza, definiamo la domanda

«Le macchine possono pensare?»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 1 di Alan Turing · 1950: Le macchine possono pensare?

Alan M. Turing, 1950. È la domanda che apre Computing Machinery and Intelligence. Turing passa poi a un problema più circoscritto, il gioco dell’imitazione, per ragionare sui comportamenti osservabili.

Questa citazione serve ancora perché ci costringe a chiarire che cosa stiamo chiedendo. “ChatGPT pensa?” può significare: produce risposte sensate, risolve un problema, possiede intenzioni oppure ha esperienza cosciente? Sono questioni diverse. Un testo convincente, da solo, non risolve l’ultima.

Nel lavoro: invece di discutere per un’ora se il chatbot sia intelligente, chiediamoci se sa sintetizzare correttamente quel verbale. Definiamo criteri verificabili: decisioni riportate, responsabilità attribuite, scadenze conservate. La filosofia resta interessante; il verbale deve comunque essere giusto.

2. Dartmouth: simulare una capacità non significa diventare una persona

«[…] una macchina può essere costruita per simularlo.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 2 di McCarthy, Minsky, Rochester e Shannon · 1955: […] una macchina può essere costruita per simularlo.

John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon, 1955. Questo frammento della proposta per il progetto estivo di Dartmouth si riferisce alla congettura secondo cui gli aspetti dell’apprendimento e dell’intelligenza possono essere descritti con precisione sufficiente a simularli.

La parola decisiva è “congettura”: un programma di ricerca, non una dimostrazione già acquisita. Per leggere il presente, io terrei anche “simulare”. Un sistema può svolgere un’attività utile senza avere la biografia, le motivazioni o l’esperienza di chi la svolge normalmente.

Nel lavoro: far preparare una bozza commerciale all’AI può essere sensato. Trattarla come un collega che conosce automaticamente la storia del cliente è un salto ingiustificato. Quella storia va fornita, recuperata e controllata.

3. Vaswani e colleghi: attenzione alle relazioni tra le parole

«Attention Is All You Need»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 3 di Ashish Vaswani e coautori · 2017: Attention Is All You Need

Ashish Vaswani e coautori, 2017. È il titolo del paper che propone l’architettura Transformer. “Attenzione” indica qui un meccanismo computazionale, non la concentrazione cosciente di una persona.

Il titolo è diventato celebre, ma non significa che basti stare attenti per costruire un’AI. Il lavoro presenta un’architettura basata su meccanismi di attenzione, senza ricorrenza e convoluzioni, e la valuta su compiti di traduzione. Per un lettore non tecnico, il punto utile è che le relazioni nel contesto contano.

Nel lavoro: se chiediamo di spiegare la parola “rete”, un riferimento alla pesca, al calcio o ai computer cambia l’interpretazione richiesta. Inserire il contesto pertinente aiuta a disambiguare il compito; non garantisce automaticamente una risposta corretta.

4. Bender e colleghe: la fluidità del linguaggio può ingannarci

«[…] un pappagallo stocastico.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 4 di Bender e colleghe · 2021: […] un pappagallo stocastico.

Emily M. Bender, Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major e Shmargaret Shmitchell, 2021. Il frammento proviene dal paper sui rischi dei grandi modelli linguistici, che Bender riprende e contestualizza nelle sue spiegazioni pubblicate nel 2026.

“Stocastico” rimanda alla probabilità. La metafora invita a non attribuire automaticamente intenzioni umane a un testo fluente. Va però trattata come una lente interpretativa, non come una formula che esaurisce ogni capacità di ogni sistema attuale. Bender stessa distingue il modello linguistico dai prodotti che lo integrano con altri componenti.

Nel lavoro: una risposta elegante può contenere un riferimento inventato. Quando un chatbot cita un paper, aprire il collegamento e confrontare ciò che sostiene con il documento è parte del compito. Il tono sicuro non è una certificazione di qualità.

5. Ouyang e colleghi: più grande non equivale automaticamente a più utile

«Rendere più grandi i modelli linguistici non li rende, di per sé, migliori nel seguire l’intento dell’utente.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 5 di Long Ouyang e coautori · 2022: Rendere più grandi i modelli linguistici non li rende, di per sé, migliori nel seguire l’intento dell’utente.

Long Ouyang e coautori, 2022. È l’apertura dell’abstract di Training language models to follow instructions with human feedback. Il lavoro studia come usare esempi e valutazioni umane per migliorare l’aderenza alle intenzioni dell’utente.

Qui si capisce perché un modello capace di continuare testi e un assistente utile non siano la stessa cosa. Nel lavoro descritto, alle dimostrazioni del comportamento desiderato seguono confronti tra risposte e un ulteriore addestramento basato sul feedback umano. Non ne deriva che ogni assistente sia infallibile o che tutti i sistemi seguano la stessa procedura.

Nel lavoro: scegliere un modello soltanto perché “è il più potente” è un criterio incompleto. Proviamolo su attività rappresentative: rispetta i vincoli? Mantiene il tono? Segnala ciò che manca? Quanto dobbiamo correggere?

6. La ricerca sulle allucinazioni: dobbiamo premiare anche il dubbio

«[…] premiano il tentare una risposta rispetto al riconoscere l’incertezza.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 6 di OpenAI · 2025: […] premiano il tentare una risposta rispetto al riconoscere l’incertezza.

OpenAI, 2025. La frase compare nella presentazione della ricerca Why Language Models Hallucinate. Lo studio di Adam Tauman Kalai, Ofir Nachum, Santosh S. Vempala ed Edwin Zhang analizza il ruolo degli incentivi nell’addestramento e nella valutazione.

Se un test assegna zero punti sia a una risposta sbagliata sia a un’ammissione di ignoranza, indovinare può diventare conveniente. Questo aiuta a spiegare perché la sicurezza espressiva non coincida con l’affidabilità. Non è una spiegazione unica di tutti gli errori, né una prova che basti aggiungere “non inventare” per eliminarli.

Nel lavoro: quando valutiamo un assistente, inseriamo casi con informazioni mancanti. Una risposta utile può identificare la lacuna e chiedere il dato necessario. Se premiamo soltanto chi completa ogni casella, rischiamo di addestrare anche noi una macchina delle risposte plausibili.

7. ReAct: il passaggio agli agenti comincia dall’alternare ragionamento e azione

«[…] tracce di ragionamento e azioni specifiche del compito in modo alternato.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 7 di Shunyu Yao e coautori · 2022: […] tracce di ragionamento e azioni specifiche del compito in modo alternato.

Shunyu Yao e coautori, 2022. Il paper ReAct: Synergizing Reasoning and Acting in Language Models esplora un approccio che alterna passaggi di ragionamento e azioni, anche per raccogliere informazioni esterne.

È un ponte utile tra la conversazione e il lavoro operativo. Il sistema non deve limitarsi a generare la descrizione di una ricerca: può interrogare una fonte, ricevere un risultato e adattare il passo successivo. Le tracce generate non vanno però confuse con una lettura trasparente della mente del modello.

Nel lavoro: per confrontare fornitori, un agente potrebbe cercare schede, estrarre condizioni, accorgersi che manca una specifica e cercarla. Il risultato va valutato sui documenti effettivamente recuperati. Scrivere “ho verificato” e aver verificato sono due cose diverse.

Schema del ciclo di un agente AI: obiettivo e limiti, modello linguistico, strumenti, risultati osservati e verifica.
Un agente usa i risultati delle azioni per scegliere come proseguire. Schema concettuale originale.

8. Anthropic: un agente decide come usare gli strumenti

«[…] gli LLM dirigono dinamicamente i propri processi e l’uso degli strumenti.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 8 di Anthropic · 2024: […] gli LLM dirigono dinamicamente i propri processi e l’uso degli strumenti.

Anthropic, Building effective agents, 2024. La guida di Anthropic distingue i workflow con percorsi predefiniti dagli agenti in cui il modello determina dinamicamente i passaggi.

È una distinzione architetturale utile, non l’unica definizione possibile di agente. Una sequenza fissa che prende un file, lo riassume e lo archivia può essere un’ottima automazione. Diventa più propriamente agentica quando il modello sceglie il percorso in base a ciò che incontra.

Nel lavoro: se ogni venerdì devi copiare lo stesso report nella stessa cartella, comincia da un automatismo. Se devi indagare un’anomalia e decidere quali documenti esaminare, una componente agentica può avere senso. La complessità va giustificata dal problema, non dal fascino della parola “agente”.

9. Context engineering: il contesto non è un ripostiglio infinito

«Il contesto […] deve essere trattato come una risorsa finita con rendimenti marginali decrescenti.»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 9 di Anthropic · 2025: Il contesto […] deve essere trattato come una risorsa finita con rendimenti marginali decrescenti.

Anthropic, 2025. È un passaggio di Effective context engineering for AI agents. La guida porta l’attenzione dalle sole istruzioni all’insieme delle informazioni disponibili durante il lavoro.

Il prompt è una parte del contesto. Contano anche documenti, cronologia, descrizioni degli strumenti e risultati delle loro azioni. Aggiungere materiale può aiutare, ma può anche introdurre rumore, contraddizioni e versioni superate. La conseguenza operativa è selezionare ciò che serve e mantenerlo aggiornato.

Nel lavoro: per preparare un’offerta, meglio un listino valido, un brief chiaro e due esempi pertinenti che l’intero archivio di proposte degli ultimi anni. Quando manca una condizione, l’agente dovrebbe recuperarla dalla fonte appropriata. Il second brain è utile quando aiuta a trovare, non soltanto ad accumulare.

Differenza tra prompt e contesto: il contesto comprende istruzioni, documenti pertinenti, cronologia utile, strumenti e risultati.
Il context engineering riguarda anche la selezione e l’aggiornamento delle informazioni. Schema originale.

10. OpenAI: l’intervento umano è una parte del progetto

«L’intervento umano è una salvaguardia fondamentale […].»

Avatar di Gianluigi Bonanomi con la citazione 10 di OpenAI · 2025: L’intervento umano è una salvaguardia fondamentale […].

OpenAI, A practical guide to building agents, 2025. Nella sezione dedicata all’intervento umano, la guida pratica di OpenAI, sezione sull’intervento umano tratta il passaggio di controllo quando l’agente incontra problemi e le verifiche per azioni ad alto impatto.

La supervisione non dovrebbe essere un’aggiunta improvvisata dopo un incidente. Va progettata insieme ai permessi, ai limiti di esecuzione e alle condizioni di arresto. Autonomia significa delegare un perimetro di lavoro, con responsabilità e confini espliciti.

Nel lavoro: un agente può predisporre una risposta a un cliente e raccogliere gli allegati. Possiamo richiedere approvazione prima dell’invio di un’offerta vincolante, fissare un numero massimo di tentativi e consentire accesso solo ai documenti necessari. Così la delega diventa una procedura valutabile.

Un video per collegare i concetti

Per approfondire i modelli linguistici, propongo Intro to Large Language Models di Andrej Karpathy. È una lezione in inglese pubblicata nel 2023: utile per i fondamenti, mentre i riferimenti ai prodotti vanno letti come una fotografia di quel periodo.

Dalle citazioni a una delega concreta

La mia lettura di queste dieci frasi è molto pratica: definire il compito, distinguere la fluidità dalla correttezza, dare informazioni pertinenti, collegare strumenti e osservare i risultati. Infine, decidere dove la macchina deve fermarsi.

Nel mio metodo 4A e nei corsi sugli agenti AI distinguo automatismi, azioni programmate, assistenti e agenti. È una griglia didattica per scegliere quanta delega serve. Un’attività programmata non diventa automaticamente un agente, e un agente non è la soluzione migliore per qualsiasi attività.

Per mettere alla prova queste idee, scegli un compito reale e scrivi cinque cose: risultato atteso, informazioni necessarie, strumenti consentiti, criteri di verifica e punto di approvazione. Poi confronta il tempo risparmiato con il tempo speso a controllare e correggere. È un esperimento più utile di cento slogan sul futuro.

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Ti confesso una cosa: non sopporto le frasi motivazionali. Quelle scritte su sfondo arancione, con il tramonto e il carattere corsivo. Quelle che ti dicono che “il successo è un viaggio, non una destinazione” mentre tu sei lì, alle sette di sera, con la scadenza di domani e zero idee. E non sopporto nemmeno la maggior parte dei libri di self-help: 250 pagine per dirti, in fondo, due cose che potevano stare in un post-it (e spesso nemmeno vere).

Eppure adoro le citazioni.

Ti chiederai come faccia a tenere insieme queste due cose. Te lo spiego con un esempio concreto: una frase motivazionale ti vuole convincere di qualcosa, qui e ora, possibilmente mentre scorri il feed. Una buona citazione, invece, ti racconta che qualcuno (in un momento preciso della sua vita, con la sua testa fatta in un certo modo) ha trovato le parole giuste per dire una cosa vera. Non per venderti un corso. Per fissare un pensiero.

È la differenza tra uno slogan e una scheggia di pensiero altrui che continua a lavorare dentro di te molto dopo che l’hai letta.

In questo pezzo raccolgo le mie citazioni preferite. Con tanto di fonte, perché da ex giornalista (nel Giurassico, quando le notizie si verificavano prima di pubblicarle, non dopo) una citazione senza fonte è solo un’opinione travestita da saggezza. E come vedrai, un paio di queste frasi celebri non sono nemmeno autentiche: te lo dico comunque, perché anche scoprire che una citazione è falsa è, a modo suo, una piccola lezione.

“Fatto è meglio di perfetto” — Mark Zuckerberg

Questa frase è diventata un mantra da startup, ma nasce in un posto preciso: la lettera agli investitori che Zuckerberg scrisse nel 2012, intitolata “The Hacker Way”. Diceva, più o meno, che avevano scritto sui muri degli uffici “Done is better than perfect” per ricordarsi di continuare a spedire prodotto, invece di rincorrere la versione perfetta che non arriva mai.

È un’idea che mi accompagna ogni volta che rimando la pubblicazione di qualcosa per “limarla ancora un po’” (e poi passano tre settimane).

Mark Zuckerberg’s Letter to Investors: “The Hacker Way” – WIRED

“Chi è più importante di cosa” — Ray Dalio

Da Principles (2017), il libro-mattone in cui Ray Dalio mette nero su bianco i principi che hanno guidato Bridgewater, uno dei fondi di investimento più grandi al mondo. Uno dei punti chiave recita: “Chi si prende la responsabilità è più importante di cosa va fatto”.

Sembra una banalità da risorse umane. Non lo è: è la differenza tra delegare un compito e scegliere la persona giusta a cui affidarlo.

“In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere” — Yuval Noah Harari

Questa arriva da 21 lezioni per il XXI secolo (2018), il libro in cui Harari prova a fare ordine nel presente invece che nel passato o nel futuro (i suoi territori abituali). E questa frase, in particolare, mi sembra scritta apposta per descrivere la sensazione di aprire il telefono la mattina.

Più informazioni non significa più chiarezza. Spesso è l’esatto contrario.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…” — Giacomo Leopardi

Sì, lo so: in mezzo a Zuckerberg e Dalio sembra un pugno in un occhio. Ma è proprio questo il punto. L’Infinito (1819) è arrivato fino a me attraverso la scuola (come a chiunque in Italia) eppure quei versi («questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude») restano la descrizione più precisa che conosco di cosa significhi desiderare qualcosa che non riesci a vedere.

Ogni tanto mi piace ricordare che la “cassetta degli attrezzi” per capire il mondo non è fatta solo di libri di marketing.

La legge di Amara “Tendiamo a sovrastimare gli effetti di una tecnologia nel breve periodo e a sottostimare gli effetti nel lungo periodo”. — Roy Amara

Roy Amara, presidente dell’Institute for the Future, ha formulato negli anni ’80 quella che oggi chiamiamo “Legge di Amara”: tendiamo a sopravvalutare gli effetti di una tecnologia nel breve termine, e a sottovalutarli nel lungo termine.

Pensaci: è praticamente la storia di internet, degli smartphone e — con ogni probabilità — anche dell’intelligenza artificiale generativa di cui ti parlo spesso. Ogni nuova tecnologia sembra “la rivoluzione di domani” e poi, qualche anno dopo, scopri che ha cambiato tutto senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

“Adesso mi guardo intorno e mi chiedo se mi piacciono loro” — Gary Oldman

Una citazione che gira parecchio online, attribuita a Gary Oldman: “Prima entravo in una stanza e mi chiedevo se piacevo alla gente. Ora mi guardo intorno e mi chiedo se mi piace la gente”. Non sono riuscito a rintracciarla in interviste verificabili dell’epoca (l’articolo di Esquire del 2012 spesso citato come fonte non la contiene), quindi prendila più come una frase “attribuita con insistenza” che come una citazione blindata.

Vera o no, descrive perfettamente cosa succede quando smetti di cercare l’approvazione e cominci, finalmente, a scegliere.


Due citazioni famose… che probabilmente non sono mai state dette

Visto che ho appena finito di dirti che una citazione senza fonte è un’opinione travestita da saggezza, sarei un ipocrita a nascondere quello che ho scoperto facendo le verifiche per questo pezzo. Due classici che giravano nella mia lista, alla prova dei fatti, scricchiolano parecchio.

  • “Never complain, never explain” — Benjamin Disraeli. Frase elegantissima, da gentiluomo inglese che non deve rendere conto a nessuno. Peccato che la prima attestazione scritta risalga al 1903, ben 22 anni dopo la morte di Disraeli, in una biografia di Gladstone scritta da John Morley. Nessuna fonte dell’epoca — discorsi, lettere, biografie pubblicate quando Disraeli era ancora vivo — la documenta. È, con ogni probabilità, apocrifa.
  • “Se hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela a testa. Ma se hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, abbiamo entrambi due idee” — George Bernard Shaw. Citazione meravigliosa per chi parla di condivisione della conoscenza (la uso anch’io, lo ammetto). Ma secondo Quote Investigator non esiste alcuna prova che Shaw l’abbia mai pronunciata: la traccia più antica è una pubblicità del 1917 per la rivista “System”, che parla di dollari, non di mele, e non cita Shaw.

Le ho lasciate in questa lista — con tanto di smentita allegata — perché trovo che la storia di “come una frase diventa famosa nonostante non sia vera” sia interessante quasi quanto la frase stessa. È un piccolo esperimento di psicologia collettiva: ci fidiamo di una citazione non perché è documentata, ma perché “suona” come qualcosa che quella persona avrebbe potuto dire.


Perché continuo a raccogliere le mie citazioni preferite

Non per riempire un cassetto. Le rileggo. Ogni tanto una di queste frasi torna a galla nella testa proprio nel momento in cui mi serve — mentre scrivo, mentre litigo con una scadenza, mentre decido se fidarmi di qualcuno o no.

Le frasi motivazionali ti dicono cosa pensare. Le citazioni buone ti lasciano lo spazio per pensarci tu.

E tu? Hai una citazione che porti con te da anni? Scrivimela nei commenti: potrebbe finire nella prossima puntata di questa raccolta.