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Immaginate una pubblicità: «Il nostro prodotto potrebbe cancellare l’umanità. Il piano Premium costa un po’ di più».

Con un frigorifero, probabilmente, chiameremmo le autorità. Con l’intelligenza artificiale, rischiamo di chiamare il consulente finanziario per chiedergli come investire nel produttore.

È questo cortocircuito che mi interessa. Quando chi costruisce una tecnologia ci avverte che potrebbe distruggere il mondo, sta denunciando un pericolo, comunicando una potenza straordinaria o facendo entrambe le cose?

E merita qualcosa di meglio del solito derby tra «siamo tutti morti» e «sono tutte sciocchezze».

Sei articoli e una stessa domanda: quanto è vicino il disastro?

Questi sono sei articoli verificati, con i titoli originali e i collegamenti. Raccontano allarmi, scenari e discussioni sul rischio di estinzione: non sono sei prove indipendenti che l’estinzione avverrà.

Testata Data Articolo
The Guardian 30 maggio 2023 Risk of extinction by AI should be global priority, say experts
The Guardian 7 luglio 2023 Five ways AI might destroy the world
The Guardian 27 dicembre 2024 ‘Godfather of AI’ shortens odds of the technology wiping out humanity over next 30 years
The Guardian 9 settembre 2026 Anthropic researchers say AI could cause human extinction by 2030
CBS News 27 settembre 2026 Will artificial intelligence really kill us all?
Reuters 29 settembre 2026 Anthropic warns AI may pose ‘existential risks to humanity’ in IPO filing

Una precisazione conta: «potrebbe causare l’estinzione» è una valutazione di rischio; «ci ucciderà tutti» è una previsione categorica. Passare dalla prima alla seconda rende il titolo più spettacolare e il ragionamento meno preciso.

Il marketing dell’apocalisse: se può distruggere tutto, deve essere potentissima

Da formatore e consulente di comunicazione digitale, vedo una possibile dinamica: il racconto della minaccia può diventare anche il racconto della potenza.

Se dico che un software riassume bene una riunione, sto vendendo un’utilità. Se dico che potrebbe sostituire l’umanità, gli attribuisco un ruolo nella storia della specie.

La paura e l’entusiasmo sembrano agli antipodi, ma possono condividere una premessa: questa tecnologia sta per diventare enormemente potente. Cambia il giudizio morale; resta la promessa di una trasformazione gigantesca.

La mia ipotesi è che l’allarme possa produrre almeno tre effetti commerciali: rendere un’azienda centrale nel dibattito, far apparire strategici i suoi investimenti e presentare il produttore come l’interlocutore necessario per gestire il pericolo.

Attenzione al verbo: può. Per affermare che una specifica denuncia sia stata progettata dal marketing servirebbero prove di coordinamento, documenti, istruzioni o testimonianze verificabili. Nelle fonti consultate non ho trovato prove sufficienti per questa accusa.

Un effetto pubblicitario può esistere anche quando nessuno ha organizzato una campagna. E una preoccupazione sincera può avere effetti economici favorevoli a chi viene criticato.

Guerriglia marketing? Preferisco chiamarlo marketing della paura

La formula «guerriglia marketing» è suggestiva, soprattutto davanti a dimissioni clamorose e dichiarazioni virali. Però rischia di farci immaginare una regia occulta prima di averla dimostrata.

Parlerei piuttosto di marketing della paura, come chiave di lettura degli effetti comunicativi. Il messaggio implicito può diventare: il prodotto è così avanzato da essere pericoloso; il produttore è così responsabile da avvertirci; per renderlo sicuro serviranno altre risorse.

È uno schema che si presta a una battuta: «Abbiamo creato il mostro, ma siamo anche quelli con il numero del veterinario».

La battuta descrive un paradosso. Non dimostra che il mostro sia inventato o che il veterinario sia in malafede.

C’è, invece, una base empirica per parlare di attenzione. Lo studio Negativity drives online news consumption, pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2023, ha analizzato circa 105.000 varianti di titoli in esperimenti di Upworthy. Per un titolo di lunghezza media, una parola negativa aggiuntiva aumentava il tasso di clic del 2,3% in termini relativi.

Lo studio riguarda quel contesto editoriale, non le intenzioni di OpenAI o Anthropic e nemmeno l’efficacia commerciale dei loro allarmi. Ma aiuta a capire perché un possibile sterminio abbia ottime possibilità di trovare spazio nel nostro feed. «Il chatbot gestisce correttamente i permessi» parte svantaggiato.

La paura è entrata anche nel prospetto per la Borsa

Qui il collegamento economico è concreto. Reuters ha esaminato il prospetto riservato di Anthropic e riferisce che contiene avvertenze su rischi catastrofici o esistenziali. Riporta anche la convinzione dell’azienda che il mercato premierà sistemi affidabili e sicuri.

Non ho consultato direttamente quel prospetto: questa è una ricostruzione giornalistica basata sul documento visionato da Reuters. E la preparazione di una quotazione non equivale a una quotazione già avvenuta.

Il paradosso, però, è notevole: la sicurezza può essere contemporaneamente una necessità tecnica e un argomento di posizionamento. Il rischio può giustificare prudenza e, nella narrazione di un’azienda, rendere strategica la sua capacità di gestirlo.

Sarebbe comunque scorretto trattare ogni avvertenza agli investitori come uno spot. Il modulo S-1 della Securities and Exchange Commission prevede espressamente informazioni sui fattori di rischio. Comunicarli risponde anche a esigenze di trasparenza nella raccolta di capitali.

Inoltre, l’allarme può spaventare clienti, attirare controlli e mettere in difficoltà un’operazione finanziaria. Non è una leva che produce automaticamente vantaggi.

Quindi l’ipotesi, «tengono alta l’attenzione per giustificare investimenti e valutazioni», merita un’indagine. La frase «lo fanno apposta per gonfiare la quotazione» richiede prove ulteriori.

Tra un sospetto intelligente e una certezza comoda c’è parecchio lavoro giornalistico.

Ma questi ricercatori non hanno firmato degli NDA?

La domanda sugli accordi di riservatezza è legittima. La risposta, però, non può essere: «Se parlano, significa che l’azienda vuole farli parlare».

Un accordo di riservatezza e una clausola che vieta di criticare il datore di lavoro non coincidono. Per sapere che cosa un ricercatore possa divulgare bisogna conoscere contratto, contenuto della dichiarazione e norme applicabili. Un’opinione generale sul futuro dell’AI e la pubblicazione di documenti interni non sono la stessa condotta.

Il precedente OpenAI è illuminante. Nel maggio 2024, Vox documentò clausole di uscita che collegavano obblighi di non denigrazione e diritti economici degli ex dipendenti. Successivamente, Bloomberg riferì che OpenAI liberava la maggioranza degli ex dipendenti da quegli obblighi, rassicurandoli sulle quote già maturate.

Questo non significa che tutti gli NDA siano stati cancellati. Significa che l’idea di un divieto immutabile e universale di critica è troppo semplice.

Ci sono anche tutele specifiche. La SEC spiega che la Rule 21F-17 vieta di ostacolare le comunicazioni dirette all’autorità su possibili violazioni delle leggi sui titoli, anche mediante accordi di riservatezza. È una protezione circoscritta: non un lasciapassare generale per pubblicare qualsiasi segreto aziendale.

E proprio i ricercatori hanno denunciato la difficoltà di parlare. Nella lettera A Right to Warn del 4 giugno 2024, dipendenti ed ex dipendenti dei laboratori chiedevano canali indipendenti e protezioni dalle ritorsioni. Sostenevano che le tutele ordinarie fossero insufficienti per rischi non ancora regolati.

Quel documento è una richiesta pubblica, non una legge che realizza automaticamente quelle protezioni. Ma documenta una disputa tra riservatezza, interessi economici e responsabilità verso il pubblico.

Il fatto che qualcuno parli, dunque, non prova che sia libero da vincoli. E non prova che stia recitando una parte assegnata dall’azienda.

Una denuncia sincera può comunque alimentare l’hype

È forse il passaggio più interessante: non serve immaginare che tutti mentano.

Un ricercatore può credere davvero nel rischio. Un giornale può scegliere davvero la notizia che ritiene più importante. Un investitore può leggere davvero quella notizia come un segnale della potenza della tecnologia. L’effetto complessivo può essere un aumento dell’attenzione anche senza una cabina di regia.

Il messaggio «ci potrebbe distruggere» diventa, nella testa di un altro interlocutore, «allora deve valere moltissimo».

Per questo distinguerei le intenzioni delle persone dagli incentivi del sistema. Le prime vanno documentate. I secondi si possono analizzare senza trasformare ogni ex dipendente in un agente pubblicitario sotto copertura.

E applicherei lo stesso criterio a chi minimizza: anche l’ottimismo può avere convenienze professionali ed economiche. Il conflitto di interessi è una ragione per chiedere verifiche, non una scorciatoia per decidere chi abbia torto.

La scienza ha dimostrato che ci estingueremo?

No. Esistono preoccupazioni autorevoli, studi su comportamenti pericolosi e scenari di perdita di controllo. Sono elementi diversi, con pesi diversi.

Nel 2023 il Center for AI Safety pubblicò una dichiarazione sul rischio di estinzione, firmata tra gli altri da Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio, Sam Altman, Demis Hassabis e Dario Amodei. Chiedeva di considerare la mitigazione del rischio una priorità globale. È un appello: non una dimostrazione sperimentale che l’estinzione sia inevitabile.

Geoffrey Hinton sui rischi dell’AI: l’intervista a 60 Minutes

Per ascoltare direttamente uno degli studiosi che lanciano l’allarme, ecco l’intervista a Geoffrey Hinton pubblicata dal canale ufficiale di 60 Minutes nel 2023. È un intervento da valutare nei suoi argomenti, senza trasformare l’autorevolezza dello scienziato in una certezza sul futuro.

Lo studio Thousands of AI Authors on the Future of AI, poi pubblicato sul Journal of Artificial Intelligence Research nel 2025, raccoglie le valutazioni di 2.778 ricercatori. A seconda della domanda, dal 38% al 51% dei rispondenti attribuiva almeno il 10% di probabilità a esiti gravi quanto l’estinzione umana.

Non significa che «la scienza ha calcolato il rischio al 10%». Significa che una parte consistente del campione esprimeva quella valutazione soggettiva. Le opinioni degli esperti contano; non si trasformano automaticamente in una misura osservata del futuro.

Ci sono poi esperimenti più concreti. Nel lavoro Agentic Misalignment del 2025, Anthropic testò modelli in ambienti simulati, osservando anche ricatti e fughe di informazioni. Erano scenari costruiti per mettere sotto pressione i sistemi.

Il successivo rapporto dell’estate 2026 presenta altri casi sperimentali e precisa che quei casi non sono incidenti avvenuti nel mondo reale. Sono segnali di possibili modalità di fallimento da studiare e mitigare.

Non li liquiderei come teatro: un test di sicurezza serve proprio a cercare problemi prima che provochino danni. Ma tra un comportamento emerso in uno scenario sperimentale e l’estinzione umana bisogna descrivere tutti i passaggi. Saltarli rende più facile il titolo e più difficile capire il rischio.

Il futuro della specie non dovrebbe cancellare il presente delle persone

Un’altra critica merita spazio. Nel paper The TESCREAL bundle, pubblicato su First Monday nel 2024, Timnit Gebru ed Émile P. Torres analizzano le ideologie che accompagnano il progetto dell’intelligenza artificiale generale e criticano il modo in cui le promesse di salvezza possono contribuire a concentrare potere e sottrarre responsabilità.

È una lettura critica degli autori, non una prova che ogni allarme sia falso. Offre però una domanda utile: quando discutiamo della sopravvivenza di un’umanità futura, quali persone presenti rischiano di sparire dalla discussione?

Vorrei che il confronto includesse anche chi risponde degli errori, quali dati vengono utilizzati, quanto controllo mantengono i lavoratori e chi può verificare le decisioni dei sistemi. Ho già affrontato questa distinzione nell’articolo AIpocalypse: la fine del mondo può attendere. Rendere visibili le responsabilità di oggi aiuta a discutere con maggiore concretezza anche i rischi di domani.

Il rischio esistenziale merita studio. Non dovrebbe diventare una scenografia così imponente da nascondere tutto il resto.

Se ci credete davvero, mostrateci che cosa siete disposti a perdere

La domanda più utile per chi annuncia il disastro è molto concreta: quale comportamento cambia dopo l’annuncio?

Vorrei verifiche indipendenti, accesso sufficiente per gli auditor, protezioni per chi segnala problemi e criteri pubblici per interrompere un rilascio. Vorrei sapere chi può dire «stop» e quali conseguenze economiche l’azienda è disposta ad accettare.

È una richiesta che mette alla prova tanto la sincerità dell’allarme quanto la solidità della risposta. Una denuncia che impone costi verificabili a chi la pronuncia è più informativa di una dichiarazione solenne seguita da un calendario commerciale indisturbato.

La mia lettura è questa: la retorica dell’AI che ci ucciderà tutti può funzionare come una potente pubblicità, anche involontaria. Può trasformare il pericolo in prestigio, la prudenza in posizionamento e la sicurezza in un argomento per ottenere risorse.

Non ho prove per sostenere che gli ex ricercatori di OpenAI e Anthropic partecipino a una campagna coordinata. Ho ragioni per chiedere che allarmi così grandi siano accompagnati da prove, limiti dichiarati e impegni controllabili.

Se il vostro prodotto potrebbe farci fuori, spiegateci come avete deciso di fermarlo.

Il link per investire può aspettare.

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Claude ha certamente un posizionamento da intelligenza artificiale colta, professionale e moralmente consapevole. Ma definirla semplicemente snob sarebbe ingiusto: dietro la comunicazione sofisticata di Anthropic ci sono scelte tecniche, commerciali ed etiche reali, insieme a contraddizioni altrettanto reali.

Claude non ti risponde. Ti accoglie.

Non sembra un chatbot incontrato in metropolitana alle sette del mattino. Ha più l’aria di qualcuno che ha letto Hannah Arendt, beve caffè monorigine e, prima di darti un consiglio, vuole assicurarsi che siano state considerate tutte le implicazioni etiche.

Da qui la domanda, volutamente provocatoria: Claude di Anthropic è un’intelligenza artificiale fighetta?

Con “fighetta” non intendo dire inutile, debole o incompetente. Al contrario. Intendo un prodotto che comunica una certa superiorità culturale: più riflessivo, più rispettoso, più elegante, più attento alla privacy e meno disposto a sporcarsi le mani rispetto ai concorrenti.

Perché Claude viene percepita come l’AI elegante

ChatGPT è diventato un prodotto popolare. Lo usa lo studente, il pensionato, il manager, il candidato che deve sistemare il curriculum e quello che gli chiede i numeri del Superenalotto.

Claude, invece, ha conquistato inizialmente soprattutto sviluppatori, professionisti, ricercatori e utenti che lavorano con documenti complessi. Non è una semplice impressione. Secondo il rapporto 2025 State of Generative AI in the Enterprise di Menlo Ventures, Anthropic avrebbe raggiunto una posizione di leadership nella spesa aziendale per modelli linguistici nel campione analizzato. È un dato prodotto da una società di venture capital, quindi non va trattato come un censimento universale, ma indica un posizionamento enterprise molto forte. Anche la Developer Survey 2025 di Stack Overflow segnalava una diffusione rilevante dei modelli Claude Sonnet fra gli sviluppatori.

Il pubblico di riferimento influenza inevitabilmente il carattere percepito del prodotto.

Claude non è stato presentato come l’amico che sa fare tutto. Anthropic lo ha definito fin dall’inizio un assistente “helpful, honest and harmless”, cioè utile, onesto e non dannoso. Una formula che sembra più il programma elettorale di un filosofo morale che lo slogan di un software. La presentazione ufficiale di Claude insisteva proprio su affidabilità, prevedibilità e possibilità di controllarne tono e comportamento.

Anche il nome contribuisce. ChatGPT sembra il codice di un elettrodomestico. Gemini richiama costellazioni e missioni spaziali. Claude porta il nome di una persona, presumibilmente con un riferimento a Claude Shannon, padre della teoria dell’informazione. Già questo ti fa sentire in difetto se lo usi soltanto per riscrivere una mail.

Anthropic vende un prodotto o una visione morale?

Anthropic si presenta come una società di ricerca e sicurezza dell’intelligenza artificiale. Il suo elemento più riconoscibile è la Constitutional AI, un metodo con cui il modello viene addestrato a valutare e correggere le proprie risposte sulla base di un insieme esplicito di principi.

Nel paper originale sulla Constitutional AI, i ricercatori di Anthropic descrivono un processo nel quale il modello genera risposte, le critica alla luce di una “costituzione”, le riscrive e successivamente impara dalle preferenze prodotte da un altro sistema di AI.

È un approccio interessante perché rende almeno parzialmente visibili i criteri normativi usati per orientare il chatbot. Ma attenzione: Claude non possiede una coscienza morale e non “crede” nei diritti umani. Risponde secondo schemi appresi e criteri stabiliti durante l’addestramento.

La Costituzione di Claude resta inoltre il risultato di scelte umane. La stessa Anthropic riconosce che decidere quali principi inserire attribuisce agli sviluppatori un potere enorme. Nel 2023 l’azienda ha coinvolto circa mille cittadini statunitensi in un esperimento di Collective Constitutional AI. Il progetto ha evidenziato differenze tra i valori scelti internamente e quelli indicati dal campione pubblico, soprattutto su imparzialità, accessibilità e formulazione positiva delle regole.

È un segnale di apertura, ma mille americani non rappresentano l’umanità.

Un altro studio sulle opinioni globali rappresentate nei modelli linguistici, pubblicato da ricercatori di Anthropic, ha rilevato che le risposte tendevano ad avvicinarsi maggiormente alle opinioni diffuse negli Stati Uniti e in alcune popolazioni europee e sudamericane. Persino un’AI costituzionale, quindi, può incorporare una geografia culturale dei valori.

La costituzione non elimina il problema. Lo rende più visibile. Ed è già qualcosa.

Una comunicazione che profuma di biblioteca

Nel febbraio 2026 Anthropic ha pubblicato un manifesto intitolato Claude is a space to think. La promessa è che le conversazioni con Claude resteranno prive di pubblicità e di inserimenti commerciali non richiesti.

La motivazione è interessante: quando parliamo con un assistente AI condividiamo problemi lavorativi, dubbi personali, documenti e informazioni che difficilmente inseriremmo in un motore di ricerca. Secondo Anthropic, introdurre annunci in questo spazio potrebbe creare un conflitto tra l’interesse dell’utente e quello dell’inserzionista.

Fin qui, applausi.

Poi arriva la frase che definisce perfettamente il posizionamento: Claude deve essere uno spazio pulito nel quale pensare e lavorare. Non una piazza, non un supermercato, non un social network. Piuttosto un taccuino ben rilegato, possibilmente appoggiato su una scrivania di legno chiaro.

Questa è comunicazione. Ed è comunicazione molto ben costruita.

Anthropic vuole che Claude venga associato a concentrazione, profondità, lavoro intellettuale e assenza di distrazioni. È il contrario del modello basato su engagement, pubblicità e permanenza sulla piattaforma.

Il rischio è che questo linguaggio produca un effetto collaterale: far sembrare Claude l’AI di chi si considera più consapevole degli altri.

Quello che usa ChatGPT chiede una ricetta. Quello che usa Claude “esplora le implicazioni sistemiche dell’alimentazione contemporanea”. Sto scherzando, ma non troppo.

Claude rispetta davvero di più la privacy?

Qui occorre separare la percezione dai contratti.

Per le offerte aziendali Anthropic dichiara che prompt, documenti e risultati non vengono utilizzati per addestrare i modelli per impostazione predefinita. È un elemento importante per imprese, professionisti e organizzazioni che trattano informazioni riservate.

Per gli account personali la situazione è diversa. La Privacy Policy di Anthropic prevede che input e output possano essere utilizzati per migliorare i modelli, salvo disattivazione nelle impostazioni. Esistono inoltre eccezioni per conversazioni segnalate dai sistemi di sicurezza o inviate esplicitamente come feedback.

Il Privacy Center di Claude spiega che, quando un utente autorizza l’uso delle conversazioni, queste vengono scollegate dall’identificativo dell’account e sottoposte a processi destinati a filtrare o oscurare i dati sensibili.

Privacy di Claude: affermazioni e realtà

Affermazione Valutazione
Claude non usa mai le conversazioni per l’addestramento Falso per gli account consumer
Gli utenti personali possono opporsi Sì, attraverso le impostazioni
I dati aziendali vengono usati per addestrare Claude Non per impostazione predefinita
Anthropic non raccoglie dati tecnici e di utilizzo Falso
Claude garantisce privacy assoluta No, nessun servizio cloud può prometterla

Bisogna inoltre evitare di confondere due questioni differenti: la protezione delle conversazioni inserite dall’utente e la presenza di dati personali nel materiale originariamente usato per addestrare i modelli.

La ricerca ha dimostrato che i modelli linguistici possono, in determinate condizioni, memorizzare e restituire sequenze presenti nei dati di addestramento. Nel paper peer-reviewed Extracting Training Data from Large Language Models, presentato a USENIX Security 2021, i ricercatori riuscirono a estrarre da GPT-2 frammenti testuali contenenti anche nomi, email e numeri di telefono. Lo studio non riguardava Claude, ma dimostra perché la privacy nei modelli linguistici non possa essere ridotta a uno slogan aziendale.

Anthropic appare più esplicita di altri concorrenti su principi e controlli. Questo non trasforma Claude in una cassaforte. Se un documento non dovrebbe uscire dall’azienda, non basta scegliere il chatbot con l’aria più educata.

Anthropic ha davvero rotto con il Pentagono per motivi etici?

Questa vicenda è il principale argomento di chi considera Anthropic la società moralmente più coerente del settore. Ma va raccontata con precisione.

Anthropic non è un’azienda pacifista. Claude era già utilizzato negli apparati statunitensi per intelligence, pianificazione operativa, simulazioni e operazioni informatiche. La società aveva inoltre ottenuto un accordo con un valore massimo di 200 milioni di dollari.

Lo scontro nacque quando il Pentagono chiese di poter usare il modello per tutti gli impieghi consentiti dalla legge. Anthropic rifiutò di eliminare due limiti:

  • impiego per la sorveglianza interna di massa;
  • impiego in armi completamente autonome capaci di selezionare e colpire bersagli senza controllo umano.

Nella dichiarazione del 26 febbraio 2026, Dario Amodei sostenne che gli attuali modelli non fossero abbastanza affidabili per decisioni autonome di vita o di morte e che l’AI potesse trasformare dati legalmente acquistabili in sistemi di sorveglianza incompatibili con i valori democratici.

Il Pentagono replicò di non voler realizzare nessuno dei due scenari, ma pretese la possibilità di utilizzare Claude per qualsiasi finalità legale. Secondo Reuters, il rifiuto mise a rischio il contratto e portò alla minaccia di classificare Anthropic come rischio per la catena di approvvigionamento.

La designazione arrivò nel marzo 2026. Anthropic la contestò in tribunale, sostenendo che fosse una ritorsione. Un’ordinanza della Corte distrettuale della California ritenne plausibile che alcuni provvedimenti governativi eccedessero quanto necessario per proteggere la sicurezza nazionale e fossero motivati anche dalle critiche pubbliche dell’azienda. La controversia proseguì su più fronti giudiziari. Il quadro legale, quindi, era ben più complesso del titolo “Anthropic rompe con il Pentagono”. La dichiarazione successiva di Amodei ribadiva infatti la volontà di continuare a collaborare con le forze armate, mantenendo soltanto quelle due eccezioni.

La lettura equilibrata è questa: Anthropic non rifiutò il settore militare. Accettò però un costo economico e politico pur di non rinunciare a due limiti dichiarati pubblicamente.

È una scelta etica? Sì, almeno in parte.

È anche una scelta strategica di posizionamento? Quasi certamente.

Le due cose possono convivere. Un’azienda può difendere sinceramente un principio e contemporaneamente trasformarlo in reputazione, differenziazione e valore commerciale.

Etica autentica o sofisticato marketing?

La tentazione è dividere il mondo in santi e ipocriti.

Da una parte Anthropic, che parla di sicurezza, diritti e controllo. Dall’altra le aziende che inseguono crescita, pubblicità e diffusione di massa.

La realtà è meno cinematografica.

Anthropic è una società sostenuta da colossi come Amazon e Google. Vende abbonamenti, API e contratti enterprise. Compete per fatturato, talenti, potenza di calcolo e quote di mercato. Non è un’organizzazione umanitaria.

Anche l’etica può diventare un vantaggio competitivo.

La Constitutional AI differenzia tecnicamente il prodotto. La promessa di assenza di pubblicità lo differenzia economicamente. Lo scontro con il Pentagono lo differenzia politicamente. La comunicazione sobria lo differenzia culturalmente.

Questo non rende false le sue scelte. Impone però di valutarle attraverso comportamenti verificabili, non soltanto attraverso manifesti ben scritti.

Un buon criterio potrebbe essere questo:

  1. L’azienda pubblica principi verificabili?
  2. Accetta conseguenze economiche per difenderli?
  3. Applica gli stessi principi quando diventano scomodi?
  4. Offre agli utenti controlli comprensibili?
  5. Consente verifiche indipendenti sui propri modelli?
  6. Ammette limiti, errori e conflitti di interesse?

Anthropic ottiene risultati interessanti sui primi punti. Sugli ultimi, come tutto il settore, ha ancora parecchia strada da percorrere.

Anche il tono di Claude influenza la nostra fiducia

Quando giudichiamo un chatbot non valutiamo soltanto l’accuratezza. Ne interpretiamo tono, prudenza, empatia e sicurezza.

Un preprint del 2026 su antropomorfismo e fiducia, basato su oltre duemila interazioni uomo-LLM, ha rilevato che calore comunicativo, competenza percepita ed empatia cognitiva influenzano fiducia, utilità percepita e vicinanza relazionale. Il lavoro non riguarda specificamente Claude e, trattandosi di un preprint, i risultati vanno considerati provvisori. Offre però una chiave di lettura utile.

Claude tende a esprimersi in modo composto, collaborativo e prudente. Questa personalità può comunicare maggiore affidabilità. Può anche sembrare paternalistica, evasiva o eccessivamente diplomatica.

  • Per un utente è cautela.
  • Per un altro è censura.
  • Per qualcuno è eleganza.
  • Per qualcun altro è puzza sotto il naso.

Non esiste, al momento, una solida ricerca scientifica che dimostri che Claude sia percepito dal pubblico come “snob”. Questa è un’interpretazione culturale del marchio, non un dato sperimentale.

Quindi Claude è davvero un’intelligenza artificiale fighetta?

Un po’ sì.

Lo è nella comunicazione, nel lessico e nell’immaginario costruito attorno al prodotto. Claude si presenta come l’assistente che non vuole venderti nulla, non vuole farti perdere tempo, legge documenti lunghi, riflette prima di rispondere e possiede perfino una Costituzione.

È l’AI che non ti invita a “scatenare la creatività”. Preferisce aiutarti a “pensare con maggiore chiarezza”.

Ma ridurla a un vezzo per intellettuali sarebbe un errore. Claude è diventato uno strumento importante per programmatori e imprese, e Anthropic ha trasformato alcuni principi in limiti tecnici, contrattuali e commerciali. Nel confronto con il Pentagono ha accettato conseguenze concrete, pur senza rinnegare la collaborazione militare.

Sulla privacy, invece, il quadro è meno eccezionale di quanto suggerisca la reputazione. Le differenze tra account consumer ed enterprise sono decisive, le conversazioni personali possono essere utilizzate per l’addestramento se non si interviene sulle impostazioni e nessun modello cloud è immune dai problemi generali legati ai dati.

La mia conclusione?

Claude è un’intelligenza artificiale fighetta, ma non nel senso di un prodotto tutto posa e niente sostanza. È una fighetta con il badge enterprise, una Costituzione nello zaino e le scarpe antinfortunistiche.

A volte il suo tono può infastidire. A volte la comunicazione di Anthropic sembra suggerire: “Noi non siamo come gli altri”.

Però, in un mercato nel quale molte aziende parlano di principi finché non compare un contratto importante, averne almeno due che resistono davanti a 200 milioni di dollari non è proprio irrilevante.

Resta una domanda da fare a tutte le aziende dell’AI, Anthropic compresa: quanto valgono i vostri principi quando smettono di essere una campagna di comunicazione e iniziano a costare davvero?

Per sperimentare Claude e gli altri assistenti in modo più consapevole, puoi partire anche dalla mia raccolta di prompt per l’intelligenza artificiale generativa, ricordando che nessun prompt sostituisce la verifica delle fonti e la responsabilità umana.

FAQ su Claude, Anthropic, privacy ed etica

Claude e Anthropic sono la stessa cosa?

No. Anthropic è la società che sviluppa Claude. Claude è il nome della famiglia di modelli e dell’assistente di intelligenza artificiale.

Claude è più sicuro di ChatGPT?

Non è possibile dare una risposta assoluta. Anthropic utilizza tecniche specifiche come la Constitutional AI e pubblica numerosi documenti sulla sicurezza. La sicurezza effettiva dipende però dal modello, dal tipo di utilizzo, dalle configurazioni e dai criteri adottati per misurarla.

Claude usa le conversazioni per addestrare i modelli?

Per gli account consumer Anthropic può utilizzare input e output, salvo disattivazione nelle impostazioni. Per i servizi commerciali e aziendali i dati non vengono usati per l’addestramento per impostazione predefinita.

Anthropic ha interrotto il contratto con il Pentagono?

La vicenda è più complessa. Anthropic ha rifiutato di eliminare due limitazioni relative a sorveglianza interna di massa e armi completamente autonome. Il governo statunitense ha quindi adottato provvedimenti contro l’azienda, successivamente contestati in tribunale.

Claude è l’intelligenza artificiale degli snob?

È una definizione ironica, non una categoria scientifica. La comunicazione di Anthropic punta su riflessione, sicurezza, lavoro professionale e assenza di pubblicità. Questo posizionamento può far percepire Claude come un prodotto più colto, elitario o sofisticato rispetto ad altri chatbot.

La Constitutional AI rende Claude moralmente neutrale?

No. La Constitutional AI rende più espliciti alcuni principi usati nell’addestramento, ma quei principi sono comunque selezionati, interpretati e applicati da persone e organizzazioni inserite in uno specifico contesto culturale.

Fonti

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C’è un paradosso silenzioso al cuore dell’era dell’intelligenza artificiale: più usiamo l’AI per svolgere compiti complessi, più rischiamo di perdere la capacità di svolgerli da soli. Non è fantascienza, non è allarmismo: è quello che emerge da una serie di studi scientifici recenti, pubblicati su riviste come Nature, The Lancet e presentati da ricercatori di Anthropic stessa.

Il fenomeno ha un nome: deskilling, ovvero l’erosione delle competenze. E i dati che arrivano dalla medicina, dall’ingegneria del software e dalle neuroscienze cognitive stanno iniziando a fare rumore nella comunità scientifica internazionale.

Cosa dice la scienza: il caso dei medici endoscopisti in Polonia

Partiamo dal dato più eclatante. Nel 2025, su The Lancet Gastroenterology and Hepatology (ottobre 2025, vol. 10, n. 10, pp. 896-903), è stato pubblicato uno studio che ha monitorato un gruppo di medici polacchi specializzati in endoscopia. Non medici qualunque: professionisti con almeno 2.000 colonscopie eseguite nel corso della loro carriera, quindi esperti con una lunga esperienza alle spalle.

A questi specialisti è stato dato accesso a un sistema AI in grado di analizzare in tempo reale le immagini della colonscopia e segnalare la presenza di adenomi, un tipo di lesione intestinale precancerosa. Risultato? Dopo l’esposizione al sistema AI, le performance dei medici — misurate senza l’ausilio dell’AI — sono calate in modo statisticamente significativo.

Il tasso di rilevamento degli adenomi (adenoma detection rate, ADR) è sceso dal 28,4% (226 su 795 esami) prima dell’esposizione all’AI al 22,4% (145 su 648) dopo l’esposizione. Una differenza assoluta di -6,0% (IC 95%: -10,5 a -1,6; p=0,0089). In termini pratici: i medici che avevano “delegato” la loro attenzione all’AI hanno iniziato a fare peggio quando l’AI non c’era.

«I medici specializzati in endoscopia avevano tutti eseguito almeno 2.000 colonscopie nel corso della carriera. Eppure, dopo l’esposizione all’AI, le loro prestazioni autonome sono calate.»
— Is AI ruining our skills? Early results are in — and they’re not good, Nature

Nature lancia l’allarme: il deskilling guidato dall’AI è reale

La rivista scientifica Nature ha dedicato un articolo a questo fenomeno emergente con un titolo inequivocabile: “Is AI ruining our skills? Early results are in — and they’re not good”. Il sottotitolo spiega tutto: le prove suggeriscono che il deskilling guidato dall’AI sta iniziando a manifestarsi in medicina, informatica e altri settori. I ricercatori stanno ora discutendo come preservare le competenze umane essenziali nell’era dell’AI.

Robert Wachter, medico presso l’Università della California a San Francisco e autore del libro “A Giant Leap: How AI is Transforming Healthcare and What That Means for Our Future” (Portfolio/Penguin, 2026), è tra le voci più autorevoli su questo tema. Wachter non è contrario all’AI — anzi, ne studia i benefici da anni — ma avverte che l’adozione acritica degli strumenti AI in medicina può portare a un deterioramento delle capacità diagnostiche dei clinici meno esperti, proprio quelli più vulnerabili al rischio di deskilling.

Il caso Anthropic: gli ingegneri del software imparano meno con l’AI

Il fenomeno non riguarda solo la medicina. Uno studio condotto nell’ambito dell’Anthropic Fellows Program — e pubblicato su arXiv (arXiv:2601.20245) prima della revisione paritaria — ha esaminato 52 ingegneri del software divisi in due gruppi: uno che utilizzava l’assistenza AI per scrivere codice, uno che codificava a mano.

Al termine dello studio, i partecipanti sono stati valutati con un quiz sulle competenze acquisite. Il risultato è stato netto: il gruppo che aveva usato l’AI ha ottenuto in media il 50%, contro il 67% del gruppo che aveva lavorato senza AI. Una differenza equivalente, come nota lo studio stesso, a quasi due voti scolastici.

«Il gruppo AI ha ottenuto una media del 50% al quiz, contro il 67% del gruppo che aveva codificato a mano — l’equivalente di quasi due voti scolastici di differenza.»
— How AI assistance impacts the formation of coding skills, Anthropic / arXiv

È un dato che fa riflettere, soprattutto se si pensa che questo studio è stato condotto da Anthropic stessa, una delle principali aziende di sviluppo AI. Non è una voce ostile alla tecnologia: è un’autocritica scientifica e metodologicamente fondata.

Deskilling: perché accade, e perché è un problema sistemico

Il meccanismo alla base del deskilling è ben noto in psicologia cognitiva: le competenze si consolidano attraverso la pratica ripetuta e la gestione diretta dell’errore. Quando deleghiamo un compito a uno strumento (sia esso un GPS, un correttore automatico o un sistema AI) il cervello riduce progressivamente l’allocazione di risorse cognitive a quel compito. Smette di esercitarsi.

Il problema specifico dell’AI è la sua efficacia. Un GPS può sbagliarsi e costringerti a ragionare. Un sistema AI avanzato, come quelli usati in endoscopia o nella generazione di codice, è così preciso da non lasciare mai spazio all’errore formativo. Non c’è mai il momento in cui il medico deve “capire” perché l’AI ha visto qualcosa che lui non aveva visto: semplicemente lo accetta.

Tapani Rinta-Kahila, Senior Lecturer di Business Information Systems e DECRA Fellow presso la Business School dell’Università del Queensland a Brisbane (Australia), studia questo fenomeno da anni. Nelle sue ricerche, il deskilling non è mai immediato: inizia con una dipendenza sottile dagli strumenti, si consolida nell’abitudine, e diventa un problema strutturale solo quando lo strumento non è disponibile o sbaglia.

Non è un argomento contro l’AI: è un’occasione per usarla meglio

Sarebbe un errore leggere questi studi come una condanna dell’intelligenza artificiale. L’AI in endoscopia ha salvato vite: ha rilevato adenomi che i medici avevano mancato. L’AI nella programmazione ha accelerato lo sviluppo di software. Il problema non è l’AI in sé, ma il modo in cui l’integriamo nei processi di apprendimento e di lavoro.

Gli stessi ricercatori che documentano il deskilling propongono soluzioni concrete:

  • Separare le fasi di apprendimento da quelle di produzione. I medici in formazione non dovrebbero usare l’AI come stampella, ma come strumento di verifica a posteriori. Prima si esercita il ragionamento clinico autonomo, poi si confronta con l’AI.
  • Introdurre sessioni regolari di lavoro senza AI. Esattamente come un pilota di aereo fa esercitazioni sul simulatore senza autopilota, i professionisti che usano AI ogni giorno dovrebbero mantenere attive le competenze di base.
  • Progettare sistemi AI che spiegano, non solo che decidono. Un sistema che mostra il ragionamento dietro una diagnosi o una riga di codice contribuisce all’apprendimento; uno che dà solo l’output finale lo ostacola.
  • Monitorare le competenze nel tempo. Le aziende e le istituzioni sanitarie dovrebbero tracciare l’evoluzione delle competenze dei loro professionisti, non solo la produttività.

Il punto per chi usa l’AI ogni giorno

Se usi strumenti AI quotidianamente — per scrivere, programmare, analizzare dati, fare ricerca — questi studi non ti dicono di smettere. Ti dicono di prestare attenzione a una domanda fondamentale: sto usando l’AI per amplificare le mie competenze, o sto delegando competenze che non voglio più sviluppare?

La differenza è cruciale. Un medico esperto che usa l’AI come secondo parere rimane esperto. Un medico che usa l’AI come primo e unico giudizio smette, silenziosamente, di allenarsi. Lo stesso vale per un programmatore, un analista, un copywriter, un manager.

L’AI è uno strumento potente. Come tutti gli strumenti potenti, il modo in cui lo usi determina se ti rende più forte o più dipendente. La consapevolezza è il primo passo.

Vuoi approfondire come usare l’AI in modo strategico senza perdere le tue competenze? Scopri i corsi disponibili oppure contattami per una consulenza.


 

Poe.com non è un sito dedicato al mitico Edgar Allan dei racconti dell’orrore, bensì è un acronimo che sta per:

  • Platform (for)
  • Open
  • Exploration

Si tratta di un servizio sviluppato da Quora e lanciato nel dicembre 2022.

Questa piattaforma permette agli utenti di porre domande e ottenere risposte da una serie di LLM (modelli di linguaggio di grandi dimensioni), il più celebre dei quali è certamente ChatGPT. Oltre al chatbot di sviluppato da OpenAI, è possibile provarne altri. In particolare Claude-instant e Claude+ di Anthropic eccellono nei compiti di scrittura creativa e forniscono risposte approfondite, mentre Sage e ChatGPT sono fenomenali in lingue diverse dall’inglese (ovviamente compreso l’italiano) e in compiti legati alla programmazione. GPT-4 eccelle nella scrittura creativa, nella risoluzione dei problemi e nel seguire le istruzioni.

Lato privacy, le conversazioni con i chatbot su Poe sono private e condivise solo a discrezione dell’utente. La versione Premium di Poe.com costa 19 euro al mese e consente di accedere a tutti i modelli. Per esempio, tra quelli disponibili si trovano diverse voci relative a ChatGPT, in particolare ChatGPT-16k e GPT-4-32k. Chi paga ha diritto inoltre a 600 messaggi GPT-4 e 1.000 messaggi Claude-2-100k al mese.

 

Ultima chicca: gli utenti possono creare i propri bot tramite il sito web di Poe o l’app iOS.


Ora vale la pena esplorare 3 funzionalità chiave della piattaforma.

1. Modelli più potenti con input più ampi

Poe.com ha recentemente lanciato nuovi modelli più potenti con finestre di contesto più ampie. Tra questi, spiccano Claude Instant e Claude 2 di Anthropic, con prompt da 100k token, vale a dire circa 75.000 parole (attualmente il limite in ChatGPT è di 4000 token).

Ho fatto un test. Ho preso l’intero testo di un mio vecchio libro sulle bufale che, come vedi, contiene oltre 23.000 parole:

In effetti Claude 2 è riuscito a leggere il testo e ha riassumerlo in bullet point:

2. Caricamento e analisi dei file

Questa funzionalità, disponibile sia su Web che da mobile, permette a chiunque di aggiungere un file a un messaggio su Poe. Il file viene elaborato per estrarne il testo e mostrare il contenuto direttamente al modello come parte della conversazione.
Per esempio ho usato Sage per caricare un PDF (sul Oculus Go e sicurezza) e chiedergli di indicarmi i cinque punti salienti. Ma funziona con tutti i modelli.

3. Analisi URL

L’analisi degli URL, indirizzi di siti Web, funziona in modo simile al caricamento dei file. Basta aggiungere l’indirizzo ai messaggi su Poe. Per esempio ho chiesto a ChatGPT:

Analizza il contenuto del sito https://www.gianluigibonanomi.com/ e proponi un piano editoriale di un mese per promuoverlo. Indica in una tabella canale social (tra LinkedIn, Facebook, Instagram e YouTube), obiettivo del contenuto, esempio del contenuto

Poi ha proposto i contenuti giorno per giorno. Per esempio:

Giorno 10
Canale social: Instagram
Obiettivo del contenuto: Condividere un post sulla gamification
Esempio del contenuto: Condividere una foto che rappresenta la gamification e parlare del progetto Link&Lead, la prima piattaforma di gamification per trasformare i dipendenti e venditori in brand ambassador e social seller.

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