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No: l’intelligenza artificiale non condanna gli insegnanti alla disoccupazione e non trasforma automaticamente gli studenti in una generazione di incapaci. Ma può rendere inutile il docente che si limita a trasferire informazioni e può indebolire lo studente che delega alla macchina ogni fatica cognitiva. Il futuro della scuola dipenderà da come verrà progettato l’uso dell’AI, non dalla semplice presenza di ChatGPT in classe.

Questa è la risposta breve. Quella più scomoda richiede di smontare due profezie molto popolari: «gli insegnanti perderanno il lavoro» e «i ragazzi diventeranno tutti più stupidi».

La survey Spaggiari: l’AI è già nel lavoro degli insegnanti

Una recente indagine intitolata Docenti e intelligenza artificiale: tra opportunità, timori e bisogno di guida, promossa da Spaggiari, La Fabbrica Società Benefit e ANP – Associazione Nazionale Presidi, ha coinvolto 1.294 insegnanti di scuole di ogni ordine e grado.

I dati, presentati il 17 settembre 2026 al Senato e disponibili sia nella pagina ufficiale di Spaggiari sia nella registrazione integrale di Radio Radicale, raccontano una scuola molto meno immobile di quanto si pensi:

  • il 72% dei rispondenti usa l’AI almeno una volta alla settimana;
  • il 22% la usa ogni giorno;
  • il 67% ha imparato da autodidatta;
  • il 47% considera il risparmio di tempo il vantaggio principale;
  • il 34% non la usa ancora direttamente con gli studenti.

Gli impieghi sono molto concreti: ricerca di informazioni, progettazione di attività, preparazione di verifiche, scrittura di verbali, relazioni ed email.

Serve però una cautela metodologica. Il campione è autoselezionato: ha risposto chi ha scelto di partecipare. Non possiamo quindi concludere che il 72% di tutti gli insegnanti italiani usi l’AI ogni settimana. Possiamo dire che, tra quasi 1.300 docenti interessati al tema, l’adozione è già molto avanzata. La differenza non è un cavillo statistico.

L’AI farà perdere il lavoro agli insegnanti?

Se insegnare significasse leggere una dispensa, riassumere un capitolo e preparare dieci domande a risposta multipla, avremmo un problema. Un chatbot svolge già queste attività in pochi secondi, ventiquattr’ore su ventiquattro e senza riunioni di dipartimento.

Ma il lavoro reale di un insegnante comprende anche ciò che un modello linguistico non può assumersi: osservare una classe, riconoscere una difficoltà non dichiarata, costruire fiducia, gestire un conflitto, motivare chi ha smesso di provarci, scegliere quando intervenire e assumersi la responsabilità educativa e valutativa.

L’AI automatizza compiti, non inghiotte automaticamente un’intera professione. Il rischio più realistico è una redistribuzione del lavoro: meno tempo per produrre materiali standard, più tempo per progettare esperienze, dare feedback, verificare fonti e seguire le persone.

Anche l’OECD Digital Education Outlook 2026 parla di strumenti capaci di augmentare l’insegnamento preservando l’autonomia professionale del docente. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico insiste sulla co-progettazione con insegnanti e studenti, perché una tecnologia educativa efficace non nasce sostituendo la pedagogia con un pulsante.

La mia provocazione è questa: non sarà l’AI a licenziare gli insegnanti. Potrebbe però mettere in crisi l’insegnante che compete con l’AI sul suo terreno peggiore, la produzione seriale di contenuti. Il docente più prezioso sarà quello che fa ciò che la macchina non sa fare da sola: creare contesto, porre domande migliori, valutare il processo e tenere viva la responsabilità dello studente.

L’AI renderà gli studenti più stupidi?

È possibile usarla esattamente in quel modo. Basta trasformarla in una macchinetta distributrice di compiti finiti: domanda, copia, incolla, consegna. Il risultato può sembrare corretto mentre l’apprendimento è quasi nullo.

Uno studio pubblicato nel 2025 sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha sperimentato l’uso di GPT-4 con quasi mille studenti delle scuole superiori impegnati in esercizi di matematica. Durante la pratica, l’AI migliorava la prestazione. Quando però lo strumento veniva tolto, il gruppo che aveva usato il chatbot generalista mostrava un peggioramento rispetto a chi aveva lavorato senza AI. Una versione progettata come tutor, con vincoli e suggerimenti graduali invece delle soluzioni pronte, riduceva il danno.

Traduzione brutale: ottenere una risposta migliore non significa aver imparato di più. La prestazione appartiene al sistema formato da studente più AI; la competenza personale si vede quando lo studente sa ragionare anche senza stampella.

Esiste però anche l’evidenza opposta. Un esperimento controllato pubblicato su Scientific Reports ha confrontato un tutor AI costruito secondo principi pedagogici con una lezione universitaria di active learning in fisica. In quelle condizioni specifiche, gli studenti con il tutor hanno ottenuto maggiori guadagni di apprendimento in meno tempo e hanno dichiarato più coinvolgimento e motivazione.

I due studi non si contraddicono. Dicono la stessa cosa con risultati diversi: la progettazione didattica conta più del marchio del chatbot. Un’AI che regala la soluzione sostituisce lo sforzo. Un’AI che fa domande, offre indizi, adatta la difficoltà e obbliga a spiegare il ragionamento può sostenere lo sforzo.

Il vero pericolo: confondere il compito finito con l’apprendimento

La scuola ha spesso premiato il prodotto finale: il tema, la relazione, la soluzione, la presentazione. L’AI produce prodotti finali con una facilità imbarazzante. Continuare a valutare soltanto quelli significa invitare gli studenti a delegare proprio la parte che vorremmo osservare.

Serve spostare l’attenzione sul processo:

  • far mostrare fonti, passaggi e revisioni;
  • chiedere una difesa orale delle scelte;
  • confrontare una risposta umana e una generata dall’AI;
  • inserire errori plausibili da individuare e correggere;
  • alternare attività con AI, con tutor AI e senza AI;
  • valutare la qualità delle domande, non soltanto quella delle risposte.

L’UNESCO raccomanda un approccio centrato sulla persona, attento a privacy, età, sicurezza, equità e progettazione pedagogica. Le linee guida europee del 2026 affidano esplicitamente agli insegnanti un ruolo centrale nell’uso etico dell’AI, nella comprensione dei dati e nello sviluppo del pensiero critico contro disinformazione e manipolazione.

Altro che mestiere in estinzione. Più gli studenti avranno accesso a macchine capaci di produrre risposte credibili, più serviranno adulti competenti nel far distinguere una risposta elegante da una risposta vera.

Il dato più preoccupante della survey non è quello che sembra

Mi preoccupa meno il fatto che il 72% dei rispondenti usi l’AI e molto di più che il 67% abbia imparato da solo. L’autodidatta può essere brillante, ma non è una strategia di sistema.

Quando gli strumenti entrano nella scuola prima delle regole condivise, ogni docente diventa contemporaneamente sperimentatore, responsabile privacy, verificatore delle fonti, progettista didattico e tecnico informatico. Troppo, anche per il professore più volenteroso.

La formazione utile non può limitarsi a «ecco dieci prompt». Deve insegnare almeno quattro competenze:

  1. progettazione pedagogica: decidere quando l’AI aiuta e quando sottrae apprendimento;
  2. verifica: controllare fonti, errori, omissioni e bias;
  3. protezione dei dati: sapere che cosa non inserire nei chatbot e quali strumenti sono autorizzati;
  4. valutazione autentica: osservare comprensione, processo e capacità di trasferire ciò che si è imparato.

È il taglio che propongo anche nel mio corso sull’intelligenza artificiale per insegnanti: strumenti concreti, certo, ma dentro un metodo che mantenga umano il giudizio e attivo il cervello dello studente.

Una regola semplice per la classe: prima il cervello, poi l’AI, poi di nuovo il cervello

Propongo una sequenza elementare:

  1. Prima: lo studente formula un’ipotesi, prova una soluzione o dichiara ciò che sa.
  2. Durante: usa l’AI per ricevere domande, controesempi, spiegazioni alternative o feedback.
  3. Dopo: ricostruisce il ragionamento senza copiare l’output e spiega che cosa ha cambiato.

Se eliminiamo il primo passaggio, l’AI pensa al posto dello studente. Se eliminiamo il terzo, non sappiamo chi abbia imparato: il ragazzo o il chatbot.

Quindi: insegnanti disoccupati e studenti più stupidi?

No, non è un destino tecnologico. È una possibilità organizzativa.

Avremo studenti cognitivamente più fragili se premieremo la risposta pronta, tollereremo la delega totale e chiameremo «competenza» la capacità di incollare un testo ben scritto. Avremo studenti più forti se useremo l’AI come sparring partner, tutor socratico, simulatore di obiezioni e generatore di feedback.

Avremo insegnanti marginalizzati se li ridurremo a correttori di elaborati prodotti dalle macchine. Avremo insegnanti ancora più importanti se daremo loro formazione, strumenti affidabili, tempo e autonomia per progettare l’apprendimento.

La tecnologia non ha ancora emesso la sentenza. La scuola sta scrivendo il verdetto, una lezione alla volta.

Fonti

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

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