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I meme AI del 2026 sono molto più interessanti di quanto sembrino (ne avevo già parlato qui). A prima vista sono gatti enormi, siti assurdi, squali con le scarpe, battute su ChatGPT e immagini generate male. In realtà sono piccoli sismografi culturali: ci dicono dove l’intelligenza artificiale diverte, dove stanca, dove spaventa e dove diventa semplicemente rumore.

La cosa curiosa è questa: più l’AI entra nel lavoro, nei social, nella scuola e nella comunicazione, più i meme smettono di essere solo meme. Diventano recensioni collettive, spesso più sincere di un report di 80 pagine. Se un prodotto viene trasformato in battuta, significa che è entrato nell’immaginario. Se diventa una battuta cattiva, significa che qualcuno ha iniziato a non sopportarlo più.

Ecco quindi i migliori meme del 2026 sull’intelligenza artificiale, spiegati in italiano, senza fare finta che un gatto obeso da 30 trilioni di parametri sia una normale notizia di settore.

Risposta breve: quali sono i meme AI più importanti del 2026?

I meme AI più rappresentativi del 2026 sono:

  • AI slop, cioè la presa in giro dei contenuti generati dall’AI in massa e di bassa qualità;
  • Your AI Slop Bores Me, il sito in cui gli umani fingono di essere ChatGPT;
  • Le Chaton Fat, il finto supermodello europeo attribuito per scherzo a Mistral;
  • Italian brainrot, il filone di creature assurde generate dall’AI con nomi pseudo-italiani;
  • Great Meme Reset of 2026, la nostalgia dei vecchi meme come reazione al caos dei contenuti AI;
  • workslop e Microslop, battute nate attorno all’uso poco sensato dell’AI nel lavoro e nei prodotti digitali.

Il filo comune è chiaro: nel 2026 non ridiamo più solo dell’AI. Ridiamo del modo in cui l’AI è stata infilata ovunque.

1. AI slop: il meme che ha dato un nome al fastidio

Meme AI Slop Everywhere con Woody e Buzz Lightyear
AI slop everywhere: il meme riassume la sensazione di trovarsi contenuti generati dall’AI dappertutto. Fonte immagine: Imgflip.

Il meme AI slop è probabilmente il più importante per capire il 2026. “Slop” significa, più o meno, sbobba: contenuto prodotto in serie, apparentemente competente, ma povero, generico, senz’anima. L’immagine tipica è quella del formato “X, X everywhere”: apri un social e trovi video sintetici, articoli identici, immagini plasticose, commenti sospetti, tutorial copiati, caroselli che sembrano scritti da un frigorifero motivazionale.

Il punto non è che ogni contenuto creato con l’intelligenza artificiale sia brutto. Sarebbe una sciocchezza. Il punto è che nel 2026 la produzione automatica ha abbassato talmente tanto il costo del contenuto che il web ha iniziato a riempirsi di materiale fatto per occupare spazio, non per dire qualcosa.

Il meme funziona perché nomina un’esperienza quotidiana: quella sensazione di scrollare e pensare “ma questa cosa è stata fatta per me o solo per ingannare l’algoritmo?”. E qui la battuta diventa diagnosi. L’AI slop non è un problema estetico. È un problema di fiducia.

2. Your AI Slop Bores Me: quando gli umani imitano ChatGPT

Your AI Slop Bores Me è uno dei meme più belli del 2026 perché sembra una stupidaggine, ma è quasi filosofia del digitale travestita da sito brutto. Funziona così: tu fai una domanda come se stessi usando ChatGPT, ma a risponderti non è un modello linguistico. Sono persone vere, scelte a caso, che devono “recitare” la parte dell’intelligenza artificiale.

Il risultato è spesso caotico, imperfetto, comico. Cioè umano.

Il successo del sito racconta una stanchezza molto precisa: dopo anni di risposte fluenti, pulite, ordinate e un po’ tutte uguali, molti utenti hanno iniziato a desiderare attrito. Errori veri. Battute involontarie. Personalità. Quel disordine che nessun modello dovrebbe produrre, ma che spesso rende Internet interessante.

La battuta è semplice: siamo arrivati al punto in cui l’umano diventa l’alternativa artigianale al chatbot. Prima volevamo che le macchine sembrassero persone. Ora, ogni tanto, ci basta una persona che non sembri una macchina.

3. Le Chaton Fat: il gatto gigante che prende in giro la corsa ai modelli

Le Chaton Fat meme con enorme gatto generato dall'intelligenza artificiale
Le Chaton Fat: il finto modello AI europeo diventato meme tra sviluppatori, founder e appassionati di AI. Fonte: Business Insider Africa.

Le Chaton Fat è il meme perfetto per chi segue l’AI da vicino e ha ormai sviluppato una sana allergia ai benchmark. Il meme immagina un modello inesistente, attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral, con parametri esagerati, prestazioni miracolose e un’identità felina francese piuttosto ingombrante.

La battuta nasce dal linguaggio tipico delle aziende AI: modelli sempre più grandi, classifiche sempre più aggressive, nomi sempre più epici, promesse sempre più solenni. A un certo punto Internet ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso la retorica del settore e l’ha trasformata in un gatto enorme.

Perché funziona? Perché sotto la gag c’è una domanda seria: che cosa stiamo davvero misurando quando confrontiamo modelli AI? La qualità? La potenza? L’indipendenza tecnologica? Il marketing? O la capacità di produrre una slide in cui una barra è più lunga di un’altra?

Le Chaton Fat non esiste. Proprio per questo è riuscito a dire qualcosa di molto reale sulla fame di “prossimo grande modello”.

4. Italian brainrot: il caos generato dall’AI parla pseudo-italiano

Personaggi Italian brainrot generati dall'intelligenza artificiale
Italian brainrot: creature ibride, nomi pseudo-italiani e audio assurdi. Fonte: Wikimedia Commons.

Lo Italian brainrot è nato prima del 2026, ma nel 2026 è diventato qualcosa di più grande di un tormentone: un linguaggio. Squali con scarpe, ballerine con testa da cappuccino, animali-oggetto, nomi che sembrano usciti da una pizzeria gestita da un traduttore automatico ubriaco.

Il meccanismo è chiarissimo: immagini generate dall’AI, narrazioni sintetiche, suoni ripetuti, estetica assurda, condivisione velocissima. Non bisogna “capirlo” nel senso tradizionale. Bisogna subirlo per tre secondi, ridere per motivi poco difendibili e poi scoprire che un ragazzino lo considera materiale culturale legittimo.

Per chi si occupa di comunicazione, questo meme è interessante per due ragioni. Primo: mostra quanto l’AI generativa sia diventata una fabbrica di mascotte. Secondo: dimostra che la qualità tecnica non è sempre il motore della viralità. A volte vince l’immagine sbagliata, con il nome sbagliato, nel momento giusto.

Naturalmente c’è anche un lato meno innocente: alcuni audio e riferimenti del filone sono controversi. Quindi no, non basta prendere “la cosa che va su TikTok” e metterla in una campagna aziendale. L’assurdo funziona, ma va maneggiato con un minimo di cultura. Anche perché il confine tra meme brillante e figuraccia internazionale è sottile, e di solito non manda una notifica prima di essere superato.

5. Ballerina Cappuccina e l’AI che entra nei videogiochi

Nel 2026 alcuni personaggi del mondo brainrot sono arrivati anche dentro ecosistemi più mainstream, videogiochi compresi. Qui il meme cambia stato: da contenuto effimero diventa asset, skin, merchandising, oggetto da vendere.

E questo è un passaggio interessante. Finché un meme resta su TikTok, lo possiamo liquidare come rumore generazionale. Quando entra nei giochi, nei prodotti, nelle figurine, nelle campagne social e nei negozi, diventa economia dell’attenzione.

La domanda per aziende e creator è scomoda: si può usare l’estetica AI-generated senza sembrare disperati? Sì, ma solo se si capisce il codice. Il brainrot non funziona perché è “giovane”. Funziona perché è rapido, assurdo, remixabile e anti-istituzionale. Se lo trasformi in una campagna con approvazione a sette livelli, probabilmente gli togli proprio quello che lo rende vivo.

6. Great Meme Reset: la nostalgia come antivirus dell’AI slop

Il Great Meme Reset of 2026 è il movimento, nato soprattutto su TikTok, che prova a riportare in circolo vecchi meme e vecchie estetiche del web: Nyan Cat, Keyboard Cat, Mannequin Challenge, cultura 2016, immagini meno levigate, meno sintetiche, meno “ottimizzate”.

Non è un meme AI in senso stretto, ma è una reazione all’ambiente generato dall’AI. Quando tutto diventa artificiale, perfetto, scalabile e un po’ appiccicoso, improvvisamente il vecchio web sembra autentico. Anche quando era brutto. Anzi: proprio perché era brutto.

Questa è la parte più divertente: nel 2016 molti meme sembravano già scemi. Nel 2026 sembrano quasi artigianato digitale. Il valore non è la qualità, ma la traccia umana. Un font sbagliato, un montaggio pessimo, una battuta incomprensibile, un’immagine compressa. Tutte cose che prima erano limiti e ora sembrano certificati di origine.

7. Workslop e Microslop: quando l’AI al lavoro produce più lavoro

Il meme workslop è la versione da ufficio dell’AI slop. Indica tutti quei documenti, riassunti, report, email e presentazioni generati con l’AI che sembrano utili finché qualcuno non deve leggerli, correggerli, verificarli e trasformarli in qualcosa di sensato.

E qui la battuta fa male perché è vera. L’AI può aumentare la produttività, certo. Ma se viene usata per scaricare sugli altri output non controllati, il guadagno individuale diventa costo collettivo. Io risparmio dieci minuti, tu perdi mezz’ora a capire cosa volevo dire.

Il cugino più tecnologico è Microslop, battuta nata attorno alla percezione di integrazioni AI troppo invadenti o poco desiderate nei prodotti digitali. Il messaggio è lo stesso: l’AI funziona quando risolve un problema. Quando viene infilata ovunque per dire “anche noi ce l’abbiamo”, diventa meme prima ancora di diventare funzionalità.

Che cosa ci insegnano davvero i meme AI del 2026

I migliori meme AI del 2026 ci dicono almeno cinque cose.

La prima: l’entusiasmo per l’AI non è finito, ma è diventato più maturo. Le persone non ridono dell’intelligenza artificiale perché non la capiscono. Spesso ridono perché la capiscono benissimo.

La seconda: il tema centrale non è più “l’AI sostituirà gli umani?”. La domanda quotidiana è più banale e più concreta: “Perché sto leggendo questa roba?”. In un mondo pieno di contenuti automatici, il valore si sposta sulla cura, sulla verifica, sulla voce, sull’intenzione.

La terza: l’imperfezione torna a essere un segnale positivo. Il web generato in massa è pulito, fluido, coerente. Proprio per questo, a volte, sembra finto anche quando dice cose giuste.

La quarta: i meme sono un ottimo strumento di alfabetizzazione digitale. Spiegano bias, automazione, hype, piattaforme, fiducia e creatività meglio di molte lezioni frontali. Naturalmente vanno tradotti. Non basta mostrare uno squalo con le scarpe e dire “ragazzi, innovazione”.

La quinta: per aziende, scuole e professionisti, questi meme sono un promemoria pratico. Usare l’AI non significa produrre di più a caso. Significa produrre meglio, controllare di più, comunicare con più precisione e capire quando è il caso di lasciare spazio alla voce umana.

Come usare questi meme in un corso o in una conferenza sull’AI

In aula, i meme AI funzionano benissimo se non vengono trattati come riempitivo. Possono diventare un punto di partenza per parlare di contenuti sintetici e qualità dell’informazione, prompt engineering e verifica degli output, copyright, trasparenza e attribuzione, reputazione professionale nell’uso di ChatGPT, cultura digitale di Gen Z e Gen Alpha, rischi dell’automazione nei processi aziendali, differenza tra usare l’AI e delegare il pensiero all’AI.

Il vantaggio è semplice: un meme abbassa la soglia d’ingresso. Fa sorridere, poi permette di fare una domanda seria. E spesso le domande serie arrivano meglio quando non entrano in sala con il badge “domanda seria”.

Vuoi portare questi temi in azienda, in una convention o in un corso su ChatGPT e AI generativa? Posso costruire un intervento pratico, brillante e aggiornato su come usare l’intelligenza artificiale senza cadere nello slop. Scopri i miei corsi sull’AI, le conferenze e speech su AI e digitale e i workshop di team building e prompt engineering.

FAQ

Che cosa significa AI slop?

AI slop indica contenuti generati dall’intelligenza artificiale in modo massivo, generico e di bassa qualità. Possono essere immagini, video, articoli, commenti o report apparentemente corretti, ma poveri di cura, verifica e valore reale.

Qual è il meme AI più importante del 2026?

Il meme più rappresentativo è probabilmente AI slop, perché descrive una sensazione diffusa: il web invaso da contenuti artificiali prodotti più per alimentare algoritmi che per aiutare le persone.

Che cos’è Le Chaton Fat?

Le Chaton Fat è un finto modello di intelligenza artificiale attribuito per scherzo all’ecosistema Mistral. Il meme prende in giro la corsa ai modelli sempre più potenti, ai benchmark e alla retorica del “prossimo grande modello”.

Che cos’è Italian brainrot?

Italian brainrot è un filone di meme basato su immagini e video generati con AI: creature ibride, nomi pseudo-italiani, audio assurdi e narrazioni senza senso. È diventato popolare tra Gen Alpha e sui social video brevi.

Perché i meme AI sono utili per capire l’intelligenza artificiale?

Perché mostrano come le persone percepiscono davvero la tecnologia: entusiasmo, fastidio, ironia, paura, desiderio di autenticità. Sono una forma rapida e popolare di critica culturale.

MasterX, il periodico del master in giornalismo IULM, mi ha citato in un articolo sull’evoluzione dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale. Riparto da lì per dirti la cosa che mi preme di più.

Qualche settimana fa Maria Sara Pagano, studentessa del master in giornalismo dell’Università IULM, mi ha contattato per un articolo sui meme e l’intelligenza artificiale. Argomento che seguo da vicino e mi intriga parecchio. L’articolo è uscito su MasterX (giugno 2026) e mi ha citato come “docente di formazione digitale” (definizione corretta, anche se mi fa sempre un effetto strano vederla scritta, come quando trovi il tuo nome in un saggio universitario e per un secondo non ti riconosci). Quello che voglio fare qui è riprendere i concetti che ho condiviso con lei e svilupparli meglio. Perché in un’intervista il tempo è quello che è, e alcune cose meritano più spazio.

Il paragone con Instagram

Quando mi chiedono cosa sta succedendo con i meme e l’AI, parto sempre da qui. Nel 2012, uno smartphone e un filtro Instagram davano a chiunque l’illusione di essere un fotografo professionista. Non lo eri. Ma potevi produrre qualcosa di esteticamente accettabile senza anni di formazione.

Oggi l’AI fa la stessa cosa con le immagini, le animazioni, i video. Chiunque può generare contenuti iperrealistici o surreali in pochi secondi. Questo è un fatto. Non è né buono né cattivo in sé. È un cambio di paradigma. Il problema (e qui sta il punto su cui ho insistito con Maria Sara) è cosa succede quando questa possibilità è alla portata di tutti contemporaneamente.

Lo Slop AI: il vero nemico della creatività

Il termine Slop AI indica i contenuti di bassa qualità generati in serie dall’intelligenza artificiale. Migliaia di immagini simili, video clonati l’uno dall’altro, meme che si assomigliano tutti perché partono dagli stessi database, dagli stessi modelli, dagli stessi prompt vaghi. È l’equivalente digitale della musica da ascensore: tecnicamente prodotta, emotivamente vuota. Il rischio non è che l’AI sia brava. Il rischio è che la sua mediocrità di massa sommerga l’originalità di pochi. Ma, e questo è il punto che tengo sempre a precisare, esiste un meccanismo naturale di selezione.


Il darwinismo dei contenuti

Nella massa informe di contenuti mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli con una scintilla umana dentro.

L’AI è un sistema probabilistico. Sa calcolare il risultato medio, quello che statisticamente è più probabile aspettarsi. Ma la trovata spiazzante, la battuta inaspettata, l’angolazione che nessuno aveva pensato: quella non la sa generare. Non ancora. E probabilmente non la saprà generare per molto tempo ancora, per ragioni strutturali che hanno poco a che fare con la potenza computazionale.

Facciamo un esempio concreto. Chiedi a ChatGPT di inventare una barzelletta. Il risultato è quasi sempre imbarazzante. Non perché l’AI sia stupida, ma perché l’umorismo richiede qualcosa che l’AI non ha: la comprensione del contesto culturale preciso, del timing, dell’incongruenza attesa-inaspettata che scatta nella mente di chi ascolta. L’AI imita schemi, il comico rompe schemi.


Cosa ho detto sul trash (e cosa intendo davvero)

Nell’articolo vengo citato in riferimento alla sociologia del trash, in particolare alla teoria di Tommaso Labranca, che definisce il trash non come semplice spazzatura, ma come imitazione fallita dell’originale: una copia goffa che genera fascino proprio per i suoi difetti.

L’AI è la macchina perfetta per produrre trash in questo senso. Cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti. E proprio quando manca il punto della battuta, quando il risultato è involontariamente assurdo, genera qualcosa di comico per ragioni che lei stessa non controlla. È un fallimento creativo che diventa prodotto culturale. Paradossale, ma vero.

Il fenomeno Italian Brainrot (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala e compagnia) ne è la prova più visibile. Personaggi nati dall’AI che diventano virali non nonostante la loro stranezza, ma grazie a essa. L’estetica del difetto come valore.


Il mio consiglio per chi vuole creare contenuti con l’AI

Quello che ripeto ai miei studenti, e che ho ripetuto anche a Maria Sara durante l’intervista, è questo:

Usa l’AI come uno sparring partner, non come un ghostwriter.

Significa:

  • Porta tu l’idea. L’AI non la genera al posto tuo. Al massimo la affina, la critica, la migliora.
  • Chiedile di sfidarti. “Cosa non funziona in questa idea?” è un prompt molto più utile di “Scrivimi un meme su questo tema.”
  • Mantieni il controllo del punto di vista. L’AI non ha un punto di vista. Tu sì. È la tua risorsa più preziosa.

La frase che porto sempre con me

Il futuro dei contenuti non vedrà la scomparsa della creatività umana. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, per i meme fatti con cura, per la comunità che riconosce la differenza tra un contenuto vivo e uno generato.

Alla fine vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce.

Vale per i meme. Vale per il giornalismo. Vale per la formazione, il marketing, la comunicazione aziendale.

Lo strumento cambia, e cambierà ancora, rapidamente. Ma la capacità di cogliere lo spirito del tempo, di capire cosa serve alle persone in quel preciso momento: quella è ancora tua. Non delegarla.


L’articolo originale “L’evoluzione dei meme” di Maria Sara Pagano è stato pubblicato su MasterX, periodico del Master in Giornalismo dell’Università IULM, Anno XXIV, N° IV, Giugno 2026. Eccone il testo integrale.

Il testo dell’articolo “L’evoluzione dei meme”

Dimenticate le ore passate su Photoshop a scontornare la faccia di Leonardo Di Caprio o a cercare il font perfetto. Oggi la satira corre su un binario diverso: quello dei prompt. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo dei meme non è solo un aggiornamento tecnico, ma un cambio radicale di paradigma. Se un tempo il mematore era un artigiano del pixel, oggi assomiglia più a un regista che guida un “secondo cervello” digitale per dare forma alle proprie intuizioni.

Siamo davanti a una democratizzazione della creazione dei contenuti. Come osserva Gianluigi Bonanomi, docente di formazione digitale, stiamo vivendo una fase simile all’avvento di Instagram: se nel 2012 uno smartphone e un filtro davano l’illusione di essere fotografi professionisti, oggi l’AI permette a chiunque di generare immagini iperrealistiche o video surreali in pochi secondi. Il rischio? Un’inondazione di quello che in gergo viene chiamato Slop AI: contenuti di bassa qualità, generati in serie, che rischiano di frenare l’originalità. Tuttavia secondo Bonanomi esiste una sorta di “darwinismo dei contenuti”. Nella massa informe di meme mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli mossi dalla scintilla umana. L’AI, infatti, è un sistema probabilistico, non deterministico, sa produrre il risultato medio, non può replicare la trovata spiazzante di un creatore in carne ed ossa.

Il fenomeno Brainrot

L’esempio più eclatante di questa nuova era è Italian Brainrot. Personaggi dai nomi improbabili come Bombardiro Crocodilo o Tralalero Tralala sono diventati virali grazie a un mix di estetica AI e umorismo nonsense. Nonostante il nome Brainrot (letteralmente “marciume cerebrale”) possa sembrare dispregiativo, c’è chi vi legge un ritorno allo spirito anarco-burlone di Internet. È un umorismo che non cerca la bellezza estetica, ma punta tutto sul surreale.

Un altro punto sociologico cruciale è il cambiamento della natura stessa del meme. Daniele Zinni, autore di “Meme del sottosuolo”, osserva che non cerchiamo più un template (una base fissa) da modificare, ma chiediamo all’AI di generare illustrazioni o animazioni da zero. Questo abbassa drasticamente la soglia di realizzabilità: scene surreali o fotomontaggi complessi, che prima avrebbero richiesto ore di lavoro su programmi specialistici o non sarebbero mai stati realizzati per pigrizia, ora sono pronti in pochi secondi partendo da una semplice descrizione testuale.

Il principale vantaggio — secondo Andrea Marchesi di Officina Comunicazione S.r.l. — risiede nella riduzione della filiera produttiva dei contenuti, con un’elevata velocità di esecuzione e la possibilità di coinvolgere altri utenti del web, amplificando così la viralità e la reinterpretazione dei meme originali. Lo svantaggio principale è che prompt molto semplici possono infatti produrre contenuti banali o derivati dagli archivi e dai database dello strumento generativo utilizzato.

Per Daniele Zinni l’impatto dell’AI è paragonabile all’alfabetizzazione di massa: ha permesso a tutti di poterli creare, ma è solo quel singolo utente che ha un’idea interessante che riesce ad emergere tra gli altri centomila.

Il fenomeno Skifidol Italian Brainrot™ rappresenta un pioniere industriale: è il primo progetto al mondo a utilizzare l’AI per sviluppare una Proprietà Intellettuale (IP) che nasce sui social ma si concretizza in un ecosistema tangibile di Trading Card Game, action figure e plush. La forza non sta nella tecnologia in sé — che Marchesi definisce uno strumento di lavoro e non una risorsa esclusiva — ma nella capacità di reinterpretare un linguaggio nonsense globale, capace di raggiungere target trasversali che spaziano dai giovanissimi ai cosiddetti “kidult” (la fascia di consumatori adulti che mantengono un forte legame con la loro infanzia).

I limiti della tecnologia

Per comprendere il fascino di questi contenuti “matti”, bisogna scavare nella sociologia del trash. Citando il teorico Tommaso Labranca, Bonanomi spiega che il trash non è semplice spazzatura, ma un’imitazione fallita, una copia goffa dell’originale. L’AI è la macchina perfetta per produrre queste caricature: cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti e, proprio nel momento in cui manca il punto della battuta, genera un risultato involontariamente comico.

Ma l’AI capisce davvero cosa ci fa ridere? Non ancora. Se chiedi a un chatbot di inventare una barzelletta, il fallimento è quasi certo. L’AI non comprende l’ironia o il sarcasmo profondo, può solo imitare schemi che ha già visto. Per questo il consiglio di Bonanomi per i nuovi creatori è di usare l’AI come uno sparring partner o un mentore, chiedendole suggerimenti o critiche, piuttosto che delegarle interamente l’idea. Il futuro non vedrà la scomparsa dei meme “fatti a mano”. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, magari protetta in community di nicchia che vietano i contenuti sintetici. Alla fine, vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce. Perché, come insegna l’evoluzione digitale, lo strumento cambia, ma la capacità di cogliere lo spirito dei tempi resta un fatto intrinsecamente umano.

 

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale cambia ogni settimana (dannata FOMO!), c’è una sola costante: i meme sull’AI. Ironici, cinici, profetici, questi piccoli concentrati di verità pop raccontano meglio di mille slide lo stato d’animo collettivo di chi vive (o sopravvive) alla rivoluzione generativa. In questa pagina raccolgo i migliori meme su ChatGPT e AI (fai clic su ciascuno per ingrandirli).

I miei meme sull’AI

Qui invece raccolgo i meme che ho creato io.

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