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Ho partecipato al Late Tech Show, il format ideato e condotto da Gigi Beltrame, con un intervento dedicato a un tema che oggi considero centrale: il rapporto tra OSINT, intelligenza artificiale e valore delle informazioni pubbliche.

Il titolo del mio contributo è “Il nuovo petrolio online”. Una metafora volutamente forte, perché racconta bene ciò che sta accadendo: i dati e le informazioni accessibili online sono diventati una risorsa strategica. Ma, proprio come il petrolio, non bastano “allo stato grezzo”. Vanno cercati, filtrati, verificati, interpretati e trasformati in conoscenza utile.

Ecco il video del mio intervento:

Perché le informazioni pubbliche valgono sempre di più

Quando si parla di OSINT — Open Source Intelligence — molti pensano a qualcosa di tecnico, vicino alla cybersecurity o alle indagini digitali. In realtà il concetto è molto più ampio.

L’OSINT riguarda la capacità di raccogliere e analizzare informazioni disponibili pubblicamente: siti web, social network, documenti, registri, immagini, articoli, database aperti, contenuti multimediali.

Il punto non è semplicemente “trovare dati”. Il punto è saperli leggere.

In un mondo in cui l’intelligenza artificiale generativa rende sempre più facile produrre testi, sintesi, analisi e risposte automatiche, diventa ancora più importante capire da dove arrivano le informazioni, quanto sono affidabili e come possono essere usate in modo corretto.

AI e OSINT: una coppia potente, ma da usare con metodo

L’intelligenza artificiale può accelerare enormemente il lavoro di ricerca e analisi: può aiutare a riassumere documenti, confrontare fonti, individuare collegamenti, generare ipotesi.

Ma l’AI non elimina il bisogno di metodo. Anzi, lo rende ancora più importante.

Senza spirito critico, senza verifica delle fonti e senza una cultura dell’informazione, il rischio è quello di confondere velocità con accuratezza. O, peggio, di prendere per buone risposte convincenti ma sbagliate.

È questo il cuore del mio intervento al Late Tech Show: oggi il vantaggio competitivo non è soltanto avere accesso agli strumenti digitali. È saperli usare con consapevolezza.

Dal dato alla conoscenza

La vera sfida, per aziende, professionisti, comunicatori e formatori, è trasformare il rumore informativo in conoscenza operativa.

Le informazioni online sono ovunque. Ma non tutte hanno lo stesso valore. Alcune sono aggiornate, altre obsolete. Alcune sono verificate, altre manipolate. Alcune sono rilevanti, altre solo apparentemente utili.

Per questo parlare di OSINT significa parlare anche di educazione digitale, pensiero critico e responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale.

Ringrazio Gigi Beltrame e il Late Tech Show per lo spazio e per l’occasione di portare questo tema dentro una conversazione più ampia sulla tecnologia e sui suoi impatti.

“Quando presentai per la prima volta l’idea del world wide web avevo 34 anni. All’epoca, lavoravo in Svizzera come programmatore di un acceleratore di particelle. Nessuno stava chiedendo il web, e quasi nessuno si aspettava che ne venisse fuori qualcosa”

Questo libro di Tim Berners-Lee, il papà del Web, era necessario. È la storia di una grande intuizione: mettere insieme internet e ipertesti; il www è una delle più grandi invenzioni di tutti i tempi, usata ora da oltre cinque miliardi di umani, tra l’altro non brevettata da Berners-Lee. Un’invenzione senza la quale oggi non parleremmo, tra le altre cose, di intelligenza artificiale.

La storia (nerd) parte in Inghilterra dai genitori matematici e informatici, da Alan Turing, i primi computer assemblati da zero, Oxford. E decolla (si fa per dire) dopo l’arrivo al CERN negli anni Ottanta (mi ha fatto venire voglia di visitarlo, il CERN), quindi l’MIT e la fama (“anche se nessuno mi riconosce per strada”).

Certo, la biografia di un matematico/smanettone, anche se “il primo web developer a tempo pieno del mondo”, non è una storia appassionante, pim pum pam, e Sir Tim non ha la penna di Walter Isaacson, ma risulta abbastanza interessante il racconto di un “idealista” che schifa Microsoft e ama l’open source, visionario de… “il mondo è un insieme di connessioni tra informazioni”, fautore degli open data, per Mastodon e contro X di Musk. Uno che, ora ultrasettantenne, ha ancora il sogno di salvare il soldato WWW (nel libro si trova la proposta di Contratto per il Web, ispirata alla dichiarazione universale dei diritti umani).

Vista la mia bio professionale è stato bello per me ripercorrere la storia di HTTP e HTML, i primi browser (io mancai Mosaic e iniziai con Netscape, i maledetti che inventarono i cookie), YAHOO e poi i motori di ricerca, Doubleclick e la profilazione online, il New York Times come primo quotidiano online (1996) e l’inizio della fine della stampa cartacea (lo stesso per Expedia/agenzie di viaggio e Amazon/librerie), la pirateria e la pornografia, la bolla del 2000, il Web cinese censurato e la neutralità della Rete, l’esplosione del mobile (rivendica, Tim: dietro le app, un modo per Apple di lucrare di più, c’è pur sempre HTTP) e poi dei social (“web 2.0”: etichetta che non gli piace, come “Web 3.0”), Facebook arraffatore di dati e terreno fertile per il “rage bait”, il ruolo dei social nella primavera araba e la creazione del Web Index (che misura il livello di accesso, libertà, apertura e contenuti rilevanti dei vari Paesi), ma anche la porcata di Cambridge Analytica, fino all’importanza dello sviluppo dell’AI e lo sbalordimento dopo aver provato ChatGPT per la prima volta (si approfondisce il ruolo del Web come base dati per l’addestramento: vedi CommonCrawl). “Il web è stato rivoluzionario, ma il web potenziato dall’intelligenza artificiale lo sarà ancora di più”.

Quindi, o siete veri appassionati del tech, o risparmiate questi oltre 20 sacchi. A me è piaciuto.

Lunedì 9 giugno al Cefriel di Milano (e in streaming su ANSA.it) la Fondazione Pensiero Solido ha organizzato un incontro a più voci per riflettere sul futuro del libro nell’era dell’intelligenza artificiale.

Personalmente ho concentrato il mio intervento su come cambia la lettura al tempo di ChatGPT. Sono partito con una domanda pungente: chi legge i libri oggi? Forse ChatGPT. Ma soprattutto: chi li scrive? L’AI non è più solo una lettrice virtuale, ma diventa autrice, bibliotecaria, editor. Ma non è tutto negativo. Ho voluto dare molti esempi di come ChatGPT può potenziare e integrare la lettura: dalle colonne sonore per leggere ai testi trasformati in fumetti, dai suggerimenti di lettura all’interpretazione dei testi.

Ecco la registrazione del mio speech:

Le slide del mio speech

Qui si possono vedere e scaricare le slide della mia presentazione:

Spesso l’AI viene presentata come uno strumento di lavoro indispensabile per i colletti bianchi: del resto ChatGPT e chatbot vari sono bravissimi a riassumere e scrivere documenti, fare analisi e così via.
Eppure l’intelligenza artificiale può risultare molto utile anche per chi fa lavori pratici, per esempio gli artigiani. In questo video riporto 3 esempi concreti presi dal libro “ArtigianIA. L’intelligenza artificiale a supporto di quella artigiana” (Ledizioni), scritto a quattro mani con Daniele Giangiulli di Confartigianato Chieti: un esempio per i designer, uno per i tatuatori e uno per i falegnami.

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All’inizio del 2025 è uscito in tutte le librerie il mio nuovo libro: “Intelligenza artificiale e tecnologia in classe. Guida per insegnanti per un uso consapevole”, scritto a quattro mani con Giuseppe Lavenia dell’Associazione Di.Te. ed edito da Mursia.

Il video di presentazione del libro

La scheda del libro

Gianluigi Bonanomi – Giuseppe Lavenia
Intelligenza artificiale e tecnologia in classe
Guida per insegnanti per un uso consapevole

«L’IA nelle scuole può essere un’opportunità straordinaria per arricchire il processo di apprendimento, portando la didattica a un nuovo livello di interattività e personalizzazione.»

L’intelligenza artificiale ha conquistato gli studenti e molti insegnanti. Il numero di articoli, approfondimenti e corsi sull’IA per la scuola supera quello destinato alle aziende. Ragazzi e professori trovano in ChatGPT uno strumento versatile per la generazione di testi, la risoluzione di quesiti complessi e l’assistenza nello studio. La sua capacità di fornire risposte contestualizzate e di interagire in modo naturale con gli utenti rende questo nuovo strumento un valido supporto didattico, stimolando curiosità e apprendimento.
Questo manuale esplora le opportunità e le sfide dell’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale in classe, offrendo un’analisi approfondita e bilanciata, supportata da ricerche e casi pratici. Un’opera essenziale per educatori e professionisti che desiderano comprendere l’impatto della tecnologia sull’educazione.

Gianluigi Bonanomi è un consulente e formatore aziendale sulla comunicazione digitale e sull’intelligenza artificiale generativa. Tiene corsi sull’uso consapevole della tecnologia nelle scuole ed è titolare della cattedra di Digital marketing e AI presso l’Accademia SantaGiulia di Brescia.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, professore presso l’Università Politecnica delle Marche, è presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, GAP e Cyberbullismo). È docente di Psicologia delle Dipendenze tecnologiche per l’Università telematica E-campus. Scrive libri e articoli su riviste scientifiche e collabora con testate giornalistiche, radio e tv. Con Mursia ha pubblicato insieme a Roberta Bruzzone Il patentino digitale (2024).

Pagine 156
Euro 15,00
EAN 9788842568674
Collana: Interventi

 

Il 28 febbraio 2024 ho dato alle stampe, con l’editore Ledizioni (collana “Fai da tech“), il libro “ChatGPT, come stai? Il prompt engineering come nuova skill ibrida”. Il testo è al tempo stesso una riflessione innovativa sul rapporto tra umani e intelligenze artificiali generative e un manuale pratico. L’obiettivo è quello di guidare il lettore in un viaggio attraverso le sfaccettature dell’AI, analizzando la capacità “emotiva” e di “comprensione” di ChatGPT e degli altri modelli di linguaggio (LLM) Il testo illustra, passo a passo, come interagire efficacemente con i chatbot grazie al promptengineering, sfruttando trucchi, tecniche evolute e metodi esclusivi come G.O.L.D. e SO.C.RA.T.E.

Ecco il video di presentazione del libro:

Ringrazio la rivista Advisor Private per aver segnalato il mio libro:

Il libro su Amazon

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Bassa risoluzione, libretto Einaudi di Massimo Mantellini, è un testo in bassa risoluzione.

Prima di parlarti del volume, però, fammi fare una premessa. In ogni corso che faccio, soprattutto quello sul social media marketing o LinkedIn, affermo che siamo nell’era di Tripadvisor e che si può recensire di tutto: anche le persone. Figuriamoci i prodotti culturali. Predico bene ma una volta ho razzolato male: mi sono trovato in una libreria e ho acquistato, d’impulso (mai più), il testo in oggetto. In ogni caso non avrei trovato nulla, il testo è in vendita da pochi giorni. Avrei dovuto quindi aspettare ed evitare di essere, per una volta, un early adopter.

Chiariamo: il libretto è se vuoi anche interessante, ben scritto. Peccato però che sul tema della bassa risoluzione, ovvero sul fatto che Internet ci faccia perdere la profondità in tutti i campi (informazione, cultura, relazioni e così via), avevo già letto, anni fa, un altro testo. Questo molto più completo e interessante (e che Mantellini non cita nemmeno, l’avrà letto?). Si trattava di “Good enough society” di Paolo Magrassi. Così ne parlavo nel mio “Non mi piace”, il contromanuale di Facebook:

“Viviamo nella “good-enough society”, l’era del buono quanto basta: non serve la qualità ottimale del CD, basta l’MP3; non consultiamo le enciclopedie, tanto c’è Wikipedia; telefonate con audio perfetto? Il VOIP di Skype è più che sufficiente”.

Mantellini, ottimo giornalista informatico che scoprii tanti anni fa seguendo Punto Informatico, cita nel libro alcuni esempi di bassa risoluzione, di “buono quanto basta” direbbe Magrassi. Parla di musica, per esempio: tema a me caro perché l’ho studiato e raccontato in “Musica liquida”. Ma la storia di MP3 e streaming è liquidata (scusa il gioco di parole) in pochissime frasi. Poi parla di selfie, film in prima visione piratati, notizie su Facebook e finisce con l’elencare altri esempi per nulla tecnologici: dalle cucine IKEA alle pareti di compensato (!), dalla free press ai voli low cost. A proposito di low cost, tra parentesi, se vuoi leggere invece una bella inchiesta sul tema, c’è sempre il buon vecchio “Italia low cost” (ne parlai in TV, qualche anno fa: vedi qui).

Insomma, il testo di Mantellini, infarcito anche di buone citazioni, non pretendeva di essere esaustivo, ma mi ha deluso ugualmente. Forse, come dicevo all’inizio, è solo coerente: un libro sulla superficialità non poteva essere anche utile.

Byung-Chul Han, fino a un mese fa, non sapevo nemmeno chi fosse. Poi qualcuno mi ha suggerito di leggere il testo “Nello sciame. Visioni del digitale” di questo pensatore coreano di lingua tedesca e per caso ho letto un articolo online che parlava di lui; da lì al carrello di Amazon il passo è stato breve.


Letto in un batter d’occhio, il libretto “Nello sciame” mi ha stuzzicato parecchio. Nel testo, seppur breve (un centinaio di pagine con font a prova di orbo) ci sono tanti spunti. Ne ho voluti fissare 10 in ordine rigorosamente sparso, a mo’ di appunti.

  1. Ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare le conseguenze di simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.
  2. Abbiamo bisogno di rispetto, pudore e distanza; invece la comunicazione digitale riduce le distanze. Sia fisiche che mentali. Han parla addirittura di esibizione pornografica della intimità: i social sono spazi di esibizione del privato.
  3. L’anonimato in Rete, il suo uso impulsivo, la mancanza di rispetto e di distanza portano al fenomeno degli shitstorm (montagna di letame, escrementi).
  4. La comunicazione ora è simmetrica: online si legge ma si può anche scrivere, produrre informazioni (si parla di prosumer). Questo nuoce al potere, che solitamente usa l’informazione in un’unica direzione. Politicamente parlando, tutti vogliono essere presenti ma non rappresentati.
  5. Avere troppe informazioni non significa prendere decisioni migliori, anzi. Al posto del big brother, avremo il big data.
  6. La massa online non ha massa fisica. È uno sciame digitale, non è una folla: non ha un’anima, non c’è un “noi”, ma è un insieme composto da individui isolati, da hikikomori (in giapponese coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale). I media elettronici, come la radio, radunano gli uomini mentre i media digitali li isolano.
  7. Viviamo un periodo di crisi letteraria e comunicativa. Assistiamo a un profluvio di pubblicazioni, ma viviamo un’era di stallo spirituale. Perché questo frastuono comunicativo disturba il nostro spirito. Il medium dello spirito è il silenzio.
  8. Lo smartphone, che promette libertà ma costringe a comunicare, è uno strumento per interloquire con sé, non con l’altro.
  9. La parola “digitale” deriva da dito, che conta. Invece la storia, le nostre storie, non sono fate per essere contate, ma raccontate. Il diario di Facebook, il flusso di tweet non sono racconti, né biografie: non c’è nulla di narrativo. Nel digitale si contano i like, gli amici, la simpatia: è la contabilità delle relazioni.
  10. Sta per iniziare l’era dei fantasmi digitali. Per esempio grazie all’Internet of Things gli oggetti potranno connettersi senza il nostro aiuto e comunicheranno tra loro: è un mondo spettrale, quello che aspetta.

Per acquistare “Nello sciame” da Amazon, fai clic qui:

Dopo il marketing relazionale, emozionale, esperienziale, virale, conversazionale, non convenzionale e tribale… Dopo lo smarketing, il demarketing, l’unmarketing, il murketing, il buzz e il guerrilla… Si sentiva il bisogno di un’altra etichetta, serviva anche il “marketing esistenziale”?
La risposta è: (tendenzialmente) sì. Quello che fa il libro di Stefano Gnasso e Paolo Iabichino è spiegare che, morte le grandi narrazioni del Novecento, ora sono le aziende a dover creare “esperienze dotate di senso, capaci di colmare il vuoto esistenziale o quanto meno tentare di ridurlo”.
Il libro, interessante e ben scritto, spiega molto bene che cosa sta accadendo. Non sono qui certo per riassumerlo: leggetelo!
Qui vorrei prendere solo uno spunto del testo e proporvelo. Da tempo, infatti, tutte le volte che tengo un corso sui social network, quando parlo del Web 2.0 e spiego che cos’è UGC, lo “user generated content”, mi chiedo quanto potrà andare avanti questa storia. Per quanto tempo ancora le aziende potranno coinvolgere gli utenti per avere contenuti (e trucchetti per l’engagement) a costo praticamente zero? Per quanto riusciranno a coinvolgere la gente, voi-noi, facendo produrre foto, video, storie, tweet prima che loro-noi, ci si stanchi? Proprio nel libro “Existential Marketing” ho trovato materiale su cui riflettere. Vi si legge:

Ci siamo fatti prendere la mano dal cosiddetto user-generated content. Se nell’epoca dei mass media a nessuno potevano essere negati quindici minuti di celebrità, la profezia attribuita a Warhol e risintonizzata sui giorni di YouTube fa diventare megabyte i minuti, cosicché ogni individuo può aspirare (almeno) a 15 mega di spazio nel mare magnum della Rete. Dev’essere proprio questo che hanno pensato i primi direttori marketing alle prese con Internet perché, a un certo punto, non c’era progetto digitale che non contemplasse il contributo degli user.
A questi poveri utenti è stato chiesto di mandare video, fotografie, commenti in 140 caratteri, cortometraggi e business plan per improbabili startup. Non era il talento a interessare, ma una serie di contenuti a basso costo per popolare siti Internet, pagine Facebook e canali YouTube. Finché il giochino si è rotto e anche il fenomeno dello user-generated content è evaporato come neve al sole, insieme ai fenomeni virali fini a se stessi, agli entusiasmi per il guerrilla marketing e per i flash mob prestati alla pubblicità, una contraddizione in termini, quest’ultima, che per fortuna si è ridimensionata quasi istantaneamente”.

Detto questo, ribadisco: se siete rimasti al marketing che considera il cliente un target e non un interlocutore cui raccontare storie e da coinvolgere direttamente, vi conviene leggere “Existential Marketing” (il sottotitolo spiega molto: “I consumatori comprano, gli individui scelgono”).

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Si fa tanto parlare, di questi tempi, di crowdfunding. C’è chi è scettico – di solito sono banchieri e finanzieri, chissà perché – e chi ne parla in termini eccessivamente entusiastici, considerandolo la panacea di tutte le crisi, l’unico modo, ormai, per realizzare un progetto, lavorativo o meno, senza scucire un euro. Come sempre la verità sta nel mezzo. E come sempre, per comprendere un fenomeno, è meglio farselo spiegare da chi lo conosce. Nel caso, Alessandro Brunello, autore de “Il manuale del crowdfunding”, edito da LSWR.

Brunello spiega che cos’è il crowdfunding, definito anche “finanziamento dal basso” o “finanziamento sociale” (il mondo finanziario diventa 2.0), perché la disintermediazione creditizia fa così paura (al pari dei Bitcoin, spauracchio delle autorità monetarie) e soprattutto quali sono i modelli più diffusi, ibridi a parte. Si scopre così che è possibile semplicemente promettere una ricompensa simbolica, come i credits nel libretto di un CD (esistono ancora i CD?) – e qui si parla di modello “reward based”. Oppure esiste un modello per aziende che vogliono raccogliere il capitale sociale – “equity based”. O ancora si parla di prestiti “peer to peer” tra cittadini, come nel caso di Prestiamoci.
Per chi volesse provarci c’è anche una parte pratica, dove si scopre come si fa una campagna, quali sono le piattaforme disponibili (per esempio le big Indiegogo e Kickstarter o le nostrane Kapipal e Eppela) e che cosa serve per partire: spesso indispensabile un bel video dove si spiega il progetto e un’idea sulla strategia social. Interessante la nutrita sezione di “best practice”.

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