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Meta non sa letteralmente tutto di noi, ma può dedurre interessi, caratteristiche personali e importanza delle relazioni osservando la struttura della rete e i comportamenti digitali. Alcuni studi mostrano che Facebook può perfino riconoscere con buona accuratezza il partner romantico. Non esiste invece una ricerca che dimostri che sappia identificare con certezza un amante segreto.

Immagina di non aver mai dichiarato apertamente chi sia la persona più importante della tua vita.

Nessun post romantico. Nessuna fotografia insieme. Nessun cuoricino sotto una dichiarazione pubblica. Eppure un algoritmo potrebbe comunque riuscire a individuarla osservando soltanto la struttura della tua rete sociale.

Da qui nasce una frase che circola da anni: Facebook sa chi sono i tuoi amici più cari, il tuo partner e perfino la tua amante.

La prima parte ha basi scientifiche. L’ultima, quella dell’amante, è una provocazione efficace ma non è stata dimostrata da uno studio specifico. Eppure la questione resta inquietante: Meta non deve necessariamente leggere un contenuto esplicito per ricostruire una relazione. Può inferirla dai segnali che lasciamo.

Chi cerchiamo. Con chi interagiamo. Quali profili visitiamo. Chi compare in più cerchie della nostra vita. A quali contenuti reagiamo e quali ignoriamo.

Meta non deve leggere nella nostra mente. Le basta formulare previsioni sufficientemente accurate.

Come Meta usa i dati per costruire modelli su di noi

Quando pensiamo ai dati personali immaginiamo nome, età, indirizzo, fotografia, posizione e numero di telefono. È una visione ormai antiquata.

Il vero valore non si trova soltanto nei dati che dichiariamo, ma nelle informazioni che possono essere dedotte dai nostri comportamenti.

Esiste una differenza fondamentale tra ciò che comunichiamo esplicitamente, ciò che facciamo e ciò che un sistema può inferire mettendo insieme migliaia di segnali.

Meta stessa, spiegando come funziona il sistema di ranking del Feed di Facebook, parla di migliaia di segnali elaborati per prevedere quali contenuti troveremo più rilevanti e con quali avremo maggiori probabilità di interagire. Non si tratta di un unico algoritmo, ma di diversi modelli di machine learning che assegnano punteggi e probabilità ai contenuti.

Facebook non deve chiedermi: «Quanto è importante per te questa persona?».

Può osservare quanto spesso interagisco con lei, quali contenuti guardo, se rispondo ai suoi commenti, quali amici abbiamo in comune e in quali ambienti della mia vita compare.

In un mio precedente approfondimento sull’ingegnerizzazione e misurazione delle relazioni nei social network avevo già evidenziato questo meccanismo: misurare i legami permette alla piattaforma di decidere a chi mostrare un contenuto e quali conversazioni stimolare.

Il social network, quindi, non si limita a rappresentare le relazioni. Le trasforma in variabili.

Lo studio che permise a Facebook di riconoscere il partner

Nel 2013 Lars Backstrom, allora ingegnere di Facebook, e Jon Kleinberg della Cornell University pubblicarono lo studio Romantic Partnerships and the Dispersion of Social Ties, successivamente presentato alla conferenza ACM CSCW del 2014.

I ricercatori analizzarono un campione di circa 1,3 milioni di utenti Facebook che avevano dichiarato sul profilo una relazione sentimentale. L’obiettivo era capire se fosse possibile riconoscere il partner osservando soltanto la struttura della rete di amicizie.

Si potrebbe pensare che la persona più importante sia semplicemente quella con cui condividiamo più amici. Non è così.

I ricercatori introdussero un indicatore chiamato dispersione. Una relazione assume un valore strutturalmente particolare quando collega parti diverse della nostra vita.

Il collega conosce soprattutto altri colleghi. Il compagno di calcetto conosce gli amici della squadra. Il partner, invece, può essere collegato contemporaneamente ai familiari, agli amici d’infanzia, ai colleghi e ai vicini di casa.

Queste persone non si conoscono necessariamente tra loro, ma conoscono tutte il partner. È questa particolare distribuzione dei legami a renderlo riconoscibile.

Secondo i risultati riportati, l’algoritmo riusciva a identificare il coniuge nel 60% circa dei casi e un partner non sposato in quasi il 50% dei casi. Non era infallibile, ma era enormemente più efficace di una scelta casuale.

Facebook può scoprire un amante?

Qui serve una precisazione fondamentale: lo studio prendeva in esame utenti che avevano dichiarato la relazione. Non dimostrava che Facebook potesse scoprire un amante segreto.

Dire che «Facebook conosce la tua amante» è quindi un’estrapolazione, non un risultato scientifico. La ricerca dimostra qualcosa di più preciso: la geometria delle nostre relazioni può rivelare legami importanti anche senza analizzare il contenuto dei messaggi.

I tuoi Mi piace possono raccontare ciò che non hai dichiarato

Nel 2013 Michal Kosinski, David Stillwell e Thore Graepel pubblicarono su PNAS lo studio Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior.

Analizzando i Mi piace di oltre 58.000 volontari, i ricercatori mostrarono che le tracce digitali potevano essere utilizzate per stimare caratteristiche sensibili quali orientamento politico, religione, personalità, età, genere e orientamento sessuale.

L’aspetto più interessante non era la capacità di interpretare un like esplicito. Non serve un algoritmo sofisticato per dedurre le idee politiche di chi segue la pagina di un partito.

Le previsioni potevano basarsi anche su combinazioni di comportamenti apparentemente innocui e privi di un collegamento evidente con la caratteristica da individuare.

La privacy non riguarda soltanto ciò che pubblichiamo, ma anche ciò che può essere dedotto da quello che pubblichiamo.

Due anni dopo, un altro studio pubblicato su PNAS, condotto su 86.220 volontari, confrontò i giudizi sulla personalità elaborati dai computer con quelli espressi da colleghi, amici, familiari e partner.

Secondo i risultati, con circa 100 Mi piace il modello poteva superare il giudizio della persona media. Con 300 poteva risultare più accurato del coniuge nel descrivere alcuni tratti della personalità.

Sono dati provenienti da una fase precedente della storia di Facebook e non vanno trasferiti automaticamente agli algoritmi odierni. Il principio, però, rimane valido: una grande quantità di piccoli segnali può produrre inferenze che il singolo segnale non consentirebbe.

Dalla misurazione delle relazioni all’influenza sociale

Misurare un legame non serve soltanto a capire chi conosciamo. Serve anche a prevedere chi può influenzarci.

Nel 2012 uno studio pubblicato su Nature descrisse un esperimento realizzato durante le elezioni statunitensi del 2010, coinvolgendo circa 61 milioni di utenti Facebook.

I messaggi mostrati dalla piattaforma influenzarono, con effetti individuali piccoli ma misurabili, l’espressione politica, la ricerca di informazioni e il comportamento elettorale. Soprattutto, la trasmissione sociale avvenne prevalentemente attraverso gli amici più stretti.

Questo spiega perché la misurazione delle relazioni abbia un valore enorme.

Un messaggio pubblicitario può essere ignorato. Lo stesso messaggio, associato al comportamento di una persona di cui ci fidiamo, può diventare molto più persuasivo.

L’algoritmo non deve soltanto stabilire quale contenuto mostrarci. Deve capire anche quale relazione può renderlo più credibile.

L’esperimento di Facebook sul contagio emotivo

Nel 2014 Facebook fu coinvolta in uno degli studi più controversi della storia dei social media: Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks.

I ricercatori modificarono per una settimana il numero di contenuti positivi o negativi mostrati nel Feed di 689.003 utenti. Successivamente osservarono un piccolo ma statisticamente misurabile cambiamento nel tono dei post pubblicati dagli stessi utenti.

L’effetto rilevato era modesto. Sarebbe quindi scorretto dire che Facebook possa accendere o spegnere a piacimento le emozioni delle persone.

Lo studio dimostrò comunque un fatto rilevante: modificare la composizione del flusso informativo può produrre effetti osservabili sul comportamento di una popolazione enorme.

Non esiste un pulsante segreto chiamato «rendi triste Gianluigi». Variazioni minuscole, applicate a milioni o miliardi di persone, possono però avere conseguenze collettive significative.

La persuasione diventa personalizzata

Nel 2017 un ulteriore studio pubblicato su PNAS sulla persuasione psicologica analizzò tre esperimenti pubblicitari che raggiunsero oltre 3,5 milioni di persone.

Quando il messaggio veniva adattato a caratteristiche psicologiche come estroversione o apertura mentale, i ricercatori registrarono fino al 40% di clic in più e fino al 50% di acquisti in più rispetto ai messaggi non corrispondenti al profilo. Gli autori avvertivano anche del rischio di sfruttare le vulnerabilità psicologiche delle persone.

La sequenza diventa chiara:

  1. la piattaforma osserva il comportamento;
  2. ricostruisce interessi e caratteristiche probabili;
  3. misura la forza delle relazioni;
  4. seleziona il messaggio;
  5. decide quando e in quale contesto mostrarlo;
  6. misura la reazione e aggiorna il modello.

È un ciclo continuo di osservazione, previsione, intervento e verifica.

Nel mio articolo sul film Brexit: The Uncivil War e il microtargeting di Facebook raccontavo proprio questa trasformazione: non parlare a tutti, ma individuare gruppi specifici e mostrare a ciascuno ciò che ha maggiori probabilità di funzionare.

Un video per capire perché ogni dato può diventare sensibile

Nel TED Talk ufficiale What will a future without secrets look like?, Alessandro Acquisti, professore alla Carnegie Mellon University, mostra come informazioni pubbliche, riconoscimento facciale e modelli statistici possano essere combinati per ricostruire dati che una persona non aveva deciso di comunicare.

Facebook, Instagram e WhatsApp sanno tutti le stesse cose?

Occorre evitare un’altra semplificazione.

Facebook, Instagram, Messenger, Threads e WhatsApp appartengono allo stesso gruppo, ma questo non significa che tutti i contenuti confluiscano automaticamente in un unico calderone accessibile senza limiti.

Su WhatsApp, per esempio, i messaggi e le chiamate personali sono protetti dalla crittografia end-to-end. Secondo la documentazione ufficiale, nemmeno WhatsApp e Meta possono leggerne o ascoltarne il contenuto.

Questo non significa che WhatsApp sia privo di dati. Contenuto e metadati non sono la stessa cosa. Informazioni tecniche, dati dell’account e determinati segnali di utilizzo possono comunque avere valore operativo e relazionale, secondo le informative applicabili.

Per essere rigorosi, quindi, non bisogna dire che Meta legge tutte le nostre conversazioni WhatsApp. Non è ciò che dimostrano le fonti.

Ogni servizio digitale può però generare segnali e ogni segnale, combinato con altri, può contribuire a un modello probabilistico.

Questa è ingegneria sociale?

Nel campo della sicurezza informatica, l’espressione «ingegneria sociale» indica solitamente la manipolazione delle persone per ottenere informazioni, accessi o comportamenti.

Nel caso di Meta parlerei più precisamente di ingegnerizzazione dell’ambiente sociale.

Le piattaforme trasformano le relazioni in dati, attribuiscono un peso ai legami, prevedono quali contenuti genereranno una reazione, ordinano il nostro ambiente informativo e misurano gli effetti delle proprie scelte.

Non è necessario immaginare una stanza segreta piena di persone che decidono che cosa dobbiamo pensare. La forma più potente di influenza è automatizzata, statistica e impersonale.

Nessuno deve conoscere davvero Gianluigi Bonanomi. È sufficiente che il sistema sappia che utenti con un comportamento simile al suo tendono a fermarsi davanti a un certo contenuto, fidarsi di determinate persone o reagire a una specifica formulazione.

Profilazione non significa conoscenza

Gli algoritmi non costruiscono necessariamente un ritratto vero di noi. Costruiscono un ritratto utile ai loro obiettivi.

Una previsione può essere sbagliata sul singolo individuo e rimanere economicamente efficace su milioni di persone. La conoscenza cerca di capire chi sei. La profilazione cerca di prevedere che cosa farai.

Anche le autorità hanno contestato nel tempo alcune pratiche legate alla gestione e all’utilizzo dei dati. Nel 2019 la Federal Trade Commission statunitense impose a Facebook una sanzione da 5 miliardi di dollari e nuovi vincoli in materia di privacy. Nel 2023 lo European Data Protection Board intervenne sul trattamento dei dati personali di Meta per la pubblicità comportamentale nello Spazio economico europeo.

Sono vicende diverse, che non dimostrano l’esistenza di un’unica macchinazione. Dimostrano però che il modello basato sulla profilazione produce problemi concreti di trasparenza, consenso e controllo.

Non proteggere soltanto i dati: proteggi le inferenze

Possiamo evitare completamente la profilazione? Probabilmente no, a meno di rinunciare a molti servizi digitali.

Possiamo però ridurre la quantità e la qualità dei segnali disponibili:

  • controllare periodicamente le preferenze pubblicitarie;
  • limitare la sincronizzazione dei contatti quando non è necessaria;
  • verificare quali applicazioni sono collegate agli account;
  • eliminare autorizzazioni obsolete;
  • evitare di usare l’account Facebook o Instagram come chiave universale per altri servizi;
  • limitare posizione, microfono, fotocamera e accesso alla rubrica;
  • ricordare che anche un comportamento passivo, come soffermarsi su un contenuto, può diventare un segnale.

Non basta chiedersi: «Quali dati ho consegnato?».

Bisogna aggiungere una domanda più scomoda: «Che cosa può essere dedotto mettendo insieme questi dati?».

Forse Facebook non conosce davvero la tua amante. Potrebbe però accorgersi che una certa persona occupa, nella tua rete e nelle tue abitudini, una posizione molto diversa da tutte le altre.

E potrebbe farlo prima che tu abbia deciso di raccontarlo.

Domande frequenti

Meta può leggere i messaggi di WhatsApp?

I messaggi e le chiamate personali sono protetti dalla crittografia end-to-end. Secondo WhatsApp, né WhatsApp né Meta possono accedere al loro contenuto. Questo non equivale all’assenza completa di dati tecnici e di utilizzo.

Facebook può capire chi sono i miei amici più stretti?

Può stimarlo attraverso frequenza delle interazioni, struttura della rete, amici comuni, attività e altri segnali. Una stima algoritmica non coincide però con una conoscenza certa della relazione.

Facebook può scoprire una relazione sentimentale segreta?

Lo studio di Backstrom e Kleinberg dimostrò che la struttura della rete poteva identificare con buona accuratezza un partner dichiarato. Non dimostrò la capacità di individuare amanti o relazioni segrete.

Qual è la differenza tra dati raccolti e dati inferiti?

I dati raccolti derivano da azioni, contenuti e informazioni registrate. I dati inferiti sono previsioni prodotte combinando quei segnali, per esempio interessi, personalità probabile o importanza di una relazione.

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Inviaci email

Gli algoritmi, spesso, sono programmati per fare cose a noi poco comprensibili. È il caso di una piattaforma come Instagram che sembra prediligere le foto di uomini e donne in costume da bagno o, comunque, poco vestiti (come evidenziato da questo articolo di Open). Le preferenze dell’algoritmo di proprietà di Meta, purtroppo, possono influenzare non solo il comportamento delle principali star della piattaforma (influencer e creatori di contenuti) ma anche il destino di aziende che si affidano a Instagram per vendere i propri prodotti.

È il caso di Marco (nome fittizio), un piccolo imprenditore che vive in una grossa città del Vecchio Continente e promuove i prodotti creati dalla sua azienda attraverso i canali social. Di che cosa si occupa la piccola impresa di Marco? La sua azienda produce delle barrette energetiche studiate appositamente per gli sportivi. Il reparto marketing di Marco utilizza le piattaforme social per attirare nuove clienti e per fidelizzare quelli più affezionati. In Europa i social network di proprietà di Mark Zuckerberg la fanno da padrone e una presenza su questi canali è fondamentale per il successo della propria azienda. Instagram, in particolare, punta tutto su foto e video. Marco e i suoi responsabili del reparto marketing hanno scoperto che “solo” alcuni dei numerosi post pubblicati hanno raggiunto gli oltre 100.000 follower della propria azienda. In particolare, è stato notato che le foto e i video che hanno funzionato meglio sono quelle che avevano come soggetto alcune modelle in bikini o in attillate tute sportive. Giovanna, autrice di una serie libri di successo, ha dichiarato che le foto più apprezzate dai suoi fan sono quelle che la ritraggono in costume di bagno o con addosso qualche sexy minigonna.

Purtroppo, l’algoritmo di Instagram sembra essere attratto da uomini e donne poco vestiti: per chi si affida alla piattaforma di Meta per lanciare le proprie campagne marketing è un problema non da poco. E, soprattutto, proporre foto e video di questo tipo per un’azienda potrebbe essere qualcosa che va contro i propri valori.

Come funziona l’algoritmo di Instagram?

Per capire come funziona l’algoritmo di Instagram e come vengano effettuate certe scelte, un organismo come l’European Data Journalism Network e un sito come AlgorithmWatch hanno condotto un interessante esperimento. Sono stati selezionati 26 volontari a cui è stato chiesto di installare un’estensione per il browser e di seguire un certo numero di influencer/creatori di contenuti. Nello specifico, sono stati selezionati 37 personaggi (di cui 14 uomini) provenienti da 12 diversi paesi che utilizzano Instagram per pubblicizzare marchi o acquisire nuovi clienti per le loro attività, principalmente nei settori food, viaggi, fitness, moda e bellezza.

L’estensione aggiunta al browser ha permesso di controllare automaticamente l’home page di Instagram a intervalli regolari, monitorando i post visualizzati in cima ai newsfeed. In questo modo i ricercatori hanno potuto avere una panoramica dettagliata di quello che l’algoritmo considera rilevante per ogni utente che ha partecipato all’esperimento. Nell’arco di tre mesi sono stati analizzati qualcosa come 1.737 post (contenenti 2.400 foto):

Il 21% del materiale pubblicato conteneva immagini di donne in bikini o in biancheria intima o di uomini a torso nudo.

In particolare, nei feed dei partecipanti all’esperimento i post con immagini di questo tipo arrivavano al 30% (alcuni contenuti sono stati mostrati più di una volta). In particolare, i post che contenevano immagini di donne con indumenti intimi o in bikini avevano il 54% di probabilità in più di apparire nel feed delle notizie degli utenti partecipanti all’esperimento. I post contenenti immagini di uomini a torso nudo, invece, avevano il 28% di probabilità in più di essere mostrati; quelli con cibo o paesaggi avevano circa il 60% in meno di probabilità di essere visualizzati nel feed delle notizie.

A Instagram piacciono i costumi da bagno

La “propensione” di Instagram verso i corpi umani poco vestiti potrebbe non essere applicabile a ogni contesto e a ogni utente presente sulla piattaforma: la personalizzazione e altri fattori possono arginare/amplificare questo fenomeno. Interpellata sulla questione, Meta ha sostenuto che la ricerca condotta fosse viziata in partenza, ribadendo che la classificazione sulle sue piattaforme funziona in base ai contenuti per i quali un utente mostra interesse, e non per la presenza di qualche sexy costume da bagno. Senza avere accesso ai dati ufficiali di Meta è difficile trarre delle conclusioni anche se c’è la forte convinzione tra i ricercatori che i risultati ottenuti siano abbastanza “rappresentativi” del funzionamento generale di Instagram.

In ogni caso, grazie ai whistleblower, sappiamo che Meta è consapevole dei danni che sta facendo sui teenager:

La metrica del coinvolgimento

Gli ingegneri di Meta hanno più volte affermato (le informazioni sono state recuperate attraverso i brevetti presentati) che l’algoritmo di Instagram analizza ogni immagine pubblicata sulla piattaforma assegnandogli una “metrica per misurare il coinvolgimento” che tiene conto dei comportamenti degli utenti. Per esempio, se a una persona piace un brand particolare e una foto mostra un prodotto di quello stesso marchio, la metrica di coinvolgimento aumenta. Altri parametri come il sesso, la provenienza e lo stato di vestizione delle persone in una foto possono influenzare il calcolo di questo parametro.

Sulla piattaforma, però, viene specificato che l’elenco dei contenuti proposto viene organizzato in base agli interessi degli utenti. Nel brevetto registrato da Facebook (ora Meta) nel 2015 veniva spiegato come l’algoritmo fosse in grado di classificare i contenuti in base a quello che potesse interessare agli utenti presenti sulla piattaforma.

Le immagini pubblicate possono essere visualizzate nei newsfeed di uno o più utenti in base al loro storico (i comportamenti tenuti finora) ma anche prestando attenzione alle preferenze stesse di Instagram, che può decidere arbitrariamente quello che può essere coinvolgente per i frequentatori della sua piattaforma. Facebook, per esempio, analizza automaticamente le immagini con un software specifico prima che il suo algoritmo decida quali mostrare nel newsfeed di un utente. L’intelligenza artificiale è stata addestrata attraverso migliaia di immagini che sono state analizzate manualmente: questa modalità tende a influenzare il modo in cui Instagram assegna le priorità nei feed di notizie.

Tutta colpa dell’IA?

Questo sistema, purtroppo, non è esente da problemi come sanno benissimo programmatori e ingegneri informatici: si possono verificare delle correlazioni spurie o fallaci. Per esempio, un algoritmo allenato a riconoscere lupi e cani attraverso una serie di immagini specifiche, non sempre riuscirà a identificare questi animali con la precisione di un essere umano. È possibile che consideri un lupo qualsiasi altro animale presente su uno sfondo con neve.

I dati che alimentano gli algoritmi nella maggior parte dei casi non sono di grande qualità (principalmente per una questione economica) e spesso vengono tralasciati dettagli e variabili che potrebbero fare la differenza nei sistemi automatizzati. Le conseguenze, alle volte, possono essere spiacevoli: lo scorso anno un artista brasiliano ha visto bloccati alcuni post su Instagram perché conteneva dei contenuti ritenuti violenti; peccato che le immagini raffigurassero il sette volte campione del mondo della F1 Lewis Hamilton e un ragazzino. Entrambi avevano la pelle scura. Un’insegnante di yoga di asiatica-americana è stata protagonista di un altro episodio particolare: una foto che la ritraeva nella posizione della gru laterale è stata bloccata perché secondo l’algoritmo di Instagram era volgare. Le linee guida di Instagram affermano che la nudità “non è consentita” ma la piattaforma sembra favorire quei post che mostrano centimetri e centimetri di pelle umana. La differenza tra quello che è lecito e quello che non lo è davvero sottile: il rischio di essere cacciati dalla piattaforma è sempre dietro l’angolo.

Giovanna, Marco e molti altri imprenditori che si affidano a Instagram per le loro campagne marketing avevano il terrore di parlare con i media. La maggior parte dei creatori di contenuti professionisti teme ritorsioni da parte di Meta sotto forma di cancellazione dell’account o divieti nascosti (per esempio i post mostrati a pochissimi follower o a nessuno!): una vera e propria condanna a morte per loro attività.

L’introduzione in Europa del GDPR sulla protezione dei dati nel 2018 e la promulgazione del Regolamento europeo Platform to Business (P2B) nel 2020 hanno obbligato i servizi di intermediazione online a rendere noti i principali parametri che determinano il ranking algoritmico. Purtroppo, nessuna autorità, a livello europeo o all’interno degli stati membri, ha il potere o gli strumenti necessari per controllare quello che fanno Meta, Google, Microsoft, Amazon e compagnia bella. Sebbene la discriminazione basata sul genere sia vietata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non esistono attualmente vie legali che permettano a un utente di avviare un procedimento contro la piattaforma di Meta.

Alcune organizzazioni/sindacati combattono per i diritti dei creatori indipendenti sui social media: sono già partite una serie di azioni collettive contro Google per chiedere una maggiore equità e trasparenza sulle politiche attuate su YouTube. Instagram, per ora, non è stato toccato: gli imprenditori e le imprenditrici sono costretti a rispettare le regole stabilite dagli ingegneri di Facebook se vogliono avere la possibilità di guadagnarsi da vivere…

A che età si può avere Instagram? La risposta giusta è 13 anni, il problema è che non lo sa quasi nessuno. Durante i miei corsi di uso consapevole della Rete e dei social che faccio per genitori e figli, nelle scuole e nelle biblioteche, a un certo punto mostro una slide con il faccione di Gerry Scotti. Lo chiamo il “momento quizzone”.

Sembra proprio una scena di “Chi vuole essere milionario”, con la fatidica domanda che tutti i genitori – chi più, chi meno – si stanno facendo: a che età si possono usare i social network e i sistemi di messaggistica?
Le risposte possibili sono quattro:

A – 18 anni

B – 12 anni

C – 13 anni

D – nessuna età

Chiedo di alzare la mano, moltissimi indicano che occorre essere maggiorenne, qualcuno azzarda 12 o 13 senza convinzione, pochi (di solito i ragazzi) auspicano che non ci sia alcuna età minima. La risposta giusta, come anticipato, è 13 anni (vedi Facebook), anche se a livello di UE si vorrebbe portare l’età minima a 16 anni; in Italia, dopo l’entrata in vigore del GDPR, si è impostata un’età minima di 14 anni come specifica il Garante per la privacy:

[…] il minore che ha compiuto i quattordici anni può esprimere il consenso al trattamento dei propri dati personali in relazione all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione. Con riguardo a tali servizi, il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a quattordici anni, fondato sull’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), del Regolamento, è lecito a condizione che sia prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale.

Inoltre:

In relazione all’offerta diretta ai minori dei servizi di cui al comma 1, il titolare del trattamento redige con linguaggio particolarmente chiaro e semplice, conciso ed esaustivo, facilmente accessibile e comprensibile dal minore, al fine di rendere significativo il consenso prestato da quest’ultimo, le informazioni e le comunicazioni relative al trattamento che lo riguardi.

In parole povere: tra i 13 e i 14 anni è necessaria una esplicita autorizzazione da parte dei genitori.

Perché proprio 13 anni?

Perché 13 anni e non 14, l’età minima per guidare un motorino, o 16 anni, l’età del consenso in Italia? Si tratta di una regola contrattuale proposta da multinazionali americane, alle quali è stata imposta dalla legge federale Usa: il Children’s Online Privacy Protection Act (nome in codice COPPA). Questa legge, come si spiega sul sito Protezionedatipersonali.it, “prescrive che nessuna persona giuridica (tranne gli enti pubblici) può raccogliere dati relativi a minori di 13 anni. Il COPPA prevede, inoltre, il preavviso di trattamento ai genitori, il consenso degli stessi, dimostrabile a richiesta, l’obbligo di adottare misure di sicurezza e il divieto di sollecitare dati non necessari al trattamento”.
Quindi, ricapitolando, 13 anni non è un’età legale riconosciuta dal nostro ordinamento, ma chi viola questa regola commette comunque un illecito: il dodicenne che si iscrive ugualmente viola un contratto. Questo vale per tutti i social (su Facebook c’è la possibilità di segnalare chi sgarra), Instagram compreso (qui l’Informativa, vedi foto sotto), per Gmail e tutto il mondo Google (ecco i requisiti in tutto il mondo); solo Twitter non fa cennno a un’età minima. Per WhatsApp, fino a qualche tempo fa l’età minima era 13 anni, ora è stata adeguata alla direttiva europea: vedi mio articolo “WhatsApp: è cambiata l’età minima per usarlo.

Ascolta il mio podcast su Genitoritalità e Tecnologia

Ma torniamo a Instagram. Dopo quattro anni di tour nelle scuole di mezza Italia posso dire che la stragrande maggioranza degli undicenni e dodicenni ha lo smartphone e moltissimi sono su Instagram: la maggior parte dei ragazzi riceve il telefonino dai dieci anni (vedi statistiche) ma sempre più è il regalo della prima comunione (8 anni). Tra i ragazzi della fascia 10-15 anni l’uso di Instagram è passato dal 5% del 2014 al 55% del 2015, fino al 61% del 2016 (fonte: indagine nei Comuni della Brianza).
Instagram, molto amato da Millennials e generazione X/Z perché molto “visuale”, con poco testo e sempre più pieno di video, oggi vanta 19 milioni di italiani attivi. Secondo le stime di Vincenzo Cosenza, +36% in un anno. Come vedi dal grafico qui sotto, il 10% degli utenti è minorenne, ma è plausibile pensare che in quel milione e mezzo di ragazzi ci siano anche gli under 13 che falsificano l’età al momento dell’iscrizione.

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