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Fermi tutti: forse ho letto il primo romanzo doomer della mia vita.

Appena ho scoperto un testo di narrativa costruito intorno a un incidente con un’auto a guida autonoma, mi sono fiondato a comprarlo. Si intitola Colpevolezza, lo ha scritto Bruce Holsinger e mi ha lasciato una sensazione precisa: dopo averlo letto, anche il frigorifero intelligente sembra avere qualcosa da nascondere.

Non conoscevo Holsinger come romanziere. Mi incuriosiva soprattutto la premessa: una famiglia, un minivan che dovrebbe guidare da solo, un figlio adolescente al volante e due morti. Abbastanza per chiedersi chi abbia sbagliato. E per scoprire quanto possa diventare comoda la risposta «è stata l’intelligenza artificiale».

Questa è la mia recensione di Colpevolezza, seguita da una guida ai concetti che attraversano il libro: doomer, etica computazionale, guida autonoma, informatica forense veicolare, black box, human in the loop, disallineamento e armi autonome. Racconto la premessa, senza svelare il finale.

Colpevolezza di Bruce Holsinger: la recensione

Il narratore è Noah, un avvocato sposato con Lorelei, un’esperta di etica dell’AI. La famiglia possiede un SensTrek, minivan a guida autonoma della IntelliGen. Durante un viaggio in Delaware avviene un incidente: al posto di guida c’è Charlie, il figlio diciassettenne. Nell’altra auto coinvolta muoiono due persone.

SensTrek e IntelliGen appartengono al mondo del romanzo. È utile ricordarlo, perché Holsinger costruisce un universo tecnologico abbastanza riconoscibile da farci cercare subito un equivalente reale.

Nei miei appunti di lettura ho segnato questo scambio:

«La macchina era impostata sulla guida autonoma.»
«Ma lui ha preso in mano il volante?»
«Sì, una macchina dall’altro senso di marcia stava invadendo la nostra corsia. Alice l’ha vista e ha gridato e Charlie ha afferrato il volante. Il che immagino abbia disattivato il pilota automatico.»

Quel «immagino» apre una voragine. Chi controllava davvero il mezzo? Che cosa aveva riconosciuto il sistema? Charlie ha provocato l’incidente oppure ha tentato di evitarlo? E quanto vale il ricordo di chi era a bordo, tra paura, distrazione e bisogno di proteggere un figlio?

Poi il detective introduce un sesto testimone: il minivan. Sensori, dati, movimenti, reazioni del guidatore. Un testimone che non può essere intimidito, almeno in senso umano. Ma i cui dati qualcuno deve estrarre, interpretare e mettere in discussione.

È qui che il romanzo mi ha preso. La tecnologia entra nella famiglia attraverso una domanda molto concreta: a chi attribuiamo la colpa quando l’azione è distribuita tra persone e sistemi automatici? Intanto tutti hanno qualcosa da difendere: un figlio, una carriera, una reputazione, un matrimonio.

Romanzo psicologico, legal thriller e techno-thriller

Colpevolezza ha diversi piani di lettura. Come romanzo psicologico mette sotto pressione i legami familiari, senza arrivare, secondo me, ai vertici di Roth o Franzen. Come legal thriller funziona, anche se Holsinger non è Grisham. Come techno-thriller cerca il territorio di Crichton: un incidente che fa emergere la fragilità di un intero sistema tecnologico.

Le parti che ho apprezzato di più sono quelle in cui la colpa cambia forma a seconda di chi racconta. Un conto è ciò che è accaduto; un altro è ciò che ciascuno riesce a confessare. E un altro ancora è ciò che si può dimostrare.

Il mio limite con il libro riguarda invece l’accumulo. Ci sono morale computazionale, dilemma del carrello, scatole nere, libero arbitrio degli algoritmi, proiezione antropomorfica e disallineamento. Poi arrivano droni killer, domotica malfunzionante, tecnocapitalisti accelerazionisti «elonmuskiani», adolescenti assorbiti da chatbot e smartphone, tecnomedicina, robotica industriale e perfino criminali che usano il machine learning per tracciare la polizia.

A tratti mi è sembrato che Holsinger volesse infilare nel bagagliaio l’intero dibattito sull’AI. Il minivan è capiente, ma qualche valigia resta fuori.

Questo sovraccarico non impedisce alla storia di scorrere. Per chi, come me, lavora con l’intelligenza artificiale, ha anche un vantaggio: offre molti agganci per ragionare. Purché si tenga distinta una vicenda narrativa da una dimostrazione scientifica.

L’edizione italiana è pubblicata da E/O, nella traduzione di Dario Diofebi: i dati editoriali sono consultabili nella scheda di Colpevolezza. Per acquistare la stessa edizione si può cercare il libro su Amazon tramite il suo ISBN.

Copertina originale dell’edizione italiana di Colpevolezza di Bruce Holsinger, E/O
La copertina dell’edizione italiana E/O, dalla scheda di Libreria Universitaria.

Che cosa significa doomer e perché uso questa parola

Doomer indica una persona che guarda al futuro con forte pessimismo e si aspetta un peggioramento radicale. È il senso generale riportato dal Cambridge Dictionary. Nel dibattito sull’intelligenza artificiale l’etichetta viene applicata a chi insiste sui suoi possibili esiti catastrofici.

Qui «romanzo doomer» è una mia definizione di lettura, non una categoria editoriale ufficiale. Non sto attribuendo a Holsinger una previsione sull’estinzione dell’umanità. Mi riferisco al clima del libro: l’innovazione promette comodità, poi si presenta con il conto, e spesso il conto è tragico.

In questa atmosfera la tecnologia può diventare una lente deformante: ogni problema sembra confermare che ci stiamo consegnando a qualcosa di incontrollabile. Per questo leggo Colpevolezza come una storia sulla responsabilità e sulla fiducia, evitando di trasformarlo in una sentenza contro ogni applicazione dell’AI.

Guida autonoma e responsabilità: chi risponde di un incidente?

Guida assistita e guida autonoma non sono sinonimi. La National Highway Traffic Safety Administration, l’agenzia statunitense per la sicurezza stradale, distingue i livelli di automazione: al livello 2 il conducente deve sorvegliare continuamente; al livello 3 il sistema guida in determinate condizioni, ma la persona deve essere disponibile a riprendere il controllo quando richiesto; al livello 4 il sistema gestisce anche il recupero di sicurezza nel proprio ambito operativo; il livello 5 indica l’automazione completa in tutte le condizioni di guida gestibili da un conducente umano.

Un nome commerciale rassicurante non ci dice a quale livello appartenga un veicolo. Né autorizza a smettere di prestare attenzione. Nel romanzo il gesto di Charlie rende visibile proprio il problema del passaggio di controllo: il momento in cui l’umano e la macchina possono interferire anziché collaborare.

La responsabilità per un incidente con un veicolo automatizzato dipende dalla legge applicabile e dalla ricostruzione dei fatti. La storia è ambientata negli Stati Uniti: non possiamo trasferire automaticamente il suo quadro giudiziario in Italia. Per ragionare sul caso, le domande da separare sono queste:

Questione da verificarePerché conta
Chi controllava sterzo, accelerazione e frenata in quel momento?Aiuta a ricostruire l’azione concreta del sistema e della persona.
Il veicolo operava nelle condizioni previste per quella funzione?Strada, visibilità e limiti operativi possono incidere sulla valutazione.
C’erano difetti di sensori, software o istruzioni?Può emergere una questione di responsabilità da prodotto.
Quali avvisi sono stati dati e quanto tempo c’era per reagire?Una possibilità teorica di intervento va confrontata con ciò che era concretamente possibile.
Quali prove sono disponibili e quanto sono affidabili?I dati tecnici devono essere interpretati insieme alle altre evidenze.

In Europa, la direttiva (UE) 2024/2853 sulla responsabilità per prodotti difettosi include esplicitamente il software nella definizione di prodotto. Prevede il recepimento entro il 9 dicembre 2026 e si applica ai prodotti immessi sul mercato o messi in servizio dopo quella data. Alla data di questo articolo, il 4 ottobre 2026, quel termine è ancora futuro. La direttiva non stabilisce che, in qualunque incidente, paghi sempre il produttore: bisogna accertare i presupposti della responsabilità.

«Guidava l’AI» è l’inizio dell’indagine. Difficilmente basta come risposta.

DVF e black box: l’auto come testimone digitale

Che cos’è l’informatica forense veicolare

DVF significa Digital Vehicle Forensics: identificare, acquisire e analizzare tracce digitali legate a un veicolo per ricostruire eventi. Il gruppo di ricerca della Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg studia proprio l’estrazione e l’interpretazione dei dati delle auto moderne.

In pratica si cercano elementi utili a capire velocità, comandi, stato dei sistemi e sequenza temporale dell’incidente. Le fonti possono essere diverse: centraline, infotainment e altri dati disponibili. La macchina lascia tracce; il lavoro forense serve a capire che cosa dimostrino davvero.

Attenzione però al «registra tutto» del romanzo. La NHTSA definisce l’Event Data Recorder, o EDR, come un dispositivo che registra determinate informazioni tecniche per pochi secondi intorno all’urto. In questa definizione non rientrano registrazioni audio o video. Altri sistemi possono raccogliere ulteriori dati, ma non bisogna immaginare un archivio universale e infallibile di ogni auto.

Le due scatole nere

«Black box» può indicare due cose diverse: un registratore di eventi, come quello appena descritto, oppure un sistema di cui osserviamo gli ingressi e i risultati senza comprendere facilmente il percorso che li collega.

Nel secondo caso parliamo di opacità del modello. Il National Institute of Standards and Technology distingue trasparenza, spiegabilità e interpretabilità: sapere che un sistema esiste e raccoglie dati non equivale a comprenderne il funzionamento o il significato di un risultato. Possiamo avere molti log e una spiegazione ancora insufficiente.

Etica computazionale e dilemma del carrello

L’etica computazionale tenta di tradurre criteri morali in regole, vincoli o obiettivi utilizzabili da un sistema informatico. «Computazioni etiche» e «morale computazionale», nel contesto del libro, rimandano a questo problema: come trasformare valori umani, spesso in conflitto tra loro, in decisioni operative?

Il dilemma del carrello è l’esperimento mentale in cui si deve decidere se deviare un mezzo fuori controllo: salvare più persone comporta sacrificarne un’altra. Applicato alle auto autonome diventa: chi deve essere protetto se l’urto è inevitabile?

Lo studio The Moral Machine experiment, di Edmond Awad e colleghi, pubblicato su Nature nel 2018, ha raccolto giudizi su scenari di questo tipo e ha mostrato anche differenze tra contesti culturali. Ma un’indagine sulle preferenze delle persone non è, da sola, un codice morale da installare sul cruscotto.

Il dilemma funziona molto bene nei romanzi e nelle discussioni. Io continuo a trovare più utile chiedere come progettare un sistema che riduca la probabilità di arrivare a quella scelta: percezione affidabile, velocità appropriata, limiti operativi chiari, gestione delle anomalie. L’etica entra già lì, molto prima dell’ultimo secondo.

Human in the loop: basta avere una persona al volante?

Human in the loop significa prevedere un intervento umano nel processo decisionale di un sistema. Nel romanzo Charlie è fisicamente presente, ma questo non risolve il problema. Deve capire che cosa sta succedendo, avere tempo per reagire e disporre di un comando efficace.

Un essere umano può anche supervisionare un sistema e intervenire quando necessario: è la logica spesso descritta come human on the loop. Le due espressioni aiutano a discutere il ruolo delle persone, ma non certificano la sicurezza di una procedura.

Il framework del NIST per la gestione del rischio AI colloca la valutazione dei rischi nel contesto di progettazione e utilizzo. La domanda pratica che porto nei miei corsi è questa: la persona che dovrebbe controllare possiede informazioni, competenze, tempo e autorità per farlo? Se manca uno di questi elementi, «c’è sempre un umano» può diventare una formula di conforto.

Proiezione antropomorfica e libero arbitrio degli algoritmi

La proiezione antropomorfica consiste nell’attribuire qualità umane a qualcosa che umano non è. Un chatbot «mi capisce», l’auto «ha voluto proteggermi», l’algoritmo «si è arrabbiato». Sono espressioni intuitive, ma possono complicare la comprensione del sistema. Ne ho parlato anche nell’articolo Quando ChatGPT sembra una persona.

Il «libero arbitrio degli algoritmi» è invece una formula filosofica e narrativa da maneggiare con cautela. L’autonomia operativa di un software non dimostra che possieda coscienza, intenzioni o responsabilità morale paragonabili a quelle umane. Quando descriviamo ciò che il sistema «ha deciso», dovremmo poter risalire a dati, regole, obiettivi, addestramento e condizioni d’uso.

Nel romanzo questa ambiguità è interessante: dare una personalità alla macchina può aiutarci a fidarci. Oppure a trovare qualcuno da accusare senza dover interrogare troppo chi l’ha progettata, venduta e utilizzata.

Disallineamento: quando l’obiettivo misurato tradisce quello desiderato

Il disallineamento è uno scarto tra il comportamento di un sistema e gli obiettivi, i valori o i vincoli che vorremmo rispettasse. Una sua manifestazione è lo specification gaming: il sistema soddisfa la specifica letterale ottenendo un risultato diverso da quello che intendevamo.

In un approfondimento di Google DeepMind un agente, premiato per portare in alto la base di un blocco rosso, ottiene il risultato ribaltando il blocco anziché impilarlo su quello blu. Ha raggiunto la misura del successo, ma ha mancato il compito desiderato.

Un esempio ipotetico più vicino alla vita quotidiana: se premio un assistente soltanto per la velocità con cui chiude una richiesta, potrei incentivarlo a saltare verifiche importanti. Non occorre immaginare una macchina malvagia. Basta aver definito male che cosa significa «fare bene».

Droni killer e LAWS: che cosa sono le armi autonome

LAWS significa Lethal Autonomous Weapons Systems, sistemi d’arma autonomi letali. Il Comitato internazionale della Croce Rossa descrive le armi autonome come sistemi che, dopo l’attivazione, selezionano e applicano forza ai bersagli senza ulteriori interventi umani.

Un drone armato non è automaticamente un’arma autonoma: può essere pilotato a distanza. Inoltre, l’autonomia di navigazione non equivale all’autonomia nella selezione e nell’attacco di un bersaglio. «Drone killer» è un’espressione giornalistica; la distinzione tecnica riguarda soprattutto chi controlla l’uso della forza.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa raccomanda divieti e limiti specifici per preservare il controllo umano. Sono raccomandazioni da distinguere da un divieto universale già operativo. Il suo video seguente illustra il problema con simulazioni: non mostra prove documentarie di attacchi reali.

What are the dangers of autonomous weapons? | The Laws of War, Comitato internazionale della Croce Rossa.

Accelerazionisti, domotica, chatbot e gli altri pezzi del mosaico

Il romanzo aggiunge molti altri temi. Vale la pena chiarirli senza fingere che siano tutti lo stesso problema.

Tecnocapitalismo e accelerazionismo

Con «tecnocapitalisti» descrivo qui i personaggi che concentrano insieme potere economico e controllo delle infrastrutture tecnologiche. «Accelerazionisti» rimanda, nel contesto di questa lettura, alla convinzione che si debba spingere rapidamente lo sviluppo e la diffusione della tecnologia. È una semplificazione di posizioni diverse. Il mio aggettivo «elonmuskiani» riguarda l’immaginario dei personaggi: non dimostra che ogni imprenditore tecnologico sostenga la stessa ideologia.

Domotica e robotica industriale

La domotica automatizza funzioni dell’abitazione: luci, temperatura, accessi, dispositivi. Un malfunzionamento può avere molte cause, dal sensore alla connessione al software; non ogni guasto è un problema di AI. La robotica industriale riguarda invece macchine che svolgono operazioni come manipolazione, assemblaggio o saldatura. Anche qui, automazione e intelligenza artificiale non coincidono. L’Occupational Safety and Health Administration dedica ai sistemi robotici industriali una guida sulla sicurezza: il rischio va valutato nel sistema concreto in cui il robot lavora.

Chatbot, smartphone e dipendenza

Nel libro gli adolescenti sono assorbiti dagli schermi e dai chatbot. Nella divulgazione conviene distinguere uso intenso, affidamento emotivo e dipendenza: non sono etichette intercambiabili, e una vicenda romanzesca non permette una diagnosi. Il profilo del NIST dedicato all’AI generativa è un riferimento per esaminare anche i rischi delle relazioni tra persone e sistemi. La domanda utile per leggere questi personaggi è quanto la delega tecnologica stia cambiando attenzione, fiducia e relazioni.

Tecnomedicina

Uso «tecnomedicina» come termine ampio per l’impiego della tecnologia nella salute, dall’analisi delle immagini al supporto decisionale. Non designa un unico tipo di sistema. L’Organizzazione mondiale della sanità, nelle indicazioni su etica e governance dell’AI per la salute, mette al centro autonomia umana, sicurezza e responsabilità. Il passaggio dalla promessa al beneficio richiede valutazioni specifiche, non soltanto un algoritmo convincente.

Machine learning e criminalità

Il machine learning è l’insieme di metodi con cui un sistema apprende regolarità dai dati per produrre, per esempio, classificazioni o previsioni. Nel romanzo compare anche l’uso criminale di queste capacità per tracciare la polizia. Lo considero un elemento della trama: da solo non documenta che organizzazioni reali utilizzino proprio quei sistemi. La capacità tecnica e il suo impiego concreto sono due affermazioni diverse, da verificare separatamente.

Oltre 400 pagine, senza pilota automatico

Alla fine Colpevolezza si fa leggere. Mi convince quando usa la tecnologia per mettere a nudo le persone: le omissioni, le giustificazioni, il bisogno di sentirsi innocenti. Mi convince meno quando sembra convocare ogni paura tecnologica disponibile.

Lo consiglierei a chi cerca una storia familiare con un forte innesco etico e a chi vuole discutere di AI partendo da una situazione concreta. Lo leggerei tenendo aperte le domande: come si ricostruisce un evento, quanto controllo possiede davvero un essere umano, chi definisce gli obiettivi e chi risponde degli errori.

Holsinger mette in scena una tentazione molto umana: affidare alla macchina anche il compito di assolverci. Per questo il titolo funziona così bene.

Oltre 400 pagine che scorrono. Senza pilota automatico.

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Il futuro della tecnologia si capisce osservando il passaggio da macchine che eseguono comandi a sistemi che percepiscono, simulano, decidono e agiscono. Alle tre del mattino una fabbrica continua a produrre, ma le luci sono spente. Su una strada, un’automobile senza volante affronta pioggia, cantieri e deviazioni senza chiedere aiuto. In un magazzino, un robot vede un ostacolo, cambia piano e riprende il lavoro. Nel frattempo una rete mobile non si limita a trasmettere dati, ma contribuisce a localizzare oggetti e a interpretare ciò che accade nello spazio.

Sono immagini potenti, ma rischiano di mettere nello stesso cassetto realtà industriali già operative, prototipi promettenti e categorie tecniche che descrivono un traguardo ancora lontano. Per capire il futuro serve quindi un vocabolario. Non per fare bella figura alla prossima riunione, ma per distinguere ciò che è disponibile, ciò che è in sperimentazione e ciò che per ora vive soprattutto nelle presentazioni con sfondo nero e scritte fluorescenti.

Ho scelto dieci concetti. Insieme raccontano una traiettoria precisa: le macchine percepiscono meglio il mondo, costruiscono copie digitali della realtà, decidono con più autonomia e agiscono nel software o nello spazio fisico. Il vero tema, però, non è quanta autonomia possiamo dare loro. È quanta autonomia sappiamo governare.

1 Dark factory

Una dark factory, chiamata anche lights out factory, è uno stabilimento progettato per funzionare per lunghi periodi con una presenza umana minima. Le luci possono restare spente perché robot, sistemi di visione, sensori e software di controllo non hanno bisogno dell’illuminazione pensata per le persone.

Una dark factory non elimina necessariamente ogni essere umano dallo stabilimento. Separa la produzione ripetitiva dalla supervisione, dalla manutenzione e dalla gestione delle eccezioni. Un caso documentato dalla International Federation of Robotics mostra una cella robotizzata capace di lavorare di notte e di spostare gli addetti verso attività più specializzate. È un esempio circoscritto, non la prova che ogni fabbrica possa spegnere le luci domani mattina.

Che cosa cambia Il vantaggio non deriva soltanto dal costo del lavoro. Conta la continuità produttiva, la regolarità della qualità e la possibilità di usare turni non presidiati. Aumentano però la dipendenza da sensori affidabili, manutenzione predittiva, cybersecurity e procedure di arresto sicuro.

La domanda utile Quale parte del processo è abbastanza stabile, osservabile e standardizzata da poter funzionare senza un operatore presente in ogni momento?

2 Guida autonoma di livello 5

Il livello 5 è l’ultimo gradino della classificazione SAE dell’automazione di guida. Significa che il sistema svolge l’intero compito di guida in tutte le condizioni e su tutte le strade previste per un conducente umano. Non c’è bisogno che una persona sia pronta a riprendere il controllo. In teoria non servono nemmeno volante e pedali.

Qui è indispensabile togliere un po’ di nebbia dal marketing. La National Highway Traffic Safety Administration statunitense precisa che il livello 5 non è disponibile nei veicoli acquistabili oggi dai consumatori. Il livello 4, invece, può gestire la guida senza intervento umano solo dentro un dominio operativo limitato, per esempio un’area geografica o condizioni definite. Nel giugno 2026 la UNECE ha adottato un primo quadro globale che abilita giuridicamente sistemi di guida pienamente autonoma. Una cornice regolatoria, però, non trasforma automaticamente una categoria tecnica in un prodotto universale.

Che cosa cambia L’auto smette di essere un mezzo guidato e diventa un servizio che decide. Responsabilità, assicurazioni, manutenzione del software, mappe, infrastrutture e gestione degli incidenti devono essere ripensate insieme.

La domanda utile Il sistema è autonomo ovunque oppure soltanto dentro condizioni precise che qualcuno deve conoscere, verificare e far rispettare?

3 Human machine interface

HMI significa human machine interface, interfaccia uomo macchina. In una fabbrica può essere il pannello da cui un operatore controlla una linea. In un’auto comprende display, comandi vocali, avvisi sonori e segnali tattili. Nei sistemi più recenti l’interazione può combinare voce, gesti, sguardo, immagini e linguaggio naturale.

L’interfaccia del futuro non sarà per forza uno schermo più grande. Potrebbe diventare meno visibile e più contestuale: la macchina capisce che cosa stiamo facendo, propone l’informazione necessaria e sceglie il canale meno invasivo. È anche qui che nascono nuovi rischi. Un’interfaccia può ridurre il carico cognitivo oppure nascondere troppo bene ciò che il sistema sta decidendo.

La serie ISO 9241 sul design centrato sulle persone ricorda che hardware e software devono migliorare l’interazione lungo l’intero ciclo di vita del sistema. La più recente ISO 9241 161 del 2025 aggiorna inoltre requisiti e raccomandazioni per gli elementi visuali delle interfacce.

Che cosa cambia La qualità di una macchina intelligente dipenderà anche da come comunica incertezza, limiti, priorità e richieste di intervento. Un semaforo verde messo nel posto sbagliato può essere più pericoloso di un algoritmo mediocre.

La domanda utile L’utente capisce che cosa sta facendo il sistema, perché lo sta facendo e quando deve intervenire?

4 Digital twin

Un digital twin è una rappresentazione digitale di una macchina, un impianto, un edificio o un processo, alimentata da dati del corrispondente fisico. Non è un semplice modello 3D. Diventa davvero un gemello quando resta collegato alla realtà e consente di osservare, diagnosticare, prevedere e provare alternative.

Il National Institute of Standards and Technology descrive applicazioni industriali che vanno dal monitoraggio dello stato delle macchine alla previsione delle anomalie, dalla pianificazione della manutenzione alla messa in servizio virtuale. Prima di cambiare la linea reale, posso verificare sul gemello digitale che cosa potrebbe succedere. Risparmio esperimenti costosi, ma soltanto se dati e modello restano credibili.

Ne avevo già richiamato il ruolo parlando dell’evoluzione digitale delle aziende in questa intervista sulla storia che va da Google all’intelligenza artificiale. Il gemello digitale è importante perché sposta una parte delle decisioni dal mondo delle opinioni a quello delle simulazioni verificabili.

Che cosa cambia Progettazione, formazione, manutenzione e ottimizzazione possono condividere la stessa rappresentazione dinamica dell’asset. Se il gemello è alimentato da dati incompleti o fuori tempo, però, produce una sicurezza soltanto apparente.

La domanda utile Quanto è fedele, aggiornato e validato il modello su cui stiamo prendendo decisioni reali?

Per approfondire: un webinar del progetto europeo AUTO-TWIN sugli standard e i digital twin industriali.

5 Edge AI

Con edge AI l’intelligenza artificiale viene eseguita vicino al luogo in cui nascono i dati: un sensore, una telecamera, un macchinario, un veicolo o un dispositivo. Non tutto deve attraversare la rete, raggiungere un data center e tornare indietro con una risposta.

Secondo il programma Edge AI del NIST, la quantità di dati prodotta ai margini della rete cresce al punto che non può essere trattata sempre come in passato, inviandola integralmente al cloud. Elaborare localmente può ridurre i tempi di risposta e la dipendenza dalla connettività. Può anche mantenere alcuni dati sul dispositivo, ma non rende automaticamente il sistema privato o sicuro.

Che cosa cambia Una telecamera può riconoscere un difetto mentre il pezzo passa sulla linea. Un robot può fermarsi davanti a una persona senza aspettare una risposta remota. Il cloud resta utile per addestramento, coordinamento e aggiornamenti, mentre l’edge gestisce ciò che non può permettersi di aspettare.

La domanda utile Quali decisioni devono essere prese localmente per ragioni di latenza, continuità operativa, costo o protezione dei dati?

6 Embodied AI

L’embodied AI, spesso chiamata anche physical AI, è un’intelligenza artificiale incorporata in un corpo che percepisce e modifica l’ambiente. Il corpo può essere un robot umanoide, un braccio industriale, un drone o un veicolo. La difficoltà non sta soltanto nel capire un comando, ma nel tradurlo in un’azione fisica sicura.

Nel mondo digitale un errore può generare una frase sbagliata. Nel mondo fisico può rompere un componente o ferire qualcuno. Per questo servono comprensione spaziale, pianificazione, controllo del movimento e capacità di verificare se il compito è davvero riuscito. Google DeepMind descrive queste capacità nei suoi modelli di embodied reasoning per la robotica, mostrando applicazioni come la lettura di strumenti e il controllo dell’esito di un’azione. Sono progressi notevoli, ma restano dimostrazioni e strumenti per sviluppatori, non robot universali pronti a cavarsela in qualsiasi casa o fabbrica.

Che cosa cambia L’AI esce dallo schermo e acquisisce mani, ruote e sensori. La valutazione deve quindi includere danni fisici, spazi condivisi, procedure di emergenza e responsabilità operative.

La domanda utile Il sistema sa riconoscere un fallimento e fermarsi prima che un errore digitale diventi un danno materiale?

7 Agentic AI

Un chatbot produce una risposta. Un agente riceve un obiettivo, sceglie una sequenza di azioni, usa strumenti e verifica almeno in parte il risultato. Può consultare documenti, interrogare un database, aggiornare un CRM, preparare un preventivo o aprire una richiesta di assistenza.

La differenza decisiva non è il tono più umano della conversazione. È il permesso di agire. Il National Cybersecurity Center of Excellence del NIST sta studiando identità e autorizzazioni degli agenti proprio perché la loro capacità di prendere decisioni ed eseguire operazioni con supervisione limitata amplia sia le opportunità sia i rischi.

Un agente senza identità chiara, permessi minimi, registri delle azioni e confini di spesa è un collega velocissimo a cui abbiamo consegnato le chiavi di tutto il palazzo il primo giorno di lavoro. La metafora fa sorridere finché non arriva la prima fattura.

Che cosa cambia Il software passa dal suggerire al fare. La governance deve specificare quali strumenti può usare, quali dati può vedere, quali azioni richiedono conferma e come si ricostruisce ciò che ha fatto.

La domanda utile Se l’agente sbaglia, possiamo capire con quali dati, permessi e passaggi è arrivato a quell’azione?

8 Software defined everything

Quando un oggetto è software defined, una parte crescente del suo comportamento dipende dal software e può cambiare dopo la vendita attraverso configurazioni o aggiornamenti. L’esempio più evidente è l’automobile, che sta diventando una piattaforma aggiornabile. Lo stesso principio si applica a reti, macchinari industriali, dispositivi medici ed edifici.

Questo allunga la vita funzionale del prodotto e consente di correggere difetti o aggiungere servizi. Al tempo stesso crea una domanda scomoda: abbiamo comprato un oggetto o una licenza d’uso continuamente modificabile dal produttore? Le regole UNECE sulla cybersecurity e sugli aggiornamenti software dei veicoli richiedono ai costruttori sistemi di gestione degli aggiornamenti e tracciabilità delle versioni rilevanti per l’omologazione.

Che cosa cambia Il prodotto non è più definitivamente uguale a se stesso quando esce dalla fabbrica. Sicurezza, prestazioni, funzioni e modello commerciale possono evolvere. Anche acquisti e manutenzione devono valutare la politica degli aggiornamenti, non soltanto la scheda tecnica iniziale.

La domanda utile Chi controlla il software, per quanto tempo garantisce gli aggiornamenti e che cosa succede quando il supporto termina?

9 Reti 6G e sensing integrato

Il 6G non è semplicemente un 5G più veloce. Nel quadro IMT 2030 le reti future vengono pensate per combinare comunicazione, intelligenza artificiale e capacità di percepire l’ambiente. Il sensing integrato potrebbe permettere alla stessa infrastruttura radio di trasmettere dati e contribuire a localizzare oggetti, rilevare movimenti o ricostruire caratteristiche dello spazio.

Nel marzo 2026 l’International Telecommunication Union ha annunciato un accordo tecnico sui requisiti prestazionali preliminari di IMT 2030. I sei scenari comprendono comunicazioni immersive, collegamenti iperaffidabili a bassa latenza, connettività ubiqua, AI integrata nella rete e integrated sensing and communication. Alla data di questo articolo, l’approvazione formale dei requisiti era prevista per dicembre 2026. Non stiamo quindi parlando di uno smartphone 6G da mettere nel carrello la settimana prossima.

Che cosa cambia La rete potrebbe diventare una parte attiva dei sistemi autonomi, non un semplice tubo. Fabbriche, trasporti, agricoltura e soccorso potrebbero condividere connettività, localizzazione e rilevamento in tempo quasi reale.

La domanda utile Quale valore nasce davvero dall’integrazione tra comunicazione e percezione, e quali nuovi dati ambientali stiamo raccogliendo?

10 Human on the loop

Più i sistemi diventano autonomi, più dobbiamo essere precisi sul ruolo umano. Nel linguaggio della progettazione, human in the loop indica un essere umano coinvolto nel ciclo decisionale, per esempio per approvare ogni operazione critica. Human on the loop descrive invece una persona che sorveglia il sistema e può intervenire, sospenderlo o correggerlo. Human in command allarga il campo alla responsabilità complessiva, comprese finalità, regole e possibilità di disattivazione.

Queste espressioni non sono bacchette magiche e non sostituiscono un’analisi dei rischi. Le linee guida europee per un’intelligenza artificiale affidabile le indicano come possibili forme di controllo umano. L’AI Act europeo richiede inoltre misure appropriate di supervisione umana per i sistemi ad alto rischio. La parola decisiva è appropriate: chiedere a una persona di confermare centinaia di decisioni al minuto non crea controllo, crea una firma automatica umana.

Che cosa cambia La supervisione diventa una funzione da progettare con tempi, competenze, informazioni e poteri reali. Un pulsante rosso che nessuno sa quando premere è arredamento industriale.

La domanda utile La persona incaricata di controllare il sistema ha tempo, informazioni, competenze e autorità per fermarlo davvero?

Il futuro sarà autonomo ma non automatico

Questi dieci concetti non avanzano in fila ordinata. Si alimentano a vicenda. Una dark factory usa edge AI per reagire in tempo reale, digital twin per simulare le modifiche, HMI per informare i tecnici e agenti per coordinare ordini, manutenzione e documentazione. Le reti future collegano il sistema, mentre l’embodied AI gli permette di agire nello spazio fisico. Il software continua a modificarne il comportamento anche dopo l’installazione.

La direzione è chiara. Stiamo passando da strumenti che eseguono comandi a sistemi che interpretano obiettivi e gestiscono eccezioni. La velocità, però, varia molto da settore a settore. Una cella produttiva può già lavorare senza presidio per alcune ore. Un veicolo di livello 5 capace di muoversi ovunque resta un obiettivo. Un agente può aggiornare un CRM oggi, ma non per questo merita accesso illimitato a clienti, prezzi e pagamenti.

Per aziende e pubbliche amministrazioni la competenza decisiva non sarà prevedere la data esatta in cui arriverà ogni tecnologia. Sarà saper porre quattro domande prima di adottarla: che cosa percepisce, che cosa può decidere, che cosa può fare e chi risponde quando sbaglia. Il futuro non diventa comprensibile quando impariamo dieci sigle. Diventa governabile quando sappiamo dove mettere i confini.

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No: l’approvazione di Tesla FSD Supervised in Slovenia non significa che sia arrivata la guida autonoma. Il sistema disponibile sulle Tesla resta al livello 2 SAE: accelera, frena e sterza, ma chi siede al volante deve sorvegliarlo in ogni momento e rimane responsabile. Il Cybercab, invece, può operare senza conducente, ma soltanto entro condizioni e aree definite. Per questo si parla di livello 4, non di livello 5.

La differenza può sembrare accademica. In realtà decide chi deve guardare la strada, chi deve intervenire quando qualcosa va storto e chi porta la responsabilità della guida. Cambia tutto.

Tesla FSD approvato in Slovenia: che cosa è successo davvero

L’8 settembre 2026 la Slovenia ha autorizzato l’uso sulle proprie strade di Tesla Full Self-Driving (Supervised). È il sesto Paese europeo a farlo. La notizia, riportata da Quattroruote, può facilmente generare un equivoco: “Full Self-Driving” suona come “l’auto guida da sola”.

Non è così. La Slovenian Traffic Safety Agency, citata da Reuters, parla di riconoscimento temporaneo del sistema FSD Supervised e di integrazione graduale sotto controllo normativo e di sicurezza. Reuters lo definisce correttamente un sistema di assistenza alla guida che controlla l’auto, ma richiede al conducente di prestare attenzione.

Anche Tesla, nella propria documentazione ufficiale, usa la parola decisiva: Supervised. Il sistema può condurre l’auto quasi ovunque, ma sotto la supervisione del guidatore.

Tradotto: la Slovenia ha autorizzato una funzione avanzata. Non ha promosso la Tesla al livello 5 e nemmeno al livello 3.

I livelli SAE spiegati senza il marketing

La classificazione SAE non assegna un voto all’automobile. Descrive una specifica funzione di guida, indicando che cosa fa il sistema e che cosa deve ancora fare la persona. La sintesi della National Highway Traffic Safety Administration è molto chiara.

Livello Che cosa fa il sistema Ruolo della persona
0 Avvisi o interventi momentanei Guida e controlla tutto
1 Gestisce sterzo oppure velocità e frenata Guida e sorveglia
2 Gestisce insieme sterzo, accelerazione e frenata Deve sorvegliare continuamente
3 Guida in condizioni specifiche e può chiedere la ripresa del controllo Può non sorvegliare costantemente, ma deve essere pronto a intervenire
4 Guida senza conducente entro un dominio operativo definito È passeggero finché il sistema resta nel proprio dominio
5 Guida ovunque, su qualunque strada e in tutte le condizioni gestibili da un umano È sempre passeggero

Il salto più ingannevole è quello tra livello 2 e livello 3. Al livello 2 il sistema esegue molte azioni, ma il guidatore continua a guidare dal punto di vista funzionale e legale. Se legge un messaggio perché “tanto fa tutto l’auto”, sta usando male il sistema.

Perché Tesla FSD Supervised resta al livello 2

FSD può cambiare corsia, affrontare incroci, seguire il percorso, regolare la velocità e reagire al traffico. Eppure tre elementi lo mantengono al livello 2:

  • Il conducente deve osservare la strada.
  • Il conducente deve intervenire immediatamente.
  • Il conducente rimane responsabile della guida.

Un software può fare moltissimo e restare un assistente. Il nome “Full Self-Driving” descrive un’ambizione commerciale, non la categoria tecnica attuale del prodotto.

La questione umana non è secondaria. Uno studio del 2025 pubblicato su European Transport Research Review ha testato 31 persone in simulatore: lavorare al computer, guardare video o telefonare peggiorava la qualità della ripresa del controllo. Lo studio riguarda il livello 3, ma mostra perché affidare all’essere umano il ruolo di “paracadute” non è banale. L’attenzione non si riaccende premendo un pulsante.

Il Tesla Cybercab è livello 5?

No. Il Cybercab può essere considerato un sistema di livello 4 quando opera senza conducente dentro il proprio dominio operativo. Non diventa livello 5 solo perché non ha volante e pedali.

Dal 3 settembre 2026 Tesla ha iniziato a impiegare un piccolo numero di Cybercab ad Austin. Il veicolo a due posti non dispone dei normali comandi manuali. Proprio questa configurazione ha attirato l’attenzione della NHTSA: il 15 settembre l’autorità statunitense ha chiesto a Tesla chiarimenti sulla certificazione, sui limiti geografici, sugli orari di funzionamento e sull’eventuale presenza di comandi temporanei. Lo riferisce Reuters nell’articolo sull’indagine NHTSA.

Queste domande descrivono perfettamente la distanza dal livello 5. Un robotaxi che lavora in alcune zone di Austin, con regole, mappe operative e condizioni definite, può fare a meno del guidatore ma non può affrontare automaticamente qualsiasi strada del pianeta, dalla nebbia in Val Padana a una nevicata alpina, da un cantiere improvvisato a un sentiero sterrato.

Livello 4 non significa “quasi livello 5”

I livelli non sono tacche di una batteria. Il livello 4 può essere molto autonomo dentro un perimetro e del tutto indisponibile fuori. Il livello 5 elimina il perimetro. È una differenza enorme: tecnica, economica, normativa e assicurativa.

Waymo offre già un esempio maturo di livello 4 nei territori in cui opera. Uno studio peer reviewed del 2025 su 56,7 milioni di miglia senza conducente ha rilevato tassi inferiori rispetto ai benchmark umani in diverse categorie di incidente, comprese quelle con pedoni e ciclisti. È un risultato importante, ma non prova il livello 5: i dati provengono da città e domini operativi selezionati. Dimostrano che il livello 4 può essere utile e sicuro in contesti delimitati.

Perché il livello 5 è ancora lontano

La parte difficile non è far viaggiare bene un’auto nel 99% delle situazioni comuni. È gestire il residuo imprevedibile senza un essere umano pronto a salvare la scena.

Restano almeno cinque ostacoli:

  1. I casi rari. Animali, lavori stradali insoliti, gesti ambigui degli agenti, segnaletica danneggiata, allagamenti, comportamenti irrazionali degli altri utenti.
  2. Il maltempo e la visibilità. Pioggia intensa, neve, nebbia, sole basso e sensori sporchi riducono la qualità della percezione.
  3. La validazione. Gli eventi davvero pericolosi sono rari, quindi servono simulazioni, prove su strada e metriche comparabili. La ricerca parla di “curse of rarity”: più lo scenario è raro e complesso, più diventa difficile dimostrare statisticamente la sicurezza.
  4. Regole e responsabilità. Omologazione, assicurazione, responsabilità del produttore e comportamento in emergenza cambiano tra Paesi.
  5. Costi e scalabilità. Sensori, calcolo, mappatura, assistenza remota e gestione della flotta devono funzionare a costi sostenibili.

Nel settore dei trasporti l’AI sta già producendo valore anche senza promettere automobili onnipotenti. Ho raccolto altri esempi concreti di intelligenza artificiale applicata ai trasporti, dalla manutenzione alla pianificazione, fino alla gestione documentale.

Quanto manca alla vera guida autonoma?

Per il livello 4 la risposta è: è già qui, ma a isole. Robotaxi senza conducente operano in zone definite di alcune città. L’espansione sarà graduale, città per città e caso d’uso per caso d’uso.

Per il livello 5 non esiste una data scientificamente credibile. La più recente indagine McKinsey tra 91 operatori ed esperti del settore, pubblicata nel gennaio 2026, ha rilevato un allungamento medio delle previsioni di uno o due anni. La diffusione su larga scala dei robotaxi di livello 4 viene collocata intorno al 2030; i test urbani di livello 4 sulle auto private intorno al 2032. Inoltre, il gruppo più numeroso degli intervistati ritiene che nel 2035 il mercato di massa delle auto private sarà ancora centrato su funzioni di livello 2 avanzato.

Questa è una previsione industriale, non un calendario garantito. Sul livello 5 il dato più corretto è proprio l’assenza di una scadenza affidabile. Potrebbe richiedere molti anni, forse decenni, e potrebbe non essere economicamente sensato in ogni veicolo e in ogni luogo.

Come leggere le prossime notizie sulla guida autonoma

Quando leggi che un’auto “guida da sola”, verifica quattro cose:

  • chi deve sorvegliare la strada;
  • chi deve intervenire in caso di errore;
  • dove e in quali condizioni il sistema può funzionare;
  • se si parla di un prodotto acquistabile, di un test o di una flotta commerciale limitata.

La Slovenia ha aperto la porta a FSD Supervised, non alla scomparsa del guidatore. Il Cybercab ha aperto quella del robotaxi di livello 4, ma non può ancora portarci ovunque. La guida autonoma sta arrivando per territori, condizioni e casi d’uso. Il livello 5, per ora, resta sul cartello in fondo alla strada.

Domande frequenti

Tesla FSD è davvero guida autonoma?

No. FSD Supervised è un sistema SAE di livello 2: controlla sterzo, accelerazione e frenata, ma il conducente deve sorvegliare e intervenire.

La Slovenia ha approvato Tesla FSD?

Sì. Nel settembre 2026 la Slovenia ha riconosciuto temporaneamente l’uso di FSD Supervised sulle proprie strade. L’approvazione riguarda un sistema di assistenza alla guida, non un’automobile di livello 5.

Il Cybercab è livello 4 o livello 5?

Il funzionamento senza conducente entro aree e condizioni definite corrisponde al livello 4. Il livello 5 richiederebbe funzionamento universale, senza limitazioni operative paragonabili.

Quando arriverà il livello 5?

Non esiste una previsione affidabile. Gli esperti collocano la diffusione ampia del livello 4 nel prossimo decennio, mentre il livello 5 non ha oggi una data credibile.

Fonti

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