Metà dei lavoratori nel mondo usa l’intelligenza artificiale più volte a settimana. Uno su cinque la usa quasi ogni giorno. In Italia i numeri sono leggermente più bassi, ma la direzione è chiara: l’AI è diventata uno strumento di lavoro, non una prospettiva futura. Lo dice il report ADP Research People at Work 2026, condotto su quasi 39.000 lavoratori in 36 mercati, di cui 1.095 in Italia.
Questi dati arrivano il 10 giugno 2026 da Milano e raccontano un’adozione ancora disomogenea, con alcune contraddizioni interessanti: chi usa di più l’AI si sente meno produttivo, ma anche meno stressato e più coinvolto nel proprio lavoro. Vale la pena capire perché.
Quanti lavoratori usano l’AI in Italia nel 2026
Partiamo dai numeri italiani. Secondo il report ADP People at Work 2026:
- Il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno.
- Il 26% la usa più volte a settimana.
- Il 22% non l’ha mai usata.
Rispetto alla media europea, l’Italia è sostanzialmente in linea, ma rimane indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna registra il 15% di utilizzo quotidiano e il 31% settimanale; la Germania il 14% giornaliero e il 29% settimanale. Piccole differenze in percentuale, ma significative nel segnalare una maturità digitale ancora da costruire nel contesto italiano.
L’atteggiamento degli italiani verso l’AI: prudenti, non ostili
Il dato più interessante non è quanto si usa l’AI, ma come la si percepisce. In Italia solo il 10% dei lavoratori è fortemente convinto che l’intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sulle proprie responsabilità lavorative nel prossimo anno. È un dato in crescita rispetto all’8% dell’anno precedente, ma lontano dalla media globale del 17%.
Il 6% dei lavoratori italiani teme che il proprio lavoro possa essere sostituito dall’AI. Un ulteriore 7% dichiara semplicemente di non sapere come l’AI cambierà il suo ruolo.
Questo non è rifiuto: è prudenza. Una prudenza che ha senso, ma che rischia di trasformarsi in immobilismo se non viene accompagnata da formazione e da chiarezza sugli usi reali degli strumenti di intelligenza artificiale.
Chi usa di più l’AI: i knowledge worker e i giovani
Il report distingue tre categorie di lavoratori in base al tipo di mansione:
- I knowledge worker (professionisti con autonomia creativa e cognitiva) sono i più convinti dell’impatto positivo dell’AI: il 16% è fortemente d’accordo.
- Gli skilled task worker (chi usa competenze specifiche per risolvere problemi ricorrenti) si fermano all’8%.
- Chi svolge mansioni ripetitive scende al 6%: paradossalmente, sono proprio quelli che potrebbero beneficiare di più dell’automazione, ma anche quelli con più motivi per preoccuparsi della sostituzione.
Per fascia d’età, il divario è netto: circa il 20% dei lavoratori tra i 18 e i 26 anni usa l’AI quasi ogni giorno. È la generazione che ha trovato ChatGPT già presente quando ha iniziato a lavorare, e lo tratta come un collega di squadra.
Il paradosso della produttività: usare l’AI e sentirsi meno produttivi
Questo è il dato che trovo più interessante dell’intero report.
A livello globale, gli utenti che usano l’AI quotidianamente hanno una probabilità quattro volte superiore di percepirsi meno produttivi rispetto a chi non la usa. Come è possibile?
La spiegazione è nella natura del lavoro che rimane. L’AI si occupa delle attività ripetitive e meccaniche: le email standard, la sintesi di documenti, la formattazione di report, i testi di base. Quello che rimane sul tavolo del lavoratore sono i problemi complessi, le decisioni difficili, i progetti strategici che richiedono giudizio e relazioni umane. Queste attività sono intrinsecamente più difficili da misurare e da “spuntare” in una lista. Risultato: hai fatto di più, ma ti sembra di aver fatto meno.
Come spiega Elena Falconi, HR Director Southern Europe di ADP: “L’adozione da sola non garantisce una maggiore produttività percepita: i lavoratori devono sviluppare competenze e familiarità con questi strumenti, comprendendo come integrarli nelle proprie attività.”
La conseguenza pratica è che le aziende devono rivedere i criteri con cui misurano la produttività. Se continui a contare quante email hai scritto, l’AI ti farà sembrare pigro. Se invece misuri la qualità delle decisioni prese, la complessità dei problemi risolti, il valore generato per il cliente, il quadro cambia completamente.
AI e benessere lavorativo: meno stress, più coinvolgimento
Sul fronte del benessere, i dati sono chiari e positivi. Chi usa l’AI ogni giorno:
- Dichiara livelli di stress negativo all’11%, contro il 23% dei non utilizzatori: circa la metà.
- Si sente più parte di un team e riferisce dinamiche di squadra più solide.
- Percepisce una maggiore sicurezza del proprio posto di lavoro.
Questo è un dato che contraddice la narrazione più diffusa sull’AI come fonte di ansia lavorativa. Chi la usa davvero, ogni giorno, tende a viverla come un alleato, non come una minaccia. L’ansia, semmai, è più alta in chi non la usa e la osserva da fuori.
La Chief Economist di ADP, Dr. Nela Richardson, lo sintetizza bene: “I nostri dati mostrano che gli utenti più frequenti riportano maggiore engagement e minore stress, ma anche una minore percezione di produttività. Le aziende che supportano i lavoratori nella transizione possono favorire un ambiente in cui l’AI venga percepita come un alleato e non come una minaccia.”
Cosa significa tutto questo per aziende e professionisti in Italia
Provo a tradurre questi dati in indicazioni pratiche per chi lavora o gestisce persone in Italia nel 2026.
Per i lavoratori: usare l’AI non è più un vantaggio competitivo opzionale. Chi non la usa non sta “preservando le proprie competenze”: sta semplicemente rallentando. Il punto non è sostituire il proprio cervello con un chatbot, ma imparare a delegare le attività a basso valore aggiunto per concentrarsi su quelle che contano davvero.
Per i manager e le HR: il 22% di lavoratori italiani che non ha mai usato l’AI è un dato che richiede attenzione, non giudizio. Serve formazione concreta, non generica. Serve mostrare esempi reali di utilizzo nel contesto specifico del lavoro delle persone. E serve rivedere i KPI: misurare la produttività con gli stessi criteri del passato, in un contesto dove l’AI gestisce le attività ripetitive, porta a conclusioni distorte.
Per le aziende: il gap tra Italia e Spagna o Germania non è un problema di cultura digitale irrecuperabile. È un gap di esposizione, formazione e fiducia. Le aziende che investono in percorsi strutturati di AI literacy adesso si troveranno in vantaggio nei prossimi 12-24 mesi, quando l’adozione si accelererà ulteriormente.
Il contesto del report ADP People at Work 2026
Il report ADP Research People at Work 2026 è basato su un campione di quasi 39.000 lavoratori intervistati in 36 mercati nel mondo, con 1.095 intervistati in Italia. È uno dei più ampi studi globali sul rapporto tra lavoratori e tecnologia, con un focus specifico sull’intelligenza artificiale nell’edizione 2026. I dati italiani sono stati presentati a Milano il 10 giugno 2026.
Come posso aiutarti
Mi occupo di formazione su ChatGPT, AI generativa e uso consapevole dell’intelligenza artificiale per aziende, professionisti, HR, manager e team. Se stai cercando un percorso pratico per portare l’AI nel lavoro quotidiano della tua organizzazione, puoi partire da questi punti:
- Il mio corso sull’AI generativa per chi vuole capire cosa sono davvero questi strumenti e come usarli bene.
- La pagina dedicata alle conferenze e corsi per aziende e associazioni.
- La sezione Scrivimi se vuoi organizzare un intervento su misura per il tuo team o evento.
I dati ADP 2026 confermano quello che vedo ogni giorno in aula e nelle aziende: l’AI è già qui, l’adozione è disomogenea, e la differenza tra chi la usa bene e chi la subisce si gioca sulla formazione e sulla consapevolezza. Non sulla tecnologia in sé.
FAQ sull’uso dell’AI nel lavoro in Italia
Quanti lavoratori italiani usano l’AI ogni giorno nel 2026?
Secondo il report ADP People at Work 2026, il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno, mentre il 26% la usa più volte a settimana.
L’AI aumenta davvero la produttività?
I dati mostrano un paradosso: chi usa l’AI quotidianamente tende a percepirsi meno produttivo, non più. La ragione è che l’AI gestisce le attività ripetitive, lasciando al lavoratore quelle complesse e difficili da misurare. Le aziende devono aggiornare i propri criteri di misurazione della produttività.
I lavoratori che usano l’AI sono più stressati?
Al contrario. Il report ADP indica che solo l’11% degli utilizzatori quotidiani di AI dichiara di vivere stress negativo, contro il 23% di chi non la usa. Chi usa regolarmente l’AI si sente anche più sicuro del proprio posto di lavoro.
Chi usa di più l’AI tra i lavoratori italiani?
I giovani tra i 18 e i 26 anni (circa il 20% dichiara utilizzo quasi quotidiano) e i knowledge worker (chi ha autonomia creativa nel proprio lavoro) sono i profili con il tasso di adozione più alto.
Come si confronta l’Italia con gli altri Paesi europei nell’uso dell’AI?
L’Italia è in linea con la media europea ma leggermente indietro rispetto a Spagna (15% di utilizzo quotidiano) e Germania (14%). Il gap più evidente riguarda la fiducia nell’impatto positivo dell’AI: solo il 10% degli italiani è fortemente convinto di un impatto positivo, contro il 17% della media globale.
