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Quando si parla di intelligenza artificiale, la maggior parte delle persone continua a discutere dei modelli. GPT-5 o Claude? Gemini o Copilot? Meglio OpenAI o Anthropic? È una conversazione interessante, ma sempre meno utile. Per capire dove sta andando davvero l’AI bisogna osservare un altro fenomeno: che cosa stanno costruendo le persone normali con questi strumenti.

Mi è capitato di imbattermi in un video TikTok di Rakos Media che poneva una domanda semplicissima: “Cosa avete costruito con Claude?”

@rakos.media What are you building with Claude? I’ve built agents for my business and for others, automating email marketing, social media posting, research processes, etc. But I want to get more out of Claude, whether it’s Claude code or Claude cowork. #claude #claudecode #claudecowork #aiagent #automation ♬ original sound – Whitney Leavitt

Il risultato è sorprendente. In pochi giorni il video ha raccolto migliaia di commenti.

Ho analizzato (grazie all’AI, ovviamente) un dataset di oltre 1.900 interventi, raccolti il 13 luglio 2026, e il quadro che emerge racconta molto meglio del marketing dove si sta dirigendo l’intelligenza artificiale.

Non stanno creando chatbot

La prima cosa che colpisce è questa. Quasi nessuno parla di chatbot. Quasi nessuno scrive “ho creato un assistente AI”. Al contrario, le persone stanno costruendo strumenti che eliminano piccoli problemi quotidiani. L’intelligenza artificiale è semplicemente il motore. L’applicazione è il prodotto. Ed è esattamente quello che, da mesi, ripeto durante i miei corsi: l’AI genera valore quando sparisce dalla vista dell’utente.

L’idea che ha conquistato tutti

Il commento più apprezzato (oltre 8.000 like) racconta la realizzazione di un’app molto particolare.

L’utente entra al supermercato, inquadra un prodotto e scopre immediatamente:

  • quale gruppo possiede realmente il marchio
  • se esistono alternative locali
  • aziende familiari
  • cooperative
  • imprese controllate dai dipendenti

Una specie di “Shazam” della filiera produttiva.

È interessante per un motivo: non serve una tecnologia rivoluzionaria. Servono database pubblici, API, riconoscimento del codice a barre e AI per interpretare i dati.

Il valore non è l’intelligenza artificiale. Il valore è la decisione d’acquisto migliore.

La seconda idea è ancora più intelligente

L’app tiene traccia di tutto ciò che possiedi in casa. Davvero tutto: frigorifero, caldaia, condizionatore, seggiolino auto, tetto, filtri, garanzie, manuali, scadenze, richiami ufficiali, ricambi, promemoria.

Quando è ora di sostituire un filtro, arriva la notifica. Quando un elettrodomestico viene richiamato dal produttore, arriva l’avviso. Quando sta per scadere una garanzia, lo sai in anticipo.

È il classico esempio di prodotto che probabilmente non avresti mai immaginato di cercare. Ma appena lo vedi pensi: “Perché non esiste già?”

Le idee migliori non sono tecnologiche

Tra i commenti emergono applicazioni molto diverse:

Problema Soluzione
Cercare lavoro Un coach AI prepara il colloquio, studia l’azienda e corregge le risposte.
Genitorialità Mappa collaborativa dei fasciatoi pubblici.
Puntualità Un assistente pianifica a ritroso tutte le attività prima di uscire.
Informazione Un sistema raccoglie automaticamente solo le notizie rilevanti.
Creator economy Pipeline completa che ricerca trend, scrive script, monta video e pubblica sui social.
Finanza personale Analisi automatica dell’estratto conto per trovare sprechi e risparmi.

Sono problemi minuscoli. Ma milioni di persone li hanno.

Il vero messaggio del video

La parte più interessante non sono le app. Sono i commenti.

Molti utenti scrivono cose come: “Pensavo di essere poco creativo.” Oppure: “Io uso Claude solo per scrivere email.”

Questo racconta due mondi. Il primo è composto dai builder: persone che costruiscono prodotti. Il secondo è composto da chi continua a usare l’AI come un semplice correttore di testi.

La distanza tra questi due gruppi sta aumentando rapidamente.

Da chatbot a prodotto

Negli ultimi due anni abbiamo attraversato almeno quattro fasi.

Prima fase. Usiamo ChatGPT come Google.

Seconda fase. Scriviamo email migliori.

Terza fase. Automatizziamo piccoli processi.

Quarta fase. Costruiamo prodotti completi.

È esattamente ciò che emerge dal dataset. Le persone non chiedono più “come posso usare Claude?”. Chiedono “che problema posso eliminare?”.

Ed è una domanda completamente diversa.

La lezione più importante

Quasi tutte le idee più votate condividono quattro caratteristiche.

1. Nascono da un’esigenza (frustrazione?) personale. “Mi dimentico sempre di sostituire il filtro.” “Sono sempre in ritardo.” “Non trovo mai un fasciatoio.” Le startup migliori iniziano spesso così.

2. Automatizzano decisioni. L’AI non sostituisce l’utente. Gli evita decine di micro decisioni.

3. Organizzano informazioni disperse. Garanzie, ricevute, manuali, curriculum, notizie, documenti: l’intelligenza artificiale eccelle proprio in questo.

4. Sono quasi invisibili. L’utente non vuole usare l’AI. Vuole risolvere il problema. È una differenza enorme.

Cosa significa per aziende e professionisti

Questa analisi suggerisce una riflessione. Molte aziende stanno ancora cercando di capire “come possiamo usare ChatGPT?”.

La domanda migliore è un’altra: quale micro-problema affrontano ogni giorno i nostri clienti?

Una volta trovato quello, l’AI diventa soltanto il motore. Non il prodotto.

Un esercizio che consiglio spesso durante i miei corsi

Prendete carta e penna. Scrivete dieci frasi che iniziano così:

  • Mi dimentico sempre…
  • Perdo troppo tempo a…
  • Ogni settimana devo…
  • Vorrei che qualcuno facesse al posto mio…
  • Ogni volta che…

Poi chiedete a Claude, ChatGPT o Copilot: “Progetta un’applicazione che elimini completamente questo problema. Non limitarti a usare un chatbot: immagina un prodotto utilizzabile ogni giorno.”

Sono convinto che molte delle idee più interessanti nasceranno proprio da esercizi come questo.

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Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito gira spesso intorno alle solite parole: machine learning, prompt, chatbot, LLM, algoritmi.

Parole importanti, certo. Ma se usi ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude o altri strumenti di AI generativa nel lavoro quotidiano, ci sono altri termini meno popolari che vale la pena conoscere.

Non per fare bella figura in riunione. Anche se, diciamolo, ogni tanto aiuta.

Conoscere questi concetti serve a capire perché un chatbot risponde in un certo modo, perché a volte sbaglia, perché alcuni strumenti sono più adatti di altri e perché caricare un documento non significa automaticamente “addestrare” un modello.

Ecco dieci termini dell’intelligenza artificiale che dovrebbero entrare nel vocabolario di chi usa i chatbot in azienda.

Risposta breve: quali termini AI servono davvero nel lavoro?

Per usare meglio i chatbot al lavoro conviene conoscere almeno dieci concetti: context window, grounding, temperature, tokenization, embedding, RAG, hallucination, fine-tuning, inference e AI Agent. Sono parole tecniche, ma hanno conseguenze molto pratiche: aiutano a scrivere prompt migliori, scegliere strumenti più adatti, ridurre errori e capire i limiti dell’intelligenza artificiale.

1. Context window: quanta memoria ha davvero il chatbot?

La context window, o finestra di contesto, è la quantità di informazioni che un modello riesce a prendere in considerazione in una conversazione.

Più è ampia, più il chatbot può lavorare su testi lunghi, documenti complessi, conversazioni estese e molti dati forniti dall’utente. Per chi lavora significa poter analizzare contratti, manuali, verbali, report o procedure senza doverli spezzettare in mille pezzi.

Attenzione però: finestra di contesto non significa memoria perfetta. Il modello può comunque perdere sfumature, dare più peso ad alcune parti o confondere elementi simili.

In pratica: quando chiedi a un chatbot di analizzare un documento lungo, non limitarti a caricarlo e dire “fammi un riassunto”. Spiega che cosa vuoi ottenere, quali sezioni sono più importanti e quale uso farai del risultato.

2. Grounding: collegare l’AI a fonti affidabili

Il grounding consiste nel collegare il modello a fonti di dati affidabili, invece di lasciarlo rispondere solo sulla base di ciò che ha appreso durante l’addestramento.

Quando un chatbot consulta documenti aziendali, un database interno, una knowledge base o un archivio di procedure prima di rispondere, sta usando una forma di grounding.

Questo approccio riduce il rischio di risposte inventate e rende l’AI molto più utile nel lavoro. Non perché diventa infallibile, ma perché lavora su materiale verificabile.

È lo stesso principio che ho raccontato parlando di second brain, metodo LLM Wiki e Obsidian: l’AI funziona meglio quando ha buone fonti su cui appoggiarsi.

3. Temperature: quanto deve essere creativa l’AI?

La temperature è un parametro che controlla il livello di variabilità delle risposte generate da un modello.

Con valori bassi, il modello tende a produrre risposte più prevedibili, coerenti e ripetibili. Con valori più alti aumenta la varietà delle formulazioni e delle idee.

Nella documentazione OpenAI sul prompt engineering, la temperature viene spiegata proprio come una leva che rende l’output più o meno casuale. Per attività fattuali, estrazioni di dati o documentazione tecnica è meglio tenerla bassa. Per brainstorming, naming o idee creative può avere senso alzarla.

In pratica: se devi scrivere una procedura HR, non vuoi troppa fantasia. Se devi trovare dieci titoli per una campagna interna, un po’ di varietà può aiutare.

4. Tokenization: perché il testo viene fatto a pezzetti

I modelli linguistici non leggono il testo esattamente come lo leggiamo noi. Lo suddividono in unità chiamate token.

Un token può essere una parola, una parte di parola, un numero, un simbolo o un segno di punteggiatura. Questo spiega perché esistono limiti di lunghezza nelle conversazioni e perché certi documenti molto estesi devono essere gestiti con metodo.

Quando un sistema dice che un modello può gestire un certo numero di token, non sta parlando semplicemente di parole. Sta parlando della quantità di testo codificato che può essere elaborata.

In pratica: se lavori con documenti lunghi, chiedi all’AI di analizzarli per sezioni, creare una mappa iniziale e poi approfondire i punti più rilevanti.

5. Embedding: il significato trasformato in numeri

Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato di parole, frasi o documenti.

Detta così sembra una cosa da matematici con molto caffè a disposizione. In realtà il concetto è molto pratico: grazie agli embedding, un sistema può capire che due testi sono simili anche se usano parole diverse.

È il principio che permette la ricerca semantica nei documenti aziendali. Non devi conoscere la frase esatta presente in una procedura: puoi cercare per concetto e recuperare informazioni pertinenti.

La guida OpenAI sugli embedding li descrive come un modo per trasformare il testo in numeri e abilitare casi d’uso come ricerca, clustering e analisi di similarità.

In pratica: gli embedding sono una delle basi tecniche dietro chatbot aziendali, motori di ricerca interni, sistemi di knowledge management e assistenti documentali.

6. RAG: quando il chatbot cerca prima di rispondere

RAG significa Retrieval-Augmented Generation. In italiano potremmo tradurlo, con poca poesia ma molta precisione, come generazione aumentata dal recupero di informazioni.

Prima di generare una risposta, il sistema cerca dati rilevanti in una base documentale e li usa come riferimento. In questo modo il chatbot non si limita alla “memoria” del modello, ma lavora su fonti specifiche.

Secondo Google Cloud, il RAG combina modelli linguistici e basi di conoscenza esterne per migliorare gli output. È una delle tecniche più importanti per usare l’AI in azienda senza affidarsi solo a risposte generiche.

Strumenti come Gemini Notebook (ex NotebookLM) lavorano proprio in questa direzione: prima le fonti, poi le risposte. Per questo ho raccolto anche una pagina con i miei video YouTube su Gemini Notebook.

7. Hallucination: quando l’AI inventa con grande sicurezza

Le hallucination, o allucinazioni, sono risposte apparentemente corrette ma in realtà inventate.

Il chatbot può creare dati inesistenti, attribuire citazioni mai pronunciate, inventare fonti, sbagliare date o mescolare informazioni vere e false. Il problema è che spesso lo fa con un tono molto convincente.

Non è un piccolo bug occasionale: è un rischio legato al modo in cui funzionano i modelli linguistici, che generano testo probabile, non verità certificata.

In pratica: mai usare una risposta AI in un documento importante senza verifica. Soprattutto se contiene numeri, fonti, norme, citazioni, dati economici, informazioni legali o sanitarie.

Su questo punto torno spesso nei miei corsi su AI generativa per aziende e professionisti: l’AI aumenta la produttività, ma non elimina la responsabilità.

8. Fine-tuning: non è caricare un PDF

Il fine-tuning consiste nell’addestrare ulteriormente un modello già esistente su un insieme specifico di dati.

Un’azienda può, per esempio, adattare un modello al proprio linguaggio, ai propri prodotti, alle proprie procedure o a un certo stile di risposta. È una modifica più profonda rispetto al semplice caricamento di documenti in una chat.

Qui nasce una confusione frequente: “Ho caricato il manuale, quindi ho addestrato il modello”. No. In molti casi hai solo dato al chatbot un contesto o una fonte da consultare. Il fine-tuning è un’altra cosa.

In pratica: prima di pensare al fine-tuning, molte aziende dovrebbero sistemare documenti, FAQ, procedure, dati e knowledge base. Spesso il problema non è il modello. È il materiale di partenza.

9. Inference: il momento in cui l’AI risponde

L’inference è il momento in cui il modello produce concretamente una risposta.

L’addestramento può richiedere mesi, enormi quantità di dati e infrastrutture molto costose. L’inference è ciò che accade ogni volta che scrivi una domanda a un chatbot e aspetti la risposta.

Capire questa distinzione aiuta anche a leggere meglio il mercato: alcuni servizi costano di più perché usano modelli più potenti, gestiscono più contesto, rispondono più velocemente o includono strumenti aggiuntivi.

In pratica: quando usi ChatGPT o Copilot non stai “addestrando” il modello ogni volta. Stai chiedendo al modello di generare una risposta sulla base del contesto disponibile.

10. AI Agent: quando il chatbot inizia ad agire

Un AI Agent non si limita a rispondere alle domande. Può pianificare attività, usare strumenti esterni, consultare database, eseguire azioni e verificare risultati prima di proseguire.

Nel mondo del lavoro rappresenta un passaggio importante rispetto al chatbot tradizionale. Un agente può, per esempio, recuperare informazioni dal CRM, preparare una bozza di email, compilare un report, aggiornare un gestionale o coordinare più passaggi di un flusso operativo.

La documentazione OpenAI sugli Agents mostra proprio questa evoluzione: modelli collegati a istruzioni, strumenti e comportamenti eseguibili.

In pratica: gli agenti AI sono promettenti, ma richiedono governance. Più un sistema può agire, più bisogna definire limiti, autorizzazioni, controlli e responsabilità.

Il vero vantaggio: meno magia, più metodo

Conoscere questi termini non serve a trasformarsi in ingegneri del machine learning.

Serve a usare meglio gli strumenti che ormai entrano in molte attività quotidiane: scrivere, riassumere, cercare, analizzare, confrontare, classificare, generare idee, preparare documenti, supportare clienti e colleghi.

La differenza tra chi usa un chatbot “a caso” e chi lo usa con metodo spesso sta proprio qui: capire che cosa può fare, che cosa non può fare, quali dati gli servono e quali controlli sono necessari.

In un mercato del lavoro in cui l’AI diventa una competenza trasversale, il vantaggio competitivo non sarà solo “saper usare ChatGPT”. Sarà comprenderne abbastanza il funzionamento da ottenere risultati migliori, più affidabili e più utili.

Meno magia, quindi. Più metodo.

FAQ

Quali sono i termini AI più utili da conoscere al lavoro?

Tra i più utili ci sono context window, grounding, temperature, token, embedding, RAG, hallucination, fine-tuning, inference e AI Agent. Sono concetti tecnici, ma hanno conseguenze molto pratiche nell’uso dei chatbot.

Che cos’è il RAG nell’intelligenza artificiale?

Il RAG, Retrieval-Augmented Generation, è una tecnica che permette a un chatbot di recuperare informazioni da fonti esterne prima di generare una risposta. Serve a rendere l’output più pertinente e collegato a dati specifici.

Che differenza c’è tra grounding e fine-tuning?

Il grounding collega il modello a fonti affidabili da consultare. Il fine-tuning modifica più profondamente il comportamento del modello tramite un ulteriore addestramento su dati specifici.

Perché i chatbot inventano risposte?

Perché i modelli linguistici generano testo probabile, non verità garantite. Le risposte inventate ma plausibili vengono chiamate hallucination, o allucinazioni.

Un AI Agent è diverso da un chatbot?

Sì. Un chatbot risponde soprattutto a domande e istruzioni. Un AI Agent può anche usare strumenti, pianificare azioni, consultare sistemi esterni e completare attività più complesse.

 

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