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Il viaggio dell’eroe nella pubblicità: l’esempio di Budweiser

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Che cos’è il viaggio dell’eroe?

Il viaggio dell’eroe è anche detto schema Campbell-Vogler. Chi sono questi due? Joseph Campbell è un antropologo e storico delle religioni ma, soprattutto, è l’autore di un testo fondamentale: “L’eroe dai mille volti”. Il testo è il risultato di anni di ricerche, e rappresenta l’analisi di moltissimi miti di tutto il mondo e di diverse epoche.

La tesi è affascinante: tutti quei miti hanno strutture narrative di base comuni, una serie di eventi che permettono di raccontare la maturazione dell’eroe con riti di passaggio (ne conta ben 17!), un percorso iniziatico che prende il nome di “monomito” e si basa su archetipi strutturali inconsci.

Christopher Vogler non è uno studioso delle religioni come Campbell, bensì uno sceneggiatore che si è formato nel mondo Disney. Vogler ha strutturato il suo viaggio dell’eroe partendo dal lavoro di Campbell e dagli archetipi:

Lo schema del viaggio dell’eroe

Il viaggio dell’eroe prevede 12 tappe:

  1. Mondo ordinario
  2. Richiamo all’avventura
  3. Rifiuto del richiamo
  4. Incontro con il mentore
  5. Varco della prima soglia
  6. Prove, nemici, alleati
  7. Avvicinamento alla caverna più profonda
  8. Prova centrale
  9. Ricompensa
  10. Via del ritorno
  11. Resurrezione
  12. Ritorno con l’elisir

Shakespeare come viaggio dell’eroe

Jan Novak mostra come l’Amleto di Shakespeare possa essere analizzato scomponendo la storia nelle fasi del viaggio dell’eroe.

  • Mondo ordinario: Amleto è un triste principe danese che vive nel ricordo di un glorioso padre.
  • Richiamo all’avventura: appare il fantasma del padre di Amleto che gli racconta del complotto ordito da suo fratello per ucciderlo. Deve vendicarlo.
  • Rifiuto del richiamo: Amleto non è convinto di quanto espresso dal fantasma, temporeggia e cercare le prove del complotto.
  • Incontro con il mentore (qualcuno o qualcosa che gli fa cambiare atteggiamento): Amleto sfrutta l’occasione di una rappresentazione teatrale per mettere in scena l’omicidio di suo padre. Osservando la reazione turbata dello zio si rende conto che il fantasma era nel giusto.
  • Varco della prima soglia: Amleto decide di uccidere suo zio e, a causa di uno scambio di persona, uccide Polonio. Amleto viene spedito in Gran Bretagna.
  • Prove, nemici, alleati: Rosencrantz e Guildenstern, l’armata di Fortebraccio, Laerte, Orazio, ecc.
  • Prova centrale: la sfida a duello con Laerte.
  • Avvicinamento alla caverna più profonda (seconda soglia): Durante il viaggio Amleto incontra l’armata di Fortebraccio in procinto di attaccare la Polonia
  • Ricompensa: il confronto con Orazio.
  • Via del ritorno: Amleto riflette sul suo rapporto con Laerte e, tornato a palazzo, cerca di riconciliarsi con lui.
  • Resurrezione o prova definitiva: La regina e Laerte muoiono, spingendo Amleto contro il re, che muore trafitto dalla spada del principe.
  • Ritorno con l’elisir: Amleto muore ma designa Fortebraccio come erede.

L’esempio di Budweiser

Un ottimo esempio di applicazione dello schema del “viaggio dell’eroe” si ha nel celebre spot di BudWeiser che narra la storia di Mr Busch: “Born The Hard Way”. La storia è quella di Adolphus Busch, emigrante tedesco che arrivò negli Stati Uniti a fine Ottocento e, insieme al socio Ebert Anheuser, creò la Anheuser-Busch (che produce la birra Budweiser).

Semplificando abbiamo, in 90 secondi, 10 fasi.

  1. Il mondo ordinario: Mr Busch vive in Germania e non ha un penny in tasca.

  1. La chiamata all’azione, varco della soglia: Mr Busch emigra.

  1. La prova centrale: il viaggio difficile verso l’America.

  1. Rifiuto del richiamo: il dubbio di aver sbagliato scelta.

  1. La seconda prova, i nemici: problemi di integrazione, insulti.

  1. Gli alleati: gli altri immigrati.

  1. La seconda prova: le condizioni di lavoro impossibili.

  1. La rinascita: il progetto della birra.

  1. La vittoria, la ricompensa: nasce l’attività imprenditoriale con (anche) il suo nome.

  1. La morale.

Interessante la disamina che fa Paolo Iabichino di questo spot: “I creativi al lavoro su questo spot hanno voluto sottolineare il significante del true con cui la birra americana ha sempre firmato le sue comunicazioni. Quel ‘vero’ che ai tempi del tormentone demenziale non necessitava di grandi spiegazioni, ma che oggi diventa più che mai urgente riempire di contenuto. Solo così una birra può dare qualcosa in più al suo dire, partecipando alla discussione politica e polarizzando le opinioni. E lo ha fatto al punto che, dopo qualche minuto dalla messa in onda dello spot, il sito Breitbart – vicino alla nuova amministrazione americana – e quello dell’ultradestra Freedomdaily lanciavano l’hashtag #boycottbudweiser, con cui i sostenitori di Trump replicavano alla pubblicità della birra.

Difficile pensare che quei sessanta secondi siano stati confezionati in fretta e furia per rispondere alle politiche anti-immigrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, eletto tre mesi prima del Superbowl. Ma mi piace pensare che quella creatività sia passata attraverso le maglie del ‘so what?’ per cercare di giustificare la promessa di una marca che si voleva rendere più contemporanea e rilevante per i nuovi consumatori, attraverso le dinamiche del do ut des. Del dare e non solo del dire.”

Il corso sullo storytelling d’impresa

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Pagina “Chi siamo” aziendale: 7 frasi da non scrivere!

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Per il lancio del corso di corporate storytelling di Primopiano, ho realizzato questo video sulle sette frasi da non scrivere mai nella pagina Chi siamo dell’azienda:

Le frasi fatte da non scrivere nella pagina Chi siamo

  1. Leader di settore
  2. Realtà giovane e dinamica
  3. Tradizione e innovazione
  4. Cliente al centro
  5. Il miglior rapporto qualità-prezzo
  6. Le tecnologie più avanzate
  7. Attenzione al mercato

La tecnica “Show don’t tell” [Late Tech Show puntata 15]

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Nella quindicesima puntata del Late Tech Show di Gigi Beltrame è andato in onda questo video sulla tecnica di storytelling, ma anche di comunicazione persuasiva, “Show, don’t tell”:

Qui puoi vedere l’intera puntata dello show:

Cristiano Ronaldo e lo storytelling [Late Tech Show puntata S01E07]

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Nella settima puntata del Late Tech Show ho parlato di storytelling da una prospettiva insolita: quella giornalistica, anzi sportiva. Ho mostrato come la decisione di Cristiano Ronaldo di venire a giocare in Italia, dettata da motivazioni economiche, sia stata venduta ai tifosi in modo ben diverso:

Puoi rivedere l’intera puntata 7 del Late Tech Show qui:

Storytelling: il viaggio dell’eroe nella comunicazione d’impresa

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Il viaggio dell’eroe è anche detto schema Campbell-Vogler. Chi sono questi due? Joseph Campbell è un antropologo e uno storico delle religioni ma è soprattutto l’autore di un testo fondamentale: L’eroe dai mille volti. Il testo è il risultato di anni di ricerche, e rappresenta l’analisi di moltissimi miti di tutto il mondo e di diverse epoche. La tesi è affascinante: tutti quei miti hanno strutture narrative di base comuni, una serie di eventi che permettono di raccontare la maturazione dell’eroe con riti di passaggio (ne conta ben 17!), un percorso iniziatico che prende il nome di “monomito” e si basa su archetipi strutturali inconsci.

Christopher Vogler non è uno studioso delle religioni come Campbell, bensì uno sceneggiatore che si è formato nel mondo Disney. Vogler ha strutturato il suo viaggio dell’eroe, raccontato nel libro omonimo, partendo dal lavoro di Campbell e dagli archetipi:

Il viaggio dell’eroe prevede 12 tappe:

  1. Mondo ordinario
  2. Richiamo all’avventura
  3. Rifiuto del richiamo
  4. Incontro con il mentore
  5. Varco della prima soglia
  6. Prove, nemici, alleati
  7. Avvicinamento alla caverna più profonda
  8. Prova centrale
  9. Ricompensa
  10. Via del ritorno
  11. Resurrezione
  12. Ritorno con l’elisir

Il viaggio dell’eroe nella comunicazione d’impresa

Una curiosità, ecco come il viaggio dell’eroe può essere applicato al content marketing:

Qui invece come viene usato il viaggio dell’eroe su LinkedIn:

A 16 anni resta incinta e viene buttata fuori casa. A 30 anni fonda un’azienda che oggi fattura più di 400 milioni. Catherine Hughes nasce nel 1947 in Nebraska. I genitori sono molto poveri. Per aiutarli, a 14 anni mente sulla sua età e comincia a lavorare. A 16 anni rimane incinta e viene buttata fuori casa dalla madre. Si trasferisce così dal fidanzato. Negli anni si dà sempre da fare trovando vari lavori. Quando suo figlio un giorno si ammala, il datore di lavoro le fa capire che l’avrebbe licenziata se fosse tornata a casa. Questo è il momento in cui decide di cambiare la sua vita. Nel 1980 fonda, insieme al marito, Radio One. Dopo 1 anno il loro matrimonio finisce e con esso va a rotoli anche il business. Cathy perde la casa ma si rifiuta di lasciare andare il suo sogno: si trasferisce nella stazione radio con il figlio. Per 7 anni rischia il fallimento. Le cose cambiano solo quando introduce il format talk radio con il tema ‘l’informazione è potere’. Nel 1999 Radio One viene quotata in borsa. Nel 2001 gli ascoltatori sono 18 milioni. Nel 2020 Cathy è la Founder di un’azienda che fattura più di 400 milioni. – Entra in Career Leadhers,una community, nata da questa rubrica, di donne che desiderano crescere e aiutarsi nel mondo del lavoro”.

Basta una semplice frase, in un post sui social, per evocare l’epopea:

In questo video mostro come usare il viaggio dell’eroe in azienda, sia per il reparto HR che parla di un neoassunto, sia per per il reparto marketing che parla di customer journey:

Il corso di corporate storytelling

Il viaggio dell’eroe è solo uno degli argomenti del mio corso sul corporate digital storytelling.

Scrivimi per informazioni sul corso di corporate storytelling

Lo storytelling nel Riepilogo di LinkedIn: 5 tecniche da usare

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Questo articoli sull’uso dell’arte dello storytelling su LinkedIn, in particolare nel riepilogo, è stato pubblicato su Digital4 il 1 aprile 2019.

Digital storytelling e Personal Branding: 5 tecniche da usare nel Riepilogo LinkedIn

Come si possono usare al meglio i duemila caratteri che abbiamo a disposizione nel riepilogo LinkedIn? Prima di ogni cosa bisogna ricordarsi di partire bene e puntare sull’incipit. Obiettivo: catturare l’attenzione

LinkedIn è uno dei migliori strumenti per fare personal branding è certamente LinkedIn. Nel proprio profilo si inseriscono molte informazioni riguardo carriera, skill, corsi e progetti. Ma si può anche raccontare, usando tecniche di storytelling, la propria storia (mi raccomando: in prima persona!). Questa va inserita nella sezione detta Riepilogo, o Summary. Molti trascurano quella sezione, invece è possibile usare proficuamente quei 2.000 caratteri. Per esempio usando le cinque tecniche di storytelling che troverai in questo articolo.

1. Puntare sull’incipit

Dei duemila caratteri a disposizione, solo i primi sono mostrati al visitatore del tuo profilo. Se vuole leggere il resto, deve fare clic su “Visualizza altro”.

Per questo occorre partire con un incipit che catturi l’attenzione. Non certo il banale “C’era una volta”… Come scrive Massimo Petrucci nel suo manuale di scrittura creativa: “L’incipit è il primo battito del nostro racconto e deve immediatamente sedurre il lettore”.
Potresti usare una battuta, a mo’ di ice-breaker, oppure una frase a effetto, come William Arruda, esperto di personal branding e… impenditore:

Pochissimi usano la tecnica di storytelling definita “in media res”. Questa espressione viene da Orazio: si riferiva allo stile epico di Omero; l’autore dell’Iliade e dell’Odissea faceva cominciare il racconto ad avvenimenti già in corso, non partiva dall’inizio. Idea per te: un virgolettato di quell’oratore che ti ha cambiato la vita e la carriera. Si potrebbe anche partire dalla fine e giocarsi il Riepilogo LinkedIn come un insieme di flashback.

2. Gli archetipi

Cristofer Vogler, pescando da Campbell a Jung, ci spiega che “tutti i racconti sono costituiti da alcuni elementi strutturali comuni, che si trovano universalmente nel mito, nelle fiabe, nei sogni e nei film. Essi sono conosciuti come il viaggio dell’eroe”. Senza perdersi in discorsi complessi sull’inconscio collettivo, basti sapere quello che sottolinea Luisa Carrada“I temi del ritorno a casa, del superamento degli ostacoli, della perdita e del ritrovamento, sono comuni anche al giornalismo e in qualche misura anche alla scrittura di impresa. Acquisire un importante contratto non è molto diverso dall’uscire vivi dalla fossa dei leoni e anche un gelido case history può diventare una bella storia a lieto fine”.
Come usare tutto questo in LinkedIn? Raccontami, cavaliere, quale drago hai sconfitto! Eventualmente parlami di mentori, nemici, ricompense e morali. Ecco un esempio di come si può usare questo schema: “La crisi del settore mi ha messo di fronte a un bivio: potevo rimanere aggrappato al mio vecchio mestiere, arrabattandomi e venendo a compromessi, oppure potevo ricominciare tutto daccapo. A me piacciono le sfide.” In pratica: Blockbuster da una parte e Netflix dall’altra. Come hai superato la crisi del 2008? Come stai gestendo la Digital Transformation? Quali paure avevi quando hai mollato il posto fisso?

3. Show, don’t tell

Stephen King, parlando di Annie Wilkes (l’infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery), scrive nella sua autobiografia On Writing: “Ho cercato di non scrivere mai frasi esplicite come: «Quel giorno Annie era depressa, forse con inclinazioni suicide», oppure: «Quel giorno Annie sembrava particolarmente felice». Se sono io a dovervelo dire, ho perso. Se viceversa vi presento una donna taciturna e dai capelli sporchi che fagocita dolci con accanimento, spingendovi a concludere che Annie è nella fase depressiva di un ciclo maniaco-depressivo, vinco”.

Non dire che sei bravo, simpatico, carismatico. Fallo dire agli altri. Tu limitati a dimostrarlo, per esempio dando i numeri (in senso positivo). Non “Sono un ottimo commerciale” ma “Nel 2018 ho fatto crescere il fatturato della mia azienda del 20%”. I numeri sono, spesso, l’unica cosa che conta. Guarda come ha impostato il suo riepilogo LinkedIn Cristian Zaccardo, ex campione del mondo con l’Italia nel 2006:

4. I cliffhanger

Un buon racconto prevede anche dei colpi di scena. “Il cliffhanger è un espediente narrativo usato in letteratura, nel cinema, nelle serie televisive o nelle opere videoludiche, in cui la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante caratterizzato da una forte suspense” (Wikipedia). Io l’ho usato così sul mio profilo:

5. Il racconto ciclico

La narrazione circolare prevede che la situazione di partenza si ripresenti, un po’ modificata ma sostanzialmente simile, alla fine del racconto. Nel film Sentieri Selvaggi apertura e finale sono praticamente la stessa scena:

Come utilizzare questa tecnica in LinkedIn? Potresti iniziare raccontando che, durante un esame universitario, il tuo professore ti disse, magari con un po’ di strafottenza, che non saresti mai diventato un dirigente di alto livello, uno scrittore, un primario o altro. Invece ce l’hai fatta. Alla fine del racconto puoi prenderti una rivincita, con stile. Non ricorda Davide Vs. Golia?

Il Riepilogo LinkedIn è la parte più difficile da gestire, su LinkedIn. Per tutto il resto puoi seguire il mio videocorso gratuito per sistemare tutto il profilo LinkedIn, 10 pillole da ricevere in posta elettronica.

Digital storytelling, ecco perché avremo sempre bisogno di storie

Questo articolo è stato pubblicato su Agendadigitale il 5 settembre 2018

Le storie servono all’essere umano, da sveglio e mentre dorme, per dare ordine all’esistenza o simulare le azioni per prepararsi alla vita adulta. Ecco dieci importanti insegnamenti che si posso trarre dal libro “L’istinto di narrare. Come le storie di hanno reso umani” di Jonathan Gottschall

In un mondo digitale dove siamo sommersi da informazioni e dati, la soluzione per vincere la guerra dell’attenzione di utenti e lettori è lo storytelling, o meglio il digital storytelling. Per comprendere perché le storie non sono puro intrattenimento, ma uno strumento di sopravvivenza fondamentale, ho deciso di studiare il bel libro “L’istinto di narrare. Come le storie di hanno reso umani” di Jonathan Gottschall (un suo Ted sullo storytelling).

In questo post riassumo i dieci insegnamenti più importanti che ho tratto dal libro e che possono giustificare ogni strategia di comunicazione digitale basata sulle storie: spunti di varia natura, che affondano le loro radici nella biologia, nella psicologia evoluzionistica, nella letteratura e nella storia. Scoprirai perché gli umani hanno bisogno delle storie, e come tutto sia narrazione: dai giochi infantili ai sogni, dalla Storia alle teorie del complotto, fino alla religione e alla scienza.

Dio creò l’uomo perché gli piacciono le storie

Abbiamo, noi umani, come specie, una vera dipendenza dalle storie. Nel libro ho ritrovato questa bella citazione di Elie Wiesel:

Dio creò l’uomo perché gli piacciono le storie

La funzione narrativa è solitamente considerata un intrattenimento per evadere dalla realtà. Ma se questa teoria fosse vera, sarebbe lecito aspettarsi solo storie a lieto fine. Tutto dovrebbe andare bene, i buoni non dovrebbero mai soffrire. Non è così. Le storie migliori, e più utili, sono invece centrate sui problemi e sul conflitto: minacce, morte, disperazione, Sturm und drang. Anche l’intrattenimento leggero è organizzato intorno ai problemi, e i lettori rimangono inchiodati a immaginare come andrà a finire. Anche perché è un modo di vivere situazioni difficili senza subirne le conseguenze: è l’eroe a patire al posto nostro. Possiamo amare, condannare, perdonare, sperare, sognare odiare senza correre nessuno dei rischi che queste emozioni normalmente implicano.

Secondo i teorici dell’evoluzione le storie costituiscono un modo per esercitarsi a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale, sono come simulatori. Anche perché, guardando o leggendo storie conflittuali, è come se le vivessimo, grazie ai neuroni specchioche ci fanno provare vera empatia per i protagonisti delle storie.

Le opere di narrativa sono più potenti delle opere di non fiction per influenzare le persone. Questo perché quando leggiamo opere non-fiction, i cosiddetti saggi, alziamo gli scudi, siamo critici e scettici. Ma quando siamo assorbiti da una storia, abbassiamo la nostra guardia intellettuale, siamo toccati emotivamente e questo pare lasciarci senza difese.

Fino a che punto siamo dipendenti dalle storie

Siamo talmente dipendenti dalle storie che le costruiamo continuamente, anche quando non avrebbe alcun senso. Allo stesso modo vediamo volti nelle nuvole o il volto di Gesù su un toast mezzo carbonizzato. Si parla di effetto Kulešov:

Nei primi anni ’20 del Novecento il regista sovietico Kulešov realizzò un breve filmato con inquadrature fisse: un cadavere in una bara, una ragazza avvenente e un piatto di minestra. Fece procedere tutte e tre queste scene dall’immagine del volto di un attore. Poi studiò le reazioni del pubblico. Quando veniva mostrato quel volto prima della minestra, l’attore sembrava esprimere fame; quando veniva mostrato prima del cadavere, pareva addolorato; quando veniva mostrato prima della ragazza, il suo volto pareva segnato dal desiderio sessuale. In realtà l’attore non interpretava alcuna emozione. Dopo ogni inquadratura, Kulešov aveva semplicemente inserito la sequenza identica di un attore che fissava impassibile la telecamera. Non c’era fame, né tristezza e tantomeno libidine sul volto dell’attore: erano tutte emozioni viste unicamente dal pubblico. L’esercizio dimostra fino a che punto non vogliamo stare senza una storia, e con quanta avidità lavoriamo per imporre una struttura narrativa a un montaggio privo di significato.

bambini di tutto il mondo adorano le storie

bambini di tutto il mondo adorano le storie e, verso i due anni, iniziano a dare forma ai loro mondi inventati. Le storie sono talmente fondamentali nell’esistenza infantile da essere in sostanza l’elemento che la definisce. La presenza del gioco in numerose specie animali ha un motivo preciso: giocare aiuta i giovani a simulare le azioni per prepararsi alla vita adulta. I bambini che giocano stanno allenando il corpo e il cervello per le sfide che affronteranno da grandi: stanno costruendo intelligenza sociale ed emozionale. Anche gli adulti sono molto simili a Peter Pan: si lasciano alle spalle automobiline e travestimenti, ma non abbandonano mai la finzione; cambiano solo il modo di praticarla. Romanzi, sogni, film e fantasticherie sono province dell’Isola che non c’è. E servono anche per darci un senso comune e un senso morale: la finzione narrativa esprime sempre un forte senso etico. Se i buoni fanno del male è sempre per una buona causa.

Anche i sogni sono storie

Anche quando il nostro corpo dorme, la mente sta sveglia tutta la notte, narrando storie a se stessa con i sogni. I sogni sono storie (e non simboli come vuole la tradizione freudiana): i ricercatori, parlando di sogni, non possono fare a meno di ricorrere al lessico dei corsi di scrittura: trama, prima, personaggi, scena, ambientazione, punto di vista, prospettiva.

Non smettiamo di sognare nemmeno di giorno. La mente, ogni qualvolta non è assorbita da un compito che richiede concentrazione, scivola immancabilmente nelle sue divagazioni. Alcuni studi dicono che un sogno diurno dura in media 14 secondi e ne produciamo 2000 al giorno. Trascorriamo la metà delle nostre ore di veglia, un terzo dell’esistenza, elaborando fantasie.

Le storie vendono, anche online

Le storie vendono, anche online. Basta considerare il wrestling, un insieme di sceneggiate. Ma anche negli altri sport come la boxe, dove invece gli scontri sono veri, i promoter hanno capito che gli incontri non attirano l’interesse dei tifosi a meno che non si punti su personalità sopra le righe, con intrighi e retroscena.
Le storie sono alla base anche della pubblicità. Uno spot non dice che un detersivo funziona bene, lo mostra attraverso la storia di una mamma indaffarata, dei bambini scavezzacollo e un trionfo di bucato bianco smagliante. Chi vende sicurezza stimola le nostre paure per indurci ad acquistare allarmi domestici, ci fa vedere scene di donne e bambini impotenti salvati, grazie a un particolare dispositivo, dall’intrusione di inquietanti sconosciuti. I gioiellieri mostrano storie in cui gli aspiranti fidanzati possono conquistare l’amore dell’amata. Non a caso molte aziende, al centro della propria comunicazione digitale, ora puntino sulle Stories di Instagram.

Anche la Storia è fatta di storie

Anche la Storia è fatta di storie, gli storici sono dei narratori. Qualcuno dice che alcuni fatti storici siano in realtà miti: vedi la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Allo stesso modo la politica è fatta di narrazioni, così come i processi e il giornalismo.
Le opere di finzione possono influenzare la Storia. Per esempio l’autore cita, tra gli altri, il caso de “La capanna dello zio Tom“: opera di finzione che però ha avuto un grande impatto per quanto riguarda la percezione della condizione degli schiavi, del razzismo, della guerra civile americana.

Tutte le tradizioni religiose si fondano su narrazioni

Tutte le tradizioni religiose si fondano su narrazioni. Preti e sciamani di tutto il mondo sanno da sempre ciò che la psicologia ha in seguito confermato: se vuoi che un messaggio penetri nella mente umana, inseriscilo in una storia. La religione è l’espressione massima del dominio della narrazione sulle nostre menti.

Le tendenze religiose sono un adattamento evoluzionistico, un effetto collaterale dell’evoluzione, o una qualche combinazione delle due cose. La più comune spiegazione secolare della religione è che gli umani inventano gli dei per conferire ordine e senso all’esistenza, trovare risposte per le grandi domande senza risposta. Perché sono qui? Chi mi ha fatto? Dove va il sole di notte? Perché partorire è doloroso? Che fine farò una volta morto? Ci serve la religione perché per natura aborriamo l’inspiegabile. Gli esseri umani evocano divinità, spiriti e spiritelli per colmare un vuoto, una mancanza di spiegazione.

David S. Wilson sottolinea che la religione è un’esigenza di carattere evoluzionistico: le società religiose hanno sconfitto grandemente i gruppi che, non avendo credenze comuni, erano più deboli, meno coesi, regolati e motivati. Gustav Jager disse che la religione può considerarsi un’arma nella lotta darwiniana per la sopravvivenza.

Anche la scienza è una grande narrazione

8. Non solo la religione, ma anche la scienza è una grande narrazione che emerge sempre dal bisogno di spiegare il mondo. Il carattere narrativo della scienza è evidente quando, per esempio, si tratta di indagare le origini dell’universo, della vita, dell’attitudine stessa a raccontare storie.

Il fascino delle teorie del complotto

Le teorie del complotto sono storie finzionali, a cui alcune persone credono con convinzione. I fautori delle teorie cospiratorie collegano dati reali e dati immaginari in una versione della realtà coerente ed emotivamente gratificante. Queste storie esercitano una presa fortissima sull’immaginazione umana: affascinano perché raccontano storie avvincenti, con la classica struttura basata su un problema e una netta definizione dei buoni e dei cattivi. C’è sempre un cattivo, e i cattivi si possono sconfiggere.

Le ipotesi cospiratorie sono riflesso del bisogno compulsivo della mente narrante di avere esperienze dotate di senso. Le teorie del complotto offrono risposte definitive un grande mistero della condizione umana: perché nel mondo ci sono tante brutture? Forniscono niente meno che una soluzione al problema del Male. Le teorie complottistiche sono sempre consolatorie, nella loro semplicità.

Il rischio di “diabete mentale”

Le storie stanno diventando una debolezza? Si può delineare un’analogia fra tra la fame di storie e la fame di cibo. La tendenza ad alimentarsi in eccesso è stata utile ai nostri antenati, quanto la scarsità di cibo era un problema all’ordine del giorno. Ma oggi noi moderni sedentari stiamo affogando nei grassi e negli zuccheri. Allo stesso modo consumare tante storie era fondamentale per i nostri antenati, oggi il nostro mondo è invaso da libri, lettori MP3, televisori e smartphone: le storie sono onnipresenti e abbiamo, nei romanzi rosa e nei reality show, qualcosa che è l’equivalente narrativo dei bomboloni fritti alla crema, scrive l’autore. Gottschall parla di rischio di “diabete mentale”.

Il vero rischio non è che in futuro le storie svaniscano dalla nostra vita, ma che ne assumano il controllo totale. Come ci mettiamo a dieta di cibo, dobbiamo evitare di abbuffarci di storie. O quantomeno scegliere quelle migliori, soprattutto online e nell’era dell’overload informativo.

L’uomo avrà sempre bisogno di storie

Il digitale sta cambiando radicalmente il nostro modo di fruire delle storie. Se proviamo a spiegare a un Millennial che un tempo, per vedere un film, dovevamo aspettarne la programmazione nei palinsesti televisivi, magari mesi dopo, oppure prendere l’auto e andare ad affittarlo da un Blockbuster, ci guarderà perplessi. È abituato alla soddisfazione immediata di qualsiasi desiderio, grazie allo streaming. Nell’era di Netflix si parla anche di “binge watching”, l’abitudine di divorarsi intere serie di seguito, un episodio dopo l’altro. Il digitale ha portato anche altre innovazioni impensabili fino a qualche tempo fa: possiamo mettere in pausa una diretta oppure possiamo iniziare a vedere un film sulla TV e finirlo sullo smartphone mentre siamo in coda alla Posta. Ma tutto questo non sposta di una virgola la questione di fondo: l’uomo ha e sempre avrà bisogno di storie.