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Selfie e identità: 4 cose che i genitori devono sapere

Questo articolo è stato pubblicato su Mamamò, a questo indirizzo.

In un recente articolo sul perché i ragazzi amano tanto i social, in cui sottolineavo il fatto che partecipare, confrontarsi con gli altri online e ricevere dei feedback positivi sia un loro bisogno, parlavo anche di selfie, come strumento per definire la propria identità e accrescere l’autostima. L’occasione per approfondire questo tema viene dalla lettura del libro Selfie. Narcisismo e identità di Giuseppe Riva.

Il libro di Riva, breve ma intenso, dà molti spunti. Ecco le quattro cose che un genitore deve sapere sui selfie.

Selfie: iniziamo dal nome

Selfie è il diminutivo di self-portrait, autoritratto, autoscatto tipicamente fatto con uno smartphone o una Webcam e condiviso sui social. Pare che il termine si sia diffuso a inizio secolo, come hashtag, sulla piattaforma di condivisione di foto Flickr. L’esplosione si è avuta nel 2010 quando si diffusero i primi smartphone con fotocamera anteriore. Fino a diventare, nel 2013, la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary. C’è anche una pagina dedicata sul sito dell’Accademia della Crusca, dove  si scopre che ormai è ufficiale l’uso al maschile e che esistono anche delle varianti: Delphie è il selfie mentre si guida, Welfie in palestra, Belfie del “lato b”.

La storia del termine o della tecnologia contano poco. Quello che conta è la data, 3 marzo 2014: durante la notte degli Oscar Ellen Degeneres scatta il selfie più condiviso della storia. Nello scatto si vedono diverse star come Meryl Streep, Jared Leto, Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie, Kevin Spacey e altri. Era una trovata pubblicitaria di Samsung ma in quel momento il selfie è diventato un comportamento socialmente desiderabile: se lo fanno anche i personaggi famosi… Seguiranno altri selfie VIP come quelli del papa o di Totti durante un derby.

Narcisismo, malattia dei nostri anni

Ivan Cotroneo ha scritto:

Se negli ultimi 30 anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi sarà il narcisismo”.

Siamo tutti narcisisti?

Riva riprende il mito di Narciso per fare delle precisazioni. Nel mito il protagonista non cerca la propria immagine ma la subisce, invece il selfie è sempre un atto intenzionale, con il preciso scopo di condividere. Per Riva chi fa un selfie non è necessariamente un narcisista (ma certamente un narcisista si fa molti selfie).

Ma allora perché scattiamo i selfie? È una questione di definizione dell’identità. La nostra soggettività ha due facce: IO, come mi vedo da dentro (sé personale), e ME, come mi vedo e come mi vedono da fuori (sé sociale). Per chi sta ancora definendo la propria identità, come i preadolescenti, lo smartphone e i social permettono di entrare in contatto con il proprio ME. Definiscono la propria identità, anche nel confronto con gli altri. In questo contesto, i selfie stanno diventando uno degli strumenti più utilizzati dai ragazzi per definire ciò che sono e che vorrebbero diventare. Allo stesso tempo i social permettono di verificare la posizione degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere.

I tre paradossi dei selfie

Utili per definire la propria identità, i selfie però si portano appresso tre paradossi.

  • Primo paradosso: se i selfie sono un modo efficace per mostrarsi e raccontarsi agli altri, allo stesso tempo non sono in grado di rappresentarci in maniera completa. Anzi assumono vita propria, continuando a raccontarci nello stesso modo anche quando siamo cambiati (quella foto sbagliata alla festa ci può perseguitare).
  • Secondo paradosso: se attraverso i selfie possiamo modificare fugacemente la nostra identità sociale, è però vero che i nostri selfie possono anche essere utilizzati da altri per modificarla anche se non lo vogliamo (vedi l’uso ricattatorio del sexting).
  • Terzo paradosso: se attraverso i selfie possiamo scegliere quali caratteristiche sottolineare della nostra identità sociale all’interno delle diverse reti che frequentiamo, tutti i frammenti possono essere rimessi insieme per individuare la nostra vera identità (vedi i ragazzi che passano la prima selezione del personale per un buon CV o un preciso profilo LinkedIn ma poi vengono scartati per le foto che condividono su Facebook e Instagram).

I numeri dei selfie degli adolescenti

Veniamo infine ai numeri: Riva cita diverse ricerche sul tema selfie. In particolare mi ha colpito una ricerca dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti su 7000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Ci dà un’esatta dimensione del fenomeno selfie.

I ragazzi si scattano una media fra i 3 e gli 8 selfie al giorno, con punte di 100!

Il 31% degli adolescenti si fa i selfie per ricordo, l’11% per noia e l’8,5% per ridere. Il 15,5% condivide tutti i selfie sui social e WhatsApp, soprattutto le ragazze. Un adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette potenzialmente a repentaglio la propria vita, soprattutto i maschi (purtroppo esiste anche il fenomeno del killfie: il selfie letale).

Un’altra ricerca su 150 giovani, proprio di Riva per l’Università Cattolica e la fondazione IBSA, approfondisce il tema della relazione tra tratti della personalità e selfie. Ci sono i ragazzi estroversi e quelli coscienziosi. I primi usano i selfie per mostrarsi (fino ad arrivare all’oggettivazione del proprio corpo, usato come strumento per piacere), in particolare le donne sono molto sensibili ai commenti che i selfie scatenano sui social. Chi è coscienzioso usa i selfie in maniera più strategica per trasmettere una specifica immagine di sé, ed è meno interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano.

Ascolta la puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” sui selfie

Ascolta “1×10 I selfie: 4 cose che i genitori devono sapere” su Spreaker.

Perché i ragazzi amano così tanto i social network?

Per molte persone, diversi genitori compresi, i social network sono solo una perdita di tempo, roba da “fannulloni”. Non si capacitano di come qualcuno possa passare tutto quel tempo a ficcare il naso nelle vite altrui.
Peccato che questi “presunti fannulloni” siano parecchi.
Basta un giretto su Internet Live Stats per scoprire che, nel momento in cui scriviamo, ci sono quasi due miliardi di iscritti a Facebook nel mondo, oltre trenta milioni solo in Italia.
I social network sono un bisogno, anzi rispondono a più bisogni. Pensate alla piramide dei bisogni di Maslow:

Lo psicologo statunitense ideò nel lontano 1954 una gerarchia dei bisogni umani.
Alla base della piramide ci sono le esigenze fisiologiche, i bisogni primari come mangiare e dormire, subito dopo troviamo altri bisogni legali alla socialità e all’autorealizzazione. Questi ultimi sono soddisfatti, al giorno d’oggi, dai social.

Giuseppe Riva argomenta questa tesi (qui):

“I social network possono aiutare i propri utenti a soddisfare le seguenti categorie di bisogni. Bisogni di sicurezza: nel social network le persone con cui comunico sono solo amici e non estranei. Posso scegliere chi è un amico, controllare che cosa racconta di sé e commentarlo. Bisogni associativi: con questi amici posso comunicare e scambiare opinioni, risorse applicazioni. Se voglio, posso perfino cercarci l’anima gemella. Bisogno di stima: io posso scegliere gli amici ma anche gli altri possono farlo. Per questo, se tanti mi hanno scelto come amico allora valgo. Bisogno di autorealizzazione: posso raccontare me stesso (dove sono e cosa faccio) come voglio e posso usare le mie competenze anche per aiutare qualcuno dei miei amici che mi ascolta”.

I social sono stati definiti anche come un “lubrificante sociale”, espressione un tempo usata per l’alcol.

 

PS. Questo articolo è tratto dal libro “Prontuario per genitori di nativi digitali“, che puoi acquistare su Amazon:

Social media: privacy, sicurezza e lati oscuri a Nessun Dorma (Espansione TV)

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Perché i nostri dati sono così preziosi? Quando e come li cediamo? Come proteggerli? Venerdì 23 marzo 2018 ho avuto il piacere di partecipare alla puntata di Nessun Dorma su Espansione TV dedicata al tema Privacy insieme a Riccardo Saporiti, giornalista collaboratore di Wired Italia, Gianluca Lombardi di Mondoprivacy,  e Luca Ganzetti, responsabile dell’azienda di sicurezza informatica Waylog, con cui abbiamo dato risposta a queste e altre domande.

Il video del mio intervento

In particolare ho parlato di nativi digitali, sharenting, social network e privacy, reputazione online, bufale, digital detox, fomo e rischi legali. Qui puoi vedere il video con i miei interventi:

Il link all’intera puntata

Ecco il link alla puntata intera: https://goo.gl/WSuZmk

Fan page di Facebook e illeciti: l’intervista all’avv. Marisa Marraffino

L’avv. Marisa Marraffino è esperta di reati informatici e dei rischi della Rete in generale, collabora a progetti contro il cyberbullismo nelle scuole, a Master universitari e con la sezione “Norme e Tributi del Sole 24 Ore”. È anche, con me, docente a Primopiano per i corsi (di dentologia) per i giornalisti.
In questa breve intervista si parla di social media, e in particolare degli aspetti legali legati alla gestione di una fan page di Facebook. Secondo l’avvocato Marraffino, gli illeciti che si possono commettere gestendo una pagina Facebook sono sostanzialmente tre:

  • violazioni della legge sul diritto d’autore;
  • sostituzione di persona;
  • diffamazione aggravata, per commenti con frasi denigratorie.

Per guardare un’altra intervista dell’avvocato Marraffino (su social, genitorialità e minori) fai clic qui.

I Premi di Studio e di Laurea 2017 della BCC Milano di Carugate

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Il 17 dicembre 2017 sono stato invitato dalla BCC Milano, sede di Carugate, per l’evento “I Premi di Studio e di Laurea 2017”: la banca ha premiato i migliori studenti dell’anno scolastico 2017/18, i laureati e una start-up che ha finanziato.
Ho parlato di uso consapevole dei social network davanti a 500 persone, tra genitori e figli. Queste le foto dell’evento:

Qui invece trovate le slide che ho usato durante la presentazione:

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Se vuoi organizzare una conferenza o uno speech per la tua azienda, scrivimi!

 

 

 

 

 

 

Qui

Cercare lavoro con LinkedIn senza effetti collaterali: l’intervista a David Buonaventura

LinkedIn può rivelarsi un problema per chi cerca lavoro sotto gli occhi dell’attuale datore di lavoro. Ho chiesto delucidazioni sul tema a David Buonaventura, ideatore di “Colloquio Diretto” e coautore, con me, di “Job War“, metodo innovativo per la ricerca del lavoro nonché testo in uscita nelle prossime settimane per Ledizioni.

David, sia in Colloquio Diretto che in Job War parli di “Curriculum Vitae Diretto”: hai pensato a qualcosa del genere anche per LinkedIn?

I quattro principali motivi per cui una persona decide di usare LinkedIn sono:
– vendere qualcosa;
– offrire lavoro;
– comunicare;
– cercare lavoro.
A meno che tu non sia un venditore o un recruiter o un divulgatore, aprendo e tenendo aggiornato il profilo stai implicitamente comunicando al tuo datore di lavoro che non ti trovi bene in azienda. Stai cercando di cambiare, probabilmente per andare in qualche azienda concorrente.
Da quel momento nessuno ti affiderà più un incarico importante e di responsabilità. Aumenti di stipendio o miglioramenti professionali? Neanche a parlarne. Sei aziendalmente morto.
Quando prepari la tua immagine pubblica, metti in conto che potrebbe essere osservata anche dalle stesse persone che ti permettono di portare il pasto in tavola. Meglio quindi adottare particolari forme di comunicazione che non facciano capire che stai cercando un nuovo lavoro.
Il camuffamento è quindi necessario. Per farlo devi impostare messaggi che vengono interpretati in maniera diversa dall’attuale e il futuro datore di lavoro.

Visto che sei un fautore del contatto diretto con chi ti dovrà valutare e assumere, giudichi comunque LinkedIn uno strumento utile per chi cerca lavoro?

Lo strumento “LinkedIn” assume diversi significati e utilità a seconda gli elementi che lo costituiscono.
1.     Profilo
È il moderno sostituto del vecchio CV. Ha numerosi pregi in più ma anche il difetto congenito del suo antenato: facilita l’idea che basti presentarlo per attirare l’interesse del datore di lavoro. Vana speranza.
Io lo considero il secondo step della comunicazione. Serve solo per approfondire la conoscenza. Prima è necessaria una comunicazione persuasiva e personalizzata per portare quello specifico interlocutore a volerti conoscere. Quello è il momento di presentare il tuo ricco e dettagliato profilo LinkedIn.
2.     Networking
L’ambiente social di LinkedIn è straordinario e vale la pena di usarlo. Anche qui però senza illudersi che basti un collegamento per creare una relazione che ti porterà un giorno ad ottenere un nuovo lavoro.
La persona con cui vuoi creare una relazione professionale tramite LinkedIn, deve avere un motivo per aiutarti se e quando ne avrai bisogno. Dipende tutto da quello che gli comunicherai dopo aver ricevuto la connessione.
3.     Condivisione
Condividere articoli e commenti può fornirti quella visibilità che può aiutarti molto. Anche qui dipende sempre da cosa comunichi e come lo fai.
Io uso LinkedIn estensivamente. Pubblico almeno due articoli alla settimana con messaggi che possono essere compresi sia dai clienti che i potenziali datori di lavoro. I risultati si vedono.

Quali sono le dritte che puoi dare a chi vuole usare LinkedIn per trovarsi un lavoro?

Per arrivare a un buon livello di utilizzo, è necessario studiare o affidarsi alla guida di persone esperte. L’improvvisazione non basta. Ricordati che sei in “pubblico” e la Rete non dimentica…

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

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I giustizieri della Rete

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Qualche anno fa rimasi impressionato dalla vicenda di Oscar Giannino. Alle elezioni politiche del 2013 il giornalista dandy (lo incontrai a un evento giornalistico e mi colpirono, per fortuna solo metaforicamente, delle scarpe con borchie) si presentò alla guida del movimento “Fare per fermare il declino”. A pochi giorni dal voto, però, il suo compagno di partito, l’economista Luigi Zingales, denunciò dei falsi nel suo curriculum. Tra gli studi di Giannino spiccava un master alla Booth University di Chicago, quella dove insegna Zingales. Ma il professore scoprì che alla Booth University Giannino non ha mai messo piede. Anzi, Oscar non era nemmeno laureato.

La carriera politica di Giannino finì lì. Iniziò, in compenso, una sorta di processo pubblico, i mass media si avventarono sul suo cadavere politico; ma è in Rete, sui social, che iniziò il massacro popolare. Riporto, per decenza, uno dei commenti simpatici:

Una vera gogna, come sempre più spesso accade online. Sono tantissimi i casi di persone messe in croce sul Web, senza alcun processo ma con conseguenze ben peggiori.

Recentemente mi sono imbattuto in un libro proprio su questo tema. Si tratta de “I giustizieri della Rete” di Jon Ronson. L’autore britannico, in un testo scritto molto bene e che consiglio, parla del lato oscuro di Twitter e Facebook; dalla quarta di copertina:

“Spesso [i social] alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso”.

Tra i casi citati c’è quello, notissimo, di Justine Sacco.


Per questo tweet di cattivo gusto (tradotto: “Sto andando in Africa, spero di non prendermi l’AIDS. Scherzavo: sono bianca!”) ha perso il lavoro. E la faccia.
La vicenda: nel dicembre 2013 Justine aveva preso un aereo per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, per visitare la sua famiglia. Prima di imbarcarsi aveva creato quel tweet. Nonostante i suoi pochi follower, il messaggio fu ritwittato (condiviso) da un giornalista e divenne virale, al suo arrivo in Sudafrica le crollò il mondo addosso. Come si legge su IlPost.it:

“Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com”.

La beffa: anche un professionista della comunicazione online è rimasta schiacciata dalla comunicazione online.

Il libro parla di tante storie del genere, tutte centrate su vergogna, reputazione e facile giustizialismo. Per esempio si racconta la storia di Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è inventato, in un libro, una citazione di Bob Dylan; scherzetto che gli ha fatto saltare la carriera.

Tra gli altri c’è anche un predicatore finito in una lista di frequentatori di prostitute, ma anche il caso clamoroso di Max Mosley. Nel 2008 l’ex capo della Formula 1 venne coinvolto in un clamoroso scandalo sessuale scatenato dal quotidiano inglese News of the World. Il giornale pubblicò alcuni fotogrammi tratti da un video nel quale Mosley prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochistico con alcune prostitute in uniformi naziste ed in divise che ricalcano quelle che indossavano gli internati nei lager. La notizia è che Mosley pare essere l’unico, tra i protagonisti del libro, ad aver superato la gogna mediatica online in modo (quasi) indolore.

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WhatsApp: è cambiata l’età minima per usarlo

Sai che l’età minima per usare Whatsapp è 16 anni?

Mi capita spesso di fare serate con i genitori sui pericoli della Rete e workshop con i ragazzi sull’uso consapevole della tecnologia: in entrambi casi, quando si parla di WhatsApp e di età minima per poterlo usare, c’è molta confusione.

L’età minima sugli altri social network

L’età minima per usare i social network è 13 anni.

Non si tratta di un’età legale che abbia senso in Italia: è imposta dalle aziende americane che erogano i servizi. Fino a qualche tempo fa, però, c’era una discrepanza tra i vari Facebook e Instagram da una parte (13 anni) e WhatsApp dall’altra (16 anni), nonostante siano tutti parte della grande famiglia di Zuckerberg (vedi notizia). Perché WhatsApp non è un social? Tutt’altro: nei gruppi si fa tutto quello che si può fare in qualsiasi social come condividere, commentare, discutere in gruppo e così via. Il motivo era un altro: Whats App richiedeva l’uso di una SIM, che in Italia non può essere intestata a un minore di 15 anni (dai 12 anni se accompagnati da un genitore, vedi per esempio modulo Tim).

L’età minima sul sito di WhatsApp

Dopo un lungo periodo in cui anche per WhatsApp l’età minima era di 13 anni, mi sono accorto che le cose erano cambiate ancora. Mi sono collegato al sito di WhatsApp e ho spulciato nella pagina delle informazioni legali, che trovi qui: www.whatsapp.com/legal/?l=it.

Vi si legge, testualmente:

Requisiti di età. Per usare WhatsApp, è necessario avere almeno 16 anni.

Quindi siamo tornati a 16 anni, con il consenso dei genitori.

In effetti questa è la schermata dove occorre confermare di avere quell’età:

Come far rispettare l’età minima?

Il rispetto della regola è affidato alla buona fede dei ragazzi, che potrebbero mentire (come hanno fatto finora). Oppure tutto è demandato – ripeto – al controllo dei genitori: l’applicazione fa infatti riferimento alla “raccolta del consenso da parte dei genitori” nel caso in cui non si abbia l’età minima per accettare i termini di servizio. In che senso? «Potrebbe fare riferimento all’età minima per stipulare un contratto, che in Italia sono 18 anni, ma mi sembra di difficile applicazione», spiega l’avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana al Corriere della Sera. Possibile che si riferisca alla variazione delle condizioni che sottoporrà agli utenti già registrati, fra i quali ci sono anche under 13, oltre che under 16, chiedendo l’età. Anche in questo caso Sarzana è però scettico: «Non rispetterebbero quanto richiesto, mi sembra una forzatura».

Si può usare WhatApp sotto i 16 anni?

L’età minima per usare WhatApp, come appena visto, è 16 anni. Quindi un ragazzo delle scuole medie (secondaria di primo grado) deve rinunciare allo strumento e perdersi la chat di classe e i gruppi di amici pieni di meme ed emoji?

Non è pensabile, anche perché, stando ai dati  di Telefono Azzurro/Doxa del 2017, tre preadolescenti su quattro (esattamente il 73% degli under 13) comunica abitualmente su WhatsApp.

Quindi? Chi ha fra i 13 e i 15 anni sarà obbligato a esibire il consenso dei genitori per condividere sul social informazioni sensibili e ricevere messaggi pubblicitari personalizzati. Come si fa? Indicando un contatto sul social o un indirizzo email.

Uno spezzone del corso “Navigazione familiare”

Parlo spesso, nei miei corsi, dell’età minima per i usare social e sistemi di messaggistica. Questa è una delle registrazioni di quel momento:

La mia intervista per la radio M2O sul tema dell’età minima per WhatsApp e social

Mi è capitato di affrontare il tema dell’età minima per usare i social e i sistemi di messaggistica anche durante interviste. Questa è l’intervista che mi hanno fatto per la radio M2O:

Il mio podcast

Vuoi approfondire i temi della genitorialità e tecnologia? Ascolta gratuitamente le puntate del mio podcast: troverai idee, pillole, spunti e tante interviste a esperti del settore. Puoi ascoltare tutte le puntate qui:

Contattami

Per ulteriori dettagli o per chiedermi di organizzare un corso sull’uso consapevole della tecnologia nella tua scuola, biblioteca o associazione di genitori, scrivimi:

 

Il primo smartphone: a che età?

[Articolo pubblicato sulla rivista e sul sito di Giovani Genitori]

L’Italia è al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari e i bambini lo usano in età precocissima. I pediatri dicono che bisogna limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, ma da quel momento tutto pare permesso, al punto che è raro trovare undicenni o dodicenni senza smartphone. Sul cellulare la prima app che scaricano è Instagram (snobbano Facebook per non incrociare noi genitori e i nonni o gli insegnanti),anche se l’età minima d’uso sarebbe di 13 anni. E immediatamente dopo arriva WhatsApp, dove l’età minima sarebbe di 16 anni (lo sapevate?). Nelle scuole elementari molti bambini di 9, 10 anni hanno già in tasca questi strumenti potentissimi. È un bene o un male? Esiste una età minima per dotare i ragazzi di un telefonino?

Belle domande

Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è un dato di fatto. Lo dicono i dati: la più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online (www.lse.ac.uk/media@lse/research/EUKidsOnline), dimostra che negli ultimi anni ci sia stato un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Chiunque tra noi adulti ha sperimentato la miglior confidenza che i “nativi digitali” hanno nell’uso delle interfacce touch di smartphone e tablet. Il problema è che spesso mancano di competenze. Per esempio, non sanno cosa sia la netiquette, vale a dire non conoscono le regole minime di buon comportamento nelle interazioni in rete.

Come si connettono?

A detta di uno dei maggiori esperti italiani del tema, Paolo Ferri: “I nativi considerano le tecnologie digitali come elemento naturale del loro ambiente di vita. Fin da piccoli si relazionano con la tecnologia attraverso il gioco e, a volte, per prove ed errori costruiscono da soli i propri giochi senza consultare nessun manuale e senza nemmeno saper leggere, personalizzando la tecnologia secondo le proprie esigenze, come fanno con i Lego”. I nativi usano per lo più dispositivi touch e considerano i notebook scomodi e ingombranti. Del resto anche in alcune scuole si usano già i tablet ed esistono decine di migliaia di app rivolte direttamente alla prima infanzia. Non siamo ai livelli della Norvegia, dove la metà dei bambini tra i 3 e i 4 anni usa un tablet e il 25% uno smartphone, ma la percentuale di nativi schermodotati sta aumentando notevolmente anche da noi.

Valutiamo la maturità

Non abbiamo ancora risposto alla domanda se esista o meno un momento giusto per dotare i bambini di uno smartphone. Perché una risposta non c’è. Un altro grande esperto del tema bambini e tecnologia, Alberto Pellai (nella foto), sottolinea che “non esistono linee guida di pediatri o psicologi in questo senso; il momento più indicato è quello dell’inizio della scuola superiore: da quell’età i ragazzi e le ragazze sono capaci di essere autonomi nell’utilizzo e hanno anche sviluppato la capacità di proteggersi da una certa impulsività che potrebbe danneggiarli”.

Che “digital parent” sei?

L’età giusta, possiamo ragionevolmente dire, dipende dalla sensibilità dei genitori e dalla maturità dei figli. La ricercatrice Alexandra Samuel ha individuato tre categorie di approccio al digital parenting: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli.

Proibire a prescindere non è mai stata una strategia vincente, quindi il trucco sta nell’uso condiviso dello strumento. Alberto Pellai mette in guardia dai pericoli dell’uso di queste tecnologie (li conosciamo: contenuti inappropriati, bullismo, sexting e via dicendo) sottolineando l’importanza del ruolo del genitore come educatore, anche se papà e mamma non sono particolarmente ferrati in tema tecnologico.

Supervisione e buon esempio

Anche se non siamo dei maghi del computer, possiamo essere ottimi “digital mentors”. Il nostro compito sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono benissimo e tanti genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato).

Rispettiamo i loro confini: possiamo chiedere di avere accesso al loro cellulare, ma dobbiamo anche dare fiducia e non abusare dello strumento per soddisfare le nostre curiosità, mettendoli in difficoltà o in imbarazzo (avrà o no la fidanzata? Avrà dato il primo bacio?). Incoraggiamoli a diventare adulti che sanno come comportarsi online, in modo sano e responsabile. In ogni caso, sottolinea Pellai, la strategia migliore è sempre la stessa: parlare, parlare, parlare.

I servizi di protezione

Fiducia, quindi. Ma i rischi ci sono, e sono concreti: quindi è bene lasciare libertà ai propri figli ma in un ambiente protetto. Si possono usare, anche sui telefonini come sui pc, delle funzioni di parental control, per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriati. Le funzioni di parental control consentono di scegliere le impostazioni che sono appropriate sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per i minorenni di qualunque età. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia.

Kit per stare al sicuro

Anche se il 99% del tempo i ragazzi usano il telefonino per Internet, non sottovalutiamo il problema delle telefonate in entrata. Le chiamate di determinati numeri possono essere inserite in una blacklist e quindi bloccate in automatico, senza possibilità di lasciare un messaggio in segreteria. I genitori possono inoltre ottenere l’accesso alla lista di chiamate bloccate che sono state ricevute. Esistono anche funzioni di antifurto, che permettono di localizzare un telefono smarrito o rubato, oppure quelle app enormemente diffuse negli Stati Uniti che permettono al genitore di localizzare la posizione del figlio.

Quali sono gli strumenti che fanno tutto questo? Il primo da citare è Spazio Bimbi di Kiddoware, disponibile solo per Android (gratis), perché permette di limitare facilmente l’accesso allo smartphone o alle app, tramite PIN, creando profili personalizzabili. Altra app gratuita consigliata è Net Nanny (per iOS e Android). Molti produttori di smartphone (vedi, tra gli altri, Samsung che fornisce funzionalità come il blocco dello spegnimento del dispositivo) e quasi tutti gli operatori di telefonia includono servizi di sicurezza, che spesso gli utenti non usano semplicemente perché non sanno di averli. In altri casi esistono soluzioni ad hoc degli operatori come nel caso, per esempio, di Tim Protect (protect.tim.it): soluzione di sicurezza a tutto tondo offerta da Tim e sviluppata da F-Secure, che include, tra gli altri, anche un servizio di parental control. Vodafone, a sua volta, propone Smart Tutor, app che consente ai genitori di scegliere i numeri di dati con cui possono entrare in contatto i propri figli, selezionare insieme a loro le app più adatte, evitare che la prole abbia distrazioni nei momenti in cui deve concentrarsi, grazie alla possibilità di limitare le funzioni a una determinata fascia oraria e bloccare i contatti indesiderati.

Due libri da leggere

Se siete nella fase in cui i ragazzi cominciano a usare lo smarphone, procuratevi questi due libri: Paolo Ferri, “I nuovi bambini” (BUR, 2014) e “Tutto troppo presto” di Alberto Pellai (De Agostini, 2015). Quest’ultimo affronta anche un tema scottante e specifico: l’educazione sessuale dei ragazzi nell’era di smartphone e tablet. Dell’autore potete anche consultare il blog www.tuttotroppopresto.it.

Corso “Promuovere la Pubblica Amministrazione online e sui social network”

scheda

 

Gli scorsi 20 e 21 novembre 2014 ho tenuto un corso per operatori della Pubblica Amministrazione sulla promozione degli enti e del territorio sui social network e con i blog.

Questa la presentazione La Pubblica Amministrazione sui social network:

Questa invece la presentazione “Adotta una parola”: un caso di successo della Pubblica Amministrazione online e sui social:

Alcuni tweet della due giorni: