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Corso sui pericoli della Rete: l’articolo del corriere dei social media

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Il corriere dei social media ha dedicato, lo scorso 28 ottobre, un articolo al corso che ho tenuto presso Primopiano sui pericoli della Rete. Questo il contenuto dell’articolo:

MILANO: La cooperativa giornalistica Primopiano di Milano ha ospitato sabato scorso il corso del giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi. Il corso, al quale hanno partecipato numerosi giornalisti rientrava nel programma di formazione continua per i professionisti del settore che vede la cooperativa  fra i più importanti centri accreditati dall’Ordine dei Giornalisti. Primopiano, infatti, da anni affianca al proprio impegno di creatore di contenuti e informazioni per importanti media del settore radio televisivo anche  la formazione con corsi legati al settore dei social, del content marketing, linkedin, deontologia professionale e video ripresa.

Il corso di Gianluigi Bonanomi dal titolo Web e social, i pericoli della rete“è stato un compendio di educazione digitale per giornalisti, genitori, docenti e studenti. Tutti interessati in un modo o in un altro con il mondo di internet e con i suo miti da sfatare.Fra i temi della mattinata i problemi legati alla dipendenza, alla salvaguardia della reputazione sulla rete e al crescente fenomeno del cyberbullismo, declinato secondo varie tipologie che possono passare attraverso i conflitti verbali ,la denigrazione o ancora l’esclusione sociale che spesso interessa gli studenti.

Gianluigi Bonanomi da tempo ha affiancato il suo ruolo di comunicatore digitale e giornalista a quella di formatore con un occhio di riguardo a i temi  delle nuove tecnologie e la genitorialità. Per questo ha organizzato diversi corsi e seminari, nonchè progetti con le scuole. Suoi due libri sul tema come “Prontuario per genitori di nativi digitali   e “Navigazione familiare”  entrambi editi da Ledizioni.      

Si è inoltre parlato degli aspetti legali legati alla diffamazione, al cyberbullismo e alla pubblicazione di immagini non autorizzate sui social o sui servizi di messaggistica grazie all’intervento dell’avvocato Marisa Maraffino, specializzata in Diritto delle telecomunicazioni, giornalista e docente su temi legati alla deontologia. Luigi Paonessa

Social recruiter: 10 cose che devi sapere se vuoi fare questo mestiere

Quando ho intervistato il social recruiter Osvaldo Danzi (leggi qui), tra una risposta e l’altra ha citato il libro “Social recruiter” di Martini e Zanella, edito da FrancoAngeli. Allora l’ho letto.

Un buon testo, completo, che fa il punto della situazione su una nuova professione – quella del selezionatore votato al Web e ai social – in forte ascesa. Ho capito che se vuoi fare questo nuovo mestiere, devi sapere le seguenti dieci cose.

  1. Se tutto il mondo va sui social, anche il recruiter non può fare altrimenti. Una delle autrici lavora per Adecco e giustamente cita uno dei maggiori studi su Internet e ricerca del lavoro: vale a dire Work Trends Study. Tra le altre cose si scopre che i lavoratori usano i social anche per tenersi in contatto con i recruiter.
  2. Nell’era di TripAdvidsor, dove ci fidiamo più delle recensioni di altri utenti come noi e non della comunicazione istituzionale, anche le aziende sono state travolte dalla cosiddetta “peer review”. È il caso, per esempio, di Glassdoor. Ma guarda anche l’italiano Sopo. Per questo i responsabili del personale devono puntare sulla employee advocacy: devono coinvolgere i dipendenti in attività che possano farli sentire parte di una community, addirittura di una famiglia.
  3. I social non vengono utilizzati solo per pubblicare offerte, come fossero job board. Servono soprattutto per controllare le informazioni sui candidati, confrontandole con quelle riportate sul CV, nonché per attirarli e infine per contattarli direttamente. I social permettono anche di scoprire il lato umano dei candidati, le competenze trasversali (come quelle comunicative), la loro rete, i loro veri interessi.
  4. I social non servono solo per intercettare i candidati attivi, ma soprattutto per scovare quelli passivi: quelli che non stanno cercando un lavoro.
  5. Non solo LinkedIn, moltissimi recruiter usano anche gli altri social. Facebook prima di tutti, ma anche Twitter, Instagram e Pinterest, oppure YouTube. Microsoft, per esempio, usa l’account Instagram Microsoftlife per fare employer branding.
  6. Per employer branding si intende “la reputazione di un’organizzazione nel suo ruolo di potenziale datore di lavoro”.
  7. Pure i sistemi di messaggistica fanno la loro parte. Cisco, in questo post sul blog ufficiale, spiega come usa Snapchat per raccontare l’azienda e attrarre candidati (soprattutto giovani). WhatsApp può essere un modo efficace per tenere contatti informali con i candidati.
  8. I recruiter devono usare la Rete, e i social in particolare, anche per fare personal branding. Posizionarsi, condividere contenuti di qualità, attirare “personalmente” i candidati.
  9. I recruiter devono lavorare anche moltissimo sul networking. Non quello dei candidati, il proprio.
  10. Se il social recruiter è colui che riceve, legge e cataloga curriculum e domande inviate a seguito di posizioni lavorative aperte, esistono altre figure della filiera della ricerca dei lavoratori. Per esempio c’è il sourcer, che svolge la ricerca “creativa” di candidati qualificati per posizioni aperte o programmate, spesso andando a caccia di candidati passivi. Poi c’è l’HR manager, funzione che si occupa per prima cosa di diffondere la cultura aziendale, le competenze e i modelli organizzativi. Infine esiste anche il consulente per la ricollocazione, un professionista ingaggiato dalle aziende quando, per ragioni organizzative, si devono ridurre gli organici.

Se vuoi leggere altre recensioni di testi a tema tecnologico, fai clic qui.

Mission e vision nel profilo LinkedIn: intervista a Giovanni Dalla Bona

In questo sito ho spesso usato strumenti aziendali per lavorare sul proprio personal branding: per esempio applicando le leggi di Ries o l’approccio di Sinek alla corstruzione del proprio brand. Ora faccio un passo oltre: vorrei capire se anche i concetti di mission e vision possono essere utili per arricchire il proprio profilo LinkedIn. Per farlo ho chiesto aiuto a un amico, nonché uno dei migliori formatori sui temi del digitale e del social in circolazione: Giovanni Dalla Bona. Sul suo profilo LinkedIn si presenta così: “Aiuto le aziende e liberi professionisti ad usare le opportunità offerte da Internet e dai social media, seguendole in tutte le fasi: definizione degli obiettivi, scelta delle strategie, creazione e distribuzione dei contenuti, misurazione dei risultati”.

– GIOVANNI, CHE DIFFERENZA C’È TRA MISSION E VISION?

Rispondo alla tua domanda scombinando le carte e dicendo che mission e vision, per essere definite, hanno bisogno di un terzo elemento: i valori. I valori definiscono e spiegano COME facciamo il nostro lavoro nel presente (=mission) e DOVE vogliamo arrivare con esso in futuro (=vision).

Se i valori da esprimere sono scelti con attenzione (ne puoi trovare una bella lista nel sito Corevalueslist, https://corevalueslist.com/) ne ricavi quasi automaticamente la mission, che è la loro messa in pratica giorno per giorno.

Ad esempio:

Se sono un consulente e il mio valore è l’innovazione, allora il mio impegno, la mia mission sarà quella di offrire ai miei clienti soluzioni sempre tecnologicamente all’avanguardia.

Se sono un’impresa edile e il mio valore è la bellezza, allora nella mia mission ci saranno l’attenzione ai dettagli e la cura dei particolari.

Faccio un esempio famoso: fra i valori di IllyCaffè c’è l’eccellenza e da questa nasce la sua mission.

Come puoi intuire da questi esempi, la mission ha un carattere molto pratico e, se ci impegniamo a mantenerla, i clienti la riconosceranno e diventerà il nostro punto di forza.

La vision, invece, proietta il nostro lavoro nel futuro, passando dal “ciò che siamo” al “ciò che vogliamo diventare”. La vision dà continuità ai valori di fondo, ma sposta in avanti gli obiettivi e formula desideri, più o meno concreti, su ciò che vogliamo ottenere per noi e per gli altri.

Sono esempi di vision: il ristorante tipico regionale, che vuole diventare una catena di ristoranti dedicati alla cucina locale e regionale; o il fotografo che ama viaggiare e che aspira a pubblicare sulle principali riviste dedicate al turismo.

La Vision migliori sono quelle che vanno oltre gli aspetti concreti ed entrano nel campo delle emozioni e del sogno, come ad esempio la famosa “rendere la gente felice” di W. Disney, oppure “un computer in ogni casa” di Bill Gates. Il valore di queste mission è nella loro concisione e chiarezza, ma soprattutto nel fatto che, invece di essere autoreferenziali, guardano anche al bene dei clienti o, ancora più in là, al bene di tutti. Su questi temi consiglio di vedere il famoso video in cui Simon Sinek spiega la sua teoria del Golden Circle:

 

 

– CONSIGLI DI INSERIRLE IN LINKEDIN PER PRESENTARSI?

Certamente sì, ma con una distinzione fra pagine aziendali e profili personali.

Come sai i termini “mission” e “vision” sono tipicamente usati per le descrizioni aziendali e quindi va benissimo che le aziende, per coerenza, riportino nella propria pagina LinkedIn le stesse informazioni che hanno nel sito o nei documenti di presentazione aziendale.

Per quanto riguarda i profili personali, invece, eviterei espressioni del tipo “la mia mission/vision è…”. Preferisco sostituire la mission con la descrizione dei punti di forza, magari raccontati evidenziando i propri valori e le passioni.

La vision, invece, in alcuni casi è proprio complicata da aggiungere nei profili personali. Di fatto corrisponde alle aspirazioni personali, ma bisogna valutare di caso in caso se renderla esplicita o meno: ad esempio, se sei un blogger puoi aspirare a diventare un influencer nel tuo settore e lo puoi dichiarare apertamente; ma come puoi inserire la tua vera aspirazione se, come mi è successo, sei un impiegato e ti stai adoperando per lasciare tutto e diventare un massoterapeuta? Purtroppo non ci sono ricette valide per tutti.

– CI FAI UN ESEMPIO DI UTENTE CHE HA ESPRESSO CON EFFICACIA QUESTI CONCETTI?

Proprio poche settimane fa ho aiutato un’amica, Lia Gotti, a scrivere il suo “riepilogo” di Linkedin. Non volevamo fare una lista delle competenze, ma soprattutto descrivere come Lia svolga il suo lavoro. L’uso di aggettivi come “curiosa” e “creativa”, parole come “grinta” ed ”entusiasmo” descrivono Lia al di là delle sue mansioni, sottolineando il suo carattere, le sue passioni e la sua unicità.

Inoltre, quando dice che i suoi due principali obiettivi sono “organizzare eventi memorabili e far sentire ogni partecipante una persona unica e speciale”, Lia sta di fatto descrivendo la sua mission e il suo impegno.

Ecco, partendo dal riepilogo di Lia, potremmo riassumere in questo modo l’utilità della mission e della vision: servono per poter dire in modo convincente “altri potrebbero fare le stesse cose che facciamo noi, ma nessuno potrebbe farle bene come le facciamo noi”.

Riporto integralmente il riepilogo di Lia:

Da sempre curiosa, creativa e con una sfrenata passione per il Cinema, ora sono Theatrical Operations and Special Projects Supervisor presso The Walt Disney Company Italia.
Amo lavorare in Team con grinta e determinazione per organizzare eventi speciali, proiezioni, anteprime, festival cinematografici ed eventi corporate.

Affronto ogni nuovo progetto con entusiasmo e con due obiettivi: organizzare eventi memorabili e far sentire ogni partecipante una persona unica e speciale.

Do il mio meglio quando sono libera di gestire programmi articolati e stimolanti, che uniscano competenze diverse e che permettano lo scambio di esperienze fra persone di provenienza e di cultura diversa.

L’ area del mio lavoro in cui concretizzo di più il mio amore per il Cinema? La Produzione! Che sia un contenuto speciale, una clip divertente, un documentario o un sizzle, quando si tratta di produrre, la mia creatività si scatena!

 

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Fan page di Facebook e illeciti: l’intervista all’avv. Marisa Marraffino

L’avv. Marisa Marraffino è esperta di reati informatici e dei rischi della Rete in generale, collabora a progetti contro il cyberbullismo nelle scuole, a Master universitari e con la sezione “Norme e Tributi del Sole 24 Ore”. È anche, con me, docente a Primopiano per i corsi (di dentologia) per i giornalisti.
In questa breve intervista si parla di social media, e in particolare degli aspetti legali legati alla gestione di una fan page di Facebook. Secondo l’avvocato Marraffino, gli illeciti che si possono commettere gestendo una pagina Facebook sono sostanzialmente tre:

  • violazioni della legge sul diritto d’autore;
  • sostituzione di persona;
  • diffamazione aggravata, per commenti con frasi denigratorie.

Per guardare un’altra intervista dell’avvocato Marraffino (su social, genitorialità e minori) fai clic qui.

Fare marketing con LinkedIn: intervista a Silvia Pettinicchio Krebs

 

Ho conosciuto Silvia Pettinicchio Krebs tramite LinkedIn. Mi aveva colpito il suo profilo ricco di spunti: scorrendolo si scopre, tra le altre cose, che è la fondatrice di The Garage Marketing e docente di marketing e “International Strategic Management” alla European School of Economics. Ora le chiedo di raccontarci la relazione tra LinkedIn e il marketing.

Molte aziende sono spaventate da LinkedIn: pensano sia solo uno strumento che usano i dipendenti per trovarsi un altro lavoro. Non ne comprendono le potenzialità, se non per trovare nuovi talenti. Secondo te si può fare marketing e content marketing efficacemente con LinkedIn?

Incontro spesso aziende piccole e grandi che non sono molto a proprio agio quando si parla di social media. In alcuni casi vietano completamente ai propri dipendenti di utilizzarli durante l’orario di lavoro, temendo che possano perdere tempo a chattare e distrarsi dalle attività lavorative. Altre aprono qualche spiraglio, permettendo di accedervi ma imponendo di utilizzarli solo per veicolare contenuti istituzionali e pre-approvati dall’ufficio marketing.  Sono ancora poche, secondo la mia esperienza, le aziende che comprendono appieno il potenziale dei social network e in particolare LinkedIn per lo sviluppo del proprio business. La maggior parte non comprende che LinkedIn, utilizzato al meglio per quello che è, cioè la più grande rete professionale al mondo, permette di ottenere ottimi risultati in uno degli ambiti centrali per ogni professionista, ovvero creare e coltivare relazioni.

Per questo serve l’account a pagamento?

Anche senza un account prime, LinkedIn permette di entrare in contatto con persone che potrebbero essere interessate alla tua figura professionale, oltre che al tuo prodotto o servizio, aprire un canale di comunicazione, uno scambio di opinioni, consigli, suggerimenti che permetta di “conoscersi” e familiarizzare con i propri interlocutori.

Come contattare le persone?

La modalità affinché questo avvenga non è l’invio di un messaggio diretto, che molto spesso vedo usare da utenti un po’ sprovveduti come canale di vendita push. Solo perché hai accettato l’invito a entrare nel loro network, pensano di riuscire a vendere qualsiasi cosa. Il messaggio InMail di LinkedIn non è molto diverso da un messaggio email tradizionale. Ha però una differenza importante: chi lo riceve, se non ti conosce, può vedere chi sei, che cosa fai e come la pensi, attraverso l’osservazione delle tue attività sul social (cosa pubblichi, cosa condividi, cosa commenti ecc.).

Quindi qual è il modo migliore per creare una relazione con chi non ti conosce ancora?

Non è certo l’invio a freddo di messaggi in mail di vendita, ma la partecipazione a conversazioni di interesse per il nostro target, il pubblicare contenuto sotto forma di articolo o di post con una certa frequenza (c’è chi pubblica quotidianamente, chi più volte al giorno, chi su base settimanale). Il contenuto da pubblicare o da condividere deve essere sempre di interesse per il nostro target e mostrare la nostra area di competenza.

Questa è la base per creare una immagine digitale di sé che possa essere un riferimento sul mercato in cui ci muoviamo come professionisti o in cui si muove la nostra azienda.

Sembrerà scontato ma voglio ricordarlo lo stesso: L’immagine che dobbiamo dare è di persone corrette, dotate di etica professionale e personale, competenti ma anche avvicinabili. Pensateci: sono così le persone con cui vorremmo fare business, no?

Sei fautrice di una comunicazione etica e corretta… Ci sono temi che proprio non dovremmo trattare?

La social etiquette (o netiquette) prevede che i commenti e le battute di tipo politico, razziali, sessisti, così come chi si prefigurata come un hater, non siano ben visti e vengano segregati o peggio ancora banned (bloccati). E questo accade su LinkedIn più che sugli altri social.

Che cosa postare?

Consiglio di postare contenuti che sviscerano problemi ma trovano anche soluzioni. Oppure consigli e mini consulenze nei propri ambiti di competenza, siano esse tecniche, manageriali, scientifiche. Evitare di parlare male di un collega, un datore di lavoro, un cliente o fornitore a meno che vogliate seriamente danneggiare questa persona o azienda. Anche se, come ho detto prima, chi danneggia pubblicamente, anche se a ragion veduta, non è mai visto bene dalla community.

Questo dovrebbe essere il modo di utilizzare LinkedIn. Dal proprio profilo personale ma sempre pensando che si rappresenta una azienda. Anche quando si fa un commento leggero. E forse è per questo che le aziende hanno paura dei social. Perché non si fidano dei propri dipendenti. Ma questa è un’altra storia.

Quali obiettivi può porsi un’azienda che vuole usare LinkedIn a scopo di marketing? Solo visibilità o anche altro?

È uno strumento veramente versatile, offre parecchie delle attività che abbiamo imparato a conoscere nel marketing tradizionale: l’advertising, il direct marketing, l’e-mail marketing. Nello specifico è possibile fare ricerca, ascoltare e osservare, identificare, contattare, fare engagement e rimanere visibili.

 

LinkedIn però non è solo una bacheca…

La sua vera forza sta nel permettere alle persone di creare relazioni. E dalle relazioni nasce il “business”. Faccio un esempio concreto: l’80 % e più di tutti i clienti della mia agenzia arrivano grazie a relazioni aperte su LinkedIn. Badate bene: non ho detto che vendo i miei servizi su LinkedIn. Creo relazioni. Le vendite vengono fatte offline. Ma ci sono casi celebri di aziende, anche B2C, che hanno fatto la propria fortuna utilizzando questo social come piattaforma di vendita.

E come è possibile?

Chi usa questo social solitamente fruisce contenuti più complessi, dedica più attenzione ai contenuti che sceglie di leggere o guardare perché la qualità è tendenzialmente alta.

Dal punto di vista marketing, quali sarebbero i contenuti migliori per un piano editoriale?

Oltre al contenuto di carattere più tecnico, o a quello puramente istituzionale, consiglio sempre di raccontare delle storie seguendo gli insegnamenti dello storytelling. Ogni impresa ha almeno una storia da raccontare. La storia del fondatore, la storia dell’impegno dietro lo sviluppo di un novo prodotto. Storie delle persone che lavorano, storie di clienti che hanno beneficiato dei nostri servizi. Storie di difficoltà ma anche di vittorie.

Puoi farci qualche esempio?

Di alcune aziende che sto seguendo ho raccontato la nascita attraverso la storia del fondatore o della fondatrice: storie di sogni, passione, determinazione, difficoltà e successi. Pubblico sempre le foto delle persone, degli imprenditori ma anche dei dipendenti. È efficace anche il raccontare i grandi progetti: i cantieri, le costruzioni, i dietro le quinte. Rende l’azienda più umana, più vera. E noi tutti, alla fine, vogliamo lavorare con persone vere.

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La mia intervista per Surgelati Magazine

La rivista Surgelati Magazine mi ha intervistato in merito all’uso dei social media nel settore Food. L’intervista è stata pubblicata sul numero 1 del 2017, che puoi consultare a questo link. Ecco le due pagine dell’intervista (che poi continua nelle pagine successive con contributi altrui):

 

eBook gratis “30 errori da non fare su LinkedIn”: da oggi in PDF, ePub e formato Kindle

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LinkedIn è il social network professionale per eccellenza. Macina numeri importanti:

– 400 milioni di iscritti nel mondo;

– 8 milioni di profili in Italia;

– incalcolabili errori commessi da tutti.

Nessuno è immune: uso improprio dello strumento, foto profilo sbagliate, contenuti fuori target, profili scarni o non ottimizzati, keyword generiche e inutili, rete vuota o piena di contatti poco strategici e chi più ne ha…

Per celebrare la nascita di bee-biz, nuova business unit di Sangalli M&C dedicata al social media marketing, ho scritto un eBook pieno zeppo di suggerimenti per correggere quegli errori, trucchi per ottimizzare il profilo e dritte per ilpersonal branding e per il networking.

Potete scaricarlo gratuitamente in tre formati.

PDF 

Kindle (Amazon)

ePub

Buona lettura! 😉

 

 

“Social Media B2B” di Bodnar e Cohen

Dopo essermi occupato per diverso tempo di Social Media B2C, da qualche tempo mi occupo prevalentemente di Social Media B2B. Che differenza c’è? “Social Media Business To Consumer” vuol dire gestire pagine che parlano direttamente al cliente finale (la pagina Facebook di un ristorante, il profilo Twitter di un hotel, il canale YouTube di un professionista) mentre il “Social Media Business To Business” si occupa di profili che si rivolgono ad altre aziende o professionisti. Lo scenario cambia completamente: cambiano i temi, cambiano i toni, cambiano gli scopi. Se un tempo si parlava solo di Social Media B2C, ora invece l’uso dei social per fare, per esempio, lead generation (in soldoni: trovare nuovi clienti) sta letteralmente esplodendo.

Questo testo, scritto da due guru del settore (Bodnar, per esempio, lavora presso HubSpot: quelli, per intenderci, che hanno inventato l’espressione “inbound marketing“), parte con un concetto molto forte: i social media sono più adatti al B2B che al B2C. Boom! I motivi sono diversi, ne cito un paio. Primo perché il target è noto e profilato e, secondo, perché i contenuti sono molti e di qualità. Partendo da questo presupposto gli autori mostrano quali sono gli strumenti per fare lead generation (non solo social, ma anche il Web con le landing page) e quali le best practice. Molte le dritte, alcune davvero preziose: per esempio come fare reach building, come si calcola il ROI (ritorno dell’investimento) dei social media e quali caratteristiche devono avere eBook e Webinar per diventare veri contenuti “conversori”.

 

Per acquistare il libro su Amazon, fai clic qui:

“L’arte dei social media” di Guy Kawasaki

L’arte dei social media – Guy Kawasaki

Spesso mi chiedono (e mi chiedo) che lavoro faccio. Quando facevo il giornalista, era facile da spiegare. Ora che mi occupo di social media per una nuova social media agency (EffettoDomino) non è facile far capire a chi non si occupa di social network professionalmente che… no, non basta buttare qualche bella foto su Facebook o twittare con l’hashtag giusto. Fare il social media manager, come spiega questo libro di Guy Kawasaki (Hoepli), vuol dire avere una strategia, programmare, usare i tool giusti, seguire le fonti migliori, creare contenuti interessanti e, perché no, potenzialmente virali.
Guy usa gli stessi strumenti che usiamo anche noi di EffettoDomino tutti i giorni: da Hootsuite a Buffer e IFTTT (strumenti di automazione), da Social Mention a Social Bro (strumenti di monitoring), da SlideShare (per condividere le presentazioni) a Canva (tool per la creazione di immagini con template, azienda dove lavora Guy), da Storify (tool per fare curation), da Likealyzer (per analizzare pagine Facebook di cui non si è amministratore) a fino agli spreadsheet condivisi su Google Doc per i calendari editoriali e altro.
Nel libro, di livello base e quindi utile per chi social media manager professionista non è, si trovano dritte di ogni sorta: dalle liste di Twitter alle comunità di Google+, dal numero ideale di post da pubblicare in un giorno a come monitorare i commenti (e rispondervi senza fare danni), da come integrare social media e blogging a come si crea una mailing list con MailChimp, dalle dritte su come aumentare il numero di follower a come rendere social ogni tipo di evento (e mandarlo in streaming).

Per comprendere il tono del libro, abbiamo selezionato alcune citazioni interessanti:

“La mia teoria è molto semplice: se sui social non rompi le scatole agli altri, vuol dire che non li usi nel modo giusto.”

“Non c’è nulla da fare: sui social media è la sintesi ad avere la meglio sulla prolissità.”

“Ti consigliamo di aggiungere sempre due o tre hashtag ai post. Se ne usi di più, passerai per l’#idiota che vuole #sfruttareilsistema per i propri interessi.”

“Se condividi contenuti per la sola gioia di aiutare gli altri, rimarrai sorpreso dalla quantità di bontà e reciprocità che riceverai.”

“È un dato di fatto che pagare per promuovere i post su Pinterest, Facebook e Twitter funziona. È infatti un modo per garantirsi che i propri post siano letti da un maggior numero di lettori. Facebook, in particolare, è sempre più una piattaforma ‘pay to play’.”

“Ricorda: ABC (Always Be Curious) e sperimenta tu stesso per scoprire cosa funziona meglio per le tue esigenze.”

“A nostro giudizio, la SEO (Ottimizzazione per motori di ricerca) è in buona parte una grande sciocchezza, se si parla di social […] Non ascoltare questi presunti maghi della SEO e pensa solo a creare, curare e condividere grandi contenuti. È la cosiddetta SMO: Social Media Optimization.”

“Giacché gli altri ti osservano, sforzati di conservare un tono positivo e gradevole nelle tue risposte, anche di fronte a commenti banali, irritanti o provocatori.” (Alla Gianni Morandi, aggiungo io…: vedi Rispondere agli insulti come farebbe Gianni Morandi)

“Segui le regole della boxe amatoriale e combatti tre soli round. La campanella d’inizio incontro è la pubblicazione del primo post. Round 1: il commentatore manifesta la sua opinione. Round 2: tu rispondi. Round 3: il commentatore esprime un giudizio sulla risposta. Fine del match”.

“La gran parte delle aziende non usa i social media per aumentare la visibilità e il valore degli eventi. Al contrario, si dedicano solo alle promozioni prima dell’evento mirate ad attrarre visitatori, e durante l’evento non fanno pressoché nulla per sfruttare le grandi potenzialità offerte dai social media.”

“Suggerire agli altri cosa condividere non è solo sintomo di insipienza: ne è il manifesto.”

Chiudo con… “La definizione di ‘guru dei social media’ è davvero un ossimoro perché nessuno sa davvero come funziona questo mondo.”

Insomma, un libro interessante che gli addetti ai lavori possono usare per un (piacevole) ripasso.

 

PS: Post pubblicato anche sul blog ufficiale di EffettoDomino a questo indirizzo.

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“Existential Marketing” di Iabichino e Gnasso

Dopo il marketing relazionale, emozionale, esperienziale, virale, conversazionale, non convenzionale e tribale… Dopo lo smarketing, il demarketing, l’unmarketing, il murketing, il buzz e il guerrilla… Si sentiva il bisogno di un’altra etichetta, serviva anche il “marketing esistenziale”?
La risposta è: (tendenzialmente) sì. Quello che fa il libro di Stefano Gnasso e Paolo Iabichino è spiegare che, morte le grandi narrazioni del Novecento, ora sono le aziende a dover creare “esperienze dotate di senso, capaci di colmare il vuoto esistenziale o quanto meno tentare di ridurlo”.
Il libro, interessante e ben scritto, spiega molto bene che cosa sta accadendo. Non sono qui certo per riassumerlo: leggetelo!
Qui vorrei prendere solo uno spunto del testo e proporvelo. Da tempo, infatti, tutte le volte che tengo un corso sui social network, quando parlo del Web 2.0 e spiego che cos’è UGC, lo “user generated content”, mi chiedo quanto potrà andare avanti questa storia. Per quanto tempo ancora le aziende potranno coinvolgere gli utenti per avere contenuti (e trucchetti per l’engagement) a costo praticamente zero? Per quanto riusciranno a coinvolgere la gente, voi-noi, facendo produrre foto, video, storie, tweet prima che loro-noi, ci si stanchi? Proprio nel libro “Existential Marketing” ho trovato materiale su cui riflettere. Vi si legge:

Ci siamo fatti prendere la mano dal cosiddetto user-generated content. Se nell’epoca dei mass media a nessuno potevano essere negati quindici minuti di celebrità, la profezia attribuita a Warhol e risintonizzata sui giorni di YouTube fa diventare megabyte i minuti, cosicché ogni individuo può aspirare (almeno) a 15 mega di spazio nel mare magnum della Rete. Dev’essere proprio questo che hanno pensato i primi direttori marketing alle prese con Internet perché, a un certo punto, non c’era progetto digitale che non contemplasse il contributo degli user.
A questi poveri utenti è stato chiesto di mandare video, fotografie, commenti in 140 caratteri, cortometraggi e business plan per improbabili startup. Non era il talento a interessare, ma una serie di contenuti a basso costo per popolare siti Internet, pagine Facebook e canali YouTube. Finché il giochino si è rotto e anche il fenomeno dello user-generated content è evaporato come neve al sole, insieme ai fenomeni virali fini a se stessi, agli entusiasmi per il guerrilla marketing e per i flash mob prestati alla pubblicità, una contraddizione in termini, quest’ultima, che per fortuna si è ridimensionata quasi istantaneamente”.

Detto questo, ribadisco: se siete rimasti al marketing che considera il cliente un target e non un interlocutore cui raccontare storie e da coinvolgere direttamente, vi conviene leggere “Existential Marketing” (il sottotitolo spiega molto: “I consumatori comprano, gli individui scelgono”).

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