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Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi

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L’intervista a Rachele Zinzocchi

Che cosa si intende per educazione civica digitale? L’ho chiesto a Rachele Zinzocchi, professionista del digitale e animatrice del laboratorio di digital education. Qui trovi la presentazione del progetto:

L’educazione civica digitale

Nel corso dell’intervista Rachele ha tenuto a sottolineare che digital education si traduce appunto con “educazione civica digitale”, intesa come utilizzo responsabile e consapevole delle nuove tecnologie, della Rete e dei social. Abbiamo parlato di privacy, di sicurezza, del rischio violenza ma anche di questioni più filosofiche (Rachele è laureata in filosofia!) come per esempio il tradimento della promessa originaria di Facebook di connettere il mondo: il rischio invece è disconnettersi completamente.

Telegram e i ragazzi

Rachele è anche l’autrice di un libro su Telegram che si intitola “Telegram perché”. Ne ho approfittato quindi per chiederle se i ragazzi, in fuga da strumenti “vecchi” come i blog e Facebook, stanno approdando anche lì. La sua risposta è stata: sì. Perché si tratta di uno strumento nuovo, versatile ma soprattutto sicuro (i messaggi sono davvero blindati, non come su WhatsApp). Forse troppo sicuro: il rischio è che la possibilità di scambiare immagini che si autodistruggono, come inizialmente prometteva SnapChat, porti al diffondersi del sexting e del revenge porn. Rachele ha poi citato due canali Telegram meritevoli: quello per la diffusione della divina commedia e quello della Pastorale Giovanile di Molfetta. Suggerisce di seguire anche ilsito del suo mentore per quanto riguarda Telegram: bot di Piersoft.

Come contattare Rachele

Rachele Zinzocchi Telegram

Puoi trovare Rachele ovviamente su Telegram. La sua mail è rachelezinzocchi@gmail.com e il numero di telefono 392/9856823. Questo invece il link al gruppo Facebook sulla digital education.

 

Ascolta l’intervista qui

Puoi ascoltare la puntata 17 del podcast Genitorialità e tecnologia, con l’intervista a Rachele sull’educazione civica digitale, direttamente qui oppure su Spreaker:

Ascolta “#17 Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi” su Spreaker.

Altro che Cambridge Analytica: “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso”. La mia intervista per Il24.it

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Facebook sta correndo ai ripari. Ha messo a disposizione di tutti uno strumento per verificare se le proprie informazioni sono state in qualche modo travisate: si trova a questo link. Intervistato sul tema da Il24.it, ho però fatto notare che il problema è un altro, anzi di tratta di una vera emergenza.

Finora però le evidenze di questo uso politico in Italia sono di là da venire. “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso” sottolinea Gianluigi Bonanomi, esperto di social media sentito da il24.it, “Le informazioni che condividiamo ci stanno danneggiando più dal punto di vista della reputazione” nel senso che “Ci stiamo scandalizzando per Cambridge Analytica” e sull’uso politico che si potrebbe fare dei nostri dati “ma in realtà, nella vita di tutti i giorni magari stiamo perdendo il posto di lavoro”. Infatti, secondo i dati forniti da Adecco “l’88% dei recruiter lavorativi – personale specializzato nell’assunzione e gestione delle risorse umane – dopo aver dedicato 8-9 secondi di attenzione al tuo CV vanno a vedere chi sei dal punto di vista umano su Facebook, e una persona su tre non arriva ai colloqui per quello che i recruiter trovano sui loro social”.  Nonostante Facebook metta in campo diversi dispositivi per tutelare la privacy degli utenti “i likes, i commenti, le immagini profilo, quelle di copertina ed altre cose sono pubbliche e può vederle chiunque”, sottolinea Bonanomi, compreso un eventuale datore di lavoro. Ma il problema non è solo Facebook in sè. “Noi – sottolinea Bonanomi – stiamo condividendo informazioni anche senza accorgercene. Esiste ad esempio l’app “Runtastic” che monitora le performance sportive, gratuitamente, registrando calorie e percorso effettuato facendo jogging, per poi incoraggiarti a condividere su Facebook”. Se una banale attività sportiva come questa è un abitudine consolidata, condividendo un’ informazione simile faccio sapere a tutta una rete di persona da che ora a che ora non sono in casa. Insomma, i ladri ringrazieranno. “Va bene lo scandalo per CA – continua Bonanomi – ma il ragionamento è ancora più basilare: ogni volta che c’è un problema di privacy, quel problema sta tra la tastiera e la sedia. Basterebbe un po’ più di cultura e di consapevolezza nell’utilizzo di questi strumenti”.

Per leggere altre mie interviste, fai clic qui.

Social media: privacy, sicurezza e lati oscuri a Nessun Dorma (Espansione TV)

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Perché i nostri dati sono così preziosi? Quando e come li cediamo? Come proteggerli? Venerdì 23 marzo 2018 ho avuto il piacere di partecipare alla puntata di Nessun Dorma su Espansione TV dedicata al tema Privacy insieme a Riccardo Saporiti, giornalista collaboratore di Wired Italia, Gianluca Lombardi di Mondoprivacy,  e Luca Ganzetti, responsabile dell’azienda di sicurezza informatica Waylog, con cui abbiamo dato risposta a queste e altre domande.

Il video del mio intervento

In particolare ho parlato di nativi digitali, sharenting, social network e privacy, reputazione online, bufale, digital detox, fomo e rischi legali. Qui puoi vedere il video con i miei interventi:

Il link all’intera puntata

Ecco il link alla puntata intera: https://goo.gl/WSuZmk

Caso datagate, Facebook vende le nostre informazioni? La mia intervista a il24.it

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Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:

FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”

Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.

Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.

Ma non è forse il segreto di Pulcinella?

“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.

Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?

“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.

L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg

Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?

“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.

Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?

“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.

Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.

 

 

 

GDPR, 10 cose da sapere sul nuovo regolamento europeo sulla privacy

L’adozione del nuovo regolamento europeo che sostituirà, fra pochi mesi, le precedenti leggi sulla privacy porterà un incremento dei compiti relativi al trattamento dei dati da parte delle aziende. Ecco le 10 cose da tenere presenti.

  1. Che cosa vuol dire GDPR?

Dietro la sigla GDPR si celano le parole General Data Protection Regulation, ovvero Regolamento Generale per la Protezione dei Dati. Ma il vero obiettivo della normativa non è la protezione dei dati in sé, quanto la protezione dei diritti dei proprietari dei dati. E per proprietario non si intende l’azienda che ha raccolto e memorizzato i dati stessi, ma la persona fisica cui quei dati si riferiscono.

  1. Quando entrerà in vigore la GDPR?

25 maggio 2018: questa data apparentemente innocua pare essere diventata lo spauracchio degli IT manager di tutta Europa. La ragione è semplice: essa segnerà la definitiva entrata in vigore del nuovo regolamento continentale per il trattamento dei dati, la famosa GDPR o in termini tecnici il Regolamento UE 2016/679.

  1. Che cosa fa la GDPR?

La GDPR, in pratica, mette in atto tutta una serie di norme concernenti il modo in cui un’azienda (pubblica o privata) raccoglie dati sui cittadini (clienti, pazienti, o altro), il modo in cui li deve conservare per far sì che le informazioni non vengano divulgate oltre il necessario o senza permesso, le modalità con cui i proprietari dei dati possono accedere alle informazioni che li riguardano per verificarle, modificarle o richiederne la cancellazione, e le regole da seguire nel caso si rilevi un’intrusione o un danneggiamento dei dati registrati.

  1. Sono previste sanzioni?

Il nuovo regolamento fissa sanzioni pesantissime per chi, in un modo o nell’altro, non rispetta la normativa. Rispetto alle norme precedentemente in vigore, tipo la direttiva 95/46 (legge sulla privacy), si deve registrare per prima cosa una maggiore organicità delle regole, e secondariamente questo cambio di prospettiva per cui la GDPR mette effettivamente al primo posto l’interesse delle persone cui i dati si riferiscono. Tanto che, per esempio, le mille scappatoie presenti nella legge sulla privacy riguardo al consenso al trattamento sono state praticamente tutte chiuse. Chi per esempio provasse a contattare (anche via email) una persona che non ha dato il permesso esplicito di essere raggiunta, rischia multe salatissime.

  1. Come saranno trattati i dati sensibili?

Se con la nuova normativa tutti i dati personali sono considerati sensibili, i dati sanitari lo sono in modo speciale, tanto che sono previste ulteriori restrizioni per il loro utilizzo, legate all’estrema confidenzialità. I dati sanitari, per fare un esempio “scottante”, si potranno usare solo per finalità connesse alla salute (cura), per la supervisione del sistema sanitario nazionale (governo) e per la ricerca purché di pubblico interesse. Inoltre, i singoli governi possono introdurre ulteriori limitazioni o condizioni particolari per il trattamento.

  1. Ci sono anche i vantaggi?

Detta così, l’introduzione della GDPR sembra essere solo una grande fonte di grattacapi per ogni azienda, pubblica o privata, che raccolga, memorizzi e utilizzi dati relativi a persone. In realtà, si tratta anche di una grande opportunità da cogliere. La natura stessa del regolamento, infatti, incoraggia una riprogettazione completa delle basi dati aziendali, che vanno ripensate in modo da assicurare la privacy “by design” e “by default”, ovvero direttamente in fase di progetto e non facoltativa. E questo permetterebbe, per esempio, di riorganizzare in modo coerente i tanti database che spesso in azienda sono cresciuti in modo disordinato e indipendente uno dall’altro, con il risultato di rendere difficile il confronto fra i dati e l’utilizzo combinato dei database stessi, riducendo nettamente l’efficacia di questi strumenti. Inoltre, potrebbe essere l’occasione buona per “pulire” database che sono in produzione da tempo e che, molto probabilmente, conterranno una elevata percentuale di dati obsoleti, incompleti, mal codificati o semplicemente sbagliati.
Una progettazione di questo tipo avrà dei vantaggi anche in termini di sicurezza.

  1. Le sfide a breve: le priorità per le aziende

In attesa che si concretizzino i vantaggi promessi dalla GDPR, le aziende sono alle prese con i compiti fondamentali per arrivare all’implementazione corretta del regolamento a fine maggio. Il garante della privacy, in particolare, ha individuato già diversi mesi fa tre priorità per le pubbliche amministrazioni: selezionare una persona per il ruolo di Responsabile della protezione dei dati personali (DPO, Data Protection Officer), implementare le procedure interne per istituire i registri dei trattamenti, e definire le procedure relative alla rilevazione, registrazione e comunicazione agli interessati di eventuali violazioni dei dati.

  1. Chi è il Data Protection Officer?

Fra le altre cose, come visto nel punto precedente, la GDPR definisce anche una serie di figure precise che si occupano della gestione dei dati in azienda. E se nella maggior parte dei casi si tratta di dare un nome nuovo a figure preesistenti, come “data controller” e “data processor”, la direttiva introduce anche una new entry nell’organico. Si tratta della figura del Data Protection Officer, probabilmente una delle novità più rilevanti della GDPR. Di fatto, è una persona che può essere sia interna che esterna all’azienda – un consulente per esempio- e il cui compito è quello di vigilare perché siano poste in essere correttamente tutte le procedure tecniche e amministrative che garantiscono il corretto trattamento dei dati secondo la direttiva europea.

  1. Quali sono gli incarichi principali del DPO?

Il Data Protection Officer è, come visto, una figura operativa e di controllo, che avrà quattro incarichi principali. Dovrà informare il personale che si occupa dei dati sulle disposizioni della GDPR, controllare che le normative stesse vengano attuate correttamente, fare da ponte fra i responsabili del trattamento dati e il Garante della Privacy, e assicurarsi che le norme siano rispettate in modo da scongiurare il pericolo di sanzioni. Il fatto che il ruolo sia a cavallo fra l’amministrativo e l’operativo, e soprattutto che richieda solide competenze sia in tema di legge (deve conoscere a fondo la direttiva e i suoi corollari, le leggi sulla privacy eccetera), sia in tema di gestione operativa dati e cybersecurity, fa sì che ci siano pochi professionisti in grado di ricoprire il ruolo. Anche se vari organismi in Europa si sono mossi tempestivamente per organizzare la formazione e la certificazione di figure adatte al compito di DPO, non è difficile prevedere un periodo iniziale di scarsa disponibilità di personale adeguato, cosa che costringerà molte aziende a ricorrere a consulenti esterni o, nel caso di pubbliche amministrazioni, a consorziarsi per condividere un DPO fra varie organizzazioni.

L’importante, comunque, è evitare che la nuova figura venga di fatto svuotata come è successo all’attuale “responsabile del trattamento dati”, indicato come referente dalla legge sulla privacy, che spesso è ridotto a essere poco più che una semplice firma su un foglio.

10. Per approfondire ulteriormente

Il posto migliore dove reperire informazioni sulla GDPR è certamente il sito del Garante della privacy. Trovate tutte le informazioni sul nuovo regolamento sul sito www.garanteprivacy.it/regolamentoue.

La mia intervista all’Eco di Bergamo (9 marzo 2016)

L’Eco di Bergamo, prestigioso quotidiano orobico, mi ha intervistato in merito alla questione “Facebook e privacy”, citando “Non mi piace“. L’autore dell’articolo è Bruno Silini.

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Social network – La grande guerra della privacy

Sicurezza. Gli Stati chiedono accesso ai messaggi privati, Facebook e Apple si rifiutano di fornire i dati

Se il filosofo Eraclito vivesse ai nostri giorni, al suo motto «tutto scorre» forse aggiungerebbe «nei social». Nelle maglie di Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram (solo per citare i più popolari) c’è molto di noi, nel bene e nel male.
È incontestabile una contaminazione di noi stessi nei social, tantoché che se si volesse saperne di più sulla nostra privacy essi costituirebbero, per eventuali inquirenti, una ricca miniera di informazioni. Qualche giorno fa il responsabile di Facebook Brasile, Diego Dzodan, è stato arrestato in seguito alle ripetute richieste della giustizia affinché la sua società rendesse disponibili informazioni riguardanti scambi di messaggi via Whatsapp tra trafficanti di droga. Un giudice federale di Los Angeles ha ingiunto ad Apple di fornire assistenza tecnica per ricavare informazioni utili dall’iPhone di uno dei due attentatori della sparatoria di San Bernardino.
Vicende che sollevano in maniera radicale il problema della privacy digitale. Si sa che un bisturi può salvare una vita, ma può  anche essere l’arma di un delitto. Dipende dall’uso che ne facciamo. Così è anche per Facebook. Si rivela un ottimo alleato per tenersi in contatto con gli amici, per condividere interessi, per aggiornarsi oppure per pubblicizzare attività e organizzazioni.
Tutte cose buone che la web revolution ha permesso. Ma, se non opportunamente compreso, il social network può diventare un mezzo di autolesionismo della nostra identità e del nostro benessere, una piattaforma per veicolare truffe o anche un modo per attuare progetti criminali. È necessaria una maggiore consapevolezza. In questa prospettiva «Non mi piace. Il contromanuale di Facebook: 101 cose da non fare sul social network di Zuckerberg » può essere una guida opportuna per scrollarsi di dosso le insidie di questo angolo affollato della rete. A scriverlo è Gianluigi Bonanomi, giornalista e docente lecchese, fondatore di ClasseWeb, direttore della collana eBook «Fai da tech» e assidua presenza in Bergamasca in fatto di nuovi media, clouding e gestione on line della reputazione.
Sulla cronaca di questi giorni Bonanomi ha le idee chiare: «Zuckerberg non è un filantropo e Facebook ci invita a usare la sua piattaforma (gratuitamente) per farci i fatti altrui solo perché, ogni volta che ci colleghiamo a qualcuno o qualcosa, diamo informazioni commerciali preziosissime. Questo però non giustifica il fatto che la multinazionale possa infischiarsene delle legislazioni nazionali. A mio parere quei dati andavano forniti alle autorità ».
«Intendiamoci: io amo Facebook» continua Bonanomi. «Tuttavia buon senso e prudenza dovrebbero sempre accompagnarci nella gestione di un profilo. Poiché i primi a fare le spese di un uso sconsiderato siamo noi. Troviamo ogni sorta di manuali che spiegano come usare Facebook. Questo libro fa esattamente il contrario, elencando le cose da non fare assolutamente: falsa modestia, post furbetti per catturare i “like”, sovraesporre i figli con centinaia di immagini, tsunami di spam e continui lamenti… ». E ancora: creare una pagina per un animale domestico, un profilo «di coppia», lasciare aperta la bacheca alla possibilità che ognuno possa scrivere qualunque cosa. Adesso c’è la moda dei selfie, ma non tutti sono adeguati. Si vedono cose che lasciano perplessi: ragazze in bagno con labbra a canotto, pronostici di una partita di calcio scritti sul décolleté e foto di sé oppure dell’ex senza veli: «Una sorta di vendetta per aver tagliato una relazione. È un fenomeno diffuso tra i ragazzi e colpisce nel 90% dei casi le donne. Non c’è da scherzare: il 47% delle vittime di gesti del genere ha avuto pensieri suicidi e quasi la metà ha subito episodi di stalking on line».
Una fotografia (ogni anno vengono pubblicate in Facebook centinaia di miliardi di immagini) può segnare un  destino:
«Se siamo alla ricerca di un lavoro, una foto sbagliata può mandare in fumo un colloquio. L’88% dei responsabili del personale usa i social network per indagare sui candidati prima di fissare un appuntamento; nel 55% dei casi vengono scartati a priori per i
contenuti trovati in rete. Quindi è meglio evitare di pubblicare foto di noi con un sorriso ebete e un boccale di birra in mano. Lo stesso vale per altri contenuti sconvenienti su politica e religione o che mostrano atteggiamenti aggressivi. Parafrasando Benjamin Franklin possiamo dire che ci vogliono molti sforzi per costruirsi una buona reputazione on line, ma basta una foto su
Facebook per distruggerla».
Una pratica decisamente da evitare è aggiungere troppi amici: «Accumularli come se fossero punti dell’Esselunga non ha molto senso, se pensiamo che lo scienziato Dunbar fissò a 150 il limite delle persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili».
Per ultimo, se una persona «amica» vi infastidisce non fatevi scrupoli ad eliminarla dalla vostra cerchia. Meglio un amico in meno che una maggiore dose di stress da sopportare.

Zero privacy. Kit di autodifesa

Questo kit di autodifesa digitale per difendere la propria privacy è un instant-book della collana (V)book di Vidèa. Parla di riservatezza dei dati partendo da un punto di vista però sconfortante: proteggere la propria privacy, nell’era del datagate e dei social network, è praticamente impossibile. Eppure possiamo mettere in atto alcuni accorgimenti per “resistere”: si parla di “cerchie”, crittografia, sofware libero, cookie, IP mascherati, Proxy Anonymizer, geolocalizzazione e smartphone blindati. Interessante l’elenco dei servizi sicuri alternativi ai “soliti”: Git Annex invece di Dropbox, Rise Up al posto di Gmail, Jitsi per sostituire Facetime, DuckDuckGo per non usare Google e via dicendo. Da leggere.

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