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Tecnologia in famiglia: la mia intervista per TG2 Weekend

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Sabato 18 maggio 2019 è andata in onda, all’interno di TG2 Weekend, la mia intervista con Simona Burattini. Abbiamo parlato della tecnologia in famiglia, ecco il filmato:

Per approfondire i temi accennati, puoi ascoltare le puntate del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” o leggere gli articoli che trovi nella sezione Genitori Tech di questo sito.

Pericoli della Rete: la mia intervista per Sei La TV

Il 27 novembre 2018 sono stato invitato alla trasmissione “Sei in salute“, rubrica medica del canale Sei in TV di Bergamo (216 del DDT), per parlare di pericoli della Rete: cyberbullismo, dipendenza, privacy, sicurezza, le sindromi Fomo e Nomofobia e altro ancora.
Ecco la registrazione della trasmissione:

Durante la trasmissione ho parlato anche di fake news:

Bimbi piccoli e tecnologia: che cosa dicono i pediatri?

Nei miei incontri sui pericoli della Rete e nei workshop di navigazione familiare spesso incontro genitori di ragazzi delle scuole medie o prima superiore. Ma capita, di tanto in tanto, anche chi ha bimbi più piccoli, come me. La domanda è sempre la stessa: i bimbi possono usare la tecnologia? Quanto? Fa male? Quanto fa male? E così via. Per rispondere uso un documento stilato dalla Società Italiana Pediatri.

Bimbi e tecnologia: i dati

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Il dato più eclatante arriva dagli Stati Uniti: il 92% dei bambini inizia a usarli già nel primo anno di vita e all’età di due anni li utilizza giornalmente. E in Italia? Ben 8 bambini su 10  tra i 3 e i 5 anni (ribadisco: 80%) sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono, spesso, troppo permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno.

Mamme e papà di questi bimbi piccoli sono davvero consapevoli dei rischi per la salute psicofisica di un utilizzo precoce dei dispositivi digitali? È la stessa associazione dei pediatri a rivelare che solo il 29% dei genitori chiede consiglio ai pediatri.

Il documento della società italiana dei pediatri

La Società Italiana di Pediatria (SIP) si è espressa con un documento ufficiale sull’uso dei media device (cellulare, smartphone, tablet, pc ecc.) nei bambini da 0 a 8 anni di età. Il documento, pubblicato sulla rivista Italian Journal of Pediatrics, è il frutto di un’approfondita analisi della letteratura scientifica che ha indagato sia gli effetti positivi sia quelli negativi sulla salute fisica e mentale dei bambini al fine di stabilire l’età più appropriata per l’esposizione ai media device e le corrette modalità.

Le regole dei pediatri: no al cellulare pacificatore

No a smartphone e tablet prima dei due anni. Via gli schermi durante i pasti e prima di andare a dormire. Ci sono limiti dopo i due anni? Certo: occorre limitare l’uso a massimo 1 ora al giorno nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e al massimo 2 ore al giorno per quelli di età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Queste sono le principali raccomandazioni della SIP. Il documento dei pediatri sconsiglia inoltre programmi con contenuti violenti e soprattutto l’uso di telefonini e tablet per calmare o distrarre i bambini. No al cellulare “pacificatore”. Si, invece, all’utilizzazione di applicazioni di qualità da usare insieme ai genitori.

Il commento del presidente del SIP

“Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Ma come pediatri che hanno a cuore la salute psicofisica dei bambini non possiamo trascurare i rischi documentati di un’esposizione precoce e prolungata a smartphone e tablet”, spiega il Presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani. Numerose infatti sono le evidenze scientifiche sulle interazioni con lo sviluppo neuro-cognitivo, il sonno, la vista, l’udito, le funzioni metaboliche, le relazioni genitori-figli e lo sviluppo motivo in età evolutiva.

Tecnologia e bimbi: i possibili disturbi secondo i pediatri

Ecco, tema per tema, che cosa ne pensano i pediatri.

Apprendimento La tecnologia ostacola o favorisce l’apprendimento? Secondo studi recenti, l’uso dei touchscreen potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo dei bambini, perché questi hanno bisogno di un’esperienza diretta e concreta con gli oggetti in modo da affinare il pensiero e la capacità di risolvere i problemi. Il bambino di età inferiore ai 3 anni può apprendere nuove parole attraverso video solo se è presente un genitore che aggiunge altre informazioni durante lo svolgimento delle varie sequenze. L’uso di applicazioni educative ben fatte promuove l’apprendimento nei bambini in età prescolare e nei primi anni di delle elementari. Sfortunatamente la maggior parte delle applicazioni non è strutturata per un’interazione a due (bambino- genitore).

Sviluppo Una elevata quantità di tempo speso davanti allo schermo è correlata a scarso profitto in matematica, a bassi livelli di attenzione e anche a minori relazioni sociali con i coetanei. Le app per disegnare potrebbero giocare un ruolo positivo nello sviluppo dei bambini e possono essere utilizzate in aggiunta ai tradizionali colori e gessetti in quanto sono sicuri e facili da usare. L’uso dei media device da parte dei bambini può avere effetti positivi solo se ci sono i giusti contenuti e la presenza del genitore.

Benessere generale L’utilizzo di strumenti elettronici durante l’infanzia per più di 2 ore al giorno è associato ad un aumento del peso corporeo e a problemi comportamentali. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che esiste una correlazione tra utilizzo di tablet, cefalea e dolore muscolare (soprattutto a collo e spalle) dovuto alla inappropriata postura.

Sonno L’uso dei dispositivi multimediali può interferire con la qualità del sonno attraverso le sollecitazioni causate sia da alcuni contenuti stimolanti sia dall’esposizione alla luce dello schermo che può interferire con il ritmo circadiano quando l’esposizione avviene la sera. Uno studio recente conclude che i bambini di età compresa tra 1 e 4 anni che hanno la televisione in camera hanno una peggiore qualità del sonno, più paura del buio, incubi e dialoghi nel sonno.

Vista L’esposizione a tablet e smartphone può interferire anche con la vista. L’uso continuo dello smartphone può causare il disturbo di secchezza oculare. Pertanto, il bambino può avvertire una sensazione di corpo estraneo nell’occhio e/o bruciore oculare, una sintomatologia del tutto sovrapponibile a quella dell’occhio secco. Per di più gli smartphone sono utilizzati ad una distanza ravvicinata a causa del loro piccolo schermo led, inducendo quindi fatica oculare, abbagliamento e irritazione. L’eccessivo uso degli smartphone a breve distanza può influenzare lo sviluppo di una condizione chiamata “esotropia acquisita concomitante”. Ovvero può causare una tipologia di strabismo che si verifica quando appare una forma di diplopia che coinvolge dapprima solo la visione lontana e poi anche quella ravvicinata.

Udito La precoce e prolungata esposizione a intensi livelli di rumore senza periodi di interruzione per le orecchie può portare a una alterata percezione dei suoni, con possibili interferenze nello sviluppo del linguaggio, nella socializzazione, nella comunicazione e nell’ interazione con gli altri bambini.

Ascolta la puntata del mio podcast sul tema

Ascolta “#29 Bimbi piccoli e tecnologia: cosa dicono i pediatri?” su Spreaker.

“C’era una volta una cattiva maestra”: la mia intervista per il blog di TedX Bergamo

Nel maggio del 2018 sono stato intervistato da Arianna Storoni per il blog del TedX Bergamo (qui il link). Questo è il frutto della nostra chiacchierata.

Chi non ricorda la famosa espressione coniata da K.Popper “cattiva maestra televisione”? Era molto amata dai detrattori dell’uso del mezzo televisivo quando l’informazione era ancora e soltanto analogica.

Oggi, con le nostre vite “always online”, questa espressione assume una ritrovata valenza se rapportata alle tecnologie digitali e ai social media. Abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, giornalista specializzato in high tech e formatore, di spiegarci come utilizzare in maniera più consapevole queste tecnologie anche nei confronti dei giovani e nel rapporto genitori e figli.  

Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission” 
Gianluigi Bonanomi

Abbiamo ricordato la tesi di Karl Popper che ipotizzava addirittura una sorta di patente. Secondo lei, oggi dovremmo avere tutti una patente per utilizzare gli strumenti digitali?

Sono convinto del fatto che le tecnologie digitali, e quindi anche i social media, siano degli strumenti e tutto dipende dall’uso che ne facciamo. A differenza della Tv, che nasce come mezzo per una fruizione passiva, possono essere usati bene da tutti perché in grado di soddisfare dei bisogni comuni legati alla sfera della relazione e dell’autostima. La mia esperienza mi dice che nella maggioranza dei casi il problema non è legato alla tecnologia di per sé ma è legato all’uso disfunzionale che ne facciamo. I dati indicano che il 65% dei bambini di oggi farà lavori legati alla tecnologia. Non possiamo più escluderla, proibirla o ignorarla. La tecnologia ci porterà tanti benefici.

Penso che un percorso di formazione per giovani e adulti, magari partendo proprio dal mondo scolastico, potrebbe funzionare. Un po’ come per l’uso dell’auto. Smettiamola con la demonizzazione, il digitale è parte delle nostre vite e sono ormai tecnologie mainstream, non si può far finta di niente o peggio negare il problema.

Il tema di fondo quindi è genitorialità e tecnologie. Quale è il ruolo che genitori e adulti possono recuperare?

Sul tema genitorialità e tecnologia ne ho fatto un po’ la mia missione… Il vero problema è che la maggior parte dei genitori non conosce le regole di utilizzo, e per questo si sente in difetto verso i figli, assumendo un ruolo autoritario di negazione all’uso del mezzo. Questa mancanza di competenze crea una distanza che fa perdere di vista il ruolo di educatori dei genitori.

Ruolo che in realtà non cambia e dovrebbe essere riscoperto, come una guida morale per figli altamente digitali. Non possiamo chiudere i nostri figli dentro una bolla e far finta che certe tecnologie non esistano, sarebbe utopico. Occorre insegnare loro che la vita è fatta di pericoli, e che anche per le tecnologie digitali occorre maggiore coscienza e consapevolezza nell’uso che si fa.

I 18 enni di oggi sono nati con uno schermo in mano, e talvolta il gap generazionale con i loro genitori è evidente. C’è un modus operandi o una regola da adottare nel relazionarsi con questi nativi digitali?

L’espressione “nativi digitali” di Marc Prensky risale al 2001 per identificare coloro che fin dalla nascita vivono a contatto con i mezzi di comunicazione digitali. Giuseppe Riva (docente di psicologia e tecnologia delle comunicazioni all’Università Cattolica di Milano) spiega successivamente che nativo digitale è in realtà colui che utilizza intuitivamente i mezzi e le tecnologie, senza sforzo. Non è quindi un fattore generazionale, ma piuttosto di capacità. Il 39% dei bambini dai 2 ai 3 anni utilizza gli smartphone per giocare e guardare video. Se sei un genitore è molto difficile togliere lo strumento. Quindi è necessario fissare da subito delle regole per il suo utilizzo, basate soprattutto su orari e contenuti.

I ragazzi più grandi oggi scelgono Instagram perché per loro Facebook è vecchio, è scontato, e non vogliono apparire nello stesso canale dove sono gli adulti, i genitori, gli insegnanti. Inoltre, credono che comunicare con le parole sia uno stile vecchio, quindi preferiscono canali come Instagram per una comunicazione più fresca e visiva, e per un approccio più diretto ed emozionale.

Come influiscono sullo sviluppo dei più giovani? Si parla spesso di analfabetismo emotivo…

E’ oggettivo che molti ragazzi abbiano delle difficoltà a guardare in faccia un coetaneo o un adulto per esprimere se stessi. Lo schermo ti permette di mediare la relazione, di “addolcire” i modi. Questo succede anche in ambito lavorativo con i giovani collaboratori. Anche in questo caso, sono convinto che il grosso problema sia negli adulti. Basti pensare al triste fenomeno dell’hate speech.

Nelle comunicazioni online mancano gran parte degli elementi della comunicazione diretta uno ad uno, perché non c’è il paraverbale. I ragazzi non devono smettere di comunicare attraverso l’online perché è un’opportunità, ma devono anche tornare a guardarsi in faccia, e riscoprire il valore e l’autenticità delle relazioni interpersonali. Sempre di più online e offline sono (giustamente) mischiati.

Una parola e tanti significati: sharenting, quando è il genitore il primo a non utilizzare consapevolmente le tecnologie digitali.

Oggigiorno la maggior parte dei giovani usa i social network senza alcuna competenza tecnica, soprattutto in materia di privacy e sicurezza. Manca la così detta “digital literacy” e sta a noi insegnarla. Non avendo vissuto una realtà offline come abbiamo fatto noi, per loro è naturale condividere tutto e non si rendono conto che quelle informazioni poi non le recupereranno più ne potranno cancellarle. Paradossalmente però, sta emergendo anche il fenomeno opposto, quello di genitori che condividono in maniera eccessiva le immagini dei propri figli, fino a casi estremi e preoccupanti in cui figli ormai maggiorenni denunciano i genitori per aver violato la loro privacy pubblicando in maniera quasi ossessiva le loro foto fin da bambini. Una recente ricerca australiana ha dimostrato che la metà delle foto trovate nei database di pedofili arrivano dai genitori, ignari di dove le foto vanno a finire.

Per non arrivare a casi così estremi, occorre ricordare un principio fondamentale: i nostri figli ci chiedono coerenza. Non possiamo imporre delle regole o insegnargli come usare i vari dispositivi digitali se poi siamo noi i primi a commettere delle leggerezze e degli errori che, chissà, un giorno potrebbero costarci caro. Persino l’affetto dei nostri stessi figli. Non lasciamoci sconfortare dal fatto che non siamo preparati e non siamo nativi digitali, ma approcciamo il tutto in maniera più consapevole. Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission.

Ognuno di noi, nella propria vita personale e professionale, possiede un elemento che potremmo definire “magico” che spinge ad andare oltre, a costruire il proprio futuro. Quale è stato per lei questo elemento unico e magico?

Si chiama comunicazione. Intesa come la capacità di esprimere se stessi e di trasmettere e comunicare qualcosa. E quando ho visto che questo poteva avere un impatto sulle persone è stata una grande gioia. Quando riesci ad esprimere gli stessi concetti in modo più efficace e vedi che una platea ti segue in maniera ipnotica…la comunicazione, e l’uso che ne facciamo, può davvero cambiare la vita.

Come funziona l’adescamento online

NOTA: questo articolo sancisce l’inizio della mia collaborazione con il sito Mamamò, ed è stato pubblicato per la prima volta a questo indirizzo.

Come funziona l’adescamento online, come si riconosce e previene

Da anni faccio incontri con genitori e figli, o workshop nelle scuole, sull’uso consapevole della tecnologia. E da anni mi pongono una marea di domande, tanto che, insieme a un collega di casa editrice (Fiorenzo Pilla), ho deciso di raccogliere 100 domande e risposte nel libro “Prontuario per genitori di nativi digitali”.

I genitori si sentono spesso impreparati, temono che i ragazzi – nativi digitali appunto – siano più competenti, preparati e furbi di loro. Ma il punto non è questo. A mio parere un genitore, anche se non competente sulle nuove tecnologie, deve affiancare su questi temi i figli perché questo è il suo ruolo, perché ha più esperienza del mondo e perché dovrebbe conoscere i rischi che i più giovani potrebbero incontrare nel mondo virtuale. Se non si può infatti evitare che i figli corrano dei rischi, si può però insegnare loro a riconoscerli. Uno di questi rischi, forse quello peggiore, è l’adescamento online.

Child grooming: cos’è e come avviene

L’adescamento di minori in Rete è detto “child grooming”: “groom”, in inglese, significare “accarezzare il pelo” ed è di chiara origine animale. Solitamente l’adescamento avviene attraverso cinque fasi:

  1. amicizia iniziale;
  2. “risk-assessment”: serve all’adescatore per verificare quanto la vittima sia vulnerabile;
  3. costruzione del rapporto di fiducia;
  4. fase dell’esclusività: l’adescatore punta a tagliare fuori genitori e amicizie dal rapporto privilegiato;
  5. relazione sessualizzata con la richiesta di immagini, video o incontri.

L’adescamento avviene attraverso diverse tecniche che mirano a carpire la fiducia del bambino o ragazzo. Sono tecniche di persuasione ben note anche ai venditori (si possono trovare nel libro “Le armi della persuasione” di Robert Cialdini). Eccole.

  1. Impegno e coerenza. Gli esseri umani vogliono essere, o quantomeno sembrare, coerenti con se stessi. Ti sei mai chiesto perché gli attivisti di una causa chiedono una firma per strada? È chiaro che questa firma non ha alcuna ripercussione pratica, ma è scientificamente provato che dopo averti chiesto di “impegnarti” con una firma, sarà più facile chiederti una donazione in denaro. Nel caso dell’adescamento, il malintenzionato manipola la vittima riuscendo ad avere la promessa di un impegno.
  2. Reciprocità. Sentiamo il bisogno di contraccambiare favori veri o presunti. Per questo l’adescatore regala qualcosa alla vittima, a volte bastano solo informazioni.
  3. Riprova sociale. Perché si diffondono le mode? Le persone tendono a seguire la maggioranza o un gruppo di persone. L’adescatore fa credere alla vittima di essere in contatto con altri suoi coetanei.
  4. Autorità. Se ne riconosce l’ascendente, in particolare quando indossa una divisa.
  5. Simpatia. Ci piacciono i simili, siamo diffidenti nei confronti dei diversi. L’adescatore raccoglie informazioni sulla vittima per mostrargli che hanno gli stessi gusti e interessi.
  6. Scarsità. Se un bene è poco disponibile acquisisce automaticamente ai nostri occhi più valore. L’adescatore invita la vittima in un gruppo esclusivo oppure promette quel biglietto del concerto o quella figurina ormai esauriti e introvabili.

Cosa fare se un adescatore contatta tuo figlio

Nella malaugurata ipotesi in cui si dovesse verificare un tentativo di adescamento, è importante seguire il consiglio del Telefono Azzurro:

A fronte del sospetto che un bambino o un ragazzo sia coinvolto in una situazione di questo tipo, l’adulto non si sostituisca nel rispondere all’adescatore, interessando nell’immediato le Autorità ed i Servizi che potranno gestire adeguatamente e con competenza tutti gli aspetti implicati in una dinamica di grooming.

Importante però è prevenire.

Sempre Telefono Azzurro dà una serie di suggerimenti per i genitori, che riassumo in questi sette punti:

  1. Imparate a navigare per mettervi nei panni dei bambini.
  2. Usate dei software di parental control.
  3. Controllate la cronologia di navigazione dei figli.
  4. Insegnate ai bambini le regole di comportamento in Rete e sui social, e parlate con loro liberamente di tecnologia. In particolare, spiegate loro che non bisogna fornire dati personali che li rendano rintracciabili.
  5. Il computer utilizzato dai bambini più piccoli dovrebbe trovarsi in uno spazio comune all’interno della casa.
  6. Spiegate ai figli che le persone che incontrano online non sono sempre quelle che dicono di essere.
  7. Spiegate loro l’importanza del fatto che vi informino sempre di eventuali richieste di incontro di persona ricevute da contatti conosciuti online.

L’articolo del Giornale di Lecco sul mio workshop a Oggiono

Il Giornale di Lecco ha dedicato questo articolo al workshop di Oggiono del 22 maggio 2018 (qui i dettagli dell’evento):

Per organizzare un workshop nella tua scuola o nel tuo comune, scrivimi:

 

“Ragazzi e tecnologia: problema educativo”: l’articolo del Giornale di Merate

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Dopo la serata sui pericoli della Rete che ho tenuto al Comune di Merate lo scorso 17 maggio 2018, il Giornale di Merate (testata per la quale scrivevo negli anni Novanta) mi ha dedicato un’intera pagina. In diversi articoli si parla dei miei interventi su:

  • falsi miti della tecnologia
  • regole d’uso della tecnologia in famiglia
  • privacy e reputazione

Qui riporto l’immagine dell’articolo (oltre trovi l’intera trascrizione):

Giornale di Merate, 23 maggio 2018

 

Ragazzi e tecnologia, problema educativo
Non servono i divieti ma regole condivise

Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. E dal momento che non possiamo precluderla ai nostri figli (pena il farli vivere in una bolla), occorre affrontare la questione dal punto di vista educativo. Porre dei paletti, non fare da censori.

«Non importa se non siete competenti dal punto di vista tecnologico – ha detto più volte il giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi ai genitori intervenuti giovedì sera alla conferenza “Web e social. I pericoli della rete” svoltasi in auditorium municipale – lo siete dal punto di vista educativo. Quindi datevi come famiglie regole condivise (per esempio non portare il cellulare in camera da letto) e fatele rispettare punendo gli sgarri. Controllate gli smartphone dei vostri figli: le loro sim sono intestate a voi. E pretendete le password dei social per vedere quello che pubblicano e i presunti amici». Di più, «smettetela di pensare che la tecnologia sia una roba da smanettoni. E’ arrivato il tempo di cominciare ad alfabetizzare tutta la famiglia e quindi, per prima cosa, leggete le informative delle app che scaricate, anche e soprattutto quelle dei giochini».

Ragazzi e tecnologia:  cinque miti da sfatare

Una serata decisamente illuminante quella organizzata dall’Ac Pagnano e tenuta dal giornalista hi-tech Bonanomi, 42 anni, autore di diversi libri, tra cui il volume tema della conferenza: «Prontuario per genitori di nativi digitali – 100 domande e risposte su tecnologia e genitorialità». Ma prima di entrare nel merito dei rischi della rete, Bonanomi ha voluto sfatare le baggianate, i luoghi comuni, che circolano sul web.

Primo mito da sfare:

La rete è il male
«Non è vero. Il problema non è la tecnologia, ma come la usiamo. Un po’ come il bisturi, che in sala operatoria salva vite, ma fuori, in strada, può trasformarsi in un’arma letale. La rete è infatti un prezioso strumento di lavoro e non solo».

Secondo: I ragazzi non comunicano«I giovani non hanno mai comunicato tanto come nell’era dei social, solo lo fanno in maniera diversa e con paradigmi diversi. La parola più usata nell’anno 2016 è stata il simbolo della faccina che ride con le lacrime agli occhi. Proprio così. I post millennial, vale a dire i ragazzi che oggi frequentano le scuole medie, comunicano così. Per questo non sono utenti di Facebook: perché quello è un modo vecchio di comunicare (troppe parole) e poi perché su Facebook ci sono i vecchi: i loro genitori».

Terzo: I social fanno  perdere tempo
«Facebook ha 2,2 miliardi di utenti iscritti. Possibile che tutti questi umani siano tutti dei perditempo? Forse, se sono così tanti, un valore aggiunto Facebook lo avrà pure…». I ragazzi amano tanto i social, ha aggiunto Bonanomi mostrando la piramide di Maslow, lo psicologo che ha ideato la piramide dei bisogni umani, perché i sociali rispondono a più bisogni. Alla base della piramide ci sono i bisogni fisiologici (come mangiare e dormire), subito dopo quelli legati al senso di sicurezza (nei social le persone con cui comunichiamo sono amici, non estranei), quindi quelli di appartenenza (amore, affetto, amicizia: con gli amici scambiamo opinioni, risorse…), quelli di autostima e status (della serie “se tanti mi hanno scelto, allora valgo”), infine quelli di auto realizzazione (in rete posso raccontare me stesso e usare le mie competenze). «Con i social i nostri figli si connettono con i coetanei, comunicano nel senso che esprimono se stessi, condividono con gli amici emozioni, esperienze, conoscenze e infine collaborano tra loro: i social possono infatti essere uno strumento di lavoro fondamentale».

Quarto: In rete non ci sono regole
«E’ vero il contrario, non solo ci sono, per esempio quelle contro il cyberbullismo, ma sono anche belle pesanti».

Quinto: La tecnologia fa perdere il lavoro
È una delle bufale più diffuse. E infatti le ricerche dicono che il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari faranno da grandi un lavoro che oggi non esiste. L’intelligenza artificiale, ha puntualizzato Bonanomi, rappresenta un’importante opportunità di lavoro.
Fatte tutte queste premesse appare dunque chiaro come il vero problema non siano dunque Facebook, i social, il cellulare, il tablet, ma l’uso che ne viene fatto. «I nostri figli sono nati in questo mondo – scrive Bonanomi nella prefazione al suo libro – il loro ambiente sociale e di vita è radicalmente differente da quello in cui siamo nati noi “figli del libro” ed “immigrati digitali”. Questo non significa che i nativi digitali siano più sapienti di noi». Significa che non possiamo farli vivere in una bolla, senza cellulari e social, perché altrimenti li isoleremmo dai coetanei e dal mondo. «Significa che dobbiamo insegnare loro a riconoscere e gestire i pericoli».

Il monito: occhio alla privacy e alla reputazione

Dei pericoli e dei rischi legati a privacy, reputazione, sharenting (termine utilizzato per descrivere il problema dei genitori che condividono le foto inopportune dei figli), dipendenza e odio online, con i relativi risvolti legali, Gianluigi Bonanomi ha parlato nella seconda parte della conferenza durante la quale ha testato anche le conoscenze dei genitori con divertenti quiz.

Privacy: vera emergenza«Quando un servizio in rete è gratis, significa che il prodotto sei tu». Partendo da questo dato di fatto ignorato dai più, Bonanomi ha mostrato attraverso una serie di esempi come i dati personali che gli utenti dei social cedono spontaneamente, vengano poi utilizzati dalle aziende ma anche dagli utenti per altri fini, anche pericolosi. «Come la pratica del grooming, l’adescamento sessuale di minori che avviene in internet, che si avvale delle informazioni fornite ingenuamente dagli stessi ragazzi sui social – ha spiegato l’esperto – Evitate dunque dati personali e descrizioni particolareggiate su dove i vostri figli abitano e quali scuole e luoghi frequentano, per esempio, ma anche sui loro amici». Attenzione anche ai «like», i «mi piace». «Facebook non ruba i dati, semplicemente campa sui like. Ogni volta che vi muovete nei social lasciate traccia di voi (chi siete, cosa vi piace, come trascorrete il vostro tempo, cosa leggete, dove andate), anche quando fate ricerche fuori da Facebook. Si chiama re-marketing. Facebook ha recuperato un’intera generazione di utenti, quelli under 18, comprando Instagram, e recuperato miliardi di numeri di telefono rilevando Whatsapp. Fatevene una ragione e siatene consapevoli: la vostra vita si trova interamente online». Le conseguenze sulla reputazioneTutti i dati postati in rete possono avere conseguenze importanti sulla reputazione delle persone, anche futura. «Una persona su tre non arriva a un colloquio di lavoro per quello che ha pubblicato sui social. Lo dice un dato del 2016 fornito da Adecco. Ricordate che i dati digitali sono persistenti, ricercabili e potenzialmente scalabili, diventare cioè virali».Lo sharenting e le foto dei figli«Io ho due figlie di 2 e 6 anni ma non ho mai pubblicato foto loro, intanto perché so che ogni volta che pubblico una foto online o la mando via Whatsapp, l’ho persa, ne ho perso cioè ogni controllo. In secondo luogo, anche se sono piccole, sono persone, e in quanto tali hanno il diritto di decidere loro, un domani, quale identità digitale vorranno darsi. Infine non lo faccio per un fatto di autorevolezza e coerenza: non posso fare io cose che proibisco loro di fare».La dipendenza da internet
«Il primo problema è l’uso eccessivo della tecnologia, che porta a trascurare i propri bisogni. Il 40% dei bambini delle medie fa vamping, ovvero usa la tecnologia la notte prima di dormire. Un’ora prima di andare a letto non bisognerebbe usare il cellulare perché è studiato in maniera tale (colori, notifiche e grafica) per ingaggiare l’utente il più a lungo possibile ed è un forte stimolatore, il che spiega perché tanti ragazzini si sveglino la mattina stanchi. C’è poi la no mobil fobia, ovvero la paura di rimanere senza cellulare o connessione, la persistenza nell’uso e le forme più gravi che portano a ripercussioni negative sulla rendita scolastica.

L’hate speech, ovvero l’odio online
Complesso il problema delle manifestazioni di odio on line di cui Bonanomi ha portato diversi esempi a partire da quelli che hanno avuto come vittime personaggi famosi ma che agli haters, gli odiatori della rete, possono procurare denunce di vario genere a partire da quelle per diffamazione. Dopo aver accennato al problema del cyberbullismo, «ormai sdoganato», Bonanomi si è concentrato sulla pratica del sexiting, la condivisione di messaggi, foto o video di contenuto più o meno sessualmente esplicito, per il quale finisce nei guai davanti alla legge non solo chi condivide, ma anche chi riceve e inoltra questo materiale.

Darsi delle regole

«Le soluzioni ai problemi posti dall’uso delle tecnologie non possono mai essere solo di carattere tecnico (di parental control ce ne sono tanti, ma da soli non bastano). Le soluzioni devono essere educative:

«I ragazzi vanno affiancati – ha ribadito Gianluigi Bonanomi a conclusione del suo appassionato intervento – E anche se non siete genitori competenti dal punto di vista tecnologico, lo siete dal punto di vista morale, culturale ed educativo».

Ecco un sintetico vademecum.

1) Smettere di considerare la tecnologia come un problema e basta, ma utilizzarla per confrontarsi e parlare con i figli sui vari temi.

2) Password condivise, magari a 16 anni no, ma a 12 sì. Non per controllare ma per intervenire e aiutare.

3) Profili privati.

4) Cellulari spenti un’ora prima di andare a dormire e telefoni fuori dalle camere da letto. Smartphone, tablet e televisioni spenti quando si è a tavola.

5) Imparare le regole della rete.

6) Punizioni in caso di sgarro.

7) Regole condivise, ma valide per tutti. Anche per gli adulti. E’ una questione di coerenza.

8) No alle foto dei figli sul web.

9) Leggere le informative delle App.

10) Non fotografare. Vivi.

Approfondimenti su www.formazionegenitori.it.

Se vuoi contattarmi per organizzare una serata sui rischi della Rete, scrivimi:

 

 

Happy Onlife: il gioco di società per imparare a vivere la Rete

L’online non deve mai essere visto come alternativa all’offline, perché Internet non è cosa separata rispetto alla “vita reale”. Sono due dimensioni che si compenetrano, o meglio: si completano. Per questo vogliamo presentarvi una risorsa che parte dal Web e finisce sulla carta: si tratta di Happy Onlife, un gioco (gratuito) che può essere scaricato da un sito Web ma poi deve essere stampato per diventare un gioco da tavolo (sullo stile del “gioco dell’oca”), dopo un accurato lavoro di sforbiciamento.

Il gioco, per genitori e figli dagli otto anni in su (ma anche – perché no – insegnanti e studenti), ha anche un altro legame con il Web: illustra le potenzialità di Internet e, al tempo stesso, mette in guardia dai pericoli della Rete. Questo grazie a domande sui media digitali, dall’uso di Internet a quello di social network e giochi online; si tratta di quiz studiati per stimolare la discussione e il confronto tra adulti e ragazzi.

Happy Onlife è stato presentato in occasione del Safer Interet Day 2015 dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea.

Happy Onlife, come accennato, promuove le regole per una navigazione sicura e un corretto utilizzo di Internet. Ma come si usa? Quali sono le regole del gioco?

Partiamo dal cosa, poi ci occuperemo del come. Una volta collegati all’indirizzo Web http://europa.eu/!vN68qQ, concentriamoci sulla parte destra della pagina, dove dobbiamo scaricare il PDF “Happy Onlife board game – Italian version”, file del peso di 7 Mb. Dobbiamo stamparlo e dotarci di forbici per preparare il gioco: tabellone, domande, carte sfida (“Resta connesso!”, “Ferma il bullo!”, “In guardia!”, “Gioca sicuro!” e “Anti-virus!”) e tutto il resto che troviamo stampato nel documento.

Veniamo ora alle regole. Come nel gioco dell’oca tradizionale, si può partecipare da un minimo di due a un massimo di sei giocatori (o sei squadre da due o tre giocatori). Occorre dotarsi di un dado e sei pedine colorate.

Lo scopo è quello di arrivare per primo alla casella Finish rispondendo correttamente alle varie domande delle carte Sfida. Si gioca a turno: il giocatore più giovane inizia il gioco lanciando il dado e fa avanzare la pedina. Il giocatore poi passa il dado al vicino posto alla sua sinistra, che procederà nello stesso modo. Se il giocatore si ferma su una delle caselle contrassegnate da un simbolo delle carte Sfida, il giocatore posto alla sua destra legge la domanda Sfida e lo sfidante tenta di rispondere. Se sbaglia, va sulla casella STOP a fianco della casella Sfida. Ricomincerà a giocare da questa casella al prossimo turno. Una volta risposto, la carta viene riposta in fondo al mazzo corrispondente.

Tra gli imprevisti più curiosi segnaliamo la casella virus: indica che si è vittima di un attacco virus informatico; in questo caso il giocatore si salva se si era dotato di una carta antivirus, che è possibile conquistare nel corso del gioco.

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Maggiori dettagli sul gioco e sul progetto, così come moltissimi spunti per attività simili, si trovano nel documento PDF scaricabile a questo indirizzo.

Manifesto dei genitori digitali: l’intervista a Francesco Facchini

Da quando tengo corsi su genitorialità e tecnologia ho come un radar che mi permette di intercettare i contenuti buoni che circolano online sul tema. Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un manifesto dei genitori digitali. Fermi tutti, mi sono detto: dovevo saperne di più, indagare a fondo.
Mi sono così imbattuto nel sito www.francescofacchini.it, dove ho scoperto che un collega giornalista (nonché docente IULM), anche lui genitore, aveva pubblicato dieci idee, suggestioni e regole per papà e mamme di nativi digitali. Per scoprirne di più ho contattato Francesco Facchini e gli ho fatto alcune domande.

Ciao Francesco, come è nato questo progetto?

Ho due progetti di vita: uno professionale, faccio il formatore sulla mobile content creation, e uno personale, sono un genitore single. Nella sfortuna ho avuto la fortuna di aver sposato una donna intelligente, con la quale vado molto d’accordo. Mio figlio, ora di cinque anni, sta con me una settimana ogni due: è stato un affidamento paritario e pari-tempo.
Il mio lavoro e questa avventura di papà mi hanno portato a fare delle riflessioni, a creare dei contenuti sul mio sito sull’educazione digitale. Così come non mi piaceva la letteratura sui genitori separati, anche quella su genitorialità e tecnologia mi pareva tutta improntata sul terrorismo.

A chi lo dici… Spesso mi trovo in convegni sull’uso consapevole della Rete dove gli altri relatori raccontano il mondo del Web come un far west fatto solo di bulli, prostitute, droghe e chissà cos’altro. Invece il Web è pieno zeppo di opportunità…

Certo! Tra l’altro non mi piace nemmeno la distinzione tra mondo reale e mondo virtuale: non esiste questa differenziazione, anche per quanto riguarda le regole. Quando Tamara Maggi ha ideato questa iniziativa del manifesto, mi ci sono fiondato. L’idea di un’azione sociale condivisa che aiutasse concretamente i genitori non digitali e i ragazzi cui basterà una cattiva immagine digitale per perdere lavoro e affetti mi ha subito catturato.

È arrivato il momento di scoprire questo manifesto e i dieci spunti che parlano di uso consapevole, privacy e tanto buon senso:

  1. Il Web è un bel posto se lo usi per il bene. Per questo motivo il genitore digitale attivo non si relazionerà agli altri in modo negativo, ma in modo costruttivo.
  2. Il Web ha delle sue regole di educazione e di vivere civile: il genitore digitale attivo le insegnerà senza distinzioni di qualsiasi genere.
  3. Il Web non è la baby-sitter: il genitore digitale attivo regalerà al triangolo genitore-figlio-Web quelle istruzioni per l’uso che faranno diventare il rapporto con la rete un grande viaggio di conoscenza.
  4. Il Web non è un luogo “altro”. Il genitore digitale attivo si farà ambasciatore della vita digitale come parte integrante e determinante della vita reale propria e dei propri figli.
  5. Il Web è un luogo pubblico. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come avere una vita digitale serena, felice e coerente con la propria immagine. Ogni diversa manifestazione è un tradimento ai propri figli
  6. Il Web è un luogo dove la privacy deve valere. Il Web ci offre molto, ma ci ruba tutto. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come avere un ruolo protettivo nei confronti dei dati e delle immagini dei propri figli minori.
  7. Il Web e lo smartphone non sono luoghi di divieto. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori la coerenza e la correttezza del rapporto con i figli per quanto riguarda l’accesso a internet da telefono. Non divieti, ma dialoghi.
  8. Il Web non è il luogo del controllo: è il luogo della fiducia. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come fare in modo che i figli abbiano piena e corretta espressione della propria persona nei social senza mettersi in pericolo.
  9. Il genitore digitale attivo si mette a disposizione gratuitamente per incontri nelle scuole, con le istituzioni e in altri enti sociali senza distinzione. Se dovete chiedergli un progetto o un impegno continuativo, tuttavia, ricordatevi che il genitore digitale attivo ci campa con queste cose.
  10. Il genitore digitale attivo si farà cura di condividere ciò che sa delle enormi potenzialità della vita digitale a vantaggio della vita offline.

Trovate tutto a questo indirizzo.

Per altri contenuti su genitorialità e tecnologia, visita la sezione “Genitori tech” del mio sito.

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